RISPONDIAMO A MAMMA E PAPA'






13 febbraio 2017

Salve,

          io e il mio compagno stiamo affrontando il problema di come gestire una situazione molto difficile di nostro figlio di 7 anni. Lui è il figlio maggiore (abbiamo un altro figlio di 4 anni). A scuola lo prendono in giro dicendo che è un po’ ciccione, ma a me non sembra e poi siamo tutti in casa non siamo degli stecchi.  È un buono lui è un po’ tonto forse. Ci sembra però stia soffrendo molto e gli abbiamo detto di difendersi, ma dice che non sa come fare. Allora dice che vuole dimagrire, ma poi si mangia le merendine di nascosto. Avete delle idee da darci per aiutarlo?  


Gentile utente,

leggendo la mail posso capire la vostra preoccupazione in merito alla situazione. Gestire i problemi di vostro figlio non è sicuramente semplice e richiede una certa cautela. Dare voce alle emozioni e sensazioni del bambino può aiutarlo a sentirsi in primis compreso e secondariamente a dare un significato al suo malessere. Dire ad esempio “certo ti capisco, non deve essere bello, …” permette al bambino di sentirsi meno solo di fronte ad una situazione che genera in lui tristezza. Risulta altrettanto indispensabile far passare al bambino il messaggio di valorizzazione della sua persona, rinforzando tutti i suoi pregi e le sue qualità. Cercare poi di rinforzare la sua RESILIENZA è un altro aspetto fondamentale nella crescita di ognuno di noi. Questa permette non solo di “rinforzarci” alle critiche e alle difficoltà della vita, ma anche a superarle cercando nuove soluzioni. Permettergli/proporgli di praticare uno sport che a lui piace o una qualsiasi altra attività che predilige al di fuori del contesto scolastico, con la finalità principale di fargli sperimentare diverse modalità relazionali in contesti che potrebbero gratificarlo e potrebbero stimolare le sue risorse personali.

Quanto alla relazione con i compagni della classe può essere utile provare a parlare con le insegnanti, magari loro possono darle qualche indizio in più vivendo il bambino tutti i giorni nel contesto scolastico. Dire a vostro figlio “difenditi”, risulta per lui un’azione sconosciuta poiché troppo generica ed astratta; non punterei tanto sul distacco dai compagni quanto su un avvicinamento a se stesso, lavorando sulla sua autostima e fiducia in se stesso, rinforzandole suggerendogli anche (magari attraverso esempi come: filmati per bambini o ricordi) delle situazioni di ADEGUAMENTO al contesto dei pari che gli permettano di entrare a far parte meglio del gruppo. In merito all’argomento del voler dimagrire, anche in questo caso credo sia importante aprire uno spazio di conversazione con il bambino, rivolgendosi magari ad uno specialista in merito (il pediatra) che potrà darvi consigli utili sul tema dell’alimentazione, non tanto in un’ottica di dimagrimento quanto di corretta alimentazione; questo potrebbe aiutare il bambino a non vivere la frustrazione del mangiare le merendine di nascosto, azione che non farà altro che aumentare lo stato di  tensione e malessere interiore; potrebbe essere utile leggere con il bambino depliant illustrati che riguardano l’alimentazione e la sua importanza per un corretto svolgimento delle attività quotidiane.

Infine, ma non per importanza, ritengo possa rivelarsi di aiuto far sperimentare al bambino la possibilità di affrontare le diverse situazioni della vita quotidiana con una certa leggerezza ed ironia, dando voi esempio di questo, sdrammatizzando alcune circostanze rendendole meno pesanti e gravose, di quanto possono sembrare.

Spero di esserle stata di aiuto.

Dott.ssa Stella Tessicini   



7 febbraio 2017

Buonasera,

                      mi rivolgo a voi perché ho bisogno di un consiglio.  

Vorrei separarmi ma non so che fare. Io sono a mia volta figlia di genitori separati e ho 35 anni. Ho sempre voluto costruire una mia famiglia e prendermi cura dei miei figli, essere fedele a mio marito e fare una bela famiglia. Delle volte però mi rendo conto non essere proprio possibile forse. Forse le tensioni di lavoro, il rapporto con mio marito che certo è alla pari e mi permette di fare tutto ma poi non mi fa sentire amata, forse  il rapporto che i miei figli (bimbi di 11 e 14nni) hanno con noi delle volte molto diretto fino ad essere quasi offensivo e molto pretenziosi mi stanca molto e delle volte mi sembra di non poter reggere. Così penso di separarmi e tirare il fiato. Sinceramente penso di separarmi e lasciare i figli a lui perché io delle volte sento starei meglio così. Poi però se ne parlo con le amiche mi dicono che i figli anno bisogno della madre a tutte queste cose qua.  Mi rivolgo a voi per un consiglio. Grazie

 

Buongiorno,

La ringrazio per la Sua fiducia nel rivolgersi a noi.

Porre fine ad un matrimonio può essere davvero emotivamente complicato.

Dalle righe che scrive avverto un senso di stanchezza, forse per le dinamiche familiari, forse per altro tipo di non assoluta soddisfazione a livello sentimentale.

Un fattore che viene alla luce è quello del non sentirsi amata: un passo possibile potrebbe essere quello del cercare di parlare direttamente e in modo piuttosto esplicito con suo marito, fermo restando che siete genitori da diversi anni, non è sottovalutabile il vostro sentimento come coppia, soprattutto dal momento che l'ha citato come prima perplessità.

Un altro fattore da considerare potrebbe essere il Suo sentimento nei confronti di suo marito, ovvero se la lacuna di affetto che  avverte sia  solo da parte4 di suo marito o se, in qualche modo, anche da parte Sua non  sussista più una motivazione a mantenere il legame attuale.

Affrontare l'idea che i propri desideri e le proprie aspirazioni di vita familiare non coincidano esattamente con la realtà talvolta è davvero doloroso ma allo stesso tempo potrebbe dare spazio ad una propria personale dimensione in cui sia possibile concentrarsi su se stessi come individuo ed immaginarsi al di fuori del contesto familiare.

Parlando con le amiche, scrive, si rende conto che i vostri figli necessitino della mamma e che prendere la decisione di lasciarli al papà potrebbe influire sul loro benessere. A questo proposito, se potesse riuscire a trovare un momento per distaccarsi temporaneamente (non palesando le motivazioni, bensì cogliendo una qualsivoglia occasione), potrebbe chiarire le modalità e le effettive possibilità: forse rendendo la cosa "reale" parlandone a voce alta, alcune sensazioni potrebbero chiarirsi.

Potrebbe essere di aiuto considerare il fattore stanchezza e spossatezza che, talvolta, se supera alcuni limiti, spinge a desideri di cambiamento radicali quando, forse, basterebbe un cambiamento relativamente picco per modificare l'insieme della quotidianità e, di conseguenza, della propria vita.

 dr.ssa Fabia Pietersen



Salve dottori,

                        mio figlio passa tutto il  giorno davanti ai videogiochi. Mia moglie dice che è nell’età dell’adolescenza, 16 anni, che ha letto che deve trovare il suo Sé che bisogna capirlo, lasciarlo in pace… Mah, mi sono documentato su internet ed anche in giro sento queste cose, ma mi chiedo anche, guardandomi indietro, se non c’è qualcuno che ogni tanto dà la spinta giusta, non si rischia di perdere i treni giusti? Per esempio lui già è stato bocciato e quest’anno è già nella direzione per la doppietta. 

Grazie per un consiglio che saprete darmi.

 


Salve, dalla Sua lettera sento emergere la preoccupazione vissuta da molti genitori con figli in età adolescenziale riguardo una probabile dipendenza da videogiochi, e le conseguenze che essa comporta tra cui  la dispersione scolastica.

E’ da considerare che i ragazzi di oggi appartengono a quella che viene definita “Touch Generation”. Sono legati alla tecnologia che convive nelle nostre case, è intuitiva e non ha bisogno di grandi spiegazioni. Per molti adolescenti il computer e il videogioco sono una calamita davanti a cui si dimentica tutto. Essi hanno un forte potere motivante con la capacità di catturare e mantenere l’attenzione agendo sulla stimolazione di più canali sensoriali.

Del resto le nuove tecnologie sono entrate nella nostra ritualità quotidiana portando quasi a scollegarsi dalla realtà e il genitore si sente di non avere alcun potere di entrata nello spazio tra il ragazzo e il dispositivo elettronico. Si potrebbe, pertanto, correre il rischio di percepire erroneamente una normale attività degli adolescenti di oggi come una dipendenza da videogiochi.

Questa attività ludica che invade la giornata del ragazzo riserva in sé anche aspetti psicologici educativi e sociali che fungono da stimolo alla formazione della personalità; un aspetto ,questo, che Sua moglie sembrerebbe ravvisare in relazione a Suo figlio. D’altro lato comprensibile è la Sua preoccupazione circa l’utilizzo incondizionato e spropositato del videogioco.

Potrebbe essere utile rendere il videogioco uno strumento di socializzazione e non di isolamento, organizzando sfide con amici, fratelli e sorelle. Vietarne l’uso potrebbe scatenare rabbia e frustrazione, mentre mettersi insieme davanti lo schermo in modo da rompere il rapporto “uno a uno” del ragazzo con il videogioco privo di emozioni per trasformarlo in una relazione a tre, o decidere i tempi e condividere la scelta del tipo di gioco (evitando i più violenti e competitivi), diventerebbe un modo per comunicare disponibilità e apertura al dialogo in ogni momento.  L’attività ludica divenuta tecnologica potrebbe inserirsi tra le tante altre attività (ad es. sportive) che riempono e arricchiscono la giornata di un adolescente. Il tempo del videogioco andrebbe confinato tra esperienze creative reali e considerando gli esseri umani programmati per la socialità, l’affetto, la compagnia, si dovrebbe puntare a valorizzare queste risorse.

Nella speranza che possa trarne utilità dalla risposta la ringrazio per averci scritto e la saluto cordialmente.

D.ssa Alessandra Calvario





25 gennaio 2017


Gentili dottori,

                          mi hanno segnalato il vostro sito e lo trovo molto interessante e vi ringrazio per il servizio che offrite.

Vi scrivo perché sono preoccupata per mia figlia di 12 anni.  Lei è dall’anno scorso che insiste per truccarsi, prima no, vuole vestirsi alla moda e fare la grande. Capisco sia una spinta all’indipendenza, alla ricerca di una sua individualità, ho letto alcuni libri di psicologia che più o meno dicono tutti la stessa cosa, ma poi non ci trovo molto riscontro nella realtà. In pratica che dovrei fare? Non mi sembra molto adeguato che una bimbetta vada i n giro con l’ombelico al vento, minigonne aggressive e si voglia truccare come una ventenne. Dice ( in effetti è vero, molte) che tutte le sue compagne lo fanno. Io però mi domando: E a 18 anni che farà? E con quello che si sente in giro? Ma poi sti bambini, non è giusto che facciano i bambini invece che gli adulti? C’è un altro problema, che mi domando se non abbia a che fare: con mio marito siamo separati da quando lei aveva 7 anni. Pensate possa centrare questa seduttività con la ricerca di un uomo maturo? La cosa della ricerca del padre mancato.?

Grazie per i consigli che saprete darmi.


Gentile S.ra,

 La ringrazio per averci contattati e condividere con noi la sua situazione preoccupazione. Nel leggere la sua lettera sento emergere la naturale preoccupazione che vive un genitore nei riguardi di un figlio che entra in una nuova fase del suo ciclo di vita:  quello dell’adolescenza.

Come Lei ha giustamente rilevato potrebbe esserci una spinta all’indipendenza, alla ricerca di una propria individualità e di un proprio stile di vita in seguito a un cambiamento fisico che si traduce in una crisi d’identità. Mi sembra ci sia in atto anche un processo di “adeguamento” al contesto dei pari (la ricerca di un rispecchiamento con il look delle amiche).

L’identificazione con il gruppo diventa inoltre un aiuto a superare le angosce i “movimenti” emozionali interni relative alla propria identità non ancora ben definita ma in fase di strutturazione e, di fronte ad una miriade di stimoli che la società di oggi ci fornisce in tanti modi e mezzi, è facile seguire le mode del momento, ma utile funzionale anche per ogni individuo per operare il processo di “registrazione” del proprio Sé al contesto e la cultura di riferimento. Forse sua figlia attraverso questo comportamento da grande vuol sia apparire, ma anche comunicare che non è più la “bimbetta” di una volta.

La gestione dei figli in questa fase può risultare difficile perché il genitore avverte nella ricerca dell’indipendenza del figlio la perdita o la messa in discussione della sua autorità. Il cambiamento va visto non solo come perdita di qualcosa, ma anche come acquisizione di qualcosa che si traduce in un nuovo rapporto più maturo.

Il genitore deve sempre dare regole ma motivandole, ponendosi con autorevolezza e serenità, aprendosi all’ascolto pur continuando a guidare ed educare. Da ciò che lei scrive non ho informazioni sul tipo di rapporto che lei e sua figlia avete mantenuto con il suo ex marito, ma mi sembra di capire che forse è stato una figura poco presente nella vita della ragazza.  Questo potrebbe essere letto come anche come un volersi mostrare e rendere evidente agli occhi dell’altro anche sessualmente. La componente emotiva-affettiva ha senz’altro una notevole influenza sulla strutturazione della personalità, ed entrambi i genitori sono importanti per la crescita dei figli ma, rispetto all’infanzia in genere nel periodo adolescenziale si cerca un legame col genitore dello stesso sesso con cui identificarsi ed il gruppo dei pari di riferimeno. Capisco il suo potersi sentire sola a gestire questa situazione e questo certo non è semplice: in due si possono condividere meglio responsabilità, frustrazioni e vissuti. E’ da considerare anche che ogni azione educativa non avviene senza tensioni e contrasti  e con una dose variabile di sofferenza sia per i figli che per i genitori.

 

Riconoscendo la sua attenzione e il suo interesse nel cercar di trovare spiegazioni sul piano psicologico, forse potrà esserLe d’aiuto riconsiderare il comportamento di sua figlia nell’ottica della nascita di una nuova relazione tra un genitore e un adolescente futuro adulto. Con questo magari potrebbe avviare una relazione nuova e “più matura” con sua figlia mantenendo sempre il ruolo di genitore che prima di tutto è contenitivo e protettivo prima (per la condivisione e l’identificazione, in questa età ha ruolo primario il gruppo dei pari)

Con la speranza di averLe dato qualche spunto di riflessione in più la saluto cordialmente.

D..ssa Alessandra Calvario

 

Gentile S.ra,

 La ringrazio per averci contattati e condividere con noi la sua situazione preoccupazione. Nel leggere la sua lettera sento emergere la naturale preoccupazione che vive un genitore nei riguardi di un figlio che entra in una nuova fase del suo ciclo di vita:  quello dell’adolescenza.

Come Lei ha giustamente rilevato potrebbe esserci una spinta all’indipendenza, alla ricerca di una propria individualità e di un proprio stile di vita in seguito a un cambiamento fisico che si traduce in una crisi d’identità. Mi sembra ci sia in atto anche un processo di “adeguamento” al contesto dei pari (la ricerca di un rispecchiamento con il look delle amiche).

L’identificazione con il gruppo diventa inoltre un aiuto a superare le angosce i “movimenti” emozionali interni relative alla propria identità non ancora ben definita ma in fase di strutturazione e, di fronte ad una miriade di stimoli che la società di oggi ci fornisce in tanti modi e mezzi, è facile seguire le mode del momento, ma utile funzionale anche per ogni individuo per operare il processo di “registrazione” del proprio Sé al contesto e la cultura di riferimento. Forse sua figlia attraverso questo comportamento da grande vuol sia apparire, ma anche comunicare che non è più la “bimbetta” di una volta.

La gestione dei figli in questa fase può risultare difficile perché il genitore avverte nella ricerca dell’indipendenza del figlio la perdita o la messa in discussione della sua autorità. Il cambiamento va visto non solo come perdita di qualcosa, ma anche come acquisizione di qualcosa che si traduce in un nuovo rapporto più maturo.

Il genitore deve sempre dare regole ma motivandole, ponendosi con autorevolezza e serenità, aprendosi all’ascolto pur continuando a guidare ed educare. Da ciò che lei scrive non ho informazioni sul tipo di rapporto che lei e sua figlia avete mantenuto con il suo ex marito, ma mi sembra di capire che forse è stato una figura poco presente nella vita della ragazza.  Questo potrebbe essere letto come anche come un volersi mostrare e rendere evidente agli occhi dell’altro anche sessualmente. La componente emotiva-affettiva ha senz’altro una notevole influenza sulla strutturazione della personalità, ed entrambi i genitori sono importanti per la crescita dei figli ma, rispetto all’infanzia in genere nel periodo adolescenziale si cerca un legame col genitore dello stesso sesso con cui identificarsi ed il gruppo dei pari di riferimeno. Capisco il suo potersi sentire sola a gestire questa situazione e questo certo non è semplice: in due si possono condividere meglio responsabilità, frustrazioni e vissuti. E’ da considerare anche che ogni azione educativa non avviene senza tensioni e contrasti  e con una dose variabile di sofferenza sia per i figli che per i genitori.

 

Riconoscendo la sua attenzione e il suo interesse nel cercar di trovare spiegazioni sul piano psicologico, forse potrà esserLe d’aiuto riconsiderare il comportamento di sua figlia nell’ottica della nascita di una nuova relazione tra un genitore e un adolescente futuro adulto. Con questo magari potrebbe avviare una relazione nuova e “più matura” con sua figlia mantenendo sempre il ruolo di genitore che prima di tutto è contenitivo e protettivo prima (per la condivisione e l’identificazione, in questa età ha ruolo primario il gruppo dei pari)

Con la speranza di averLe dato qualche spunto di riflessione in più la saluto cordialmente.

D..ssa Alessandra Calvario


20 gennaio 2017


Buongiorno,

                        provo a scrivervi dopo aver letto il libro che ho trovato molto interessante dello psicologo per i cittadini  e perché spero di avere un riscontro nuovo perché quelli che ho avuto da altri, non sono serviti.

 Sono padre di un figlio di 16 anni e da 6 anni sono separato da sua madre. Dopo la separazione, mi si era molto affezionato, anche perché, forse l’ho vissuto io così, fu mia moglie a scegliere la separazione e non io e non per tradimenti o altro, ma perché, diceva, di non sopportarmi più.  Ammetto di non essere un compagno modello però, non ho mai commesso nulla di che ( violenze o altro) né ho mai fatto mancare nulla a nessuno. Sono certo chiuso, delle volte algido e poco proattivo, ma ci sto lavorando sopra. Dopo 2 anni dalla separazione, ho trovato una compagna, più giovane di me di 10 anni, molto bella di cui mi sono innamorato e da cui ho avuto una figlia. Li è straniera. Mio figlio da quando ho avuto la figlia è cambiato. E’ come se non riuscisse a capire che voglio bene anche a lui (anche se in effetti mi ricorda molto la mia prima moglie ). Con lui sono stato duro da bambino , ma per dargli un’educazione.

Con la femmina invece sono più dolce anche perché, non so perché non sento una strana competizione/gelosia che delle volte sento/sentivo con mio figlio. Mi son confrontato con altri amici separati con figli ed in effetti è difficile voler bene allo stesso modo ad un figlio in cui si rivede la donna che ti ha cacciato e quella che invece si ama. E poi la mia  moglie attuale è rumena, calda e passionale e mi aspetta sempre a casa quando torno dal lavoro.

Adesso stiamo decidendo insieme di fare un grosso acquisto, un appartamento importante, un attico, che pensavamo di intestare a nostra figlia con l’usofrutto alla mia compagna. Sono parte di una mia grossa eredità, infatti qualcuno mi ha fatto notare che è un’ingiustizia per l’altro mio figlio perché di fatto lo volevamo comprare in un modo che uscisse dall’asse ereditaria un domani.  Voi cosa ne pensate? Ne devo parlare con mio figlio? Oppure no, perché, come dice mia moglie, devo tutelare la piccola e fare le cose giuste? 

 

Gentilissimo,

La ringrazio per la fiducia nel rivolgersi a noi,

Mi sembra di percepire nelle Sue parole un senso di preoccupazione e, forse, di confusione nella gestione di dinamiche poco facili da gestire.

Ciò che sembra emerge con maggior chiarezza è il Suo dubbio nei riguardi dell’acquisto dell’attico e del relativo intestatario. Certamente non deve essere semplice affrontare un passo simile trovandosi in mezzo ad una situazione non rosea con la sua ex moglie da un lato e una compagna che cerca di tutelare il proprio nucleo familiare dall’altro.

Sotto un aspetto legale (che come punto di partenza non credo sia di poca importanza), credo sia prassi corretta dividere equamente il proprio patrimonio tra tutti i figli, a meno che non ci siano valide ragioni per deprivare uno dei figli di ciò di cui, normalmente, dovrebbe beneficiare, tuttavia non mi sembra sia il Suo caso.

Parlarne con lui potrebbe essere di scarso aiuto se prima non si tenta di prendere una decisione da comunicare anche perché, di fronte ad un tale quesito, un ragazzo di 16 anni potrebbe sentirsi a disagio.

Per quanto riguarda il rapporto con i Suoi figli mi sembra lucido e consapevole dell’influenza che le madri e i sentimenti che prova nei loro confronti influiscano in modo importante sull’espressione d’affetto nei confronti dei figli.

Mi arriva una sorta di possibile risentimento nei confronti della madre del ragazzo, che credo potrebbe essere utile per Lei prendere in considerazione per l’influenza che potrebbe avere nella relazione con Suo figlio. Tale sentimento, forse, ostacola un pochino quello che potrebbe essere un normale “riarrangiamento” dei ruoli e della composizione familiare dopo la nascita della piccola.

Mi sembra anche che Lei intuitivamente colga (e se posso condivido), dal punto di vista emotivo la delicatezza e la difficoltà delle emozioni e i rapporti con due famiglie diverse e dal punto di vista pratico, che l’equità di diritti tra due figli che Le vogliono bene solitamente é un punto fermo non contestabile nè rimproverabile.

 

Dr.ssa Fabia Pietersen



Salve,

           siamo i genitori di un adolescenti di 15 anni che non riuciamo a contenere. Si arrabbia appena gli diciamo qualunque cosa, ci aggredisce buttanto tutto all’aria, gridando a voce sguaiata, e delle volte minacciandoci persino a gesti ( fa il segno di darci degli schiaffi). Noi siamo costernati perché crediamo di averlo cresciuto sempre con affetto ed attenzione, non gli abbiamo fatto mancare nulla, lo abbiamo sempre rispettato e messo davanti a noi. Non lo abbiamo mai costretto a fare nulla e mai punito, ma sempre parlato, ci siamo sempre confrontati con lui. 

Ora ci confrontiamo tra noi e ci chiediamo dove abbiamo sbagliato. Sappiamo che è un’età di passaggio, ma sinceramente ci siamo passati tutti, questa non è ribellione è rabbia. Abbiamo persino pensato potesse avere un tumore i ntesta  o qualche disturbo neurologico, ma dagli accertmaneti nulla. Ci siamo confrontati con latri genitori e ci dicno anche per loro è un qualcosa di quotidiano, genitori che consociamo da anni e che hanno condiviso con noi lo stile educativo che vi abbiamo detto sopra. Noi ci vogliamo mettere in discussione, ma non sembra esserci spazio. Forse potete aiutarci,


Gentile utente,

posso immaginare quanto sia difficile avere a che fare con un figlio adolescente. L’adolescenza, infatti, è quella delicatissima fase di passaggio nella quale vostro figlio sta cambiando “pelle”, sta cambiando identità, nel tentativo di abbandonare l’identità infantile e con essa la sicurezza infantile, e allontanarsi da voi per andare verso il mondo.

In questa ottica la ribellione e la rabbia possono essere identificate come un tenervi lontani, perché forse vi sente “troppo vicini e preoccupati”. Se la vicinanza, infatti, in se per sé è un fattore positivo, in questa fase dello sviluppo può essere vissuta come di intralcio al suo svincolo da voi.

Credo che in questo momento più che cercare dove voi abbiate sbagliato, sarebbe più proficuo chiedere a vostro figlio di cosa abbia bisogno. Questo scambio va effettuato non nel momento in cui il ragazzo è arrabbiato, sarebbe infatti come mettersi sotto un vulcano, ma nel momento in cui abbia recuperato la lucidità per confrontarsi. Chiedergli ad esempio “come ti senti?”, “cosa è successo?” può aiutarlo ad identificare il motivo della sua rabbia. In questo modo, non reagendo subito ma portandolo in un secondo momento a ragionare sul suo sentire, potete contenerlo nel senso di fargli vivere la rassicurante esperienza che la sua rabbia non è così distruttiva bensì funzionale a questo delicato passaggio. Anche dare delle regole chiare e condivise da tutti può rivelarsi un atto contenitivo, a condizione che quando le regole vengono rispettate seguano giuste conseguenze; questo può aiutare il ragazzo a costruirsi dei limiti sani entro i quali sperimentare la sua libertà. Non trascurerei inoltre l’importanza di riconoscere i suoi pregi, in modo che si senta visto e riconosciuto al suo meglio, aumentando la sua autostima.

Non solo dandogli l’esperienza che la sua rabbia può essere accolta, ma mostrandogli anche gli effetti che può avere sugli altri (es. far arrabbiare, offendere, ferire…), anche lui potrà cominciare a fare lo stesso con sé. La rabbia è una delle emozioni fondamentali dell’uomo, fa parte della vita dal nascere fino al morire, ed è per molti versi funzionale, serve  ad esempio a non farsi calpestare e se trasformata in grinta a raggiungere i propri obiettivi, tuttavia si deve imparare a gestire e comprendere nei suoi effetti che ha sulle persone ed il mondo circostanti. Se ci sono delle azioni ci saranno delle conseguenze che in famiglia potranno essere mediate, ma comunque esperite non negate, in modo che il figlio possa ridefinire la propria adattabilità all’ambiente ed alle relazioni stesse.

Un’altra azione importante potrà essere quella di contenimento della rabbia in modo da dimostrare al figlio che i genitori non vengono distrutti da essa e che sono in grado di difenderlo anche da quella dimostrandogli così anche di essere persone autentiche.

Raggiungere tali competenze favorirà il processo di arrangiamento del ragazzo, ossia l’adeguamento all’ambiente circostante, mediando tra proprie esigenze e richieste esterne.

Spero di esservi stata utile, la ringrazio per averci contattato.

Dot.ssa Stella Tessicini

 




5 dicembre 2016

Buongiorno.

Mia figlia Giulia di 9 anni pratica nuoto agonistico da due anni come esordiente B; si allena con impegno quotidiano con risultati nella media ed affronta le gare con la serenità di chi sa di non arrivare in zona medaglia, totalmente sostenuta da noi genitori che non abbiamo mai forzato la mano sul piano dei risultati.

 

E' una bambina molto timida ed introversa, che non si espone mai; per questo noi genitori abbiamo visto con soddisfazione la sua voglia di affrontare un percorso fatto di gare, perché immaginavamo una sua crescita come persona più che come atleta.

 

Tuttavia, mentre fino allo scorso anno si posizionava nel mezzo della graduatoria, quest'anno nelle tre gare provinciali la bambina è arrivata sempre ultima, in tutti gli stili: abbiamo notato non solo che fisicamente  Giulia è rimasta la più bassa rispetto a tutte le altre bambine con cui gareggia ed è estremamente minuta (entrambi fattori che incidono negativamente sulla performance natatoria), ma soprattutto che la bambina rende proprio meno in gara che negli allenamenti, come se avesse il freno a mano tirato; lei dice di sentire le gambe di legno e sbaglia le virate come se non sapesse farle.

A noi pare che non riesca più a gestire la paura.

 

A fine gara noi la lodiamo per come ha nuotato  e la esortiamo a continuare per migliorare se stessa senza pensare al risultato delle altre bambine; lo pensiamo sinceramente e lei sembra rasserenarsi. Poi però l'abbiamo vista piangere sotto la doccia a fine gara.

 

Un nostro amico allenatore ci ha detto che questo nostro atteggiamento non è adatto alla pratica di uno sport agonistico e che faremmo meglio ad indirizzare nostra figlia verso un nuovo sport che possa darle più soddisfazioni; alla lunga, secondo questo nostro amico, essere sempre l'ultimo anello della catena potrebbe incidere negativamente sulla fiducia in se stessa nella vita di tutti i giorni.

(sarà un caso, ma la bambina, sempre bravissima a scuola, da un mese a questa parte, dice di non capire la matematica anche contro l'evidenza dei suoi "eccellente")


Dateci un consiglio; non vogliamo "danneggiare" l'autostima di nostra figlia e non sappiamo se sia meglio :

- sostenere la bambina nella pratica del nuoto agonistico che ha scelto da sola e che pratica volentieri nonostante gli allenamenti pesanti ed i risultati deludenti delle gare (pensavamo questo anche per non insegnarle che si scappa di fronte a risultati non lusinghieri);

- o dirottarla, con tranquillità, verso la pratica di altri sport, dove la bambina, molto sportiva ed estremamente coordinata, potrebbe avere qualche soddisfazione in più (come il nostro amico consiglia) ?

Attendiamo un vostro illuminante consiglio.

Grazie.

 

 

Buongiorno.

Mi sembra di capire dalla Sua descrizione che il segnale più significativo di un eventuale momento di difficoltà per Sua figlia in questi ultimi tempi è sia il fatto che l'abbia vista piangere sotto la doccia nonostante un suo momentaneo calo nel rendimento sportivo.

Analizzando i fattori fisici e strutturali della bimba possiamo individuare fattori che potrebbero "remare contro" il raggiungimento di risultati ottimali e questo coinvolge per tutte le concorrenti.

  Per quanto riguarda lo sviluppo fisico, ci potrebbe essere un momento di smarrimento e di necessità di "arrangiamento" da parte di Sua figlia per rimanere in equilibrio all'interno di un sistema che intorno e dentro di se sè sta cambiando.

Pensare a non porre troppa attenzione sui risultati può essere funzionale per permettere l’espressione di eventuali disagi o di una ridefinizione di bisogni, aspettative…   e porsi , allo stesso temo, il quesito se sia o meno utile indirizzarla verso uno sport meno stressante e sfidante date le circostanze è un’azione certo utile per poter ridefinire possibili nuove soluzioni e adeguamenti personali.

Potrebbe partire tutto da una domanda molto chiara e allo stesso tempo decisiva da porre a Sua figlia: "Ti diverti sempre a nuotare? e a gareggiare?". Come scrive, in allenamento non si sente legata e riesce meglio rispetto al momento della gara, i fatti-dunque- parlano: è in grado di raggiungere alcuni obiettivi serenamente in momenti di rilassatezza e di svago, non sembra trattarsi di ostacoli "irreversibili", forse di bisogno di competenza, diversamene Sua figlia potrebbe avvertire un possibile disagio.

Un altro fattore da considerare è forse la relazione con le concorrenti: che tipo di rapporto ha con loro? è cambiato? esiste la possibilità che le amiche o compagne siano più competitive e tese al traguardo e che Sua figlia non abbia le stesse priorità? In questo caso l'ambiente sempre più stressante potrebbe finire per essere quasi una frustrazione piuttosto che un bel momento di benessere quale (avendo lei stessa scelto lo sport e avendolo mantenuto nonostante i faticosi e continui allenamenti), è stato fino a poco tempo addietro.

Anche  la percezione di non comprendere la matematica (sempre con evidenze che dimostrano il contrario), potrebbe essere parte di un quadro in cui Sua figlia forse potrebbe avvertire un senso di scarsa efficaci.

Come la bambina è stata capace e propositiva nel seguire la sua vocazione per il nuoto, è verosimile che colga altre attitudini in se stessa nel momento in ci volesse cambiare strada: approfittiamo quindi per gestire e rigenerare la sua resilienza.

Dare la propria disponibilità a parlare con lei se richiesto delle opzioni metterebbe Sua figlia davanti alla consapevolezza  di poter scegliere liberamente, senza invadere i suoi spazi obbligandola al confronto con l’adulto sostenendo così il bisogno di mettersi alla prova e di sentirsi efficaci, ma anche manchevoli, ma di essere pur sempre artefici di scelte, risultati, soddisfazioni ed errori…

In questo caso come in quasi tutti i contesti, non trascurerei l'importanza di altri fattori quali le relazioni con i compagni, gli amici, il proprio corpo. quando si tratta di performace qualunque eventuale piccola minaccia al proprio senso di autoefficacia potrebbe risultare amplificato e influire sul risultato.

 

Grazie della fiducia,

Dr.ssa Fabia Pietersen


28 novembre 2016

Buonasera,

                    ho un problema con mio figlio di 10 anni e mia figlia di 13.  Il più piccolo è molto aggressivo e spesso picchia la più grande. La differenza che forse c’è tra i due, oltre la personalità è che la più grande l’abbiamo cresciuta meno viziata del secondo invece sempre in braccio e date vinte quasi tutte sin da piccolo. Il piccolo vuole spesso giocare e non ammette che la grande gli dica di no ( comprensibilmente perché per lei “sono giochi da piccoli” dice). Il mio compagno ed io abbiamo provato a parlarci come dicono molti ma non è servito a niente. Non sappiamo più cosa fare.

Ci potete aiutare con qualche consiglio?

 

Buongiorno,

solitamente sono i fratelli più grandi che picchiano i più piccoli ma in questo caso avviene il contrario.

Mi sembra di capir che il più piccolo è molto aggressivo e forse bisognerebbe capire il motivo di questa sua rabbia e perché la riversa nei confronti della sorella.

In parte lei risponde a questa domanda dicendo che è stato cresciuto in maniera diversa. Mi chiedo se crede le abbia sempre avute vinte? Ora probabilmente rivendica questo “privilegio” anche nei confronti della sorella e non ammette i suoi no peraltro, mi sembra di capire, spesso giustificati.

Mi sembra importante aiutarlo a riconoscere i suoi sentimenti, in gioco c'è l costruzione della sua resilienza emotiva. La rabbia può essere espressa senza offendere o picchiare ad es. impegnandolo in un’attività sportiva, si può cercare di fargli capire che si può discutere senza litigare.

Parlarne con lui è si importante ma forse è arrivato il momento di dare delle regole, poche ma chiare e sulle quali, come genitori, bisognerebbe essere intransigenti. Il mestiere di genitore non è certo una passeggiata ma possiamo sempre correre ai ripari quando è necessario e data l’età del figlio possiamo ancora mettere dei limiti cercando di essere coerenti e decisi nel farli rispettare ed offrirgli cos' resilienza di contesto che lo aiuterà  costruirsi via via un carattere più forte ed una personalità sana.

Non scrive come reagisce la sorella ma credo sia importante per la crescita di entrambi non fare favoritismi ma cercare di trattarli per come si comportano in quel momento.

Sarebbe meglio evitare di prendere le difese di uno rispetto all'altro, di fare paragoni, di dividerli tra buoni e cattivi ma di ribadire fermamente le regole che, come genitori, avete pensato di porre, perchè può costruire nel tempo fantasie disfunzionali alla crescita sana.

Non è sempre semplice modificare un comportamento, anzi, ma con la costanza e la fermezza spesso si possono ottenere dei buoni risultati.

Sperando di esserle stata utile, la ringrazio per averci contattati.

Dott.ssa Patrizia Maltratti


Salve ho visto la vostra rubrica e così provo a chiedervi un consiglio.

Sono una mma di 32 anni.

Mia figlia, Jessica ha 3 anni.

Lei è carina, ma delle volte si arrabbia tantssimo anche per cose inutili e non capisco perchè nè cosa posso fare.

Nei libri  per bambini ho letto che di deve parlare con loro così le spiego che la mamma non  arrabbiata, che le vuole bene, che se sbaglio me lo deve dire....

Ma lei non si calma.

Dopo si calma d'improvviso ( di solito quando le do delle cose che vuole) e torna la pace.

Faccio bene?

Mia madre dice che a fare così poi non le do i limiti e da grande poi me ne pentirò. Ma che devo fare? Adesso anche mio marito dice la stessa cosa.

 

 

Buongiorno,        

Lei scrive che sua figlia ha 3 anni e che si calma quando solitamente le si quello che vuole.

Possiamo pensare che si tratti di capricci che iniziano generalmente ed improvvisamente verso i 2 anni per ripresentarsi, non a caso, nell’adolescenza. Queste sono fasi della vita dove si prova a combattere per diventare indipendenti ed i genitori devono essere “pronti” a rispondere sia per il loro bene sia per quello dei loro figli. Sua madre Le dice che accontentando sempre sua figlia, non le dà dei limiti: in effetti dire sempre di sì, “cedere” non va poi così bene così come punire sempre e comunque.

Credo servano delle regole, poche ma coerenti, quelle che Voi come genitori pensate sia utile e costruttivo definire. Non serve condividerle, perlomeno non a quell’età, dato che fa parte del ruolo di genitori e si tratta di una bambina piccola.

Sua figlia cerca di metterla alla prova, di vedere fin dove arriva il suo potere di figlia dal momento che è un’età nella quale capisce di essere una persona diversa dai genitori anche se è ancora troppo piccola per capire fin dove può arrivare, fino a che punto una presa di posizione sia realizzabile.

Se noi accontentiamo sempre i nostri figli potrebbe sorgere nel futuro una difficoltà nel rapporto con gli altri così come se diciamo sempre di no perché è come se non lo li considerassimo con la giusta importanza. Ci vorrebbe, come spesso succede, una via di mezzo. Credo sia importante punire se noi genitori riteniamo sia giusto farlo ed in base al comportamento che noi riteniamo scorretto con la giusta proporzione. Non si dovrebbe solo minacciare perché a lungo andare perdiamo credibilità.

Quindi, per concludere, poche e chiare regole, quelle che riteniamo giuste ma intransigenti nel farle rispettare. In caso contrario potrebbe accadere che sua figlia cresca prepotente, maleducata e nella peggiore delle ipotesi aggressiva.

Sono anche i “no” che aiutano a crescere e da grande forse La ringrazierà.

È normale provare a fare i capricci, non dovrebbe esserlo il fatto che questi prendano il sopravvento e facciano venir meno il ruolo di genitore che conduce e accompagna i propri figli nel percorso per diventare grande.

Ovviamente vale anche il contrario lodando con affetto comportamenti positivi.

Sperando di esserle stata utile, la ringrazio per averci contattati.

Dott.ssa Patrizia Maltratti





23 novembre 2016



Buongiorno,

                     sono un papà separato di 35 anni. Ho due figli maschi il più grande di 15 anni e l’altro di 12 anni. Purtroppo con la separazione di due anni fa da mia moglie li posso vedere solo due giorni la settimana e i w.e. alternati come le festività.

Ho ricalibrato la mia vita, ma adesso, stanco di rimanere da solo, ho incontrato un’altra donna. Lei è a sua volta separata, ha altri due figli (un po’ più piccoli dei miei) e tutto si è complicato.

I miei figli vedo che soffrono quando vengono a casa nostra e vedono la mia “nuova famiglia”, i figli di lei spesso sono rabbiosi e introversi mi accusano di non essere il loro padre e di non aver diritto di dirgli alcun che. Penso che abbiano ragione loro.

Mi sono documentato leggendo libri di psicologia in cui scrivono di queste famiglie allargate come felici in cui ci si scambia le culture ci si aiuta tutti, ma confrontandomi con la mia realtà e quella di altri amici/amiche e conoscenti che si trovano nella mia situazione (secondo matrimonio con figli) sembra che per tutti siano messi così: adulti in difficoltà e bambini sofferenti.

Avete dei consigli “nuovi” forse più centrati di quelli sopra detti che, sinceramente, sembrano molto teorici, ma per nulla applicabili nella realtà?

 

Grazie, se potrete aiutarci.

 


Buongiorno,La ringrazio per la descrizione del contesto quotidiano che Lei vive. Per avere un quadro del contesto familiare ancora più chiaro, nitido e ampio Le vorrei porgere delle domande da cui potrebbe trarre spunto :

prima di documentarsi leggendo libri di psicologia,si è confrontato con la sua compagna?Le ha chiesto come lei sta vivendo questa situazione?Le emozioni e i sentimenti che sta provando?

Inoltre, quest’ultima, come si comporta quando i suoi figli la accusano di non essere il loro padre? Cerca di attenuare, ridurre o eliminare tale situazione? Oppure ne resta esterna, fisicamente e emotivamente?

Le chiedo questo perché sembra, potendo io comprendere la situazione solo dalla sua e-mail, che solo Lei si  stia prendendo il carico e la responsabilità di questa affrontare/risolvere questa situazione,

Qualsiasi problema affrontato insieme ad un'altra persona, risulta meno gravoso, non solo emotivamente. Inoltre Le dà la possibilità di trovare la soluzione, osservando il problema da un altro punto di vista.

Una collaborazione da parte della sua compagna potrebbe essere uno stimolo in più per rinforzare la nuova struttura familiare.

Ogni situazione nuova comporta  la necessità di adeguarsi a nuove condizioni e registrare il proprio mondo interno (esperienze, emozioni, intuizioni…) cioè trovare un nuovo equilibrio in un contesto nuovo.

A volte questo riequilibrarsi necessita di tempi più lunghi, di quelli che avevamo previsto.

 Con questo Le voglio dire che probabilmente i suoi figli e i figli della sua compagna, hanno bisogno di un po’ di tempo in più, per metabolizzare mentalmente questa nuova dinamica familiare. Certo, delle volte il tempo non basta, ma devono essere gestite e spesso può essere necessario uno sforzo per farlo seguendo un indirizzo.

Potrebbe provare, a trovare del tempo e degli spazi con i suoi figli, ad esempio, alternando uno dei due giorni in cui lei può vedere i suoi figli.

Un ‘ idea per avere più tempo per i suoi figli e al tempo stesso dà la possibilità di dare più tempo ai figli della sua compagna per assimilare. Forse è anche importante nominare le differenze tra i suoi figli e quelli della sua nuova compagna: i figli dell’una non sono quelli dell’altro perché non sarebbe la verità. 

Potrebbe trascorrere la giornata insieme ai suoi figli in ambienti meno formali e domestici (farsi una passeggiata insieme, giocare con loro, andare al cinema, sala giochi, partecipare a manifestazioni, eventi sportivi). Ovviamente tale situazione deve essere momentanea, perché successivamente tali “uscite”, devono diventare un punto d’incontro, cercando di trovare dei punti in comune tra i suoi figli e i figli della sua compagna. Queste ipotetiche uscite solo inizialmente devono e possono coinvolgere solamente i suoi figli, senza forzare di evitare possibili uscite tutti insieme rischiando  di scindere marcatamente la relazione tra i suoi figli e i figli della sua compagna, neppure questa sarebbe la realtà.

Lo scopo lungimirante, è di unire questi ragazzi senza negare le differenze: sono figli di genitori diversi e sembra manifestino il loro diritto di nascita di esserlo.

Spero di esserLe stato utile. 

dr. Lorenzo Iurescia



Salve,

         seguo il vostro sito grazie ad una mia amica che me lo ha consigliato e trovo molto spunti interessanti per la mia vita ed ho letto il libro del prof. Unterichter che mi ha davvero aperto molte finestre interessanti, ma per questa cosa, come dice nel libro, ho bisogno di lenti che da sola non riesco a trovare per vedere e risolvere il problema.

 

Sono la mamma di una bella ragazzina di 16 anni che da quado è entrata nell’adolescenza (14), non riesco più a tnere. Ne fa di tutti i colori: torna tardi a casa il sabato sera, non fa niente per migliorare la sua vita a scuola e tutti gli anni si trova i debiti scolastici, ma a lei non importa (dice).

Con i ragazzi ha le sue esperienze da un po’ che non vuole condividere con me perché dice che io sono sua madre e se ha bisogno di un’amica certo non sono io.

Devo dire che i suoi 14 anni hanno anche coinciso con l’anno in cui tra me e mio marito (separati allora da 3 anni) il rapporto è diventato più difficile perché lui ha avuto un altro figlio da una donna molto più giovane conosciuta in vacanza in un paese esotico.  Mia figlia soffre molto di questo credo perché vede il padre essere accudente con questa bambina come non lo è mai stato in effetti con lei. Ho parlato con una vostra collega che mi ha spiegato si tratta (per lei) certo di gelosia normale di mia figlia nei confronti della sorellina e sta solo attirando l’attenzione. A me sembra qualcosa di più, non mi sembra che mia figlia stia attirando l’attenzione: mangia pochissimo, si arrabbia per un nulla, non investe nella scuola e nel futuro. A me sembra stia combattendo una guerra contro qualcuno, forse anche contro di me.

Sapete darmi una mano? Forse servono nuove lenti?

Non so che dire né a chi rivolgermi.

 Grazie se saprete aiutarmi.

 


Gentile Signora,

L'età che Sua figlia sta attraversando, come sappiamo, è particolarmente complessa sia per l'adolescente stesso che per i genitori .

Mi sembra descriva, comprensibilmente, una madre che osserva il comportamento della figlia adolescente che mi sembra possa far sentire impotenti e preoccupati. Sentirla sempre più distante e tanto grande da potersi permettere alcune esperienze, ma vederla ancora tanto giovane per rendersi effettivamente conto delle ragioni che la spingono e delle conseguenze delle proprie azioni può essere difficile da gestire.

Credo siano sensazioni che la maggior parte delle mamme in questo periodo di vita dei figli si trovino a dover gestire ed è più che comprensibile un certo grado di preoccupazione nel farlo nel miglior modo possibile.

Ho notato che Lei ha già consultato una collega e che si pone diverse domande sulle eventuali responsabilità da parte vostra di genitori e questa, credo sia già una importante e amorevole dimostrazione di affetto che, sono sicura, viene apprezzata anche se ancora inconsapevolmente e indirettamente.

Temo sia facile in questa circostanza fare una certa fatica nel distinguere quelli che sono normali atteggiamenti adolescenziali con conseguenti distrazioni e "ribellioni", da quelli che invece possono essere segnali di malessere meno "naturali". Quello che si può controllare in questa posizione è forse ciò su cui personalmente possiamo agire senza interferire troppo nei pensieri e negli spazi di sua figlia.

Credo possa essere ragionevole trovare il modo di fare una chiacchierata quasi casuale - che non risulti quindi una sorta di terzo grado.    Si potrebbe cercare di rassicurare la ragazza sul fatto che non ci sia da parte Sua l'intenzione di invadere gli spazi, ma farle sentire la sua presenza. Per esempio condividere brevi racconti personali di adolescente aneddoti di "ragazzate", di esperienze con i ragazzi e così via, senza superare i confini di ruolo. Non perdere il ruolo di madre contenitore e rassicurante è importante per chi ha bisogno di riferimenti certi cosa che certo non si può essere se si diventa amici e/o confidenti alla pari. Un figlio può scegliersi gli amici, ma ha bisogno di genitori che sappiano aiutarli, contenerli e guidarli. Per la condivisione e le confessioni forse possiamo lasciare al gruppo dei pari questo ruolo che lo possono assolvere meglio di noi.

Scrive anche in merito al papà della ragazza che, ad oggi, dimostra grandi attenzioni per la sorellina che non ha invece saputo  o voluto dare a Sua figlia. Condivido il fatto che questo atteggiamento possa suscitare in modo più o meno consapevole, un senso di gelosia.

Per quanto riguarda il poco impegno scolastico c'à anche la possibilità che non si tratti proprio di non investire sul futuro ma semplice predilezione  per nuove esperienze piuttosto che interesse nella scuola. Questa ipotesi è meno preoccupante e direi abbastanza comune. Non è facile a quell'età rendersi conto che studiare adesso aiuta per qualsiasi cosa si desideri fare in futuro e nemmeno avere le idee ben chiare su quali siano gli interessi professionali . Forse qui può intervenire proprio come genitore non che rinforza agiti disfunzionali, ma che registra necessità per il futuro come l’impegno e l’investimento nello studio.  L'importante è aiutarla a capire se le difficoltà scolastiche siano dovute a semplice poco interesse in alcune materie e poca voglia di studiare o se si tratti di una necessità di aiuto nel recupero di alcune materie.

In ogni caso sembrai in gioco ci sia l’importanza di apprendere valori come la responsabilità ed il dovere che nella vita le verranno, prima o poi richiesti di nuovo. Inoltre il ruolo genitoriale è importante per insegnare a sua figlia le competenze tra bisogni percepiti e possibilità di realizzazione. Personalmente da quello che posso evincere dalla Sua descrizione penso che Lei possegga già alcune "lenti" di cui necessita. Forse dovrebbe acquisirne o usare di più quelle più da genitore che permettono di guardare oltre il presente e di costruire un futuro. Questo potrebbe contribuire ad allentare la preoccupazione e la percezione di perdita di controllo che, se non ridimensionata, rischia di alimentare il circolo vizioso per cui si può generare confusione e ansia

Questa fase di vita è di per caotica e difficile da gestire. Per ora la cosa importante è che Sua figlia abbia la consapevolezza che possa sempre trovare  in Lei la rete di protezione di cui ogni figlio ha bisogno specie in adolescenza con l’accortezza che non diventi però una gabbia dorata.

Spero di poter essere in qualche modo di sostegno e rimango a disposizione con piacere,

La ringrazio per la fiducia,

Dr.ssa Fabia Pietersen




07 novembre 2016


Buongiorno, sono la mamma di Matteo un bimbo di 6,5 anni.

Matty è  iperattivo da sempre.
Al parco giochi non si è mai risparmiato.
Quando gli abbiamo proposto un corso di fare delle attività fisiche come sport, gruppi di escursione, attività ludiche i ngenerale insomma è sempre stato entusiasta e racconta quello che fa a tutti amcichetti di scuola, parenti, insegnanti...

adsso è iscritto tutti i giorni (dal lunedì al giovedì) a diverse attività (basket, babyteatro, orientiring) ma a me sembra stanco il sabato e la domenica quando poi è a casa anche da scuola.

Mio marito dice che fin che non si lamenta va bene così, io invece mi preoccupo che no nsi affatichi troppo che poi perda tempo per  i compiti, che incentri la vita solo sul divertimento.

Penso sbagliato? Che altro dovrei pensare?

Potete aiutarmi?


Grazie
Saluti



Gentile signora,

capisco le sue preoccupazioni e in effetti Lei mi ha scritto che il sabato e domenica Matteo le sembra stanco.

Sappiamo quanto sia importante che i nostri bambini facciano del movimento e mi sembra di capire che suo figlio è felice di partecipare alle attività alle quali è iscritto.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea come una giusta dose di attività fisica nell’età della crescita contribuisca allo sviluppo di tessuti muscoloscheletrici (ossa, muscoli, legamenti), del sistema cardiovascolare (cuore, polmoni) ed endocrino-metabolico. Inoltre, favorisce la coordinazione e la capacità di controllo dei movimenti e facilita il mantenimento del peso ideale.

I bambini che svolgono una regolare attività fisica (sport di gruppo o individuali, giochi all’aria aperta, ginnastica), infatti, dimostrano una maggior fiducia nelle proprie possibilità, sono portati a una maggior autostima, alla facilità nei rapporti sociali, a una maggior sopportazione dello stress, e sembra sino in un certo senso più "al riparo" dall’eventuale propensione a disturbi come ansia e depressione. Inoltre, l’esercizio fisico comporta migliore mobilità articolare, tonicità muscolare e corretta postura. 

La maggior parte dell’esercizio fisico è bene sia di tipo aerobico (quello che aumenta cioè la richiesta di ossigeno da parte dell’organismo) e che attività di elevata intensità siano praticate almeno 3 volte a settimana, incluse quelle che rafforzano muscoli e ossa (che possono essere svolte nell’ambito di giochi come corsa e salto).

Volevo però soffermarmi un attimo sul fatto che il movimento non è solo praticare dello sport ma è anche fare una passeggiata o giocare all’aria aperta.

Lei chiede se suo figlio si affatichi troppo e ha paura che poi perda tempo per i compiti, che incentri la vita solo sul divertimento.

Lo sport a quell’età deve essere prevalentemente divertimento ma anche lì ci sono delle regole che tutti devono rispettare quindi non mi sembra che sia quel tipo di divertimento fine a se stesso, senza obiettivi che nel lungo periodo potrebbe forse indurre a non assumerci le nostre responsabilità e comunque Matteo è ancora piccolo ed è importante che a quell’età i bambini abbiano diritto di divertirsi anche giocando.

Non mi scrive se a scuola suo figlio frequenti il tempo pieno, nel caso potrebbe essere che si stanchi troppo. È importante che lui frequenti le attività volentieri e che durante il sabato e la domenica abbia comunque il tempo si di riposarsi ma anche di fare delle cose piacevoli con voi genitori e nel caso in cui si lamentasse cercare di capire se forse non è il caso di rinunciare a qualche attività.

Sperando di esserle stata utile, la ringrazio per averci contattati.

Dott.ssa Patrizia Maltratti



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