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domande / risposte del 2010

GENITORI - FIGLI
Gentile dott  Dileo

 La ringrazio della risposta sul sito e a questo proposito volevo integrare la mia lettera con le informazioni  che, come giustamente asserisce, sono fondamentali per comprendere meglio la situazione.

Innanzitutto mi preme puntualizzare che i rapporti con  il pade di mio figlio, sono buoni, e che anche se ultimamente
ci vediamo e sentiamo più raramente, siamo riusciti, da parecchi anni ormai ad accantonare rancori e recriminazioni, Mi è capitato ad esempio di  dare una mano a lui e alla moglie ( hanno un bimbo di 5 anni che adoro ) nella loro azienda e persino di sottoscrivere una fidejussione a loro favore. Certo non sono mancate le discussioni dovute sopratutto a una visione opposta sull'educazione di nostro figlio,ma abbiamo sempre cercato e trovato una linea di condotta comune. Da quando mio figlio è senza patente vede il padre di rado,  ( vive a  20 km circa da casa nostra ) credo che questo lo faccia soffrire, anche perchè gli manca il fratellino, ma nello stesso tempo non cerca soluzioni alternative, e il padre si sente ferito e offeso dalla sua latitanza.

Con lui abbiamo parlato spesso della sofferenza  di mio figlio, a volte sembra rendersi conto,a volte invece sfugge anche perchè ovviamente non  vivvendo con lui ha difficoltà a comprendere fino in fondo; sono io che lo vedo tornare ubriaco o lo  sorprendo a piangere ecc ecc

Comunque mio figlio non ha concluso gli studi ( ist d' Arte) e lavora da  3 anni  come magazziniere. ha un buon rapporto con i colleghi e i responsabili. Ha parecchi amici ma frequenta saltuariamente quelli "storici", sopratutto da quando hanno cambiato abitudini, come smettere di bere e  frequentare bar e tirar tardi la notte.

Con noi vive il mio compagno  da una decina d'anni, con il quale ha sempre avuto un rapporto civile e rispettoso ma con il quale non ha instaurato un vero rapporto ,anche perchè  profondamente diversi. Fino a due anni viveva con noi anche il figlio del mio compagno,( coetaneo  di mio figlio), con il quale ha avuto invece un rapporto quasi simbiotico finchè se ne è andato di casa ( ora è padre di una bimba di 1 anno ).


 Ammetto comunque che le mie preoccupazioni, legittime ma invalidanti, possono essere la causa del suo non voler crescere e che per me, perennemente in ansia è facile cadere  nella trappola dell' accudimento. Proverò a coinvolgere il mio ex marito e  intraprendere
  noi due per ora, un percorso di terapia, non sarà facile ma se  questo può aiutare mio figlio a trovare un equilibrio, un minimo di serenità .....
Grazie ancora
Maria


Gentile Marina,
la ringrazio per le informazioni che mi ha aggiunto, e sono molto contenta nel sentire un tono un po’ più sollevato e speranzoso nelle sue parole. Le informazioni che aggiunge saranno utili soprattutto a voi, e al percorso che avete deciso di intraprendere…. Tra queste, quella che mi ha colpito fin da subito è l’allontanamento per motivi familiari del figlio del suo compagno, una sorta di “fratello”  (anzi “fratello-gemello”) per suo figlio. Lei evidenzia che lui aveva un legame fusionale con questo, e sicuramente suo figlio sta vivendo anche questa perdita… Questo evento potrebbe anche aver fatto nascere in lui dei vissuti di fallimento o inadeguatezza, visto che il suo fratello (gemello- amico) coetaneo andava via di casa per assumersi le responsabilità di una vita adulta, cosa che a suo figlio sembra riuscire molto difficile… Il dolore per la perdita e il senso di fallimento personale potrebbero aver amplificato la sua inquietudine e il suo disagio…e l’unico modo che ha per esprimerli è rappresentato dai comportamenti “irresponsabili”.. Questo legame è sicuramente molto importante e potrà offrirvi molti spunti di riflessione.

Mi ha colpita anche l’attaccamento tra suo figlio e il figlioletto del suo ex-marito…suo figlio ha un forte bisogno (come tutti gli esseri umani del resto) di legami, ma sembra anche averne paura, sembra non essere in grado di gestirli… Lei dice, infatti, che non trova alternative per andarli a trovare. Rispetto a questo  è vero anche che dall’altra parte sembra trovare un padre offeso e ferito che non mette in atto dei tentativi di avvicinamento... I comportamenti di suo figlio sembrano tenere in relazione voi tre, probabilmente cerca con questi di richiamare l’attenzione del padre, che invece sembra si allontani di più, e richiamano sempre più in causa la necessità del suo accadimento… Questa è soltanto una prima ipotesi, e anzi il termine ipotesi è anche azzardato, perché la vostra storia la conosco appena, e perché penso che il professionista a cui vi rivolgerete sarà in grado di offrirvi il giusto spazio e tempo per riflettere. L’ho voluta riportare, e mi scuso per l’invadenza, per sottolineare l’importanza di una cornice più ampia, come può appunto offrire la terapia familiare, in questa situazione, dove state male tutti,  e lei e suo figlio in misura forse maggiore…

Il lavoro terapeutico potrà aiutare suo figlio anche ad assumersi le sue responsabilità, perché deve farlo, ma gli va offerta anche la possibilità di farlo… Tale lavoro potrà aiutare anche lei, nel sentirsi non solo sostenuta, ma anche nel riscoprire risorse nuove nella vita di donna e madre… Questo lavoro dovrebbe portare una ridefinizione degli equilibri e dei ruoli, che dovrebbe coinvolgere (anche se magari non attivamente) anche il suo attuale compagno, che ritengo sia una risorsa preziosa.

So perfettamente che sarà un percorso difficile e complesso, credo che ne debba parlare con suo figlio e che come madre saprà quali sono le corde giuste per riuscire a convincerlo… Rinnovo che sarebbe utile iniziarlo anche con il suo ex-marito, ma intanto se non riesce, è sempre bene che iniziate voi due.
Le auguro buona fortuna e le faccio tanti auguri.

Dott.ssa Marzia Dileo



inserita 15/12/2010

FARMACOTERAPIA (rivolgersi a medici - psichiatri)
BUONASERA DOTTORE, SONO IN CURA DA CIRCA TRE ANNI CON DAPAROX 20 MG PAROXETINA IN QUANTO SOFFRO DI DAP ANSIA E IPOCONDRIA.....HO INIZIATO LA CURA CON UNA PASTIGLIA AL GIORNO POI HO SCALATO A MEZZA E ORA NE PRENDO UN QUARTO, DA QUANDO NE PRENDO UN QUARTO MI SONO TORNATE TUTTE LE ANSIE E LE PAURE....VOLEVO SAPERE SE E' POSSIBILE PRENDERE DAPAROX PER TUTTA LA VITA SENZA AVERE EFFETTI COLLATERALI SE PROPRIO UNO NON RIESCE A FARNE A MENO.
ATTENO RISPOSTA
CORDIALI SALUTI
C.

Buonasera sig. C., La ringrazio per averci esposto il Suo interrogativo dimostrandoci la Sua fiducia, ma purtroppo noi siamo degli psicologi e come tali  non prescrivono farmaci né cure farmacologiche.

Per questo La inviterei a contattare il Suo psichiatra medico specialista di feducia che sicuramente saprà risolverLe il quesito a cui cerca risposta.
Con cordialità.

dr. Unterrichter


inserita  11/12/2010

GENITORI - FIGLI

Buongiorno.
Sono molto preoccupata per mio figlio, 24 anni. In quest'ultimo periodo beve troppo, vizio che gli è costato il ritiro della patente e una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale e, non ultimo l'abbandono della sua ragazza, ma questo suo problema non è altro che l'ultimo di una serie di comportamenti tesi a placare l'ansia che  lo attanaglia, prima, per un periodo ha fatto uso di cannabis,si è dato al gioco d'azzardo per poi smettere con la facilità con cui ha iniziato:  Ne abbiamo parlato a lungo lui si rende conto di star male e di non riuscire a gestire  da solo la rabbia, il dolore che lo ha segnato dal momento che io e suo padre ci siamo separati. Una separazione, non facile, altamente conflittuale;.all'epoca lui aveva 9 anni e per due anni il mio ex marito mi ha minacciata e perseguitata, ha minacciato il suicidio e usato  il figlio come arma di ricatto per farmi recedere dal mio proposito, ma sopratutto lo ha reso partecipe minuto per minuto della sua sofferenza, facendo si che lui si sentisse, relativamente tranquillo, solo quando stava con lui, quando aveva la situazione sotto controllo. Ne abbiamo parlato a lungo, dicevo, e razionalmente comprende le ragioni della mia scelta ma, parole sue, non potendo e volendo, odiare me come causa della sua sofferenza, rivolge l'odio verso se stesso.

Sensibile, con un ottimo senso dell'umorismo, benvoluto da amici e colleghi , dotato di un talento naturale per l'arte grafica, per la scrittura, e per la musica non riesce a coltivare nessun interesse. se non per un brevissimo lasso di tempo.Passa velocemente  dall'euforia all'apatia,i suoi progetti , andarsene di casa , mettere su un gruppo musicale o dedicarsi alla pittura, naufragano appena varati. Ho provato a convincerlo a recarsi da uno specialista; ci ero praticamente riuscita,ma non potendo prendere un appuntamento per lui, essendo maggiorenne. hanno telefonato direttamente a lui ma come temevo lui ha rifiutato "l'invito. Non so se sono riuscita a fare un quadro esauriente della situazione, ma una cosa è certa sono tremendamente angosciata per questo mio disperato figlio e sopratutto brancolo nel buio. Qualcuno mi suggerisce di buttarlo fuori di casa, di metterlo davanti alle sue responsabilità....
Cordialmente.
 

Gentile Signora M.,
la situazione che racconta è molto complessa e ricca di elementi, che lasciano anche sentire la sua profonda preoccupazione per suo figlio, e premetto che non è semplice affrontarla o cercare di darle una risposta piena in uno spazio breve. Leggendola mi sono venuti in mente diversi quesiti: quando sono iniziati i comportamenti che lei chiama “tesi a definire l’ansia”? Il suo ex-marito è a conoscenza del disagio di suo figlio? E se si da chi? Da lei o dai racconti di lui?

E’ importante riuscire ad inquadrare l’insorgenza di questi comportamenti perché così potete, sia lei che suo figlio, iniziare a trovare una cornice che possa dare un significato diverso a questi disagi. Sicuramente suo figlio ha risentito della vostra separazione, che sembra essere una ferita non elaborata, che sembra averlo privato del confronto con una figura paterna, importante per lo sviluppo della sua identità. Suo figlio sembra vivere come un adolescente, (ma anche per questo aspetto sarebbe necessario avere altri dati: Che tipo di lavoro svolge? E lo svolge con continuità? Com’è è stato il suo percorso di studi?), e come gran parte degli adolescenti nutre un sentimento ambivalente verso i genitori li attacca per cercare di percorrere da solo la sua strada, ma li ama e teme che trovare la propria strada sia una sorta di abbandono definitivo. L’adolescente inizia a vedere i suoi genitori come due “esseri umani” con pregi e difetti, e non più come due “eroi”…e suo figlio forse questa realtà l’ha vissuta prima degli altri, ma non sembra ancora averla elaborata.

Suo figlio sembra attaccare se stesso, ma credo che con i suoi comportamenti stia lanciando un segnale anche a lei, che è la persona che le sta vicino da sempre e che sa essere molto legata a lui..forse le sta manifestando una sua fragilità nell’affrontare la vita come dovrebbe fare un ragazzo della sua età. Sembra che i comportamenti “irresponsabili” siano il modo con cui siate in relazione da tempo, e sono anche il modo con cui suo figlio rimane legato a lei.  Sta sicuramente lanciando un segnale a suo padre…di che genere? Forse sta cercando la sua attenzione? La presenza di una figura maschile che non è riuscito ad integrare in sé per costruirsi la sua immagine di uomo? Per questi ultimi quesiti sarebbe importante anche sapere che rapporto c’è ora tra suo figlio e il suo ex-marito.

L’esperienza della separazione è senza dubbio dolorosa, e lo è stata sia per suo figlio, ma, non escludo, nonostante le complicazioni della storia,  che lo sia stata anche per lei..e questa pur se con vissuti e obiettivi diversi è un’esperienza che vi accomuna e su cui potete riflettere in uno spazio adeguato (ad esempio la terapia familiare) insieme.  Mi sembra che i comportamenti “irresponsabili” di suo figlio  siano il modo con cui siate in relazione da tempo, e sono anche il modo con cui lui rimane legato a lei e non cresce… Anche questo aspetto può essere un utile spunto di riflessione in terapia familiare. Le situazioni tipo prevedono anche la presenza dell’ex-coniuge, ma credo sia impossibile nel vostro caso, credo che degli incontri con voi due condotti con l’obiettivo di riuscire poi a farli con suo figlio da solo siano più adeguati.

Per il momento provi a considerare un po’ meno i “disagi”, anche se capisco che questo le potrà risultare difficile. Provi ad osservare di più gli aspetti positivi di suo figlio, provi a stargli vicino “osservandolo da lontano”…. L’alcool, la cannabis ecc suscitano e hanno suscitato la sua preoccupazione ovviamente, e suo figlio lo sa che hanno un effetto su di lei. Un’altra risorsa importante potrebbero essere i colleghi e gli amici, che rapporti ha con loro?
Ribadisco la complessità della situazione che sta vivendo, anzi che state vivendo, e spero di essere stata d’aiuto.
Cordialmente,

Dott.ssa Dileo Marzia



Inserita il 28/10/2010

 COPPIA

Domanda:
Gentile Dottore,
sono una ragazza di 25 anni che ha appena concluso una relazione che durava da quasi due anni con un ragazzo affetto da disturbi ossessivo-compulsivi. Nonostante nutriamo sentimenti profondi l'uno per l'altro, siamo giunti a questa conclusione per l'insostenibilità, da parte mia, delle manifestazioni della sua patologia, ovvero la masturbazione compulsiva, che ha generato delle dinamiche distruttive all'interno del nostro rapporto.
 
Sin dall'inizio il suo problema ha minato le basi della nostra relazione, causandomi perdita di autostima e di fiducia nei suoi confronti. Anzi, a dire il vero, sono sempre stata diffidente per il fatto che, per coprire la sua patologia, mi ha spesso mentito. Si è instaurato in me un desiderio di controllo volto ad evitare che si masturbasse (ad esempio, non sopportavo l'idea che rimanesse solo a casa, dato che tutte le volte che ne aveva occasione non riusciva a fare a meno di masturbarsi).
Lui, da parte sua, una volta acquisita la consapevolezza del suo stato di malessere (dovuto ad una relazione non del tutto sana con i propri genitori), incoraggiato da me, ha intrapreso un percorso di analisi psicologica da settembre dello scorso anno. Mi sembra, però, che i risultati siano pochi sul piano della cura della manifestazione della patologia. La sua psicologa, stando a quanto mi ha riferito lui stesso, non da' molta importanza a questo aspetto, ma piuttosto alla cura delle cause che lo spingono a masturbarsi.
 
Io capisco perfettamente, perché l'ho visto con i miei occhi, che la sua malattia è legata a qualcosa di radicato nel suo inconscio, che l'ha reso una persona molto insicura e con ansia da prestazione nei confronti dei suoi genitori in primis, ma anche nei confronti di tutte le persone che lui ritiene importanti.
Quello che non riesco a capire, essendo una persona estremamente razionale, è quanto la forza di volontà possa intervenire in un soggetto con queste problematiche. Non capisco come sia possibile non frenare l'istinto che lo porta ogni volta a compiere un atto del genere, soprattutto perché so che lui si sente tremendamente in colpa per come mi fa stare.
Non capisco come la psicologa non ritenga importante curare le manifestazioni, perché, mi chiedo, se avesse avuto un altro tipo di patologia compulsiva, come ad esempio il gioco d'azzardo (che porta molte persone a dilapidare interi patrimoni o a mettere a repentaglio il bilancio familiare), vi avrebbe dato importanza?
Il mio ex-ragazzo mi ha suggerito di rivolgermi ad uno psicologo perché crede che mi approccio in maniera sbagliata alla sua malattia, ma il mio dubbio è che non ci sia modo di far accettare ad una ragazza il fatto che il suo ragazzo si masturbi continuamente su altre donne, che consideri quest'ultime soltanto un oggetto sessuale.
 
Non so se ho preso la decisione giusta, perché, nonostante tutto io sono profondamente innamorata di lui. Sto soffrendo molto perché ho perso una persona veramente importante per me, con il quale i momenti passati insieme erano il massimo che si poteva chiedere dalla vita.
Però sono consapevole del fatto che ormai stavamo vivendo un rapporto fatto di situazioni dolorose che si presentavano di continuo, che ostacolavano lo sviluppo individuale di entrambi.
Io voglio aspettare che guarisca, ma non so se è opportuno stargli affianco, se posso essere, mio malgrado, un ostacolo alla sua guarigione perché ho paura che a volte mi veda come un altro centro di obblighi e costrizioni.
 
Quello che Le chiedo è se ritiene oppurtuno che io mi rivolga ad uno specialista per tentare di trovare il modo di accettare questa sua patologia e tornare a stargli affianco, oppure se mi consiglia di lasciare il mio ex ragazzo libero di curarsi secondo i suoi tempi e i suoi modi.
 
La ringrazio per l'attenzione,
Vanessa


Risposta:

Cara Vanessa,
                        dopo aver attentamente letto la Sua richiesta, mi rendo conto della sofferenza in cui si trova e me ne dispiaccio moltissimo.
Quello che rappresenta infatti è un quadro difficile, in cui i sentimenti di amore sono messi a dura prova da difese e fantasmi potenti. 
Posso comprendere bene il Suo stato d’animo ed il Suo sentirsi portata ad agire in modo controllante  infatti, sia la  mia esperienza clinica con i casi di DOC ( disturbo ossessivo compulsivo) che la documentazione scientifica, insegnano quanto le difese, ahimè messe in campo da questi tipi di funzionamenti, siano potenti e coercitive esasperando chi sta loro intorno.
Per quanto riguarda la Sua domanda implicita che mi sembra di cogliere circa la conduzione della terapia condotta da ( mi sembra di capire) una psicologa – psicoterapeuta, non  so darLe una risposta. Infatti, la relazione terapeutica è sempre eccezionale ( quello che avviene con ogni  persona ogni giorno è sempre diverso) e non è possibile stabilire dall’esterno se un/una collega conduca bene o male il percorso terapeutico perché non è possibile conoscere gli obiettivi e le priorità che sono stati fissati.
Riguardo alla Sua domanda esplicita invece mi sento di risponderLe che credo sarebbe per Lei  importante avere una figura di riferimento che la possa sostenere, guidare e aiutare nel gestire la sofferenza che sente tra cui anche la perdita di autostima. 
Vorrei infine farLa riflettere sulla possibilità di cercare un aiuto psicologico  in merito non tanto per, come suggerisce il Suo ragazzo, farla approcciare in modo corretto alla sua malattia, ma a comprendere, elaborare e magari dare altri e nuovi significati ai Suoi sentimenti d’amore e quelli invece di malessere e forse di “annientamento” che prova o ha provato.
 Credo che solo questo La potrà guidare verso una Sua decisione se stare ancora insieme al Suo fidanzato e come stargli vicino al meglio per aiutarlo.
Cordialmente

Richard Unterrichter
 

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