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MAMMA PAPA' FIGLI EDUCAZIONE












A volte è sufficiente “ordinare” la confusione che ci avvolge e ci “annebbia” la vista: ecco perché quell’immagine in copertina. A volte basta un piccolo arrangiamento e possiamo ri-pensare  guardando la stessa cosa con lenti diverse, più nitide e ben calate sugli occhi. A volte serve qualcuno che ci faciliti la messa a punto delle nostre potenzialità e ci accompagni a riempire il nostro zaino con tutte le lenti a noi utili. -Spesso la comprensione della nostra confusione può essere una modalità per “vedere” le stesse cose  dentro, fuori e attorno a me  per trovare il mio modo di vivere meglio-.

In questo libro si presentano una teoria, metodo e modo innovativi di fare psicologia attraverso una nuova figura professionale: “ lo psicologo di base” che si rivolge, per la prima volta, alle persone “normali” offrendo loro nuovi strumenti, per guardare la propria vita e vedere così soluzioni alternative e concrete ai problemi quotidiani. E’ un libro importante anche perché racconta l’esperienza concreta di questa nuova figura (già operativa con successo da quattro anni nel servizio “ A TU PER TU – psicologo di base”) che risponde ai nuovi bisogni dei cittadini e si inserisce nelle politiche del nuovo welfare.





www.spaziomamma.com
     






































1)  E' una nuova rubrica;


2) E' un nuovo spazio per confrontarci e capirci meglio;


3) E' un'opportunità per chiedere ad un nostro esperto un consiglio sui nostri figli e nipoti








RISPONDIAMO A MAMMA E PAPA'

VUOI UNA RISPOSTA AD UN TUO DUBBIO?



Mandaci un'e-mail a figli@apbpspsicologidibase.it
vedrai la tua domanda e risposta pubblicata
sul nostro sito sulla pagina RISPONDIAMO A MAMMA E PAPA'










In questi anni di grandi rivoluzioni socio-economiche sembra essere sempre più importante e difficile affiancare ed aiutare i nostri figli nel modo migliore per offrire loro la possibilità di crescere sani ed avere un futuro felice.


Le conquiste sociali come quelle di un ruolo più attivo dei padri nell’accudimento e di un ruolo da protagoniste delle donne nel mondo del lavoro, credo siano begli indici di civiltà e progresso sociale.


Uno sviluppo narcisistico sano, la capacità di amare, la capacità “di essere” e di ”stare con” se stessi e gli altri, sappiamo passano proprio dalla possibilità di vivere delle relazioni sane con le figure di accudimento (mamma e papà) attraverso la partecipazione attiva di entrambi con le loro differenze nell’accudimento dettate anche da una legge naturale di genere.


Chi meglio dei nonni può sentire e riconoscere i bisogni dei propri nipoti? E chi, più dei nonni amorevoli un bambino può desiderare di avere al suo fianco durante i pomeriggi in cui i genitori sono al lavoro? E’ difficile pensare ad un educatore con più esperienza, più amore e voglia di stare con il bambino di una nonna ed un nonno. Noi pensiamo sia giusto valorizzarli di più.


Il tutto è difficile e non confinabile entro i tratteggi del giusto e dello sbagliato perché le variabili indipendenti in gioco sono numerose. Per questo abbiamo pensato ad impegnarci in una rubrica per poter condividere, con mamme, papà e nonni, il difficile compito di navigare a vista tra le gioie e le difficoltà di cresce i nostri figli proponendo mensilmente approfondimenti e articoli sull'infanzia e l'educazione.


          Richard Unterrichter



ARTICOLI


Gennaio 2017

MALE DI VIVERE: UNA POSSIBILE MINACCIA PER I NOSTRI RAGAZZI

 dr.ssa Patrizia MAltratti

Secondo l’organizzazione mondiale della sanità un ragazzo su cinque soffre di qualche disturbo psichico. In Italia circa l’8% degli adolescenti soffre di depressione. E’ nell’età evolutiva che, spesso, insorgono le prime avvisaglie di disagi che però possono essere sottovalutati e non trattati. Può accadere infatti che questi disturbi facciano ancora più paura quando ad essere colpiti sono i nostri ragazzi, inoltre spesso nell’età dello sviluppo si tende a pensare che sia solo un momento legato all’adolescenza, ma non sempre è così. Ovviamente i fattori ambientali possono avere una certa rilevanza ma non sono da ignorare gli aspetti genetici e biologici. È quindi importante prevenire un disagio pscico-sociale che potrebbe in età adulta portare a disturbi ben più rilevanti per quanto riguarda la sfera psichica.

Fa parte del ruolo di genitore non sottovalutare i problemi di questo tipo dei nostri figli magari per vergogna o per pudore. Diventa, quindi, essenziale chiedere aiuto a persone competenti per rendere l’eventuale percorso di cura il più tempestivo possibile.

A tal proposito segnalo un romanzo dal titolo ”L’insalata sotto il cuscino” di Stefano Vicari.

Sette racconti, sette storie di anoressia, depressione, ansia, ossessioni, compulsioni... I protagonisti dei racconti ragazzi, adolescenti poco più che bambini, che nonostante la giovane età si misurano con disturbi spesso invalidanti.

Questi racconti possono essere utili per far conoscere i disturbi che possono colpire gli adolescenti ed agire in tempo per fornirli di strumenti che li aiutino a superare le difficoltà viste come insormontabili, difficolta che purtroppo negli anni possono portare a pensare “Non posso passare il tempo a cercare di sopravvivere" come scrive Michele, ragazzo trentenne che ha preferito non vivere più attanagliato da un malessere per lui insostenibile. Un ragazzo che ha vissuto come sconfitta personale quella che è invece la sconfitta di una società sofferente che non valorizza i nostri ragazzi. Il male di vivere non è sociale, ma sempre soggettivo e potrebbe essere doloroso accorgersi che anche i nostri figli soffrano, ma almeno potremmo cercare di aiutarli.  

 

 

 

  Ottobre

www.periodofertile.it

RABBIA INFANTILE

La rabbia infantile costituisce un tema importante dal punto di vista psicopedagogico. E’, infatti, in crescita la richiesta di aiuto da parte di genitori e insegnati che non riescono a gestire bambini con forti comportamenti di rabbia.
Molti professionisti del settore (come pediatri, educatori, allenatori, ecc) concordano nel ritenere che le manifestazioni di rabbia dei giovanissimi, e non solo, siano in aumento. L’esperienza del servizio “A tu per tu” realizzato da Psicologi di base, evidenzia come siano in aumento anche le difficoltà degli adulti nel gestire la rabbia infantile e, più in generale, tutte le espressioni di disaccordo, protesta, sfida e opposizione.

Le difficoltà riguardano sia i contesti familiari sia quelli scolastici o educativi in senso ampio.
La rabbia è una delle emozioni primarie e compare molto presto nel percorso di sviluppo del bambino. Questo significa anche che le difficoltà nel gestirla iniziano nei primi anni di vita e continuano, a volte, molto a lungo.
I comportamenti di rabbia hanno sempre un significato e in alcuni casi più di uno, però cambiano con la crescita del bambino e si fanno “promotori” di messaggi diversi in base all’età del bambino, al contesto in cui si palesano, alla sua specifica situazione famigliare, ecc.
Le esplosioni di rabbia, specie se prolungate, attivano, quasi sempre, preoccupazione e rabbia nei genitori e disagio e frustrazione negli adulti. Ci si ritrova a non gestire né la rabbia dei bambini, né la propria!

Risulta, dunque, importante accompagnare bambini e genitori ad intraprendere un percorso che aiuti sia i grandi che i piccoli ad adottare nuove prospettive sulla rabbia espressa, ad utilizzare strumenti più efficaci nella gestione dei comportamenti di protesta e opposizione e  sul significato e la funzione che la rabbia ha per tutti, con l’obiettivo di trasformarla, elaborarla e contenerla.

Oggi i giovanissimi sono più soli e più depressi, più rabbiosi e ribelli, più nervosi e impulsivi, più aggressivi e impreparati alla vita, perché privi di quegli strumenti emotivi indispensabili per dare avvio a quei comportamenti quali l’autoconsapevolezza, l’autocontrollo, l’empatia, senza i quali saranno capaci di parlare, ma non di ascoltare, di risolvere i conflitti, di cooperare.

È in questo contesto che la rabbia può sfociare in un gesto violento che prende il posto di tutte quelle parole che non sono riusciti a dire, di tutto quel sentire dentro che alla fine li ha resi emotivamente sordi.

 

Dott..ssa Patrizia Maltratti

 


Luglio

FOTO: www.amarelascuola.it

VACANZE: COMPITI SI...COMPITI NO...?!?

 

Le vacanze estive sono finalmente arrivate! E questo per i bambini vuol dire divertimento, mare, giochi, sandali e ginocchia all'aria aperta...ma vuol dire anche SCUOLA CHIUSA! Ma basta scuola per un po' non vuol necessariamente dire basta compiti...!

La scelta di assegnare compiti, spesso facendo comprare i cosiddetti "libri delle vacanze", dipende principalmente dagli insegnanti, che si dividono sostanzialmente in due categorie rispetto a questo tema: alcuni sottolineano i PRO dello studiare durante l'estate, altri invece considerano maggiormente i CONTRO.

I PRO dei compiti delle vacanze sono principalmente cognitivi/scolastici (consolidare gli apprendimenti ed evitare che si dimentichino le cose e si perda l'allenamento) ma anche pratici (aiutare a strutturare parte della giornata evitando ozio e noia o eccessiva foga e attivazione). I CONTRO invece sono principalmente fisici/ludici (staccare la spina per riposarsi sia fisicamente che mentalmente e approfittare della bella stagione per fare attività all'aperto) ma anche relazionali (poter conoscere nuovi luoghi, socializzare) ed emotivi ( evitare una sorta di rifiuto verso lo studio invece di stimolare interesse ed evitare litigi e contrapposizioni con i genitori).

Come è possibile notare le motivazioni per i pro e per i contro sono molto diverse tra loro, riguardano diversi ambiti tutti importanti da valorizzare e da tenere in considerazione, quindi, come in tutte le cose, sarebbe meglio trovare una via di mezzo: passare ai bambini e ai ragazzi il messaggio che "non si smette mai di imparare, nemmeno in vacanza" ma che questo non vuol dire rinunciare alla spensieratezza e al divertimento.

Ecco allora alcuni suggerimenti per aiutare i proprio figli a svolgere i compiti assegnati senza provare noia, demotivazione ed evitando rifiuti o discussioni:

- Prima di iniziare a fare i compiti permettere uno stacco completo per almeno una settimana/10 giorni.

- Mantenete il fine settimana libero dai compiti, in modo da permettere una pausa per rilassarsi completamente.

- Pianificate insieme il lavoro, dividendo il carico di studio in modo equo per tutto il periodo, evitando, di fare tutto all'inizio (con il rischio di dimenticare per quando la scuola ricomincia) o alla fine (con il rischio di affaticarsi e ricominciare l'anno scolastico con una "marcia in meno").

- Con i bambini più piccoli si può contare il numero delle pagine e dividerlo per il numero dei giorni disponibili, in modo da dare una stabilità e una continuità maggiore.

- Con i più grandi si può invece suddividere il lavoro in base al tempo, scegliendo ad es.  tra un'ora di compiti (se si riesce a mantenere la giusta concentrazione e attenzione) oppure un'ora e mezza intervallata da due pause di 10' circa.

- Pianificate insieme un momento definito della giornata in cui studiare (preferibilmente la mattina, quando sono più riposati e freschi mentalmente) e scegliete un posto calmo e lontano da stimoli (tv, giocattoli).

- Variate le materie, evitando di fare tutti i compiti in modo monotematico si eviterà la noia e si manterranno vive le conoscenze di tutti gli argomenti.

- Cercate, per quanto possibile, di affiancarli durante il momento dei compiti, correggendoli insieme, leggendo o ripassando insieme le materie. Questo permetterà di fare un punto della situazione rispetto alla preparazione dei proprio figli, di creare dei momenti di condivisione e di veicolare un messaggio positivo rispetto allo svolgimento dei compiti.

Per finire, il mio compito per le vacanze per voi lettori: passate del tempo insieme ai vostri figli, che sia per studiare, per guardare un film o per fare una passeggiata, regalate ( a voi stessi e a loro) almeno un'ora al giorno a delle attività che siano solo per voi! BUONE VACANZE!

 

Dott.ssa Capuano Maria Concetta



Giugno

FOTO: www.obiettivonotizie.it


I BAMBINI TESTIMONI DI VIOLENZA

 

 I recenti fatti di cronaca, sulla violenza sulle donne, credo costringano tutti noi a profonde riflessioni sulle responsabilità e necessità di valutare ancora più attentamente i segnali premonitori di possibili relazioni disfunzionali che potrebbero avere conseguenze nefaste. Il bisogno e il diritto di protezione vale non solo nei nostri confronti, in quanto esseri umani e donne, ma anche nei confronti degli eventuali bambini/e o ragazzi/e che potrebbero trovarsi in/direttamente coinvolti in queste orribili situazioni. La violenza contro le donne, infatti, è una violazione dei diritti umani, che causa profonde ferite, non solo nel corpo, ma anche nella mente. E le feriti, i traumi e la violenza, non solo rivolte solo alle donne, ma anche ai figli, che perdono il loro diritto a crescere in un ambiente sereno e sicuro in cui vivere serenamente la propria infanzia e la propria adolescenza e diventano vittime di violenza assistita.

Il CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l'Abuso all'infanzia) definisce la VIOLENZA ASSISTITA INTRAFAMILIARE come "qualsiasi atto di violenza fisica, verbale, psicologica,  sessuale ed economica compiuta su figura di riferimento o su altre figure significative, adulte o  minori; di tale violenza il bambino può fare esperienza direttamente (quando essa avviene nel suo  campo percettivo), indirettamente (quando è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli  effetti".

Gli EFFETTI SUI FIGLI della violenza domestica sono innumerevoli. Assistere a (ripetuti) episodi di violenza (spesso da parte del padre) contro la madre è un'esperienza che lo segnerà, non solo fisicamente (può essere vittima egli stesso dell'aggressione o può essere ferito nel tentativo di proteggere la madre). Sarà segnato anche a livello emotivo, perché vivrà in un clima costante di incertezza, tensione, paura, impotenza rispetto a quanto accade e a volte senso di colpa, pensando di essere la causa di quello che vede succedere. Non bisogna inoltre dimenticare che i bambini imparano dagli adulti il modo di comportarsi e di muoversi nel mondo, nel bene e nel male. Assistere ad episodi di violenza può portare nel tempo a diversi modi di reagire, che dipendono non solo dal carattere del minore, dalla sua età e dal suo sesso, ma anche dall'intensità e dalla frequenza delle violenze domestiche. Qualcuno potrà identificarsi con la vittima e cercherà di proteggerla, mosso in futuro da un senso di giustizia e rabbia verso gli aggressori. Qualcun'altro potrà identificarsi invece con l'aggressore, percepito come più forte, e tenderà quindi a disprezzare i più deboli e gli indifesi. In ogni caso potranno esserci gravi ed indelebili CONSEGUENZE SULLO SVILUPPO EMOTIVO, COGNITIVO E SOCIALE, di cui riporto solamente alcuni esempi (poichè l'elenco sarebbe purtroppo tragicamente lungo):

- espressione errata della rabbia e dell'aggressività (troppo manifesta o, al contrario, sempre repressa)

- difficoltà nella gestione delle emozioni

- difficoltà nella conquista dell'autonomia

- isolamento in se stessi

- comportamenti passivi

- disturbi del sonno

- disturbi dell'alimentazione

- difficoltà scolastiche, rifiuto o abbandono della scuola

- fughe dalla realtà con l'utilizzo di sostanze come droga o alcool

- matrimoni o gravidanze precoci

- ansia

- depressione

- delinquenza

- suicidio

COME AIUTARE I BAMBINI in queste tragiche situazioni? è importante per prima cosa ascoltare i bambini e credere a quello che ci raccontano, non sottovalutando ma indagando se necessario e stando attenti ai segnali comportamentali e non verbali (disegni, cambiamenti d'umore o nel comportamento etc). Dopo aver accertato che è in atto una violenza, una cosa importantissima da fare, prima di qualsiasi intervento diretto con i minori, è di aiutare e sostenere il genitore/familiare vittima di violenza diretta, garantendone le condizioni necessarie per la protezione sia fisica che psicologica. Questo infatti è un primo modo efficace per proteggere i bambini e rassicurarli. In seguito è importante effettuare degli interventi diretti con i minori, rassicurandoli sul fatto che loro non hanno nessuna colpa per quanto accaduto e valutando l'impatto che la violenza ha avuto. Gli interventi possono essere individuali con il bambino, rivolti alla diade madre-figlio o lavori di gruppo con bambini.

Dott.ssa Capuano Maria Concetta



Bibliografia:

J. Bowlby – Una base sicura; applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. – Raffaello Cortina Ed 1989

M.Malacrea –“ Il buon trattamento”: un’alternativa multiforme al maltrattamento infantile – in  “Cittadini in crescita”, 2004

R.Luberti, M.T.Pedrocco Biancardi, La violenza assistita intrafamiliare, Franco Angeli, Milano, 2005




Maggio


foto da: www.cronachecittadine.it


QUANDO UN BAMBINO SI ISOLA...È SEMPRE UN PROBLEMA?

 

La socializzazione, cioè il riuscire ad interagire efficacemente con gli altri, è una capacità importantissima nello sviluppo globale dell'essere umano, che è importante valorizzare e coltivare fin dalla più tenera età. Per questo rientra tra gli obiettivi principali che si pongono le diverse figure educative (non solo genitori, ma anche insegnanti, educatori, allenatori etc.) inserendo i minori in strutture sociali comunitarie ed in contesti educativi come gli asili, le scuole, i gruppi scout, le squadre ed altri gruppi simili.

Per questo motivo, vedere un bambino che sta da solo spesso è un campanello d'allarme, considerato come possibile indice di difficoltà relazionali e stati emotivi negativi.

 

OGNI COMPORTAMENTO PUÒ ASSUMERE VARI SIGNIFICATI

È sicuramente importante osservare attentamente e non sottovalutare nessun comportamento dei bambini, ma è altrettanto importante contestualizzare tali comportamenti e dargli il giusto significato in base anche alle caratteristiche individuali del bambino in questione. Questo vuol dire che anche un "comportamento solitario" può avere diversi significati.

Le ricerche in questo campo parlano di "situazioni di ritiro sociale" (cioè l'isolamento del bambino è connesso a basse interazioni con i pari) ognuna delle quali è caratterizzata da comportamenti e giochi solitari differenti, motivazioni che le favoriscono e tonalità emotive connesse.

 

RITIRO SOCIALE "RETICENTE"

Caratteristico dei bambini timidi e inibiti, con un comportamento "da spettatore": spesso osservano gli altri ma non riescono ad inserirsi nei giochi o nelle interazioni e per questo spesso giocano da soli. La motivazione all'isolamento è quindi dovuta al non riuscire a proporsi con gli altri, ad inibizione sociale e la tonalità emotiva è quindi prevalentemente di inquietudine e tristezza.

 

RITIRO SOCIALE "ATTIVO"

Caratteristico di bambini turbolenti e un po' "maldestri": spesso si approcciano agli altri ma con giochi immaturi o turbolenti che quindi vengono rifiutati perchè sgraditi. La motivazione all'isolamento risulta quindi assente, subiscono l'isolamento e la tonalità emotiva è quindi prevalentemente di rabbia, agitazione e tristezza.

 

RITIRO SOCIALE "PASSIVO"

Caratteristico dei bambini tranquilli e sedentari: spesso all'interazione sociale preferiscono attività individuali di concentrazione come disegnare, fare puzzle, giocare con le costruzioni. La motivazione all'isolamento è quindi dovuta ad una scelta attiva di particolari interesse e la tonalità emotiva è quindi prevalentemente di serenità e gioia.

 

CONCLUSIONI

Le ragioni per cui un bambino sta da solo sono diverse, così come sono diversi i tipi di comportamento e le emozioni che provoca l'isolamento.

La letteratura psicologica, attraverso vari studi longitudinali, ha evidenziato che il ritiro sociale "RETICENTE" e quello "PASSIVO" possono essere dei fattori di rischio psicosociale perché tendono ad autoalimentarsi: più questi bambini si precludono interazioni o sono rifiutati, meno hanno possibilità di sviluppare competenze sociali e più quindi accentuano le loro difficoltà in questo campo. Il ritiro sociale "PASSIVO", invece può essere una risorsa per lo sviluppo di altre competenze come l'autonomia e la capacità di autoregolarsi.

È quindi importante che gli adulti osservino attentamente le diverse sfumature di questi comportamenti, la frequenza con cui si ripetono e il contesto in cui si inseriscono. In questo modo sarà possibile intervenire se necessario per prevenire rischi psicosociali o, invece, favorire lo sviluppo delle altre competenze.

 

Corsano P., Cigala A. (2004), So-stare in solitudine, Mc Graw Hill Italia, Milano.

Lo Coco A., Rubin K. H., Zappulla C. (2008), L'isolamento sociale durante l'infanzia, Unicopli, Milano.

Corsano P. (2016), Gli educatori e la solitudine del bambino, in Psicologia e Scuola (p. 18 - 22), Giunti Scuola, Firenze.

Aprile

foto da:https://pixabay.com/it/avversari-di-guerra-bambini-cheers-230381/

COME PARLARE AI BAMBINI DEGLI ORRORI DELLA GUERRA E DEGLI ATTENTATI

                                                                                               

Parigi 13 Novembre 2015. Bruxelles 22 Marzo 2016. Lahore 27 Marzo 2016. Località. Date. Difficili da dimenticare e da non associare all'orrore, alla paura, all'incomprensione. Giorni in cui il tempo e la quotidianità sembrano essersi perdute, perse tra le macerie e le lamiere dei luoghi dove tante persone, uomini, donne, bambini, di diverse nazionalità e religione, hanno perso la vita.

La responsabilità di ricordare e di affrontare tutto questo vale per ognuno di noi, ma soprattutto per chi si occupa di minori gli interrogativi sono ancora maggiori e partono da questo: "E' GIUSTO PARLARNE?"

Questi consigli e queste riflessioni, quindi, sono rivolte a tutti i genitori, gli zii, i nonni, ma anche agli insegnanti, agli educatori o agli allenatori, a chiunque sia in qualche modo a contatto con dei bambini e degli adolescenti che potrebbero rivolgersi a lui per parlare di queste tragedie, per capire, per sentirsi ascoltati, rassicurati e protetti.

SI, E' GIUSTO PARLARNE. NON NASCONDERE

Diversi esperti hanno ribadito che non si può far finta di nulla, nascondere la notizia o fuggire dalle spiegazioni con l'intento di proteggere i bambini e di non turbarli. In un modo o nell'altro ne verranno a conoscenza, magari in modo inesatto e confuso. Quindi è importante affrontare l'argomento soprattutto se sono i bambini stessi a fare domande o ad introdurre in qualche modo il discorso. Non facciamo l'errore di credere che i più piccoli non possano capire, non intuiscano cosa accade e, soprattutto, che non abbiano la forza di affrontare il mondo.

COME PARLARNE

E' importante riuscire a ad usare un tono di voce tranquillo e sicuro, essere trasparenti ma senza lasciarsi andare a drammatizzazioni ed esagerazioni ed evitando, con i bambini più piccoli, descrizioni dettagliate o truculente. Il consiglio degli esperti è di modulare il contenuto e l'approfondimento del discorso all'età del minore. Con i bambini in età prescolare sarebbe meglio rispondere solo a domande dirette mentre con quelli in età scolare fargli conoscere i fatti aiuterebbe ad alleviare l'ansia ma senza eccedere nei dettagli che potrebbero spaventare. Più aumenta l'età dei ragazzi, più si può approfondire il discorso, focalizzandosi sul loro vissuto emotivo, sulle paure e sulle fantasie, affrontando anche in modo pratico l'argomento della violenza e di strategie di emergenza rassicuranti.

ASCOLTARE

Più importante del parlare e dello spiegare è ascoltare quello che loro hanno da dire. Ascoltare quello che hanno sentito (ed eventualmente correggerlo e approfondirlo) ma soprattutto ascoltare come si sentono, quali emozioni provano, quali idee si sono fatti e come queste idee possono condizionare la loro vita quotidiana. Non dimentichiamo, infatti, che viviamo sempre più in una società multiculturale e quindi l'argomento può toccarci molto più da vicino di quanto immaginiamo.

DARE SPAZIO ALLE EMOZIONI

Esprimere le emozioni e condividerle non è una cosa che dovrebbero fare solo i bambini e i ragazzi, ma anche noi adulti che ci relazioniamo a loro. Negare la realtà, nascondere il dolore e la paura, restare in silenzio sono i pericoli maggiori, perchè in questo modo si rischia di perdere la speranza e di abbandonarsi all'odio e all'incomprensione.

VARI MODI DI ESPRIMERSI

In base all'età del minore o alle proprie attitudini personali (ma anche al proprio lavoro) si possono scegliere delle "tecniche" espressive per facilitare non solo la comunicazione e il dialogo, ma anche per aiutare ad esternare le emozioni, i vissuti e i pensieri. Si possono usare dei disegni liberi, la lettura di fiabe o di  brani appositamente scelti, oppure delle fotografie su cui riflettere insieme. Ottimi metodi sono anche il teatro di immedesimazione o attuare dei piccoli riti comunitari e simbolici come delle processioni o l'accensione di candele.

COME PROTEGGERLI

La psicoterapeuta Paola Vinciguerra afferma che si possono aiutare i bambini a superare la paura e il disagio rassicurandoli sull'eccezionalità degli eventi (considerarli  cose lontane che non toccheranno e non cambieranno la loro vita quotidiana) e sul fatto che loro sono al sicuro.

Lo psicoterapeuta Alberto Pellai, invece, afferma che non si può garantire l'invulnerabilità del bambino e del mondo che lo circonda, ma lo si può rassicurare sul fatto che come adulti siamo presenti e che insieme si può cercare di rendere il mondo un posto migliore.

ESSERE D'ESEMPIO.

Ultimo consiglio, ma non il meno importante. Ricordiamo che i bambini e i ragazzi di tutte le età ci guardano, ci osservano e imitano in modo più o meno istintivo non solo il nostro comportamento visibile, ma anche il nostro atteggiamento mentale ed emotivo. Se gli diciamo di esprimere emozioni, di aprirsi o di comportarsi in un certo modo dobbiamo essere i primi a farlo.

EDUCARE

Soprattutto non dimentichiamo che, nonostante tutto, il nostro primo compito è di educare la generazione del futuro ai valori della tolleranza, della fratellanza e della comprensione, della conoscenza e della libertà, fisica e mentale.

 

Bibliografia e sitografia

Dario Ianes (a cura di). Parlare di ISIS ai bambini. Erickson ed. 2016

http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/CRONACA/parigi_bambini_psicoterapeuta/notizie/1680209.shtml

http://time.com/4112751/how-to-talk-to-your-kids-about-the-attacks-in-paris/

http://www.famigliacristiana.it/articolo/l-orrore-di-parigi-come-spiegarlo-ai-bambini.aspx

http://www.garanteinfanzia.org/il-garante/editoriali/ma-come-si-spiega-la-guerra-ai-bambini


Marzo

FOTO DA: www.mammami.it

LA FAMIGLIA:

UNA, NESSUNA, CENTOMILA...

 

tra la famiglia e la società vi è uno stretto legame, la prima infatti modifica la sua struttura in base alle mutazioni storico-culturali del contesto in cui è inserita. La contemporaneità ci sta cambiando nella quotidianità, le scoperte scientifiche, le innovazioni tecnologiche, i progressi nel campo del sapere hanno prodotto un'infinità di trasformazioni non solo nel modo di lavorare e di produrre, ma anche nel modo di istruire, di curarsi, di organizzare la vita quotidiana, per finire con il modo di riprodursi e di vivere la propria vita intima, relazionale e sessuale e quindi, di creare la propria famiglia. Per quanto riguarda gli stili educativi al momento si sente il bisogno di modelli nuovi che sappiano governare fenomeni devastanti e diffusi come la rabbia giovanile.

I cambiamenti della famiglia sono uno specchio, ed una conferma, un risultato che anche la società è cambiata, che i modelli educativi usati hanno prodotto e con essa la cultura ed i bisogni delle persone.

I principali cambiamenti che hanno contribuito a modificare l'organizzazione della famiglia sono stati di ordine storico-economico e sociale-culturale.  L'industrializzazione avanzata, il cambiamento dello stile di vita (soprattutto nelle città) e la maggiore disponibilità economica e liberalizzazione nel mondo del lavoro hanno sicuramente contribuito ad un cambiamento nel modo di vedere la famiglia. Altri cambiamenti storici importanti sono stati l'introduzione del divorzio, che ha sancito il diritto di sciogliere il matrimonio qualora venga a mancare la comunione spirituale e materiale tra i coniugi, la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza e la riforma del diritto di famiglia, che ha stabilito tra l’altro la parità tra i coniugi sia nei loro rapporti personali che nei confronti dei figli.

Un altro importantissimo cambiamento riguarda, infatti,  il cambiamento ed il riconoscimento del  ruolo delle donne non solo in famiglia ma in tutta la società. In generale le donne hanno presa coscienza dei loro diritti e sono entrate massicciamente nel mondo del lavoro, per cui all’interno delle famiglie vi è ormai una maggiore condivisione con il coniuge delle responsabilità e delle cure parentali. Questo ha cambiato anche l’atteggiamento delle coppie nei confronti della procreazione: se un tempo i figli erano un valore primario e un investimento cui sacrificare ogni cosa, oggi le coppie sono più orientate verso se stesse e la propria realizzazione. Il numero dei figli, percepito anche come un costo, viene radicalmente controllato. Altro cambiamento radicale riguarda la scelta di allevare il proprio figlio/a da soli, anche in assenza di un rapporto di coppia stabile. Non vi è più un legame necessario tra l'essere genitore e l'essere coniuge o partner. Altri cambiamenti, meno evidenti ed eclatanti ma forse proprio per questo più incisivi a lungo tempo, sono la maggiore pluralità ideologica e di pensiero, il processo di liberalizzazione della sfera sessuale e l'affermazione dell'ideale romantico dell'amore. Quindi vi è una maggiore affermazione dell'individualità personale e della ricerca della soddisfazione personale, della propria felicità individuale e relazionale.

Sempre più persone sono attente alla propria unicità, prendono consapevolezza che siamo tutti diversi, ognuno con la propria singolarità e i propri particolari e vedono in questa unicità una risorsa, una bellezza e non un marchio, un problema. Sempre più persone credono che alla base delle loro relazioni, non solo amorose ma anche familiari e genitoriali, debba esserci l'armonia, il rispetto e l'amore ed in base a questi principi scelgono con chi condividere la propria vita. Io credo che queste siano le cose importanti, al di là dell'orientamento sessuale, del vivere da solo o con un'altra persona, del avere un unico partner per tutta la vita o del trovarne un altro dopo anni di relazione. Le cose importanti, come esseri umani e come genitori, sono la capacità di donare amore e armonia e di insegnare il rispetto e il valore della propria unicità e di quella degli altri.

 


 Che cos'è la famiglia? Esiste una definizione univoca di questo importantissimo concetto? Non è più possibile, credo, dare una risposta precisa e universale a queste domande. La famiglia è un'istituzione fondamentale della società, un sistema relazionale primario nel quale un individuo può crescere e differenziarsi, ma ciò che la caratterizza, secondo studiosi come Héritier, non è la sua forma sociologica, cioè l'organizzazione storicamente e culturalmente determinata, bensì le sue caratteristiche simboliche e psicologiche. In questi termini l'unica definizione "accettabile" di famiglia è quella secondo lui la famiglia, indipendentemente dalla sua forma di organizzazione sociale, è l'istituzione che deve garantire appartenenza, protezione e trasmissione dei significati fondanti della vita psichica, sociale, rituale, economica e simbolica tra le generazioni. 

A livello organizzativo, quindi, come afferma Gambini, non è semplice individuare una specifica identità di famiglia, poichè questa è imprescindibile dal contesto geografico e storico in cui essa è inserita e si modifica di pari passo con le trasformazioni economiche, sociali e culturali. Nel mondo intellettuale occidentale oggi si parla più correttamente di "pluralizzazione delle famiglie" (Donati), infatti all'interno della stessa comunità sociale convivono varie forme di famiglia. Gambini, nel suo libro "Psicologia della Famiglia" individua i seguenti tipi di famiglie:

- Famiglia Allargata: composta da più generazioni, essa corrisponde alla famiglia tradizionale;

- Famiglia Nucleare: composta dai coniugi e dai loro figli;

- Famiglia con Coniugi senza Figli: composta dai soli coniugi. I tre casi possibili sono una coppia anziana i cui figli sono andati via, una coppia giovane ancora senza figli o una coppia che non vuole o non può avere figli;

- Famiglia di Fatto: si basa solo sull’unione civile e non sul matrimonio;

- Famiglia Monogenitoriale: composta da un solo genitore e i figli. Le cause possono essere diverse, ma oggi la principale è il divorzio;

- Famiglia Ricomposta: caratterizzata dalla presenza di figli nati da una precendente unione. Caratteristica principale è quindi il fatto che la coppia coniugale non coincide con la coppia genitoriale;

- Famiglia Multietnica: nata dall’unione di due individui di culture differenti;

- Famiglia Immigrata: famiglia che vive in un paese diverso rispetto a quello delle proprie origini e caratterizzata da un particolare modo di adattarsi alla nuova cultura;

- Famiglia Adottiva: presenza di uno o più figli adottivi. Si parla di famiglia adottiva poiché l’adozione riguarda l’intero sistema familiare;

- Coppie Omosessuali: caratterizzate dalla convivenza di due soggetti dello stesso sesso;

- Famiglia Unipersonale: è un concetto paradossale di famiglia poiché comprende un singolo individuo che non condivide il proprio tetto con nessuno.

Concludo con una poesia di Dorothy Law Nolte, che penso possa aiutarci a riflettere su quello che è importante trasmettere ai propri figli...

 

 

I BAMBINI IMPARANO CIO' CHE VIVONO

Dorothy Law Nolte

 

Se un bambino vive con le critiche, impara a condannare.

Se un bambino vive con l'ostilità, impara ad aggredire.

Se un bambino vive con il timore, impara ad essere apprensivo.

Se un bambino vive con la pietà, impara a commiserarsi.

Se un bambino vive con lo scherno, impara ad essere timido.

Se un bambino vive con la gelosia, impara cos'è l'invidia.

Se un bambino vive con la vergogna, impara a sentirsi in colpa.

Se un bambino vive con l'incoraggiamento, impara ad essere sicuro di sé.

Se un bambino vive con la tolleranza, impara ad essere paziente.

Se un bambino vive con la lode, impara ad apprezzare.

Se un bambino vive con l'accettazione, impara ad amare.

Se un bambino vive con l'approvazione, impara a piacersi.

Se un bambino vive con il riconoscimento, impara che è bene avere un obiettivo.

Se un bambino vive con la condivisione, impara la generosità.

Se un bambino vive con l'onestà e la lealtà, impara cosa sono la verità e la giustizia.

Se un bambino vive con la sicurezza, impara ad avere fiducia in se stesso e in coloro che lo circondano.

Se un bambino vive con la benevolenza, impara che il mondo è un bel posto in cui vivere. 

Se vivi con serenità, il tuo bambino vivrà con la pace dello spirito.

Con che cosa sta vivendo il tuo bambino?

 

 

Bibliografia

 

Donati P. (a cura di), Identità e varietà dell’essere famiglia: il fenomeno della “pluralizzazione”, “Settimo Rapporto Cisf sulla Famiglia in Italia”, S. Paolo, 2001.

Gambini P., PSICOLOGIA DELLA FAMIGLIA La Prospettiva Sistemico-Relazionale, Franco Angeli Ed., 2007.

Héritier F., Famiglia, in Enciclopedia, 6° vol., pp. 3-16, Einaudi, 1979.

Lorenzini S. (a cura di)  Famiglie al plurale. Itinerari necessari verso il pluralismo dei diritti, in Educazione interculturale, n. 3, pp. 293-439, 2014).



Febbraio


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PADRI ASSENTI: QUANDO PIAN PIANO GETTANO LA SPUGNA

 

Tutti probabilmente conoscono "C'è posta per te", il programma condotto da Maria De Filippi che ha per filo conduttore il tema dei messaggi inviati da persone comuni  che vogliono ricongiungersi con parenti con i quali si è interrotto il rapporto, recuperare dei legami amorosi perduti, ritrovare amori o amicizie di gioventù o chiarire delle questioni rimaste in sospeso. Anche chi non segue solitamente il programma avrà sentito parlare della prima puntata del nuovo anno, nella quale una ragazza, Ilenia, ha invitato suo padre Orazio e la sua attuale compagna Valeria, per costruire con lui un rapporto padre-figlia che le è stato sempre negato e che è stato, fino a quel momento, sporadico e clandestino.

Guardando la puntata (è possibile trovarla su internet con facilità), leggendo i commenti scritti da migliaia di persone e gli articoli scritti sul caso, saltano all'occhio principalmente tre cose a mio parere, ognuna riguardante uno dei protagonisti della storia, la loro caratterizzazione e le reazioni che hanno stimolato nel pubblico:

-  Ilenia, la figlia che chiede di poter avere un padre, di poter pronunciare apertamente la parola "papà", che fino all'ultimo vorrebbe ancora recuperare un rapporto che lei crede sia stato ostacolato principalmente dal rifiuto perentorio della nuova compagna. Verso di lei il pubblico ha mostrato comprensione, empatia e sostegno.

- Valeria, l'attuale compagna che sembra monopolizzare la discussione con Ilenia (con frasi dure ed emotivamente pesanti che sfociano nel famoso "crepa" finale) e che rifiuta categoricamente di dare una possibilità alla ragazza, facendo intendere che un rapporto tra loro due non sarà mai possibile (le implicazioni di ciò sul rapporto tra Ilenia e il padre non sono esplicitate a parole ma sono probabilmente immaginabili). La signora, inoltre, a parole afferma di non aver mai impedito nulla al compagno, di non essere a conoscenza dei sotterfugi inventati per i pochi incontri e invita più volte il marito a dire quello che pensa liberamente. Verso di lei il pubblico ha mostrato rabbia e indignazione, soprattutto per le sue parole aggressive e per la mancanza di comprensione.

- Orazio, il padre che sembra subire e partecipare passivamente a quello che gli sta accadendo intorno (pur essendo, in sostanza, il fulcro della storia) e che si limita a sorridere ogni tanto e a prendere le difese della compagna (ripetendo più o meno le sue parole sul fatto che Ilenia avrebbe dovuto porsi in maniera diversa) senza guardare quasi mai in direzione della figlia. Il signore, inoltre, a parole afferma che non diceva alla compagna dei suoi incontri con Ilenia, che era lui a decidere di non voler vedere la figlia per non far dispiacere Valeria  e che la colpa di quanto stava accadendo era principalmente sua. Verso di lui il pubblico ha mostrato rabbia e indignazione, soprattutto per la sua mancanza: mancanza di carattere, di parole, mancanza di presenza sia in quel momento come partecipante attivo sia (aggiungerei io) nella vita di Ilenia come figura genitoriale.

Ci sarebbero tanti elementi su cui riflettere in questa storia e su cui concentrarsi.

Ilenia e la sua storia: ci si potrebbe chiedere come mai, cosa spinge una ragazza di oltre trent'anni a cercare ancora di (ri)costruire un rapporto con un padre pressochè assente, nonostante abbia già avuto molte delusioni.

Valeria e il suo ruolo: ci si potrebbe chiedere cosa può averla spinta nel tempo a comportarsi in quel modo nei confronti di una ragazzina indifesa (gli attriti risalgono a quando Ilenia aveva appena 9/10 anni), quali paure magari l'hanno spinta, quali insicurezze potrebbero celarsi dietro il suo modo di fare fermo e sicuro di sè.

Valeria, Orazio e la loro storia di coppia: ci si potrebbe chiedere su quali basi si fonda la loro relazione, su quale equilibrio si fonda, come e perchè i loro ruoli si incastrano tra di loro e si pongono rispetto al resto del mondo.

Ma quello su cui io vorrei soffermarmi è Orazio. Orazio e il suo ruolo di padre. La storia di Orazio è la storia di tanti altri genitori che, ad un certo punto, abbandonano il proprio ruolo e, chi più chi meno, spariscono.

Quello che mi chiedo è perchè? come può accadere che un padre abdichi al proprio ruolo e consideri in qualche modo finita la relazione con il proprio figlio? Può succedere che, per qualsiasi motivo, si sacrifichi una parte della propria vita, della propria storia (e della propria identità) per una nuova vita, nuove relazioni, per costruire gli stessi ruoli ma con persone diverse? come può la fine di una relazione (quella coniugale o comunque la relazione d'amore con la moglie/compagna) trasformarsi nella fine di un'altra relazione)?

Non ci sono risposte univoche e definitive a queste domande. Ogni storia è una storia a sè, con i propri protagonisti, i propri problemi, i propri antecedenti. Difficilmente però il comportamento di un padre che sparisce nasce così, all'improvviso, senza nessuna spiegazione. C'era già, forse, qualcosa riconducibile al momento stesso in cui ha scoperto che stava per avere un figlio. Ogni uomo si prepara a modo suo all'idea di diventare padre. O si fa cogliere impreparato da questa notizia che, nel bene e nel male, sconvolge la vita. Alcuni uomini, come spiega la psicanalista Sophie Marinopoulos, diventano padri loro malgrado, senza volerlo. In questi casi l'uomo, più o meno consapevolmente, potrebbe rifiutare il nuovo ruolo, pensare di non essere in grado di svolgerlo e quindi sottrarsi man mano alla relazione con il figlio. In caso di separazione o di divorzio le cose possono diventare anche più complicate e l'uomo potrebbe diventare, in tutto e per tutto, un padre assente. Assente economicamente, fisicamente. Emotivamente e psicologicamente. La psicoterapeuta Graziella Fava Viziello, afferma che molti padri, dopo la separazione, vanno incontro a diverse difficoltà di arrangiamento.

Ci sono primariamente quelle di natura economiche, le quali, purtroppo, spesso portano solo all'esasperazione dei conflitti e dei rapporti con la madre dei bambini (con conseguenze più o meno dirette sul rapporto con i figli). Possono però esserci altre difficoltà, di carattere relazionale e psicologico. I padri, infatti, possono avere difficoltà a prendere in carico il figlio da soli (e quindi a relazionarsi con loro) perchè fino a quel momento erano abituati ad essere coadiuvati (e in alcuni casi totalmente esonerati) dalla madre. Questi padri potrebbero quindi aver paura, pensare di non essere in grado di affrontare questa nuova relazione (questa nuova sfida) da soli, non darsi il tempo di abituarsi a questa nuova situazione, non provare a riorganizzare il proprio rapporto con i figli ma semplicemente...gettare pian piano la spugna. Certo, potrebbero esserci molti altri motivi e fattori che influiscono in modo più o meno diretto e più o meno incisivo, ma ripeto: ogni storia è unica e non si può dare risposte esaustive ad un tema così delicato e complesso. Si può solo riflettere sul fatto che, alla fine, qualunque sia il percorso che ha portato fin lì, qualunque sia la storia che c'è dietro, qualunque sia il punto di partenza...il punto di arrivo per i figli è lo stesso: non sparisce solo un padre, sparisce un pezzo della propria vita.

Dott.ssa Capuano Maria Concetta



Dicembre


www.borgodeibambini.it

FESTE NATALIZIE... NONOSTANTE TUTTO

"OH HAPPY DAYS..." ?



Natale è sempre stata una delle feste (se non la festa) più sentite, amate e attese dell'anno, sia da parte dei grandi che dei più piccini. Nel tempo, però, si è trasformata in qualcosa di molto diverso rispetto al magico periodo che molti adulti di oggi ricordano rispetto alla loro infanzia.

Questa diversa percezione del Natale è collegata (in un rapporto di dipendenza e influenza reciproca) anche a dei reali cambiamenti culturali, economici, storici e sociali.

 

CAMBIAMENTI CULTURALI

Viviamo ormai in una società multiculturale, circa l'8% della popolazione regolarmente residente in Italia è formata da cittadini stranieri che praticano altre religioni, senza contare i dati statistici che mostrano come, anche all'interno della popolazione italiana cattolica, i praticanti e realmente credenti siano circa il 70%. Fin dalle scuola materne è possibile assistere ad una partecipazione ai riti natalizi (come le recite scolastiche, i canti corali o i presepi viventi) anche da parte di bambini che vengono da altre parti del mondo o i cui genitori hanno altri credi. È stimolante, in questi casi, scoprire che famiglie diverse da quelle di religione cattolica permettano ai propri figli, senza paure o pregiudizi, di imparare e partecipare a tradizioni diverse dalle proprie. La multiculturalità, o l'essere partner o genitori con credenze religioni diverse, può essere quindi vista come una risorsa, un segno di apertura mentale e di propensione all'arricchimento, da cui probabilmente sarebbe utile prendere esempio.

 

CAMBIAMENTI ECONOMICI

La profonda crisi economica mondiale che negli ultimi anni ci ha colpito, ha determinato, anche per questi ultimi anni, una visione delle festività Natalizie come poco ricche e piene di difficoltà. Da un lato molte persone sono disposte a rinunciare ai giorni festivi e a lavorare di più per poter guadagnare più soldi, dall'altro i dati statistici dimostrano come continui comunque a diminuire il re-investimento del denaro in acquisti natalizi. I consumi sono calati rispetto alle spese (a volte definite anche "folli") che si facevano fino a pochi anni fa: le famiglie si concedono meno viaggi (sopratutto all'estero), meno cene, meno addobbi e decorazioni, meno regali. Si può dire però che, soprattutto nel settore dei doni, le tendenze sembrano essere molto cambiate e sembrano mostrare, se vogliamo, l'altro lato della medaglia, il risvolto "positivo" della situazione di crisi in cui viviamo. Infatti, poichè il rapporto qualità/prezzo è diventato molto più importante, si presta maggiormente attenzione alla qualità del regalo, intesa come utilità per chi lo riceve e come rispetto per la sostenibilità ambientale e l'etica sociale in generale. La necessità di una maggiore oculatezza nelle spese, quindi, può portare anche l'individuo a soffermarsi maggiormente a riflettere sulla scelta di un prodotto che rispecchi i suoi valori morali e che rifletta il valore (non tanto economico quanto emotivo e simbolico) che ha in sè il dono da regalare.

 

CAMBIAMENTI STORICI

Oggi si parla di società multimediale e di era digitale: la velocità di sviluppo e di diffusione dei mezzi tecnologici e di comunicazione hanno profondamente cambiato il modo di vivere i momenti quotidiani e le ricorrenze speciali. Da un lato, grazie agli smartphone e ai pc è possibile video-chattare con qualcuno e renderlo partecipe di avvenimenti importanti come se egli stesso fosse presente in quel momento. Dall'altro lato, però, non è raro assistere, come le stesse pubblicità trasmesse in tv dimostrano, a riunioni e pranzi natalizi in cui tutti, adulti compresi, passano molto tempo digitando sulla tastiera dei propri tablet e molto meno giocando a tombola o semplicemente chiacchierando e passando insieme del tempo di qualità. Anche in questo caso abbiamo due facce della stessa medaglia: l'immediatezza e la facilità di comunicazione, la possibilità di avvicinare persone distanti e di creare prodotti e ricordi perfetti (come i video e le foto), contro il rischio di perdere di vista la spontaneità (e dunque l'unicità) del momento, di rinunciare a partecipare ad una conversazione con persone diverse da quelle che frequentiamo ogni giorno, di allontanarsi dalle persone presenti realmente per immergersi nel mondo virtuale.

 

CAMBIAMENTI SOCIALI

Uno dei cambiamenti sociali più rilevanti, considerando che il Natale è una ricorrenza che si festeggia principalmente in casa, riguarda proprio la famiglia, oggi molto più complessa e variegata rispetto al concetto tradizionale cui si era abituati fino a non molto tempo fa. Basti pensare ai genitori separati o divorziati e quindi alle conseguenti famiglie monogenitoriali, famiglie allargate, ricostituite ecc... Anche in questi casi le soluzioni scelte sono diverse: alcuni riescono a dare ai bambini la possibilità di passare del tempo con entrambi i genitori, altri delegano completamente ai figli l'enorme responsabilità di scegliere con chi trascorrere le feste, altri ancora, nell'intenzione di agire per il bene dei figli, tentano di creare un'atmosfera di armonia e di riunirsi almeno per le feste (a volte però senza considerare il rischio di rapporti ancora tesi e difficili, di creare false illusioni nei figli o di inviare messaggi incoerenti sull'unione familiare). A queste situazioni si aggiungono, inoltre, le relazioni con nuovi partner dei genitori, fratelli o sorelle acquisiti, senza parlare delle famiglie di origine e dei parenti con i quali le relazioni possono essere meno profonde e meno frequenti.

 

Come anticipavamo, tutti questi cambiamenti si riflettono nella percezione che si ha, ai giorni nostri, del Natale e delle festività in generale. Dietro i momenti di festa, di allegria e convivialità, dietro le cene e i pranzi tra risate e racconti con amici e parenti, dietro i regali ben incartati e posti sotto l'albero...cosa si nasconde in realtà?

Per molti il sorriso natalizio può celare, come abbiamo accennato, preoccupazioni economiche, stress per le preparazioni, le corse ai regali o i cenoni "obbligati", momenti di conflitto o tensioni familiari che durante il resto dell'anno è possibile tenere sopite. Sono diversi gli studi che dimostrano come paradossalmente durante il Natale, uno dei periodi dell'anno più gioioso, pieno di luci, colori e stimoli, aumenti l'incidenza di disturbi depressivi nella popolazione generale e nelle persone già propense a sintomi depressivi o ansiosi. Ci si trova infatti, in un clima di forzata e imposta felicità, a dover fare i conti con le proprie sensazioni di tristezza, solitudine, ansia e senso di soffocamento.

Per molti altri, però, il Natale è un momento per respirare un'atmosfera di serenità e di gioia, per partecipare a piccoli riti quali la preparazione del presepe o dell'albero, le cene in famiglia o le tombole di fine anno, per condividere con le persone care le cose, in fondo, più importanti: la presenza e la compagnia, un dono magari anche solo simbolico, il proprio affetto e la gioia di stare insieme.

Nella speranza che chi sta leggendo questo articolo abbia la possibilità e la fortuna di condividere quest'ultima percezione del Natale (e sperando invece che per gli altri l'anno a venire porti miglioramenti e novità) auguro a tutti buone vacanze!! OH HAPPY DAYS!!

dr.ssa Mirka Capuano



Novembre


www.elpartoprematuro.com

17 NOVEMBRE, GIORNATA MONDIALE DEDICATA AI NEONATI PRE-TERMINE

 

" Ore 4:35: nasci tu pulcino mio. [...] Ti vedo al volo, un pianto simile ad un miagolio e piccolo,

piccolissimo che invece di abbracciare la tua mamma hai subito dovuto affrontare la sofferenza. [...] 

Ti auguro una vita meravigliosa amore mio, la vita per cui tanto hai combattuto.

Io farò l'impossibile per farti crescere sereno forte e circondato da tanto amore!

Ora però siamo certi di una cosa: che fin quando saremo insieme non esisteranno GUERRE capaci di distruggerci!"

 

 

Questa è solo una delle numerose e commoventi testimonianze che i genitori di bambini nati prematuri ci hanno fatto l'onore di condividere, nei libri, nei blog, nei video sulla rete. Da diversi anni il 17 Novembre è la Giornata Mondiale della Prematurità: in molte nazioni, rispondendo all’appello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le persone e le associazioni si uniscono sotto il colore viola per onorare i 15 milioni di bambini prematuri che nascono ogni anno.

 

LA PREMATURITA'

Brevemente, i bambini prematuri sono quei neonati che vengono alla luce prima del completamento della 37ma settimana di gestazione. I prematuri si classificano in base all’età gestazionale alla nascita (prematurità leggera, media, grave), perché in base a questo hanno raggiunto uno sviluppo alla nascita sostanzialmente differente e a questo sono legate patologie e aspettative di sopravvivenza radicalmente differenti. A differenza dei neonati sottopeso, i neonati pretermine hanno avuto uno sviluppo intrauterino regolare fino al momento in cui un fattore scatenante ne ha causato la nascita improvvisa. La crescita del feto, quindi, non ha subito interruzioni o interferenze fino al momento in cui, a causa di complicazioni, l’utero stesso segnala l’esigenza di espellere il feto dando spontaneamente inizio al travaglio. Le cause possibili sono numerose, ma spesso è difficile determinare quella specifica. Tra le più comuni possono esserci l'insorgere di infezioni, rischi connessi all'ambiente intra-uterino o alla placenta, fattori ereditari o malattie croniche, pluriabortività o età materna troppo giovane o troppo avanzata.

 

PREVENZIONE

In tutto il mondo circa un bambino su 10 nasce prematuro (in Italia ogni giorno circa 10 bambini sono sottoposti fin dal primo istante della loro vita a cure intensive invece di poter riposare tra le braccia della madre). Dei QUINDICI MILIONI di bambini prematuri che nascono ogni anno, circa un milione purtroppo non riesce a sopravvivere.

Come indicato nel "Manifesto dei diritti del bambino nato prematuro" (vedi link in fondo all'articolo), la prevenzione primaria (cioè quella mirata ad eliminare o allontanare la causa) è quella di più difficile attuazione. Essa si articola principalmente in programmi di controlli universali delle condizioni di rischio (che vengono proposti prima della gravidanza a tutte le donne) e nella conoscenza dettagliata e aggiornata della storia clinica della madre. L'obiettivo quotidiano delle terapie intensive neonatali è invece la prevenzione secondaria (cioè quella che cerca di contenere gli effetti causati dalla malattia). In questo senso i reparti di Terapia Intensiva Neonatale (TIS) sono sempre più dotati di personale ad altissima specializzazione e di tecnologie estremamente sofisticate dove assistere i neonati e le loro madri.

 

ASSISTENZA A 360°

Oltre alle importantissime e necessarie cure mediche e fisiche (ad es. il monitoraggio dei parametri vitali e delle possibili patologie, utilizzo della marsupioterapia, assistenza e supporto all'allattamento etc) è importantissimo considerare la necessità di informazione e di sostegno durante la degenza in ospedale ma anche, e soprattutto, nei primi tempi in cui la famiglia tornerà alla vita quotidiana e a casa. Inoltre è essenziale tener conto della necessità di SUPPORTO PSICOLOGICO per i genitori. La nascita pretermine può essere infatti un evento molto traumatico che di fatto interrompe bruscamente non solo il processo di maturazione del bambino, ma che può anche avere conseguenze su tutto il sistema familiare.

Quando il percorso di una gravidanza subisce un’interruzione brusca e violenta nel suo procedere, la simbiosi che caratterizza il rapporto madre-figlio per tutto il corso della gravidanza si sgretola, e trasforma il passaggio emozionale e psichico in un concentrato di forti tensioni. Spesso nel caso di un parto pretermine, i genitori non hanno il tempo materiale necessario per riorganizzare le aspettative ideali e poter essere pronti ad accogliere il figlio reale, che appare fragile e non ancora pienamente formato. Essi si trovano ad esperire forti angosce e paure, soprattutto quando il bambino oltre che arrivare in anticipo e inaspettatamente, si presenta in circostanze di sofferenze fisiche dovute alla presenza di gravi patologie (Latmiral & Lombardo, 2000).

 

VISSUTI EMOTIVI

Sono molti, quindi, i vissuti emotivi che entrambi i genitori possono sperimentare:

 

- colpevolizzazione e rabbia: in alcuni casi questi sentimenti possono essere rivolti verso l'esterno, ad es. verso l'equipe medica, in altri casi invece i genitori possono rivolgere la rabbia e il senso di colpa verso se stessi;

 

- negazione e anticipazione del lutto (Fava Vizziello, 1992),: in alcuni casi i genitori possono negare la difficoltà reale, in altri casi possono invece essere particolarmente pessimisti con la speranza (più o meno inconscia) che questo li aiuterà a distaccarsi dal punto di vista emotivo se il bambino non dovesse sopravvivere;

 

- perdita della speranza: oltre a vissuti depressivi i genitori possono vivere la nascita del bambino pretermine come una ferita narcisistica. Ciò, in particolare, è molto influenzato dal mondo esterno: è al nido, ai giardini pubblici, nel confronto con le altre famiglie e con gli altri bambini, che i genitori di nati pretermine sono portati a fare paragoni, a stabilire differenze accettabili o impossibili e, quindi, a sentirsi dei falliti o soddisfatti nel loro ruolo genitoriale (Fava Vizziello, G., & Calvo, V. 1997).

 

BISOGNI DA SODDISFARE

Tutta la famiglia, ma in particolare la mamma e il suo bambino, hanno bisogno innanzitutto di recuperare, per quanto possibile, il tempo da condividere e il contatto fisico, poichè questi sono preziosi alleati per il recupero relazionale e per la ri-elaborazione affettiva ed emozionale. E' importante quindi ricorrere ad ausili come le fasce, i marsupi, l'allattamento al seno o il sonno condiviso. Altri esperienze che possono aiutare nel costruire e rafforzare la relazione con il proprio bambino possono essere il tenere un quaderno dei progressi del bambino, fare fotografie, parlargli e accarezzarlo spesso.

Oltre a questo, è necessario che i genitori possano elaborare la propria esperienza, esprimendo il proprio vissuto emotivo e imparando così a gestire le comprensibili emozioni e lo stress. In particolare può essere d'aiuto la condivisione del proprio vissuto con amici, familiari ed esperti, oppure con genitori che abbiano avuto la stessa esperienza. Questo aiuterà a tenersi informati, e quindi ad essere preparati, ma anche a superare i sensi di colpa, di incomprensione e di isolamento.

 

IMPARARE DAI PROPRIO FIGLI E DA QUESTA INTENSA ESPERIENZA

Uno dei racconti che è possibile trovare in rete parla di Dio che spiega ad un angelo perchè una mamma avrà un bambino prematuro. Al di là delle credenze religiose, ciò che mi ha colpito è stato il ritratto che viene fatto di queste donne: donne forti, che non sono così tanto miti da naufragare in un mare di pietismo e disperazione. Donne indipendenti quanto basta per superare lo shock e la rabbia ed affrontare la situazione, che possono portare il loro bambino fuori nel mondo, anche se non è una cosa facile. Donne che non daranno niente per scontato, che non considereranno mai un solo passo come una cosa semplice o banale, donne che sapranno imparare dai propri figli. Tutti i bambini, infatti, hanno sempre grandi insegnamenti da regalarci, ma in particolare i neonati pretermine ci danno (ogni giorno, ogni minuto, ogni istante!!) un esempio e una lezione di coraggio, di forza, di voglia di vivere. Portano con la forza di combattere e di affrontare la vita, le difficoltà e il dolore.

E' per questo che vorrei concludere questo articolo con le parole di una mamma che è riuscita a conservare questo insegnamento, questo prezioso dono, anche se ha perso l'inestimabile tesoro che glielo aveva donato (a questo link è possibile vedere anche il commovente video

https://www.youtube.com/watch?v=rgBh6yiI8fw):

 

"Al mio piccolo guerriero, che ci ha insegnato a combattere fino alla fine.

Voglio che il mondo possa finalmente vederti perchè non posso più sopportare il silenzio,oltre al dolore della tua piccola vita spezzata

ho sopportato il dolore di non poterti mostrare a nessuno con orgoglio di mamma.

Sei il nostro piccolo angelo, sei nel profumo delle giornate d'estate e nella brezza del vento d'inverno.

Sei nei sogni che ci fanno svegliare e nei pensieri che cullano il sonno.

A te Filippo, piccoli occhi blu".

 

Dott.ssa Capuano Maria Concetta

 

Bibliografia e sitografia:

http://www.neonatologia.it/upload/Manifesto%20dei%20Diritti%20del%20Bambino%20Nato%20Prematuro%20DEF.pdf

Fava Vizziello G.M., Zorzi C., Bottos M. (1992). Figli delle macchine. Milano: Masson.

Fava Vizziello, G., & Calvo, V. (1997). La perdita della speranza. Effetti della nascita prematura sulla rappresentazione genitoriale e sullo sviluppo dell'attaccamento. Saggi, 1, 15-35

Latmiral S. & Lombardo C. (2000). Pensieri prematuri. Roma: Borla

 




Ottobre


http://www.alternet.org

EDUCAZIONE SESSUALE OLISTICA, OMOSESSUALITA', ETEROSESSUALITA', GENDER A SCUOLA.

Di cosa parla chi parla di gender?

La polemica sul "gender" sta animando da ormai molti mesi dibattiti e discussioni (dai toni anche molto accesi) nelle scuole ma anche  sui giornali, su internet, , nelle piazze, ai convegni.   Partecipano a queste animate controversie gli esponenti delle più disparate materie (più o meno scientifiche) e dottrine. Si tratta di un argomento che riguarda la scienza, la psicologia, la religione, ma anche la politica, l'educazione, la sociologia e chi più ne ha più ne metta. Le diverse tesi e i punti di vista sono stati espressi così tante volte, da così tante persone, che è ben lungi da me l'idea di scrivere l'ennesimo articolo in cui schierarmi da una parte o dall'altra e (tentare di) spiegare perché.
Leggendo e documentandomi sull'argomento ho pensato, invece, che mi sarebbe stato utile avere sottomano un testo informativo che non tentasse necessariamente di "convincermi a passare dalla parte giusta" e di "screditare la parte sbagliata". Ecco quindi quello che cercherò, umilmente, di fare: presentare, in modo neutro e rispettoso, le informazioni ufficiali lasciando a chi legge la possibilità di farsi un'idea personale e poi, eventualmente, di SCEGLIERE quale corrente rappresenta maggiormente il proprio pensiero.

Prima di tutto credo sia meglio spiegare il concetto (lo so, può sembrare scontato, ma vi stupirebbe sapere quante volte la gente parla o esprime opinioni su argomenti di cui non ha una conoscenza molto Gli "studi di genere" (in inglese "gender studies") sono un insieme di studi e ricerche a carattere multidisciplinare e multimetodologico che abbracciano diversi aspetti della vita umana, tra i quali l'origine dell'identità, il rapporto tra individuo e società o tra individuo e cultura. Nello specifico questi studi considerano l’identità sessuale un costrutto multidimensionale costituito da quattro distinte componenti:

1) Sesso biologico: ovvero l’appartenenza biologica al sesso maschile o femminile (determinata dai cromosomi sessuali, da ormoni, dai genitali esterni e interni)

2) Identità di genere: ovvero l’identificazione primaria della persona come uomo o donna che solitamente si stabilisce nella prima infanzia (i primi 3 anni di vita circa). Come ormai noto, il sesso biologico e l'identità di genere non sempre coincidono: non sempre il sesso biologico rappresenta quello in cui “ci si sente a casa”

3) Ruolo di genere: l’insieme di aspettative e ruoli su come gli uomini e le donne si debbano comportare in una determinata cultura e in un dato periodo storico. Si tratta, quindi, di un concetto strettamente collegato al contesto storico, sociale, culturale, ecc.. Basti pensare, per fare un esempio, al ruolo della donna (come ci si aspetta che essa si comporti, si vesta, cosa possa o non possa fare...) in un paese islamico come l'Arabia Saudita, oppure in Norvegia oggi, o in un paesino del sud Italia cinquanta anni fa

4) Orientamento sessuale: l’attrazione erotica, emotiva e affettiva verso i membri del sesso opposto, dello stesso sesso o di entrambi (per cui ci si può identificare come eterosessuali, omosessuali o bisessuali).

Una cosa molto importante da notare è che si parla di "STUDI DI GENERE" e NON di "TEORIA O
IDEOLOGIA GENDER". Diverse associazioni nazionali e internazionali, scientifiche e professionali, che si occupano di salute mentale, tra cui l'AIP (Associazione Italiana Psicologi), ribadiscono "l'inconsistenza scientifica del concetto di ideologia gender", il che significa, in parole semplici, che non esiste una ideologia gender. Questa associazione ha diramato un documento ufficiale nel quale esprime il proprio punto di vista, affermando che riconosce l'esistenza di studi scientifici di genere che "hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza di tematiche di grande rilievo per molti campi disciplinari (dalla medicina alla psicologia, all’economia, alla giurisprudenza, alle scienze sociali) e alla riduzione, a livello individuale e sociale, dei pregiudizi e delle discriminazioni basati sul genere e l’orientamento sessuale" (nella bibliografia e sitografia finale è possibile trovare i link per leggere i documenti ufficiali).


QUAL E' IL "PROBLEMA PRINCIPALE"

In Italia molte delle polemiche sull'argomento sono collegate alla proposta di introduzione nelle scuole di progetti o corsi di educazione affettiva o sessuale.

In particolare, il DDL (Disegno di Legge) 1680 proporrebbe "l'integrazione dell'offerta formativa dei curricoli scolastici di ogni ordine e grado con l'insegnamento a carattere interdisciplinare dell'educazione di genere finalizzato alla crescita educativa, culturale ed emotiva, per la realizzazione dei principi di eguaglianza, pari opportunità e piena cittadinanza". Dovrebbe quindi trattarsi di progetti educativi, elaborati su basi scientifiche da professionisti validi e qualificati, spesso vigilati dagli ordini regionali di competenza (per intenderci, non dovrebbero essere progetti improvvisati su due piedi). Il loro scopo primario dovrebbe essere quello di promuovere la tolleranza e prevenire e disincentivare ogni forma di discriminazione contro la diversità, inclusa l'omofobia e la violenza di genere.

Questa linea di pensiero, d'altronde, sarebbe in linea con gli "Standard per l'Educazione Sessuale in Europa", un documento redatto dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Brevemente, questo documento tratta nella prima parte il tema dello sviluppo sessuale del bambino, del bisogno di contatto e della ricerca del piacere (che non è ricerca sessuale come potrebbe intenderla un adulto), spiegando l’importanza di una educazione sessuale formale nel bambino e come questa, se organizzata correttamente, possa portare grandi benefici  allo sviluppo affettivo dei bambini. Nella seconda parte propone delle tabelle suddivise per fascia di
età (0-4 anni, 4-6 anni, 6-9 anni, 9-12 anni, 12-15 anni, da 15 anni in su) con gli argomenti idonei a quel periodo dello sviluppo, suddivisi per tematiche generali: “Il corpo umano e lo sviluppo”, “Fertilità e riproduzione”, “Sessualità”, “Emozioni/affetti”, “Relazioni e stili di vita”, “Sessualità, salute e benessere”, “Sessualità e diritti” e “Influenze sociali".

Nelle mie ricerche sull'argomento ho visionato diversi articoli, immagini e volantini che contenevano frasi e brani tratti da questo documento. Ma, in generale, ogni frase o brano estrapolato dal suo contesto originale può veicolare un significato diverso da quello iniziale, quindi, per chi volesse approfondire, rimando al documento ufficiale, il cui link è alla fine dell'articolo. Inserisco, a titolo di esempio, due immagini, una tratta dal documento ufficiale dell'OMS, l'altra da un volantino "riassuntivo" delle linee guida.

Ricordo che l'ottica e lo scopo con cui ho scritto questo articolo è di voler dare ad ognuno la possibilità di farsi una propria idea. Mi rendo conto che questo richiede uno sforzo e un impegno (mentale, di tempo e di energie) maggiori di quanto potrebbe servire per sfogliare i primi due articoli usciti da una ricerca su google, ma credo davvero che dopo sarà maggiore la soddisfazione personale e anche la solidità del proprio pensiero.


COSA AFFERMANO GLI ENTI UFFICIALI

L'AIP, nel documento ufficiale di cui parlavo prima, afferma che "favorire l’educazione sessuale nelle scuole e inserire nei progetti didattico-formativi contenuti riguardanti il genere e l’orientamento sessuale non significa promuovere un’inesistente “ideologia del gender”, ma fare chiarezza sulle dimensioni costitutive della sessualità e dell’affettività, favorendo una cultura delle differenze e del rispetto della persona umana in tutte le sue dimensioni e mettendo in atto strategie preventive adeguate ed efficaci capaci di contrastare fenomeni come il bullismo omofobico, la discriminazione di genere, il cyberbullismo. La seria e appropriata diffusione di tali studi attraverso corrette metodologie didattico-educative può dunque offrire occasioni di crescita personale e culturale ad allievi e personale scolastico e contrastare le discriminazioni basate sul genere e l’orientamento sessuale nei contesti scolastici, valorizzando una cultura dello scambio, della relazione, dell’amicizia e della nonviolenza".

L'OMS, nell'introduzione degli Standard, afferma di voler "contribuire a introdurre l’educazione sessuale olistica. L’educazione sessuale olistica fornisce a bambine/i e a ragazze/i informazioni imparziali e scientificamente corrette su tutti gli aspetti della sessualità e contemporaneamente li aiuta a sviluppare le competenze necessarie ad agire sulla base delle predette informazioni, contribuendo così a sviluppare atteggiamenti rispettosi ed aperti che favoriscono la costruzione di società eque". Si continua riconoscendo che "introdurre l’educazione sessuale – specialmente nelle scuole – non è sempre facile: molto spesso si incontrano resistenze basate principalmente su paure e idee erronee. E’ nostro auspicio che gli Standard del presente documento possano svolgere un ruolo positivo incoraggiando gli Stati ad introdurre l’educazione sessuale o ad ampliare i programmi già esistenti per arrivare ad un’educazione sessuale olistica".

L'Unicef, nel suo Position Statement del novembre 2014, ritiene che "debbano essere adottate ulteriori misure per modificare gli atteggiamenti e proteggere i bambini e le famiglie dalla discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Le norme sociali positive, che riconoscono e accolgono le diversità culturali del mondo, dovrebbero essere rafforzate per includere il riconoscimento, la tutela e la promozione dei diritti umani di tutte le persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, reali o presunti, e non deve essere tollerato l’abuso fondato su tali ragioni".

Il DDL 1680, all'art. 2, si propone di definire "linee guida dell'insegnamento dell'educazione di genere che forniscano indicazioni per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado, tenuto conto del livello cognitivo degli alunni, i temi dell'uguaglianza, delle pari opportunità, della piena cittadinanza delle persone, delle differenze di genere, dei ruoli non stereotipati, della soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, della violenza contro le donne basata sul genere e del diritto all'integrità personale".

In questo articolo non ho voluto, di proposito, parlare delle posizioni a favore o contro l'argomento "Gender" (in particolare nelle scuole), poiché penso che gli appartenenti ai diversi gruppi d'opinione abbiano già avuto spazio e modo di esprimere le proprie idee. La mia personale impressione è che in questo dibattito/scontro/polemica ci siano spesso (più o meno involontariamente) equivoci dovuti ad informazioni incomplete, inesatte o estrapolate dai loro (con)testi ufficiali, polemiche a volte sterili e condotte in assenza di controparti o di professionisti del settore adeguatamente informati e che spesso sfociano in politicizzazioni, qualunque sia la corrente di pensiero.

Da entrambe le parti ("pro" e "contro") c'è chi fa discorsi sulle persone (che si tratti di minori, di genitori, di credenti o di gay) disquisendo su cosa è giusto e cosa no, difendendo qualcuno e accusando qualcun altro, ma comunque parlando di esseri umani. Accanto al pensiero di chi si esprime per le persone, tuttavia, ci sono (troppo spesso secondo me) discorsi, scritti e parole spese a favore o contro lo Stato, la religione, la politica, ecc.. Da un lato, ad esempio, c'è chi si preoccupa che si "inneggi alla difesa di una religione che in certi casi non dovrebbe essere neppure chiamata in causa in uno Stato laico", e dall'altro c'è chi teme che si stia "riproducendo, sotto l’involucro del “gender”, quel tentativo di formare una “coscienza di classe” che è tipico di tutte le ideologie politiche". In entrambi i casi è raro sentir parlare di persone, o leggere la parola mamma o bambino, o anche omosessuale, o cattolico, o maestra, o fidanzato. Io leggo di concetti astratti, sicuramente importanti ma che rischiano, a mio avviso, di far perdere di vista il fulcro, il centro del discorso:
Paradossalmente il riferimento alle persone io l'ho trovato di più nei documenti ufficiali e nel pensiero scientifico che vi ho sopra riportato. In mezzo a tutto questo marasma che coinvolge anche la fede, la politica e le istituzioni, c'è un pensiero scientifico e autorevole che parla solo degli esseri umani, delle loro linee di sviluppo, del loro benessere globale e della promozione dei loro diritti. Questo è quello che ho cercato di ricordare prima di tutto a me stessa e questo è quello che cerco di far presente a voi, che vi siete presi la briga e il tempo di leggere il mio articolo. Spero di avervi trasmesso delle informazioni utili e soprattutto la voglia e il desiderio di approfondire l'argomento, anche con me se volete: potreste esprimere domande, dubbi o

Dott.ssa Capuano Maria Concetta

Batini Federico, Comprendere le differenze. Verso una pedagogia dell'identità sessuale, Armando Editore,

Butterworth George, Harris Margaret, Fondamenti Di Psicologia Dello Sviluppo, Psychology Press, 1998.

http://www.aipass.org/files/AIP_position_statement_diffusione_studi_di_genere_12_marzo_2015(1).pdf

http://www.unicef.it/doc/6112/eliminare-la-discriminazione-contro-i-bambini-e-i-genitori-basata-su-orientamento-sessuale-e-identita-di-genere.htm

http://www.aispa.it/attachments/article/78/STANDARD%20OMS.pdf

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/845618/index.html?stampa=si&spart=si&toc=no











www.ladyblitz.it

RICOMINCIA LA SCUOLA... QUANDO I FIGLI TORNANO TRA I BANCHI I GENITORI COSA FANNO?

Moltissime famiglia si stanno ormai lasciando alle spalle le vacanze estive e guardano dritte verso di loro, verso un portone più o meno grande ed una squillante campanella che avvisa..."DRIIINNN" il nuovo anno scolastico sta per iniziare!!

Questo importantissimo evento porta quasi sempre con sè una marea di emozioni diverse, sia per chi lo vive per la prima volta, sia per chi è ormai "abituato", sia che si tratti di figli sia che si tratti di genitori.

Bambini che stanno per iniziare la Scuola dell'Infanzia, genitori il cui secondo figlio frequenterà la terza elementare, adolescenti alle prese con il primo anno di scuola superiore... sono tutte persone diverse che però sono accomunate dalle sensazioni e dalle emozioni comuni che possono provare: gioia, entusiasmo, curiosità, ma anche paura, ansia, stress.

Su internet si trovano molti articoli ben scritti che affrontano questo argomento pensando ai bambini: come aiutarli e prepararli al primo giorno di scuola in assoluto o al rientro in aula dopo le vacanze estive, come fargli riprendere i ritmi sonno-veglia, quale alimentazione è consigliata, quali accessori comprargli, come aiutarli a gestire l'ansia o la mancanza di concentrazione e attenzione e chi più ne ha più ne metta.

Quello che io vorrei fare, quindi, è pensare invece ai genitori: a coloro che alle 8:00, dopo la colazione restano a casa con le tazze da lavare o a coloro che, dopo aver accompagnato i bambini a scuola, sono già in auto per andare al lavoro. Proviamo quindi a riprendere i consigli più validi e gettonati per gestire il rientro a scuola dei nostri figli e a ripensarli come suggerimenti validi per noi stessi.

- PREPARARE E PREDISPORRE IL MATERIALE

Gli acquisti necessari per la scuola possono diventare davvero tanti: non solo libri e quaderni ma anche zaini, zainetti, grembiuli, astucci diari... fino ad arrivare a cose più ricercate come compassi, goniometri, linee dei numeri e gommalacca... il compito può diventare davvero impegnativo, per questo avere una lista accurata può essere d'aiuto ad ottimizzare i tempi e a rendere più spedito ed efficiente il compito. Sarebbe molto bello riuscire ad organizzare un pomeriggio in cui fare lo shopping scolastico con il proprio figlio, in modo da renderlo anche un piacevole momento di condivisione e perchè no...di divertimento.

- CURARE I RITMI SONNO-VEGLIA E L'ALIMENTAZIONE

L'equilibrio psicofisico è sempre importante, ma lo è a maggior ragione quando oltre a pensare a noi stessi siamo anche responsabili della salute e del benessere di qualcun altro. Mantenerci in salute, essere riposati e pieni di energie assume quindi una tripla valenza: è importante farlo per amore verso noi stessi, per amore verso i nostri figli e per dare loro il buon esempio!

ORGANIZZARE I TEMPI E GLI SPAZI

Sapere chi va a prenderli a scuola, quali giorni hanno attività extrascolastiche (possibilmente senza esagerare), quando è il momento di fare i compiti e quando quello di giocare o parlare al telefono con le amiche...sono tutte informazioni che danno regole, confini e sicurezze ai nostri figli e contemporaneamente rendono più tranquilli e coordinati noi genitori.

- PROVARE ENTUSIASMO E FESTEGGIARE

La scuola, come il lavoro, è un'attività impegnativa e faticosa, ma è anche fonte di soddisfazioni e crescita! E quindi l'investimento di tempo e di energia fisica e mentale, sia dei grandi che dei piccini, merita di essere riconosciuto, apprezzato e gratificato! Ricordarlo a noi stessi può aiutarci a trasmettere questo importante concetto anche ai nostri figli. Concedetevi un gelato con i vostri bambini alla fine del primo giorno di scuola o dopo un bel voto. Concedete a voi stessi una passeggiata o una coccola per premiarvi del vostro lavoro.

- ESPRIMERE LE EMOZIONI

Lo abbiamo già accennato prima, l'inizio della scuola porta con se molte emozioni diverse, che è bene far manifestare e comunicare ai propri figli. Allo stesso modo, però, è importante ascoltare anche noi stessi, darci la possibilità di riconoscere ed esprimere emozioni quali la preoccupazione, la paura e l'ansia per i propri figli (si troverà bene? gli piaceranno i suoi nuovi compagni di classe? qualcuno farà il bullo con lui? prenderà bei voti?), o per noi stessi (cosa farò ora a casa quando il mio bambino va a scuola? se si trovasse meglio a scuola che a casa? sarò in grado di aiutarlo a svolgere i compiti?). Ricordiamoci che queste emozioni e questi pensieri sono naturali e condivisi da molte persone, quindi non bisogna farsi spaventare, ma se vi sembra che diventino troppo incombenti si può sempre chiedere una consulenza per parlarne con calma con un esperto. Infine, altre emozioni a cui è giusto dare spazio sono la felicità e il senso di rilassamento. Ebbene sì,essere contenti che i propri figli saranno a scuola e che quindi si potrà godere di un po' di riposo per qualche ora o che si avrà un po' di tempo a disposizione per se stessi non vuol dire non essere dei bravi genitori! Anzi, persone più felici e rilassate sono genitori più entusiasti e dinamici!

- CONDIVIDERE

Il dialogo in una famiglia è molto importante ed è una cosa che si impara e che si trasmette. Per incoraggiare la comunicazione e non rendere lo scambio di informazioni una specie di "interrogatorio" (com'è andata a scuola? avevi fatto tutti i compiti? cos'hai da fare per domani?) si può coinvolgere i propri figli raccontando noi stessi degli aneddoti di cosa è accaduto a lavoro o a casa mentre loro non c'erano. Diamo inoltre la possibilità di parlare non solo di cosa è successo ma anche di cosa si pensa, di cosa si prova rispetto ad un evento. Diamo consigli se ci sono chiesti o supporto e comprensione se c'è qualcosa che non va. Chiediamo attenzione e ascolto se abbiamo qualcosa di importante da dire.

- STARE INSIEME... STARE DA SOLI

Per una famiglia è importante che ci siano momenti in cui stare insieme sia nel quotidiano (ad es. sarebbe molto importante almeno uno dei pasti principali) sia in occasioni speciali (una festa, una gita organizzata in un pomeriggio non troppo impegnato, un film guardato insieme se si è a casa un po' malati). Passare del tempo con i propri cari ricarica, dona benessere, permette di costruire intimità, condivisione e ricordi. Ma è importante anche avere la possibilità, e la capacità, di passare del tempo da soli. Quando i figli stanno studiando o sono fuori casa, concediamoci uno svago o coltiviamo un hobby. Come tutte le sane abitudini e i buoni principi, anche l'indipendenza e il sapersela cavare da soli è una cosa che si può insegnare meglio se si sperimenta in prima persona!

Dott.ssa Capuano Maria Concetta



luglio  2015


www.upsa-ti.ch

LA FAMIGLIA … (e la rubrica) VA IN VACANZA!

È arrivata l’estate! La bella stagione porta con sé il sole, il caldo e soprattutto la possibilità di godersi (se e per quanto tempo possibile) un bel periodo di vacanze!! Le vacanze estive possono essere un’occasione per staccare un po’ il cervello, prendersi una pausa dal lavoro o dagli impegni fissi quotidiani. Muoversi di più, dormire meglio, godere di maggior tempo libero aiutano a ridurre lo stress, a rienergizzare le nostre capacità cognitive e in generale a migliorare il nostro benessere globale. Il periodo delle vacanze, però, non è sempre e solo sinonimo di relax e divertimento, soprattutto quando è necessario pensare anche ad una famiglia e a dei bambini. Nonostante un livello minimo di stress e conflitti facciano parte della vita di ognuno di noi, per garantire a tutta la famiglia un sereno periodo di vacanze, sarà necessario riuscire ad adattarsi e conciliare le proprie necessità con quelle del proprio partner e con la presenza dei bambini. Bisogna inoltre tener conto di altri fattori esterni che possono influire nell’organizzazione e nella gestione delle vacanze estive: periodi di vacanza diversi per i genitori, assenza di ferie, presenza di nonni o altri familiari che “richiedono attenzioni e partecipazione” etc… 


VACANZE CON BIMBI PICCOLI


Quando si organizzano vacanze con bambini piccoli è importante riuscire a conciliare tra le esigenze e le attenzioni di cui hanno bisogno i figli e la necessità di riposo dei genitori, in particolare della madre. Per rendere le cose più semplici e piacevoli per tutti possono servire alcuni accorgimenti. Il luogo “ideale” dovrebbe essere facilmente e velocemente raggiungibile, in una località poco caotica e con tanto verde o spiagge sabbiose. Potrebbe essere di aiuto, inoltre, la presenza nelle vicinanze di servizi dedicati ai più piccoli, come “baby club” o “baby parking”, che possano aiutare i genitori a “tirare un po’ il fiato” ogni tanto e che possano far divertire i propri figli insieme ad altri bambini. 


VACANZE CON I NONNI


Far trascorrere ai propri figli una parte delle vacanze estive con i propri nonni ha diversi aspetti positivi. Ci sono innanzitutto aspetti pratici, come la possibilità di avere delle persone che si occupino dei bambini sostituendo i genitori che magari sono ancora a lavoro, baby-sitter o centri estivi. A livello più emotivo e relazionale, quando abitano lontano i nonni e i nipoti possono approfittarne per passare più tempo insieme e quindi rendere il loro rapporto e il loro legame affettivo più duraturo e profondo. Potranno giocare insieme, raccontare storie e aneddoti, creare insieme nuovi bei momenti da ricordare in futuro e fare insieme attività nuove e diverse (soprattutto se abitano in zone più rurali). Anche per i genitori possono esserci dei vantaggi: sia che si lavori, sia che ci si prenda una pausa dal tram tram familiare (cosa per la quale non ci si deve assolutamente sentire in colpa!), sapere che i propri figli sono al sicuro, coccolati e accuditi, può dare la possibilità di prendersi una piccola, meritata, vacanza di coppia! Naturalmente sono necessari dei piccoli accorgimenti: la presenza di un buon rapporto tra genitori e nonni, basato sulla comunicazione e sull’affetto, renderà sicuramente le cose più facili. Questo infatti permetterà ai genitori di affidare i propri figli con meno sensi di colpa e la sicurezza che siano in “buone mani” e di avere complicità nel mantenere certe regole e pratiche quotidiane.


VACANZE AL GREST O AL CENTRO ESTIVO


Se i genitori stanno ancora lavorando e non c’è la possibilità di “approfittare” della presenza dei nonni o di altre persone di fiducia a tempo pieno, si può optare per i campus di vario tipo, che propongono le più disparate attività e la possibilità di stare con altri bambini in un ambiente e in un contesto meno strutturato di quello della scuola o delle organizzazioni sportive che riempiono il tempo dei bambini durante il resto dell’anno. Questa situazione è molto comune (lo sappiamo bene tutti) e quindi sono tante e allettanti le alternative e le proposte tra le quali è possibile scegliere. Anche in questo caso, naturalmente, entrano in gioco molti fattori esterni, come la disponibilità economica, la vicinanza a casa o al luogo di lavoro, la fascia oraria coperta. Tutti questi elementi sono molto importanti e decisivi, ma un piccolo suggerimento potrebbe essere di scegliere, per quanto possibile, anche in base a quello che i bambini potrebbero preferire o trovare più stimolante. Se gli piace molto lo sport, ad esempio, sarebbe meglio scegliere un Centro Estivo centrato su queste attività, anche se richiede qualche piccolo sforzo o sacrificio come un tragitto un po’ più lungo o una piccola differenza di prezzo. In questo modo il bambino sarà più stimolato e contento di andare, voi genitori sarete più sereni e soddisfatti e si potrà sfruttare questa occasione trasformandola in qualcosa di più di un semplice “parcheggio” estivo perché non si hanno altre alternative.


VACANZE DA SOLI PER I FIGLI


In base all’età dei propri figli o alle disponibilità, è anche possibile pensare ad un periodo di vacanza in cui i figli siano lontani da casa per un periodo di tempo limitato (da qualche giorno ad un paio di settimane magari). Ad esempio possono partecipare a dei campi scuola lontani da casa, o possono trascorrere una breve vacanza con la famiglia di un amico. Queste opportunità sono molto importanti per i figli, perché permettono di sperimentare (in modo graduale e temporalmente limitato) la propria autonomia e capacità di cavarsela da soli, di rafforzare il rapporto con i pari e di sviluppare anche a livello emotivo e psicologico una sana separazione e individuazione dalla figura dei genitori. Naturalmente queste prima esperienze vanno ben preparate e gestite, senza dare ai figli l’angosciosa sensazione di un abbandono o, al contrario, l’idea di “poter fare quello che gli pare” senza controllo da parte della mamma e del papà.


VACANZE IN FAMIGLIE SEPARATE

Un’altra situazione abbastanza frequente è quella in cui i genitori sono separati, nel qual caso è importante permettere ad entrambi di passare del tempo con i propri figli, senza spezzettare troppo i tempi, senza trasformare questa occasione in una competizione con l’altro genitore (facendo a gara a chi offre di più) e pensando prima ad aspetti importanti quali la presenza o meno di un nuovo eventuale partner.


PER CONCLUDERE

Ogni famiglia ha le sue esigenze uniche e particolari, i propri desideri da conciliare con gli impegni e le possibilità. Il lavoro, le faccende domestiche e gli amici sono tutte cose importanti e non sempre per i genitori è possibile metterle in stand-by durante l’estate, anche se a discapito del tempo da passare insieme ai figli. Anzi, tra i motivi per cui i genitori lavorano duramente c’è proprio quello di poter dare e fare di più per i propri cari. Tuttavia c’è una cosa importante da ricordare: i nostri figli hanno bisogno di cure e benessere fisico, di cibo, di abiti, di giochi e di medicine. Hanno bisogno di poter andare a scuola con tutto il materiale necessario, di frequentare un corso o praticare uno sport e di andare ogni tanto al cinema o al parco giochi. Ma hanno anche bisogno dei propri genitori, della loro presenza non solo emotiva ma anche fisica. Hanno bisogno di stare con loro, di giocare e fare una passeggiata insieme, anche se magari non sarà possibile comprare ogni volta il gelato. La cosa, inoltre, è reciproca: passare del tempo con i propri figli fa bene al corpo e alla mente. Certo a volte ci si arrabbia, ma ci sente anche più sereni e rilassati e si immagazzina energia e vitalità per poter poi svolgere tutti gli altri compiti della vita quotidiana. Buone vacanze quindi, a tutti voi! Passate del tempo di qualità con i vostri figli!
Ci risentiamo a settembre, con l’inizio della scuola…ma di questo ne parleremo a tempo debito.


Dott.ssa Maria Concetta Capuano





giugno  2015

www.robadadonne.it

DIRE DONNA … DIRE MAMMA … E POI?

QUANTI ALTRI RUOLI?

 

Consultando un dizionario, come ad esempio quello della Treccani o della Zanichelli, si può leggere alla voce “MADRE”: donna che ha concepito e partorito, donna che ha generato dei figli, o se non li ha generati (come nel caso delle adozioni) in cui risulti preminente il ruolo di cura della prole. Continuando nella lettura e dando un’occhiata ai modi di dire più comuni, tra le prime locuzioni leggiamo “ESSERE UNA BUONA MADRE DI FAMIGLIA”: dedita alla cura dei figli e della casa, che cura personalmente i figli e il buon andamento della casa.

Credo che queste definizioni, per quanto corrette da alcuni punti di vista, si soffermino solo su alcuni aspetti parziali della figura materna e dei ruoli che essa svolge. Sono, potremmo dire, incompleti, non a 360° bensì focalizzati solo sui significati e sulle funzioni più storiche, più tradizionali. In altre parole, non sembrano essere state aggiornate rispetto a tutto ciò che significa oggi, nella nostra società e nel nostro secolo, essere una madre.

Infatti si sta prendendo sempre più consapevolezza del fatto che “donna” e “madre” siano due concetti diversi ma non separati. Essi anzi sono intimamente collegati e si influenzano a vicenda. Vi invito ad esempio a leggere la bella ed interessante campagna prodotta da Intervita, dalla quale è nato un opuscolo che si intitola  “Mia Mamma è (anche) donna”, disponibile a questo link (http://www.intervita.it/public/CMS/Files/616/Intervita%20Carta%20della%20Mamma%20BROCHURE.indd.pdf).

Una donna non deve per forza essere anche una madre nel corso della sua vita, così come diventare una madre non vuol più dire, per fortuna, accantonare gli altri ruoli, importanti e vitali, che una donna può ricoprire nel corso della sua vita. Al raggiungimento di questo importante traguardo hanno contribuito i vari movimenti e le lotte femministe, oltre alle più recenti teorie sociologiche, antropologiche e psicologiche. Prima il destino di una donna e la sua stessa identità dipendevano direttamente dalla sua capacità generatrice e procreatrice (“se non sono in grado di procreare io non esisto, la mia vita non ha significato”). Ora diventare madri non è più necessariamente l’unico obiettivo nella vita di una donna, non è più il fulcro principale attorno al quale ogni donna costruisce e da un senso alla propria identità, pur restando, per molte di esse, importantissimo. Oggi la donna spesso concentra su di sé contemporaneamente diversi ruoli: è moglie/compagna, è madre, è amica, è figlia, è professionista. In ognuno di questi compiti essa riversa energie e impegno, il suo ruolo sociale si è ampliato molto di più rispetto al passato, quando era principalmente (se non esclusivamente) solo “l’angelo del focolare”. Secondo lo psicoanalista Roberto Pani, sarebbe possibile parlare di un DNA socio-antropologico, cioè di una propensione innata al prendersi cura degli altri e quindi ad occuparsi con dedizione di qualsiasi compito senta il dovere di portare a termine.

Le conseguenze di questo concentrare su di sé diversi ruoli possono essere visibili prima di tutto a livello pratico: maggior impegno temporale, maggior dispendio di energia e quindi di vissuto di fatica. Ma non bisogna, naturalmente, sottovalutare le possibili conseguenze a livello emotivo e mentale. Alcune donne potrebbero sentirsi vulnerabili, avere paura di non riuscire a svolgere bene tutte le mansioni (a casa, a lavoro etc) o di non essere all’altezza. Altre donne potrebbero sentirsi in colpa: potrebbero temere che dedicarsi di più al ruolo di madre e moglie/compagna limiti la loro crescita professionale o che, al contrario, impegnarsi maggiorente nel campo lavorativo tolga tempo ed energia alla casa e alla famiglia. In relazione a questo, uno dei sentimenti più diffusi sembra essere quello della solitudine: molte donne sentono di avere bisogno di aiuto e consigli soprattutto sul come riuscire ad essere, nonostante tutti gli altri impegni, dei buoni genitori. A questo proposito vi consiglio la lettura del libro “Essere genitori oggi. I consigli di un grande psichiatra: amore, buon senso e logica.” (Alain, Braconnier, ed. Franco Angeli, 2012). Infine, molto diffuso potrebbe essere il senso di disorientamento, di paura e di stanchezza: tutti questi compiti e queste responsabilità richiedono un investimento quasi totale di energia e quindi, purtroppo, alla fine di una lunga e piena giornata la donna rischia di aver dedicato tempo, attenzioni e amore a tutte le persone attorno a lei ma di aver tralasciato … proprio se stessa, i propri desideri e i propri bisogni!

Vorrei quindi ricordare ad ogni donna che leggerà, condividerà o parlerà di questo articolo, che è giusto dedicare del tempo anche a se stesse, trovare del tempo per sé e riconoscersi i propri diritti: hai diritto ad avere responsabilità, ad avere un lavoro e ad essere accettata per quello che sei. Ma hai anche diritto alla dolcezza, alla tristezza e ad avere una relazione con la persona che ami. Hai diritto a divertirti, ad avere dei regali e degli spazi per te. Hai diritto a spendere 50€ per te o a non spazzare la casa per un giorno, andando invece in palestra o dove ti pare!

Infine, questo articolo vuole essere un riconoscimento ed un ringraziamento a tutte quelle donne che racchiudono in se stesse mille persone diverse: grazie per essere delle amiche, delle madri, delle insegnanti. Grazie di essere delle compagne, delle amanti, delle fruttivendole o delle manager. Grazie di essere un esempio e una dimostrazione che anche se può costare fatica, anche se a volte si vorrebbe gettare la spugna, anche se a volte non si sa dove la si trova la forza … alla fine della giornata si può dire davvero con soddisfazione: anche oggi ho vissuto.

Dott.ssa Capuano Maria Concetta

Bibliografia:

“Carta della Mamma” (Intervita)

Essere genitori oggi. I consigli di un grande psichiatra: amore, buon senso e logica.” (Alain, Braconnier, ed. Franco Angeli, 2012)



maggio  2015

http://genio.virgilio.it/domanda/304582/come-stata-scelta-data-festa-mamma

10 MAGGIO, FESTA DELLA MAMMA: LAVORETTI E BIGLIETTI D’AUGURI MA NON SOLO…

 

La figura della mamma (e di riflesso il riconoscimento più o meno esplicito dell’importanza del suo ruolo nella famiglia ma anche nella società) è da sempre festeggiata nelle diverse parti del mondo e dalle diverse tradizioni e culture.

 

UN PO’ DI STORIA E DI SIGNIFICATI

Le origini di questa ricorrenza affondano probabilmente le loro radici in tempi davvero molto antichi. I greci e i romani (e tante altre popolazioni politeiste prima di loro) dedicavano un’importante festa alla dea madre di tutti gli dei, simbolo della natura, della primavera, della procreazione e della fertilità e quindi emblema di tutte le madri e della continuazione della vita attraverso di loro. Con il passare del tempo questa festa è stata man mano spogliata dei suoi “significati pagani e religiosi” ed è stata incentrata maggiormente sul ruolo che la mamma assume non solo a livello familiare ma anche sociale!

In Inghilterra, ad esempio, la festa del “Mothering Sunday” nasce nel XVII secolo come giornata in cui i bambini, purtroppo numerosi, che vivevano lontani da casa per lavorare potevano tornare per un giorno e trascorrere finalmente del tempo con le loro famiglie.

Negli USA invece l’istituzione di questa festa è legata a donne e a movimenti sociali che si battevano per l’uguaglianza, la pace e i diritti umanitari. Julia Ward Howe, ad esempio, propose una giornata intitolata “Mother’s Day” in cui si celebrasse l’importanza di una pace duratura e l’inutilità della guerra. Anna M. Jarvis, invece, dopo aver perso la propria madre, propose e ottenne l’istituzione di una festa nazionale con l’obiettivo di permettere (e ricordare) ai figli di celebrare la propria madre mentre questa era ancora in vita.

Anche nei paesi musulmani (dove il ruolo riconosciuto alla donna è molto diverso dall’occidente) si celebra il “Ruz-e Madar”, la festa della mamma, una conquista molto importante perché riconosce formalmente l’uguaglianza della funzione genitoriale materna con quella paterna.

In Italia la prima celebrazione ufficiale fu nel 1957 da parte di Don Otello Migliosi ad Assisi, il quale le diede un significato non solo religioso ma anche culturale, riconoscendo alla madre la possibilità di essere una mediatrice tra le diverse culture.

 

COSA RISCHIAMO DI PERDERE

Ho voluto fare questo breve excursus non solo per condividere delle informazioni storiche e culturali, ma soprattutto per sottolineare gli importantissimi significati che sono stati associati alla figura della mamma:

ü  la madre è un simbolo della natura, della vita e della procreazione (e quindi della possibilità di futuro);

ü  la madre è un simbolo di famiglia e di unità, dell’importanza del passare del tempo insieme ai propri cari e di condividere affetti, emozioni, pensieri e parole (che a volte vengono dati per scontati);

ü  la madre è un simbolo universale e generale di amore e quindi di esaltazione della pace e dell’uguaglianza, tra gli uomini e le donne, tra le diverse culture, tra tutti gli esseri umani.

Nel corso del tempo, purtroppo, questa ricchezza di significati, questa profondità di intenti è andata perduta. Oggi la festa della mamma è considerata da molte persone come una delle tante ricorrenze consumistiche e mediatiche: un giorno in cui vendere più fiori, biglietti d’auguri, cioccolatini e in cui proporre offerte speciali nei negozi, nelle spa e nei ristoranti. Anche a livello intimo e familiare la festa della mamma spesso si riduce alla frettolosa consegna di un lavoretto realizzato a scuola da parte dei figli.

 

COSA POSSIAMO RECUPERARE E CAMBIARE

Non è sicuramente nei miei intenti svalorizzare l’importanza di questi piccoli ma importanti gesti, tutto sta nel valore che ciascuno di noi attribuisce loro. Ben vengano le occasioni di passare del tempo in famiglia tutti insieme e di accogliere con un sorriso il dono fatto con le manine (e con il cuore) dai propri bambini. Ma è ancora più bello ricordarci che dietro questi gesti ci può, ci dovrebbe essere anche dell’altro: la celebrazione della madre, di tutto ciò che essa rappresenta e dell’importanza che questo ruolo assume nella famiglia ma anche nella società!

Quest’anno allora perché non partire da questa recuperata consapevolezza? Perché non fare di questa giornata di festa “formale” una giornata di “sostanza”?

Si potrebbe partire dalle piccole cose, dal nucleo fondamentale che fa di una madre ciò che è: il rapporto con il proprio bambino. Accettate con gioia e con sincera gratitudine i lavoretti e i bigliettini che i vostri figli vi porteranno a casa, mamme. Sorridete e non mancate di far loro capire, anche a parole, che apprezzate e riconoscete l’impegno e l’amore che ci hanno messo. Non prendeteli frettolosamente e non riponeteli pensando già a quello che avete da fare dopo. Fermatevi con i vostri bambini a guardarli e ad ammirarli, fatevi raccontare la storia che c’è dietro la loro realizzazione. Se possibile, metteteli in mostra con orgoglio.

Un ultimo suggerimento: potreste fare un regalo speciale a voi stesse e anche al vostro bambino concedendovi un po’ di tempo insieme. Potreste preparare una torta, leggere un libro, fare una passeggiata, giocare con le costruzioni… decidete insieme cosa vi piacerebbe fare e mettetelo in pratica. I bambini ne saranno felici. E anche voi.

 

Dott.ssa Capuano Maria Concetta


aprile 2015


www.ilgazzettino.it

 MALTRATTAMENTI SUI BAMBINI NEGLI ASILI NIDO

Maestre, educatrici, baby-sitter: fatine buone o streghe cattive?

 

Basta cliccare su google le parole "maltrattamenti asilo" perchè in circa 40 secondi siano disponibili più di 160.000 (!!) risultati attinenti a questo drammatico argomento. Quello che ci si apre davanti è una sfilza di articoli di giornale che riguardano paesi e città indiscriminatamente del nord e del sud. A questi si aggiungono immagini e video che riprendono in modo crudo strattonamenti di bambini, urla, insulti fino ad arrivare a quelle che si possono considerare vere e proprie torture. Non voglio dilungarmi nei dettagli perchè credo che quanto accennato basti a infondere sentimenti di rabbia e di orrore in chi legge, uniti a volte da un senso di impotenza (e magari di colpa) dei genitori che si chiedono "come posso fare a capire se ci sono dei segnali di pericolo?" oppure "come avrei potuto accorgermi che c'era qualcosa che non andava?".

 

Prima di tutto credo sia importante ricordare che questi casi sono pochi e non rispecchiano quello che solitamente avviene nella maggior parte degli asili nido. Con questo non voglio però assolutamente sminuire l'importanza e la gravità di questi episodi: si tratta di eventi che colpiscono bambini, persone troppo piccole per potersi difendere e per capire cosa stia succedendo! Si tratta di episodi che possono avere conseguenze sul piano fisico ma anche e soprattutto psicologico! Però credo sia importante "non fare di tutta l'erba un fascio" perchè il rischio, in questo caso, potrebbe essere quello di una sfiducia collettiva e generalizzata in un servizio che resta comunque, in moltissimi casi, utile, professionale e attento ai bambini e alle loro famiglie.

 

COME INTUIRE SE C'E' QUALCOSA CHE NON VA?

 

I bambini che frequentano gli asili nido e la scuola materna sono molto piccoli e quindi non sono in grado, nella maggior parte dei casi, di verbalizzare il loro disagio e di raccontare quello che magari succede. È quindi importante fare attenzione a alcuni segnali che potrebbero indicare abusi e/o maltrattamenti, come ad esempio:

- reazioni psicosomatiche (ad es. tic nervosi o atteggiamenti ossessivi);

- comportamento che diventa più aggressivo o al contrario molto remissivo;

- giochi simbolici con cui il bambino potrebbe mettere in scena quello a cui assiste (ad es. maltratta le bambole o si rivolge a loro con insulti);

- manifestazione di segni di disagio quando è il momento di andare all'asilo (pianto improvviso, vomito etc);

- disturbi dell'alimentazione (in particolare inappetenza);

- disturbi del sonno e comparsa di incubi.

 

COME COMPORTARSI?

 

Una prima cosa importante da fare sarebbe consultare uno psicologo esperto di prima infanzia, per avere un parere specialistico sulla condizione del bambino. Si può inoltre tenere il bambino a casa per un certo periodo di tempo per verificare se l'allontanamento dall'ambiente temuto permette una regressione dei sintomi notati. Molto utile, infine, sarebbe il confronto con altri genitori di bambini che frequentano lo stesso asilo o nido. In questo modo si potrebbe verificare se anche altri bambini stanno mettendo in pratica comportamenti anomali o stanno manifestando segni di disagio. Se le proprie preoccupazioni sono condivise anche da altri genitori, se ci sono conferme di racconti analoghi, sarà necessario rivolgersi alle forze dell'ordine perchè intervengano nel modo più opportuno.

 

È sempre importante ricordare che tutti i segnali di cui abbiamo parlato finora possono essere "campanelli di allarme" e che quindi non andrebbero sottovalutati, perchè sono in ogni caso segnali di una situazione di disagio che il bambino sta vivendo. Questo però non significa automaticamente che il bambino stia vivendo situazioni di abuso all'asilo. Nonostante questo, però, è comprensibile che ciascun genitore oltre all'indignazione e all'orrore provi sentimenti di sfiducia e di paura. Sfiducia verso le persone a cui si affidano i propri bambini, proprio quelle persone che dovrebbero accudirli e coccolarli quando noi non ci siamo. Paura che certe cose possano accadere al proprio figlio e che non si riesca ad accorgersene in tempo.

Come affermano alcuni psicoterapeuti, ci lascia sempre frastornati e spaventati scoprire che il male a volte può essere più vicino di quello che potremmo pensare e che possa essere fatto da persone che invece dovrebbero fare del bene, proteggere e prendersi cura. Si pensa spesso "non può capitare proprio a me" ma la paura che invece "possa capitare proprio a me" resta, ed è umano. È normale e comprensibile.

Non si può però farsi condizionare troppo da questa paura, bisogna avere la consapevolezza che il male esiste e che non sempre è facile riconoscerlo. Ma bisogna anche riconoscere, e ricordare, che queste orribili vicende sono delle eccezioni, che restano tantissime educatrici, maestre etc che fanno il loro lavoro con coscienza e professionalità, con amore e dedizione.

Può sembrare difficile, ma è importante cercare di non farsi paranoie e di non perdere incondizionatamente la fiducia verso tutti. I rischi di avere pensieri sempre e solo negativi e di vivere costantemente nel sospetto che qualcosa possa accadere all'asilo o a scuola sono tanti. Si vive costantemente nella paura e nel bisogno di difendersi da un mondo vissuto come cattivo, si vive nel sospetto e quindi non si vive bene. E questo non fa bene né a se stessi né ai propri figli!

È importante non vivere nell'illusione che sia tutto rose e fiori, che le persone siano tutte fatine buone. Ma è anche importante non passare ai propri bambini il messaggio che nascosto in ogni angolo ci sia una strega cattiva.

 

Bibliografia

Foti, Bosetto, Maltese. Il maltrattamento invisibile. Scuola, famiglia, istituzioni. 2003, Franco Angeli.

 

marzo 2015

http://www.mammeancona.it


DEPRESSIONE POST-PARTUM

Le mamme invincibili e invulnerabili a tutto non esistono

 

Stringere tra la braccia il proprio figlio, dopo averlo portato in grembo per nove lunghi mesi, dopo averlo immaginato, dopo averci parlato e dopo averlo accarezzato attraverso il pancione, è uno dei momenti più magici nella vita di una donna. Si prova una grande felicità, un senso di pienezza, sembra di toccare il cielo con un dito. A volte però, dopo qualche giorno, questa sensazione di felicità e di invincibilità sembra svanire pian piano, lasciando invece il posto ad un senso di stanchezza, di apatia, a pensieri negativi. Qualsiasi cosa si faccia, soprattutto prendersi cura del piccolo, costa fatica e si preferirebbe non farla.

Stiamo parlando di quella che genericamente viene definita depressione post partum, un disturbo che colpisce molte mamme e che può esordire da pochi giorni a qualche settimana dalla nascita del figlio. In realtà ci sono diversi livelli di gravità di questo disturbo, nello specifico si parla di:

 

-          BABY BLUES

Questo termine, coniato dal pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott, indica una condizione di disagio interiore della neomamma. Si potrebbe definire come una lieve malinconia, caratterizzata da crisi di pianto (anche frequenti e prolungate), uno stato emotivo di ansia e tristezza, perdita di concentrazione e sensazione di bisogno di aiuto, di dipendenza. Si reputa che il baby blues colpisca all'incirca il 70% delle neo-mamme. Questa condizione di disagio tende ad avere una natura transitoria, quindi può insorgere nella prima settimana dopo il parto e scomparire anche spontaneamente dopo quindici giorni circa. Data la lievità dei sintomi e la breve durata, non sono previsti interventi medici o psicologici specifici; può bastare anche solo essere informate di quello che ci sta succedendo, prendendo consapevolezza che si tratta di una cosa comune e assolutamente naturale, e richiedere un supporto alle persone che ci sono vicine.

 

-          DEPRESSIONE POST-PARTUM

In questo caso si tratta di una patologia vera e propria, i cui sintomi sono come quelli del Baby blues, ma di intensità e frequenza maggiore. A questi sintomi si aggiungono, inoltre, disturbi del sonno e dell'appetito, dolori e debolezza muscolare. Inoltre vi sono altri importanti sintomi di natura psicologica e relazionale. Si può provare fastidio verso il neonato, sentirlo come un peso, avvertire una mancanza di emozioni nei suoi confronti o arrivare a provare avversione e paura di restare sola con lui. C'è una maggiore mancanza di concentrazione, anche nei semplici compiti quotidiani, che può interferire nell'interazione con il neonato e ostacolare il riconoscimento dei bisogni di entrambi. A livello interiore si può provare inadeguatezza nella cura del bambino fino ad arrivare a mettere in dubbio le proprie capacità di madre, di moglie e di donna. Questo disturbo si riscontra in circa il 10% della donne che hanno partorito e si manifesta durante la terza o la quarta settimana dopo il parto. La durata è maggiore della Baby blues, si può evidenziare come problema effettivo anche dopo tre o sei mesi e prolungarsi, a volte, per oltre un anno, fino a rischiare di cronicizzarsi. Data la maggiore gravità, una volta riconosciuti i sintomi, è consigliabile rivolgersi a degli specialisti che aiutino ad affrontare il problema. Le cure possono essere farmacologiche (sotto controllo medico e interrompendo l'allattamento) o di tipo psicologico (psicoterapia individuale o terapia di gruppo).

 

-          PSICOSI POST-PARTUM

Questa forma di depressione è certamente la più grave e si manifesta, oltre che con i sintomi già citati per gli altri disturbi, con comportamenti disorganizzati, deliri e/o allucinazioni, disagio sociale, tendenze suicide o omicide verso il neonato. La casistica è molto rara, circa una mamma su mille, si manifesta generalmente 3 settimane dopo il parto e spesso anche nell’arco di pochi giorni. La durata dipende dal soggetto e dal tipo di cure mediche adottate. In questo caso le cure devono essere tempestive e comprendere anche, se necessario, il ricovero e trattamenti adeguati alle forme di psicosi riscontrate.

 

Per approfondimenti sul tema, sulle cause o sui dati statistici, è possibile consultare alcuni siti come quello del Ministero della Salute o quello dell'Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna, di cui riporto i link:

(http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=154&area=Disturbi_psichici) (http://ondaosservatorio.it/allegati/Progettiattivita/Pubblicazioni/quaderni/ONDA_Grav_Depressione.pdf).

 

L'informazione preventiva, sempre importante, lo è ancora di più in questi casi, perchè potrebbe permettere di riconoscere già durante la gravidanza sintomi premonitori ed evitare che essi sfocino in qualcosa di più grave e duraturo.

 

A questo proposito può essere utile seguire alcuni semplici consigli che aiutino a prevenire la manifestazione del disturbo o ad alleviarlo:

• Limitare i visitatori nei giorni del rientro a casa dopo il parto;

• Dormire nelle stesse ore in cui dorme il neonato;

• Seguire una dieta adeguata che eviti eccessi e l’assunzione di eccitanti come alcool e caffé;

• Chiedere aiuto quando se ne sente il bisogno;

• Mantenere i contatti con amici e familiari;

• Rafforzare il rapporto con il partner e soprattutto cercare di mantenere un atteggiamento realistico nei confronti di se stessi, del bambino e la piena consapevolezza di una situazione che avrà degli alti e dei bassi ma che esaurirà le sue manifestazioni negative nell’arco di pochi giorni.

 

Da parte del partner o comunque dei familiari può essere utile:

• Offrire aiuto nei lavori domestici;

• Alleviare gli impegni della neomamma;

• Mostrare disponibilità ad ascoltare e ad offrire sostegno, ma solo se questo non incontra resistenze (Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna).

 

Oltre tutto questo, però, è importante tenere sempre a mente una cosa: genitori non si nasce, si diventa! Dare per scontato che ogni neomamma sappia sempre e da subito quale sia il modo migliore in cui comportarsi, che debba essere felice in ogni istante, è un mito. Un falso mito. Una prospettiva poco realistica e lontana da quello che, abbiamo visto, succede invece a molte mamme. Questo falso mito, inoltre, contribuisce, secondo il mio modesto parere, ad alimentare la paura di tutte quelle donne che invece in questo stereotipo non ci si riconoscono. Aumenta la paura di essere considerate inadeguate o sbagliate e quindi ci si può sentire colpevoli per le difficoltà che si stanno vivendo, per i pensieri negativi fatti su se stesse, sul bambino e sulla situazione. Per chiudere il circolo vizioso, questa paura e vergogna può portare a non cercare aiuto e quindi ad aumentare il proprio senso di solitudine, il proprio dolore e le proprie difficoltà.

 

È importante invece che le mamme capiscano che non c'è nulla di cui vergognarsi, che non sono un mostro se pensano "che fastidio!" o se vorrebbero essere da qualche altra parte lontana a fare qualsiasi altra cosa... sono delle persone, come tutte le altre. Essere madri, come ho già detto, non preserva dal dolore, dalle incertezze e dalle paure. Non trasforma in esseri invulnerabili che non hanno più bisogno di niente e di nessuno. Per questo chiedere aiuto è possibile, anzi va bene! Potete chiedere aiuto al partner prima di tutto, alla famiglia, agli amici intimi. Potete chiedere aiuto, se questo non basta, al medico, ad uno psicologo o ad una struttura specializzata. Potete e dovete farlo perchè avete il permesso, il diritto e il dovere di prendervi cura di voi e del vostro bambino!

 

Dott.ssa Capuano Maria Concetta

 

Bibliografia:

Ammaniti, Cimino, Trenitini, Quando le madri non sono felici. La depressione post-partum. 2008

 

Sitografia:

www.salute.gov.it

http://ondaosservatorio.it



febbraio 2015

www.psicozoo.it

MADRI CHE UCCIDONO I FIGLI:

QUANDO CHI HA DONATO LA VITA POI AD UN TRATTO LA STRAPPA VIA...



Samuele. Matilda. Mirko. Loris. Carmine. Elisa. Simona. Casey. Sidney. Sono alcuni dei bambini che hanno tragicamente perso la vita per mano delle proprie madri. Scrivere "per mano" è proprio il termine corretto: le statistiche, infatti, ci dicono che le madri che hanno ucciso i propri figli non lo hanno fatto con gesti istantanei, ad es. sparandogli o spingendoli sotto un treno. No, lo hanno fatto con le mani, impugnando una lama, un laccio, delle forbici. Lo hanno fatto in un modo, se vogliamo, più difficile e che richiede più tempo e più forza.

Le statistiche, inoltre, ci danno altre angoscianti informazioni: negli ultimi dieci anni i bambini uccisi dai propri genitori sono stati circa duecentocinquanta, senza considerare le morti che sono state magari considerate accidentali e i tentativi non riusciti. Solo rispetto agli ultimi periodi, è possibile affermare che in Italia questi delitti avvengano circa quattro giorni alla settimana, in pratica un giorno si e uno no. Dieci di questi delitti, continuano ad informarci le statistiche, sono messi in atto dalle madri. Madri che non sembrano avere caratteristiche sociali o economiche simili. Alcune vivevano in condizioni di povertà mentre altre non avevano difficoltà economiche. Alcune erano straniere, immigrate, mentre altre erano italiane. Alcune erano del Sud, altre del Nord, alcune vivevano in grandi città, altre in piccoli paesi. Questo sembra dimostrare come la sofferenza interiore sia trasversale.

Infine, gli studi e le statistiche ci dicono che l'uccisione dei propri figli può avvenire per diversi motivi. Una madre può compiere questo terribile gesto per sottrarre il figlio alle sofferenze di esistere e stare al mondo o per difenderlo da problemi reali o immaginari (figlicidio altruistico). Può farlo perchè rifiuta o non accetta il proprio figlio per diversi motivi: senso di colpa, paura del disonore etc (figlicidio di un figlio indesiderato). Altre madri possono arrivare a tanto perchè si sentono abbandonate o tradite e vogliono punire indirettamente il loro marito o compagno (figlidicio per vendetta e gelosia contro il marito o il compagno), o perchè si sentono inadeguate o pensano di non riuscire a fronteggiare le necessità economiche necessarie a garantire la sopravvivenza e il futuro dei propri figli (figlicidio per motivi economico-sociali). Infine, alcune madri si macchiano di questo delitto perchè sono fragili, a causa di disturbi di personalità, abuso di sostanze etc. e quindi si comportano in modo troppo distaccato e violento o troppo asfissiante (figlicidio accidentale) o perchè hanno scompensi così gravi, come allucinazioni, sdoppiamenti di personalità, forti depressioni etc, che conducono all'omicidio (figlicidio a elevata componente psicotica).

Quello che le statistiche non ci dicono, però, è quello che c'è dietro l'atto, quello che potrebbe esserci dentro la mente e il cuore di queste donne e quello che potrebbe esserci attorno a loro, l'ambiente e le condizioni in cui vivono e che le influenzano.

Tra i fattori sociali e storici, ad esempio, la sociologa statunitense Freda Adler ci parla dell'emancipazione femminile. Secondo il suo pensiero la violenza e i crimini nella storia sono stati per lo più di dominio maschile. Con l'emancipazione della donna, questa si è "mascolinizzata" sotto tanti punti di vista, compreso l'aumento della criminalità femminile. Ma altri fattori sociali importanti sono purtroppo quelli che ci circondano nella vita di ogni giorno: problemi economici, mancanza di lavoro o difficoltà ad adattarsi ad un mondo sempre più competitivo, nel quale bisogna lottare, a volte scavalcando anche gli altri, per andare avanti.

A questi si possono poi aggiungere fattori relazionali: a volte il nucleo familiare si riduce alla sola donna con il bambino oppure ci sono forti conflitti ed un clima non sereno o, al contrario, c'è una grande solitudine, manca una rete di sostegno. Manca una famiglia a cui chiedere aiuto, un amico con cui anche solo parlare e sfogarsi. Mancano, purtroppo, abbastanza enti o istituzioni a cui rivolgersi per un aiuto di qualsiasi tipo.

Infine, non bisogna dimenticare i fattori psicologici: spesso infatti sono presenti patologie mentali, magari aggravate anche dall'abuso di sostanze come droghe, alcool o farmaci. Questi problemi possono essere pre-esistenti e parliamo quindi di donne con disturbi di personalità, ritardi mentali o con problemi psicotici. Oppure insorgere proprio in modo legato alla gravidanza e parliamo in questo caso di maternity blues, depressione post-partum o anche episodi psicotici puerperali.

Ognuno di questi fattori citati, da solo, potrebbe portare a tragiche conseguenze oppure potrebbe avvenire un crudele e sventurato mix. Una donna con fragilità mentali potrebbe trovarsi in una situazione familiare in cui non trova aiuto e conforto ma solo litigi, rimproveri e senso di inadeguatezza. Un'altra ragazza, invece, con una vita stabile e un lavoro, potrebbe avere una depressione post-partum particolarmente grave dalla quale non riesce a riprendersi e che potrebbe farle scattare qualcosa dentro. Le possibili combinazioni sono tante. Ogni persona ha una sua storia di vita unica e personale, che l'ha portata fino ad un certo punto e l'ha fatta diventare quella che è.

Qualcuno però leggendo potrebbe, giustamente, obiettare: "queste cose possono accadere a tante persone, ma non tutte perdono il controllo o se anche lo fanno compiono altri delitti, magari uccidono l'ex-capo o si tolgono la vita loro stessi. Non tutti, anche in queste gravi condizioni, si macchiano di un delitto così grave come quello di uccidere il proprio figlio".

Tutte queste informazioni, infatti, possono suscitare in noi diverse emozioni: sgomento, rabbia, tristezza... a volte magari anche ansia e paura o morbosa curiosità... ma queste reazioni solitamente avvengono anche quando si parla di altri tipi di delitti. Tutti i delitti sono condannabili e ingiustificabili, ma forse quelli che vedono come protagonisti le madri ci sembrano ancora più gravi e impossibili. Questo probabilmente perchè la cosa che più colpisce e ferisce nel profondo è proprio l'enorme, assurdo paradosso che c'è dietro: la madre, cioè la donna che ha dato la vita, è proprio la stessa persona che quella vita l'ha tolta! Quella donna ha dissacrato la più grande felicità della vita di una persona: la nascita di un figlio!

Quello che però bisognerebbe cercare di tenere a mente è che essere madre è qualcosa che si aggiunge alla propria vita. Qualcosa che, per fortuna, la maggior parte delle volte quella vita la arricchisce e la rende migliore, più felice e più ricca di significato. Ma a volte, purtroppo, capita che la renda invece più difficile o che aggravi una situazione che sembra già al limite...fino a quando qualcosa si rompe...fino a quando c'è un click da qualche parte dentro, un interruttore che si spegne e arriva il buio. Dietro il ruolo di madre c'è anche una donna, una persona. Come tutti noi. Essere anche una madre non rende totalmente immuni dalle sofferenze, dalle fragilità personali, dai momenti di solitudine e disperazione; non protegge, purtroppo, dal compiere errori e dal fare cose sbagliate. Anche per garantire maggiori tutele alle donne è fondamentale costruire insieme servizi nuovi.

 

 Dott.ssa Capuano Maria Concetta

 

Bibliografia:

De Gregorio Concita, Recalcati Massimo. Le mamme Medea quando le donne uccidono i figli. Da La Repubblica del 14/03/2014.

 

Gargiullo Bruno, Damiani Rosaria. Vittime di un amore criminale. La violenza in famiglia: natura, profili tipologici, casistica clinica e giudiziaria. Franco Angeli. 2010.


dicembre 2014


www.avoicomunicare.it

NESSUNO CALPESTI I LORO DIRITTI! LA GIORNATA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA


Quest'anno la Convenzione sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza compie 25 anni, un quarto di secolo! Da allora, in occasione di questa importante ricorrenza, in tantissimi paesi, città, scuole, vengono organizzati eventi e manifestazioni che celebrano questo importantissimo passo verso il progresso e lo sviluppo di ogni Stato che aspiri ad essere considerato civile. Tra il dire e il fare però si sa che ci sono di mezzo oceani, non solo il mare, e purtroppo sono ancora molti i casi in cui sono individuabili importanti violazioni dei diritti fondamentali dell'infanzia. Si può citare, solo per fare degli esempi, la tristissima condizione di tutti quei bambini che vivono in povertà o che non ricevono istruzione e cure adeguate, fino ad arrivare a casi ancora più "eclatanti" quali lo sfruttamento minorile o il turismo sessuale. Battersi perché i diritti dei bambini vengano rispettati è un dovere, civile e morale, imprescindibile. Ma i metodi per impegnarsi in questa lotta possono essere vari: essere informati e contribuire a divulgare questa conoscenza anche ai propri figli può essere un sistema alla portata di tutti.

 

UN PO' DI STORIA

 

Oltre alla "Convenzione sull'età minima" del 1919, la prima significativa attestazione dei diritti del bambino si ha con la "Dichiarazione di Ginevra", adottata dalla Società delle Nazioni nel 1924. Con la nascita dell'ONU, si arriva alla stesura e approvazione nel 1959 della "Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo", in cui per la prima volta si chiede esplicitamente agli Stati sia di riconoscere i principi contemplati nella dichiarazione sia di impegnarsi nella loro applicazione e diffusione. Trattandosi di una "dichiarazione", questa non era però legalmente vincolante, pur avendo un'importanza morale poiché adottata dall'intera comunità internazionale. Bisogna poi aspettare il 1978 perché la Polonia, spinta dal desiderio di promulgarla in occasione dell'Anno Internazionale del bambino del 1979, facesse formalmente la proposta di adottare una specifica Convenzione sui diritti del bambino, quindi un trattato legalmente vincolante per gli Stati che lo ratifichino. Dopo 10 anni di lavori sul testo finale, il 20 Novembre del 1989 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la "Convenzione ONU sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza", esprimendo un consenso unanime su quali debbano essere gli obblighi di tutti gli Stati e delle comunità internazionali nei confronti dei minori.

Da allora hanno aderito alla Convenzione quasi tutti gli Stati del mondo (ad esclusione solo della Somalia e degli USA). In Italia, la Convenzione è stata ratificata il 27 Maggio 1991, con la legge n. 176.

In memoria del giorno di adozione della Convenzione, il 20 Novembre si celebra, in ogni angolo della terra, la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

 

 

PERCHE' CONOSCERE LA CONVENZIONE

 

E’ importante che tutti i genitori e gli adulti responsabili conoscano in dettaglio questo documento al fine di essere, ognuno nel proprio ambiente e con i propri mezzi, difensori consapevoli e convinti dei diritti di ogni bambino che nasce. Chiunque faccia parte, più o meno direttamente, della vita di un minore deve sapere quali sono i diritti del bambino e, quindi, quali doveri ha nei suoi confronti: il dovere di proteggerlo e assicurargli le cure necessarie per il suo benessere; il dovere di registrare il suo nome all'anagrafe e dargli affetto; il dovere di farlo vivere con i propri genitori o separarlo dalla famiglia (pur mantenendo il contatto) se in questa viene maltrattato; il dovere di ascoltarlo quando si prendono decisioni che lo riguardano; il dovere di rispettare la sua vita privata; il dovere di farlo vivere in salute e di assisterlo in caso di necessità; il dovere di curarne l'educazione, l'istruzione, lo sviluppo e il benessere globale; il dovere di farlo giocare, riposare e svagare; il dovere di proteggerlo da ogni forma di violenza, dalle droghe, dallo sfruttamento, dalle torture o dalle punizioni crudeli.

È importante, però, sapere che lo Stato deve aiutarci nella cura dei minori e deve mettere in pratica questa Convenzione con il massimo impegno, legale ed economico, e con qualsiasi intervento possibile.

Leggere e conoscere la Convenzione può quindi essere di aiuto nel proprio mestiere di genitori, di nonni, di maestri o educatori. Non solo ci dà informazioni sugli enti che sono al nostro fianco nella difesa dei bambini (lo Stato, il Comune, la Scuola ecc.) e spunti preziosi sul modo di comportarsi, ma soprattutto ci ricorda quali sono le cose importanti, quelle da avere sempre nella mente e nel cuore.

 

PERCHE' FAR CONOSCERE LA CONVENZIONE AI PROPRI BAMBINI

 

Il testo della Convenzione sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza può essere anche uno strumento di educazione da usare con i propri figli o nipoti. Certo, il testo integrale può essere un po' ostico per loro, ma esistono delle versioni adattate, scritte in modo da essere facilmente leggibili e da stimolare la riflessione e il pensiero.

Sul sito dell'Unicef è possibile scaricare delle versioni adatte ai bambini più piccoli (https://www.unicef.it/Allegati/Diritti_dei_bambini_in_parole_semplici.pdf) e ai più grandi (http://www.unicef.org/rightsite/files/furkindererklartit.pdf).

Leggendo i vari articoli, i bambini possono conoscere i loro diritti e capire che ciò che a volte per loro è un po' "noioso", come studiare o fare i compiti, è invece importante e non si deve dare per scontato. Possono anche imparare che ci sono bambini che non hanno le loro stesse possibilità, che ci sono posti dove per un ragazzo non è scontato poter andare a giocare dopo aver fatto i compiti e una buona merenda, che ci sono persone che non trattano i bambini con il rispetto e la delicatezza che meriterebbero. Possono anche capire che ci sono bambini diversi da loro, che hanno lingue, religioni o colore della pelle diversi, che vivono in famiglie o in condizioni economiche diverse, che hanno difficoltà fisiche o mentali. Possono imparare che nonostante tutte queste differenze, nella sostanza, in quello che conta, tutti questi bambini sono uguali tra loro: hanno bisogno di cura, di protezione e amore, hanno bisogno che gli venga data la possibilità di crescere al meglio e di sviluppare le proprie capacità per poter essere, un giorno, adulti migliori in un mondo sempre migliore. 

Leggere la convenzione con i propri figli potrebbe quindi essere un'occasione per passare del tempo insieme, condividendo qualcosa di importante e aiutandoli a riflettere e a crescere. La Convenzione, pertanto, può essere non solo una lezione di "diritto", ma anche, soprattutto, una lezione sulla tolleranza, sul rispetto e sull'accettazione delle differenze. Una lezione sull'amore.



novembre 2014


www.forum.tntvillage.scambioetico.org

UNA FORMA DI ABUSO MASCHERATO: LA SESSUALIZZAZIONE PRECOCE

 

Quando si pensa alle forme di violenza perpetuate contro i minori, quasi sempre si pensa in modo automatico a forme di abuso manifeste e tangibili, come i maltrattamenti fisici e sessuali, o più conosciute come l'abuso psicologico. Ma esistono anche manifestazioni più subdole e mascherate, nelle quali sembra che il bambino e/o l'adolescente sia trattato con rispetto, considerato, coccolato, ma che invece sarebbero da considerare una sorta di prevaricazione del mondo adulto verso l'universo infantile, una prepotenza camuffata da modernità.  Questi tipi di violenza, in realtà, spesso sono oggetto di cronaca, anche se se ne parla in altri termini. Non è passato molto tempo, ad esempio, da quando le prime pagine dei giornali, i dibattiti nelle trasmissioni televisive, i telegiornali parlavano in modo quasi incessante del fenomeno delle Baby Prostitute, ragazze tra i 14 e i 16 anni di età che si prostituivano (con altri ragazzi o con adulti) in cambio di denaro, ma anche di oggetti o di ricariche telefoniche. Ora del fenomeno non se ne parla e non se ne sente più parlare da un po', ma questo non significa che si sia trattato di situazioni occasionali o circoscritte. Le vicende trattate dai media, anzi, probabilmente rappresentano solo la punta di un iceberg, la manifestazione più eclatante di un fenomeno su cui andrebbe la pena di ragionare più a fondo, dal punto di vista sociale e psicologico.

 

IL FENOMENO

 

Innanzitutto è importante inquadrare e contestualizzare la "sessualizzazione precoce": si parla di "erotizzazione dei minori" quando si considera un bambino o un adolescente un oggetto erotico, sessuale (gli si impone cioè una sessualità inappropriata e inadatta al suo sviluppo, si riconduce il suo valore esclusivamente al suo sex appeal al suo comportamento sexy, non lo si considera una persona con una sua autonomia e capacità decisionale). Tale fenomeno rientra, inoltre, in quello più generale della "adultizzazione precoce", che viola proprio il principio costitutivo dell'essere un minore, cioè il diritto ad essere un bambino o un adolescente, a crescere seguendo i tempi e le tappe fisiologiche e psicosociali normali.

Nella società attuale si assiste ad una forte ambivalenza nei confronti dell'infanzia e dell'adolescenza: se da un lato il diritto di protezione di cui gode un minore è ormai considerato un valore primario e inderogabile, dall'altro è ormai sempre più diffusa questa tendenza, appunto, all'adultizzazione precoce, così, sempre più spesso si vedono i piccoli assumere gli atteggiamenti, le pose e le movenze degli adulti.

 

GLI EFFETTI

 

Le conseguenze di un simile "bombardamento" a più livelli (comunicativo, emotivo, psicologico etc.) sono molteplici. Dal punto di vista cognitivo ci si concentra maggiormente sul corpo e sul look, trascurando altre capacità di sviluppo come il ragionamento, il calcolo matematico, le attività espressivo-artistiche. Dal punto di vista emotivo ci si preoccupa in modo principale e costante del proprio aspetto fisico (sforzandosi di seguire i gusti e i modelli proposti dalla moda e dai mass media) rischiando maggiormente di percepire il proprio corpo come "inadeguato", di vivere tensioni interne, di provare insoddisfazione, vergogna, di minare il proprio senso di autostima (fino ad arrivare, nei casi più gravi, al rifiuto totale di attività sportive o fisiche e ai disturbi alimentari).

Un altro effetto dell'erotizzazione precoce è, appunto, quello di incentivare nelle bambine il ricorso ad atteggiamenti seduttivi per attirare l'attenzione. L'identificazione con il mondo degli adulti (che continua a proporre il modello dell'oggettivazione del corpo) ed il desiderio di emulare i grandi, può portare, infatti, a vedere la sessualità come qualcosa di strumentale, a concepire, cioè, il sesso come una vera e propria merce di scambio (naturalmente a discapito della parte relazionale e affettiva).

 

IL VISSUTO DELLE ADOLESCENTI

 

Questa tendenza di oggettivare il proprio corpo e di essere molto più stimolati dal punto di vista erotico, è strettamente correlata ad un'altra condizione, tipica dell'adolescente di oggi, fragile e spavaldo al contempo: gli adolescenti oggi (e quindi la maggior parte delle ragazzine) si sentono sole, disorientate nell'affrontare questi temi, senza la possibilità di dialogare con qualcuno, di confrontarsi con gli adulti di riferimento (in famiglia e a scuola soprattutto). Quello che riescono a fare, da sole, è quindi questo: riproporre a modo loro gli stereotipi e i modelli proposti dalla società moderna e quindi instaurare (sempre su imitazione indiretta) relazioni rigide e poco intime, dove c'è poco spazio per la conoscenza reciproca e per il dialogo, dove la tenerezza e l'intimità sono scisse dalla sessualità, la quale diventa strumento per ottenere potere, oggetti, soldi, ma anche approvazione e attenzione.

 

IL RUOLO DEGLI ADULTI

 

Di fronte ad un modello sociale ormai globalizzato, in cui gli organismi di controllo, purtroppo, non sembrano svolgere un'azione davvero incisiva e tutelante e in cui si sfrutta ogni occasione per fare spettacolo e "scioccare" gli spettatori, la cosa più importante da fare, come adulti di riferimento e che vogliono il bene dei minori, dovrebbe essere quella di prendere coscienza del proprio atteggiamento (incoraggiante, passivo o ostacolante) nei confronti di questa tendenza.

Alcuni adulti, ad esempio, sembrano adeguarsi in modo non critico e senza riflettere a questo modus vivendi mentre invece sarebbe importantissimo rendersene conto e recuperare il proprio ruolo educativo.

La cosa principale da fare sarebbe quella di instaurare un dialogo con i bambini e gli adolescenti, porsi come punto di riferimento per qualsiasi cosa, anche e soprattutto per i momenti di difficoltà. Si dovrebbe trovare una modalità adeguata all'età del bambino e all'argomento trattato, per trasmettere messaggi come il rispetto del proprio corpo, l'importanza delle proprie emozioni e delle relazioni intime, della comunicazione e della conoscenza reciproca.

Un'altra cosa importante da fare sarebbe di dare ai minori gli strumenti per difendersi da soli e cercare aiuto, insegnando loro come riconoscere situazioni pericolose (soprattutto attinenti al mondo digitale) o a rivolgersi agli adulti di cui si fidano in caso di dubbi o difficoltà. Di conseguenza, come adulti responsabili della sicurezza e del benessere dei proprio figli/nipoti/alunni, bisognerebbe essere a conoscenza delle nuove tecnologie digitali (che si tratti di computer o cellulari).




dr.ssa Maria Concetta Capuano

 

Bibliografia:

Foti. C. (2012), La mente abbraccia il cuore. Ascoltare le emozioni per aiutare ed aiutarsi. EGA, Torino.

Oliverio Ferraris, A., Stevani, J., L'erotizzazione dei bambini nella pubblicità. Psicologia Contemporanea, nr. 205, gennaio-febbraio 2008.

 



ottobre 2014

www.dols.it


ADOLESCENTI: CERCHIAMO DI CAPIRE COSA SUCCEDE AI NOSTRI FIGLI

 

La mamma di un ragazzo di quasi 15 anni mi parlò un giorno dei comportamenti di suo figlio, che aveva iniziato a pretendere più libertà, più soldi e più tempo da passare in giro con gli amici. Passava ore allo specchio prima di uscire o in camera a suonare la chitarra. Rispondeva a monosillabi e bruscamente alle domande sulla scuola e sui brutti voti che arrivavano sempre più spesso e sembrava aver da ridire su tutto, dall'ultima tuta comprata dalla mamma, alla cena preparata. La signora terminò il suo sfogo dicendosi prossima ad un crollo nervoso perché né lei né suo marito sapevano cosa fare.

 

Le parole e le preoccupazioni di questa donna, con le dovute differenze, potrebbero essere pronunciate da chissà quante altre persone. E’ un dato di fatto che tutti i genitori siano stati a loro volta adolescenti, ma quando si trovano dall’altro lato della barriera generazionale moltissimi sembrano non ricordare più questa fase della loro vita e si ritrovano, ad un certo punto, a dire “non riconosco più mio figlio, non so/non capisco cosa gli stia succedendo”.

Questo articolo cercherà quindi di riassumere quelli che sono i principali mutamenti che avvengono durante l’adolescenza, partendo da quelli che possono essere definiti “invarianti”, cioè rintracciabili nell’adolescente di ogni luogo e tempo e che costituiscono il punto di avvio del processo adolescenziale. Successivamente verranno presentati gli elementi che contribuiscono a completare il ritratto (seppure sommario e abbozzato) dell’adolescente di oggi.

 

COSA ACCADE DURANTE L’ADOLESCENZA

 

L'adolescenza è un periodo della vita di un individuo compreso a grandi linee tra i 12 ed i 22 anni. Ciò che maggiormente distingue questa fase della vita, però, non è tanto il range di età o il modo di viverla e di affrontarla: questo, infatti, può di fatto cambiare da persona a persona in base alla personalità, alle caratteristiche e alle esperienze vissute individualmente.

Il termine adolescente deriva dal verbo latino "adolescĕre" cioè "crescere" proprio perché ciò che più caratterizza questa fase è il suo essere un periodo transitorio, una fase di passaggio (più o meno lunga e più o meno tormentata), di crescita dall'età infantile all'età adulta.

Come stadio dello sviluppo di un individuo, l'adolescenza è da sempre considerata un'età "critica" in quanto è caratterizzata da numerosi cambiamenti, che coinvolgono vari aspetti individuali (fisici/sessuali, mentali/cognitivi, identitari/psicologici) e relazionali.

 

I CAMBIAMENTI A LIVELLO FISICO E SESSUALE derivano da una massiccia secrezione di ormoni, che scatena la crescita fisica e le trasformazioni sessuali. Il corpo asessuato infantile lascia il posto ad un corpo sempre più adulto, compaiono i caratteri sessuali secondari (ad es. peli pubici, barba, crescita del seno, del pene, inizio delle mestruazioni etc.) e si raggiunge la maturità riproduttiva (si è pronti fisicamente a procreare, il che non significa, però, che si sia pronti mentalmente). Le conseguenze principali di questi cambiamenti fisici e ormonali riguardano la sfera della sessualità. L'adolescente è comprensibilmente ambivalente nei confronti di questo nuovo corpo, curioso e al tempo stesso spaventato. Ma è molto importante che egli abbia la possibilità di conoscerlo ed esplorarlo, personalmente attraverso la masturbazione, attraverso il contatto fisico e il confronto con gli amici intimi dello stesso sesso, attraverso le prime esperienze e i primi rapporti con l'altro sesso.

 

I CAMBIAMENTI A LIVELLO MENTALE E COGNITIVO sono dovuti al perfezionamento della capacità di ragionamento astratto: già nel periodo precedente (dai 10 anni circa) il bambino è in grado di pensare in modo ipotetico, di valutare le conseguenze di una scelta e di scegliere quale mettere in pratica. L'adolescente però a ciò aggiunge la consapevolezza della propria capacità di riflettere e quindi è in grado di valorizzare i pensieri e le idee (proprie e altrui). Essere in grado di pensare in modo astratto, inoltre, gli permette di fare i primi progetti e di prendere le prime decisioni per il futuro (ad es. sulla scuola, sul lavoro ideale, sugli interessi di vario genere) e lo spinge ad essere sempre più curioso e ad incrementare (in vari modi) la propria creatività.

 

I CAMBIAMENTI A LIVELLO PSICOLOGICO E DI IDENTITA' riguardano prima di tutto il bisogno di costruirsi un nuovo concetto di sé (chi sono, come sono, cosa mi piace, cosa mi distingue dagli altri etc.) che non si basi più solamente sull'opinione dei genitori, ma anche degli altri significativi (amici, adulti di riferimento come professori etc.). Per riuscire in questo delicato compito l'adolescente avrà bisogno di identificarsi con le diverse persone e i diversi ambienti con cui entra a contatto e di sperimentare vari ruoli. Tutto questo a livello pratico si traduce nel mostrare diversi volti e comportamenti, a volte anche contraddittori tra loro, fino ad arrivare, con il tempo, alla scelta e alla sintesi di alcuni comportamenti e ruoli che poi si stabilizzeranno nel tempo.

 

I CAMBIAMENTI A LIVELLO RELAZIONALE interessano il contesto familiare, il rapporto con la società in generale, il gruppo dei pari, sia a livello di amicizie che di prime relazioni amorose. La figura del "fidanzatino/a" assume rilevanza rispetto ai bisogni esplorativi corporei di cui abbiamo già parlato prima. Questi rapporti sono quindi caratterizzati da forti ondate emotive (sia positive che negative), da grande intensità ma anche, spesso, da una breve durata. Più duraturo è invece il rapporto con gli amici e in particolare con l'amico/a del cuore. Si trascorre molto più tempo insieme a loro, ci si confida e ci si confronta molto di più, si condividono non solo esperienze ed interessi ma anche idee, valori e sostegno morale ed emotivo. Il rapporto con la società, con il mondo esterno, è invece molto influenzato dalla ricerca della propria identità, che provoca una maggiore introspezione e quindi un certo egocentrismo, un interesse più a sé e a quello che può essere il proprio contributo nel mondo che a quello che succede intorno in generale. La relazione con il mondo esterno quindi è modulata dalla ricerca di attenzione, di confronto e di riconoscimento o, se questi bisogni non sono soddisfatti, di scontro e ribellione nei confronti dell'ambiente che non accetta o non fa sentire realizzato l'adolescente. Il rapporto con la famiglia, infine, è modulato da due esigenze contrastanti: da un lato c'è ancora il bisogno di protezione e la voglia di restare bambino, dall'altro c'è la normale spinta alla differenzazione dalla famiglia d'origine, il desiderio di diventare grandi e autonomi. E' proprio per questo (unitamente alla ricerca della propria identità di cui si è parlato sopra) che più o meno consciamente l'adolescente cerca il conflitto con i propri genitori e ne mette in discussione tutto, i comportamenti, le idee, i valori, le regole. Questi contrasti gli permettono di distaccarsi, differenziarsi (passaggio fondamentale per diventare adulti) ma anche di conoscersi meglio, di costruire il proprio sé e di imparare importanti abilità sociali (ad es. il confronto di idee, l'ascolto, la comunicazione, la negoziazione etc.).

 

IN COSA SI DIFFERENZIA L’ADOLESCENTE DI OGGI

 

Secondo lo psichiatra di formazione psicoanalitica Charmet (2008) la principale differenza con gli adolescenti di tutti i decenni precedenti e l’adolescente di oggi è a livello di identità: oggi l’adolescente è convinto che il proprio sé sia molto più importante di qualsiasi altra cosa. E’ come se avesse una missione da compiere: coltivare la propria essenza, la propria bellezza fisica, psichica, sociale ed espressiva. Questo è ciò che conta sopra ogni cosa. Credere nella propria importanza e unicità (consapevolezza che deriva anche dal modo in cui sono stati cresciuti) rende gli adolescenti da un lato spavaldi ma dall’altro lato più fragili perché più bisognosi di riconoscimento e quindi più esposti al rischio di delusioni, umiliazioni o vergogna.

Da questa prima caratteristica distintiva dell’adolescente moderno derivano poi molte altre differenze, che hanno ripercussioni soprattutto a livello sociale e relazionale. Se il culto di sé viene al primo posto, l’importanza di tutto il resto, quindi anche degli altri, soprattutto degli adulti, è sminuita. Gli adulti (simbolo dall’autorità in generale) non sono più visti come garanti e tutori della “verità superiore” e quindi non è più necessario contestarli in modo trasgressivo e violento. I genitori e gli insegnanti di oggi, quando erano adolescenti provavano verso le autorità sentimenti ambivalenti, da un lato di devozione e obbedienza, dall'altro di sudditanza e opposizione ed avevano quindi più bisogno di rendere eclatante il conflitto per differenziarsi da loro. Gli adolescenti oggi, invece, proprio perché mettono al primo posto la loro identità, hanno maggiormente bisogno di sentirsi apprezzati, valorizzati e ammirati per le loro doti naturali. Quello che cercano nel mondo sociale (e nei genitori) non è tanto un’autorità da combattere, quanto qualcuno che li “rispecchi teneramente”: necessitano di uno specchio che rinvii loro un’immagine pregna di valore, di affetto e di importanza. Hanno bisogno che gli altri significativi confermino la propria convinzione (spavalda, ma pur sempre fragile) di essere importanti, di avere diritto ad esistere e partecipare. Di avere valore.

E’ per questo che ogni genitore, per quanto possa avere  la sensazione di non riuscire più a guidare il proprio figlio, non sappia come porsi e come aiutarlo, per quanto possa avvertire sentimenti contrastanti (tenerezza, orgoglio, ma anche rabbia, impotenza), non dovrebbe gettare la spugna! Ciascun genitore dovrebbe trovare il modo di affiancare i propri figli in questo che è sicuramente un periodo di turbolenza ma che è un passaggio necessario per diventare adulti. Avere un’idea più precisa di quali siano i cambiamenti e i “compiti evolutivi” che un adolescente deve affrontare oggi può quindi essere d’aiuto. Può essere per il genitore il primo passo per iniziare con il proprio figlio/figlia quello che François de Singly (2009) chiama il viaggio-scoperta: il viaggio che porta il giovane alla scoperta del nuovo mondo adulto e durante il quale avrà bisogno di una guida, di un informatore che lo aiuti fornendogli chiarimenti, parametri valutativi ed esempi.


dr.ssa Maria Concetta Capuano

 

Bibliografia:

Charmet G. P. (2008), Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi, Laterza, Roma.

De Singly F. (2009), Comment aider l’enfant à devenir lui-meme?, Armand Colin, Paris.



settembre 2014

GENITORI E MONDO DIGITALE: CONOSCERLO PER NON TEMERLO

www.nonciclopedia.wikia.com

Il mondo digitale è entrato ormai a far parte della vita quotidiana di tutti noi. Cellulari, internet, tablet, social network, playstation... sono solo alcuni degli strumenti interattivi che troviamo nelle case della maggior parte delle famiglie. Questi apparecchi hanno sicuramente molti aspetti positivi: permettono di velocizzare molte attività, di informarsi, di svagarsi, di comunicare, ma anche di lavorare e di sviluppare delle competenze. Il loro utilizzo, tuttavia, può avere anche dei risvolti negativi e preoccupanti, soprattutto dalla prospettiva di una madre o di un padre. I genitori, infatti, hanno la consapevolezza che devono aiutare i loro figli a crescere ed essere autonomi, ma hanno anche l’istinto e il desiderio di proteggerli da un mondo spesso pericoloso, reale o virtuale che sia.

"Qual è l'età giusta per far usare un videogioco a mio figlio?"

"Mia figlia vuole come regalo per il compleanno un cellulare, non sarà troppo presto?"

"Mio figlio ha un profilo su Facebook, devo preoccuparmi?"

Questi sono solo alcuni esempi degli interrogativi a cui ogni genitore vorrebbe trovare una risposta. A questo riguardo è importante sottolineare che non esistono "ricette predefinite" e che ognuno deve trovare il suo modus. Si può però far tesoro di alcuni consigli utili per una “educazione digitale”.

      "SEGUIRE ALCUNE REGOLE GENERALI"

Al di là degli stili educativi e del carattere di ciascun genitore, ci sono delle regole che valgono in generale e che quindi sarebbe opportuno seguire. Ad esempio:

-          è sconsigliato che i bambini, fino a 10 anni circa, abbiano in camera una tv o un computer;

-          durante il pranzo è molto meglio mettere da parte qualsiasi strumento di comunicazione ad eccezione di una bella chiacchierata tra membri della famiglia;

-          il tempo trascorso davanti ad uno schermo (che sia esso tv, computer o altro) non deve superare complessivamente un certo periodo di tempo (mezz'ora per i bambini fino ai 3 anni per poi aumentare gradualmente con l'età);

-          l'uso della webcam quando i figli sono da soli dovrebbe essere vietato;

-          le età consigliate per la visione di un programma o per l'utilizzo di un gioco vanno rispettate;

-          l'uso notturno di internet va limitato anche in età adolescenziale.

      "STABILIRE  REGOLE SEMPLICI, CHIARE E CONDIVISE"

Come si diceva, non esiste un unico modo di comportarsi e una soluzione valida per tutti. Ci sono tanti fattori da prendere in considerazione, come il tipo di famiglia, lo stile educativo, il proprio carattere, il carattere del proprio figlio, il tipo di rapporto, la fiducia instaurata fino a quel momento, l’ambiente sociale. Alcune regole, pertanto, vanno decise dai genitori: a che età regalare il primo cellulare, permettere la navigazione su internet, consentire l'apertura del profilo Facebook etc. Sarebbe meglio prepararsi in anticipo e non farsi cogliere impreparati quando arriverà (e arriverà) il momento delle richieste. Inoltre, una volta stabilite, le regole dovranno essere esplicitate da subito non solo ai figli, ma anche a tutti gli altri adulti di riferimento (nonni, zii, babysitter etc.). È  importante, infatti, che almeno nella propria casa tutti diano gli stessi limiti e gli stessi permessi in modo coerente.

      "SPIEGARE LE RAGIONI DELLE REGOLE"

È importante parlare con i propri figli fin da piccoli e spiegar loro le ragioni che ci hanno indotto ad adottare certe norme. Bisogna far loro capire che le regole e i divieti sono anche un modo di proteggerli e di interessarsi al loro benessere. Se questo importante messaggio passerà, sarà più facile per loro introiettare queste regole e imparare a proteggersi da soli quando, dall'adolescenza in poi, avranno più libertà di azione.

      "TENERE D'OCCHIO IL RENDIMENTO SCOLASTICO"

Spesso risultati mediocri a scuola o un drastico calo di voti possono essere segnali di un uso eccessivo o improprio di internet o dei videogiochi . È bene quindi chiarire subito con i figli che questo è un campo importante e che non deve essere penalizzato, anzi, può essere usato come “merce di contrattazione”. Ad esempio, si può decidere che solo dopo aver finito tutti i compiti si può giocare al computer.

      "DARE INFORMAZIONI SUL RISPETTO DELL'IMMAGINE PROPRIA E ALTRUI"

Non è mai troppo presto per far capire ai propri figli quale potere e influenza può avere internet. È essenziale educarli alla privacy e al rispetto di sé stessi e dell’immagine altrui. Si può insegnare ai bambini, ad esempio, che quando si scatta una fotografia ognuno deve sentirsi libero di dire se gli piace e può chiedere, se vuole, di eliminarla. Atteggiamenti di questo tipo possono aiutare a sviluppare sensibilità, a ragionare prima di pubblicare le proprie foto o video su internet e a chiedere l'autorizzazione di altre persone coinvolte. È importante anche insegnare ai figli quali sono i dati sensibili e come tutelarli, e far loro capire che:

- non si deve credere indiscriminatamente a tutto quello che si può trovare su internet;

- tutto quello che si pubblica su internet diventa di pubblico dominio;

- tutto quello che si pubblica su internet ci resta per sempre (anche quando noi pensiamo di averlo eliminato).

      "ESSERE INFORMATI SULLE TECNOLOGIE DIGITALI"

Il mondo cambia continuamente, velocemente e non funziona più secondo le regole che conoscevamo. Questa cosa può spesso confondere e stordire gli adulti, ma non ci si può rifugiare dietro scuse come "sono incompetente, non ne capisco nulla", "i giovani ne sanno sicuramente di più" oppure "non conosco questi giochi/programmi". È fondamentale che i genitori sappiano di essere il primo punto di riferimento per i figli. Fin da piccoli essi tendono a rivolgersi alla madre e/o al padre per avere risposte ai loro dubbi e alle loro domande e solo se non ne ricevono di adeguate o convincenti (o se non percepiscono comprensione e disponibilità) si rivolgono all'esterno.

      "DARE IL BUON ESEMPIO"

Come si è appena detto, i genitori sono per i figli il primo modello di riferimento da cui attingere modi di fare e di pensare. I bambini molto piccoli, in particolare, tendono ad apprendere per imitazione, e ciò che imparano in questo modo entra a far parte del loro comportamento facilmente e velocemente. Se i figli, quindi, sono abituati a vedere i propri genitori sempre davanti alla tv o sempre con lo smartphone, troveranno poi molto più difficile capire perché a loro viene invece contestato o vietato un certo comportamento.

      "COMUNICARE E CONDIVIDERE"

Questo è un ultimo consiglio generale, che vale sempre e in qualsiasi campo. È importante parlare con i propri figli dei loro interessi digitali e non (e quindi conoscerli). Questo aiuta a rafforzare il legame e la fiducia, ma permette anche di avere sotto controllo la situazione e di poter intervenire se necessario. È altrettanto indispensabile passare del tempo con loro fin dalla più tenera età, giocare insieme e dar loro delle alternative ai soliti giochi con la Wii o alla televisione. Per questo condividere anche i propri interessi, magari più tradizionali, come il disegno, il bricolage, la fotografia, la passione per i viaggi o per la cucina (e chi più ne ha più ne metta), può essere una cosa istruttiva, divertente e che unisce.

Concludendo, le nuove tecnologie non sono da demonizzare. Al contrario, possono anche essere utilizzate come strumento per sperimentare, sviluppare la propria creatività, comunicare e passare del tempo insieme. Bisogna sempre tenere presente, però, che il mondo virtuale non è, e non deve essere, l'unico mondo vissuto. Da nessuno.

dr.ssa Maria Concetta Capuano

 

Bibliografia:

Tisseron Serge, 3-6-9-12. Per convivere con il digitale in famiglia, in Psicologia Contemporanea, n° 342, pp. 12-15, 2014.