LO PSICOLOGO DELLO SPORT




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PERCHE' LO PSICOLOGO DELLO SPORT


Dal primo Congresso Mondiale di Psicologia dello Sport (organizzato ed ospitato a Roma nel 1965) è stata fatta molta strada sebbene quella dello psicologo in quest'ambito sia una figura ancora ad appannaggio di poche elites (clubs, società, grandi squadre,...).

Tutti noi sappiamo l'importanza che ha lo sport nello sviluppo di competenze sociali e  nella crescita personale in generale, per questo crediamo importante offrire una rubrica dedicata per comprendere meglio l'importanza e la professionalità dello psicologo sportivo.

In pillole possiamo dire che lo psicologo sportivo si occupa, appena un passo indietro all’allenatore, del potenziamento delle risorse personali, della gestione della leadership e delle dinamiche di gruppo per costruire la squadra, sostenere la motivazione e la concentrazione, infine per vincere.

Per questo vi proponiamo una rubrica mensile in cui, con articoli mirati, cercheremo di informarvi meglio sul ruolo e sulle potenzialità dello psicologo nello sport.



PRESIDENTE APBPS PSICOLOGI DI BASE

dr. Richard Unterrichter


A volte è sufficiente “ordinare” la confusione che ci avvolge e ci “annebbia” la vista: ecco perché quell’immagine in copertina. A volte basta un piccolo arrangiamento e possiamo ri-pensare  guardando la stessa cosa con lenti diverse, più nitide e ben calate sugli occhi. A volte serve qualcuno che ci faciliti la messa a punto delle nostre potenzialità e ci accompagni a riempire il nostro zaino con tutte le lenti a noi utili. -Spesso la comprensione della nostra confusione può essere una modalità per “vedere” le stesse cose  dentro, fuori e attorno a me  per trovare il mio modo di vivere meglio-.

In questo libro si presentano una teoria, metodo e modo innovativi di fare psicologia attraverso una nuova figura professionale: “ lo psicologo di base” che si rivolge, per la prima volta, alle persone “normali” offrendo loro nuovi strumenti, per guardare la propria vita e vedere così soluzioni alternative e concrete ai problemi quotidiani. E’ un libro importante anche perché racconta l’esperienza concreta di questa nuova figura (già operativa con successo da quattro anni nel servizio “ A TU PER TU – psicologo di base”) che risponde ai nuovi bisogni dei cittadini e si inserisce nelle politiche del nuovo welfare.

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Inviaci una e-mail con la tua domanda a: psicosport@apbpspsicologidibase.it

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a cura dei nostri psicologi esperti sportivi
 





                          















La rubrica di psicologia per allenatori, coach, personaltrainer, squadre e sportivi




Dicembre 2016


COMPETIZIONE E AGGRESSIVITA’ 
di Laura Nemolato
 
La competizione è una naturale spinta dell’essere umano o un dato acquisito che viene visto come devianza? Nella vita di tutti i giorni sperimentiamo la competizione in molte forme diverse: al lavoro, a scuola, in palestra o in molti ambienti in cui entriamo in contatto con altre persone. Quindi nel momento in cui si entra in contatto con altre persone è possibile che si entri in competizione con qualcuno per ottenere quel parcheggio più vicino all’ingresso del supermercato o il voto migliore che permette di ottenere la borsa di studio oppure ottenere le attenzioni del capoufficio. Di esempi così se ne possono fare molti altri rischiando di avere difficoltà a ritrovare il bandolo della matassa. Per dipanare qualche dubbio può essere interessante partire dall’etimologia latina della parola competere composta da cum e petere. Per quest’ultima parola, tra le tante accezioni, quella più diffusa è chiedere e cum indica unione. Quindi in questo senso chiedere insieme può riportare al significato di volere la stessa cosa! L’immaginazione corre a orde di persone che desiderano la stessa cosa e lottano per ottenerla. Spostiamo per un attimo il focus e pensiamo all’uomo come un essere che avverte per tutta la propria vita una spinta relazionale verso l’altro e attraverso l’incontro con l’altro costruisce e sviluppa la propria identità.
 
L’incontro con altre persone diventa necessario!
 
Tale spinta porta a competere, soprattutto quando si desiderano le stesse cose, per ottenere ciò che vogliono anche altri. Concorrenza, emulazione, rivalità, competitività prevedono una quota di aggressività sottoforma di energia che mettiamo in gioco nelle attività di tutti i giorni per arrivare ad un obiettivo.
 
E nello sport cosa succede?
 
A differenza di ciò che comunemente si pensa, lo sport non ha tendenze egalitarie anzi è uno spazio in cui si realizza differenziazione e si favorisce la categorizzazione: pensiamo, per esempio, alle classifiche dove viene  segnata la differenza e vengono premiati i primi quindi i migliori. Lo sport divide i vincitori dagli sconfitti, non massifica ma diversifica gli sportivi.  La competizione può avere un ruolo importante per superare i propri limiti ed assume una connotazione positiva quando è regolata da un contratto, un accordo come lo è per esempio l’arbitraggio che stabilisce le regole e lo “SPAZIO” entro il quale i giocatori si muovono. Lo sport è quindi l’ambiente più favorevole alla competizione perché crea uno spazio di regole e valori condivisi all’interno del quale l’aggressività che accompagna la competizione  viene veicolata verso il raggiungimento di un obiettivo che può essere il risultato migliore. Quindi gestendo ed indirizzando l’energia verso un obiettivo, in questo caso, l’atteggiamento competitivo è una strategia funzionale non solo per il raggiungimento di un risultato sportivo ma anche per un buono sviluppo fisico o socio-culturale.  Ma c’è da fare una precisazione importante riguardo all’aggressività ed alle forme in cui viene espressa e socialmente accettata perché se è stato detto che l’aggressività indirizzata verso un obiettivo può aiutare ad ottenere dei risultati e può essere funzionale al raggiungimento di uno step, nello sport la competizione prevede tutte quelle situazioni prive di conflittualità la quale viene sostituita con altre forme di espressione più socialmente accettabili come la concorrenza o il concorso. Come è noto, infatti,   nell’antica Grecia le ostilità e le guerre venivano interrotte per lasciare spazio  ai giochi sportivi di rilievo come le Olimpiadi.
 
Quindi se è vero che due o più persone competono per ottenere la stessa cosa può essere anche vero che la competitività rappresenta un confronto tra competenze e capacità differenti. In questo modo, gli attori della competizione si confrontano in uno spazio d’azione delimitato entro il quale valgono le regole della competizione leale.


Novembre 2016

FOT DA: http://www.proaction.it/sport-di-squadra-e-non-solo
SPORT E GRUPPO: UNA QUESTIONE DI IDENTITA’

di Laura Camastra

Da sempre ciascuno di noi appartiene a diversi gruppi sociali, a partire dalla famiglia, ai colleghi di lavoro, alle squadre sportive, eccetera; ognuno dei quali ci permette quindi di interagire con gli altri membri.

Il gruppo sportivo può esser considerato un particolare tipo di gruppo sociale la cui caratteristica distintiva è proprio il crearsi una vera “anima gruppale” comune a tutti i componenti e allo svilupparsi di un forte “sentimento del noi”. Ciò che caratterizza una squadra è lo scopo comune, in quanto ognuno deve saper mettere da parte i propri bisogni e obiettivi personali privilegiando quelli della “collettività”.

L’uomo ha un bisogno innato di appartenenza ad un gruppo, per questo esso diventa un fattore importante anche nella costruzione dell’identità personale; ci aiuta a definire chi siamo. Nel momento in cui si fa parte di un gruppo, si crea l’identità sociale, intesa “quella parte dell’immagine che una persona ha di sé derivante dalla consapevolezza di appartenere ad un gruppo sociale, unita alle emozioni associate a tale appartenenza e alla valutazione data al gruppo stesso” (Tajfel, “Teoria dell’Identità Sociale, 1978). L’individuo, quindi, si identifica in esso e sviluppa un legame emotivo con gli altri membri. E’ stato riscontrato come la persona deduce la valutazione di se stessa in termini positivi o negativi, come apprezzabile o meno, in base alla valutazione che fa dell’intero gruppo. Quanto più il gruppo di appartenenza è giudicato positivamente, tanto più lo è il sé; quindi l’identificazione con l’ingroup porta a valutazioni più positive verso quest’ultimo, rispetto a chi non fa parte del gruppo (outgroup).

Abrams e Hogg (1988) ispirandosi agli assunti principali della teoria dell’identità sociale, hanno valutato un legame tra appartenenza al gruppo e autostima. Hanno ipotizzato che l’immagine positiva dell’ingroup si trasferisce al singolo membro del gruppo, che i fenomeni di favoritismo per l’ingroup aumentino l’autostima delle persone.  Hanno studiato anche le motivazioni che spingerebbero le persone ad identificarsi con un gruppo piuttosto che con un altro. Rispetto quest’ultimo punto, i soggetti con bassa autostima sarebbero spinte a favorire l’ingroup e, visto il bisogno delle persone di avere una buona autostima, esse tenderebbero a scegliere gruppi giudicati positivamente. Va evidenziato, però, che assumere il bisogno di autostima come motivazione nella scelta di un gruppo sociale è piuttosto riduttivo, visto che non tutte le persone che si aggregano ad un gruppo hanno bassa autostima o lo fanno per migliorare la loro condizione.

Infatti gli stessi Hogg e Abrams hanno successivamente dimostrato che l’identificazione di gruppo e il favoritismo per l’ingroup, non dipendono semplicemente dal processo di categorizzazione, ma dalla categorizzazione in una situazione di incertezza soggettiva che spingerebbe, appunto, le persone ad appartenere ad un gruppo.

La partecipazione sportiva, permette, quindi, di lavorare su se stessi abbinando la l’attività fisica a quella ricreativa-ludica, favorendo il benessere psico-fisico di chi lo pratica. Attraverso la socializzazione, ci si abitua a cooperare, a prendersi le proprie responsabilità, a prendere iniziative e decisioni,  a conoscere se stessi e il proprio corpo.

Lo sport infatti, è un potente strumento per lavorare sul singolo attraverso e col gruppo.

 


 

Bibliografia:

 Aronson (2006), Psicologia sociale,  Il Mulino.

 Castellini, Monzani e Greco, 2008, “Le dinamiche di gruppo e le convinzioni di efficacia in due differenti discipline sportive” in Giornale Italiano di Psicologia dello Sport.

Stephen A. Kozub, Justine F. McDonnell (2000). Exploring the Relationship Between Cohesion and Collective Efficacy in Rugby Teams. Journal of Sport Behavior.

 Voci, Laterza (2003). Processi psicosociali nei gruppi.






Ottobre 2016

FOTO DA:www.si24.it

IL “CAMPIONISMO”: SOGNO DEL GIOVANE ATLETA O RIVALSA DEL GENITORE?!

 di Laura Camastra

Alla base della scelta di uno sport per il bambino o l’adolescente, ci sono diverse motivazioni che vanno dalla passione per una specifica attività, all’influenza dei pari, alla spinta del genitore.

Un fenomeno in espansione che desta preoccupazione nell’ambito della psicologia dello sport, è il “campionismo”. E’ un atteggiamento che rispecchia le ambizioni più o meno realistiche, di successo, eccellenza, in ambito sportivo.

E’ ormai frequente la specializzazione precoce degli atleti, quindi il loro coinvolgimento in sport ad alto livello in giovane età, ciò comporta spesso una forte pressione da parte della società, dei genitori. Il campioniamo si manifesta, infatti, quando i carichi di responsabilità a cui il ragazzo viene sottoposto sono eccessivi e non combaciano con le esigenze di crescita, divertimento e confronto sociale che dovrebbero essere alla base della spinta motivazionale di una bambino/ragazzo verso lo sport.

L’atleta che vive costantemente queste pressioni sperimenta spesso in una situazione di stress che influenza negativamente il suo benessere psicofisico. Ciò accadere, infatti, se la scelta PER uno sport, è spinta dai genitori o dalle figure di riferimento del bambino, perché sono stati essi stessi degli atleti di alti livelli o perché cercano di far avverare un loro sogno attraverso il proprio figlio. Ci sono stati casi estremi in cui, ad esempio, l’attenzione del genitore verso il figlio, dipende dai successi sportivi ottenuti, o situazioni in cui sono state dati integratori proteiche ai giovani atleti per favorire e migliorare le prestazioni. Questo atteggiamento può sfociare in abbandoni sportivi e frustrazioni per il giovane atleta e le delusioni subite possono riflettersi sul resto della vita sociale ed affettiva del ragazzo che corre il rischio di introiettare una visione di sé con bassa autostima e autoefficacia.

 

Questo fenomeno dovrebbe far riflettere sull’importanza di lasciare liberi i bambini e i ragazzi nella scelta dello sport che meglio si allinea ai loro bisogni, che permetta di non tralasciare l’aspetto ludico e di divertimento utile al benessere psicofisico dello stesso, senza forzature. Sarebbe utile in quest’ottica, un approccio del contesto sportivo e familiare (allenatore e genitori) incentrato sul compito, invece che sul successo sportivo, motivando in questo senso l’atleta, indipendentemente dal suo talento.

 

FONTI

Fabio Ciuffini, Roberto Nencini, 2014.  Il Campionismo nel Calcio. Giovani talenti oppressi dai sogni altrui.

Ivan Francese, 2014. Tratto da http://www.ilgiornale.it/news/cronache/treviso-costringe-figlio-14enne-doparsi-farlo-vincere-nelle-997051.html



Settembre 2016

IMMAGINE DA: http://www.meteoweb.eu/

SEDENTARIETA' E SPORT:

PERCHE' INVOGLIARE

I BAMBINI ALL'ATTIVITA' FISICA? 

di Marica Vignozzi


Tv, smartphone, videogames, computer.. il crescendo degli stimoli portano bambini e ragazzi a condurre una vita più sedentaria rispetto al passato. A scuola l'attività fisica è sempre più ridotta o a volte assente ed alcuni genitori non comprendono l'importanza di fare sport, perché magari loro stessi non lo hanno mai fatto. Il problema principale è che, rispetto al passato, la vita è diventata più sedentaria fin da piccoli. Per esempio, è sempre meno frequente che i bambini stiano all'aria aperta a giocare o chei ragazzi passino le giornate girando in bicletta come si faceva prima ed è per questo che diventa ancora più importante invogliare i figli all'attività fisica e allo sport.

Ogni individuo attraversa, nella crescita, alcune fasi sensibili per lo sviluppo, fasi all'interno delle quali vengono sviluppate, con il giusto stimolo, le principali capacità motorie e coordinative. Tali capacità, una volta, venivano allenate a scuola nell'ora di educazione fisica, lezione alla quale, al giorno d'oggi, si dà sempre meno importanza.

L'attività fisica, inoltre, è un momento di grande crescita, non solo fisica, ma anche emotiva , psicologica e sociale per un bambino. Attraverso il gioco, perchè questo deve essere almeno all'inizio, imparano il rispetto delle regole, la condivisione di oggetti e spazi, il rispetto di ruoli diversi dai genitori e la socializzazione con altri coetanei. Lo sport è cooperazione e competizione al tempo stesso, qualità che lo accompagneranno nella vita in generale, nel rapporto con sè stessi e con  gli altri.

Talvolta, per un figlio, e di conseguenza per il genitore, è difficile, non solo avvicinarsi allo sport, ma anche scegliere quale sia lo sport che più va bene per lui o per lei. In realtà, non esiste uno sport più indicato di un altro anche se è importante evitare attività troppo selettive o specifiche poichè la specializzazione precoce può causare uno sviluppo fisico squilibrato e creare danni fisici importanti. In questo senso, il genitore deve affidarsi a società, associazioni, insegnanti e allenatori che abbiano le capacità per accompagnare i giovani allievi verso un tipo di sport sano e armonioso. I bambini devono poter provare esperienze motorie diverse, poi crescendo saranno loro spontaneamente ad orientarsi verso un'attività sportiva che potrà essere praticata in forma dilettantistica, pre-agonistica o agonistica; passando così dal gioco al divertimento e da questo alla passione.

È necessario quindi fare attenzione a due comportamenti tra loro contrapposti: da una parte  è importante far avvicinare tutti allo sport poichè è importante per la crescita individuale di ognuno, dall'altra evitare di riversare sui bambini il riflesso delle nostre aspettative e di farli diventare baby-atleti ancor prima che possano capire ciò che gli piace davvero. Lasciamo vivere la passione in maniera spontanea evitando, in quanto genitori, di essere eccessivamente presenti nella vita sportiva dei ragazzi: lo sport deve essere innanzitutto e soprattutto un divertimento.

 

Sitografia

Stephanie Crozzolo (2015), “La nostra responsabilità nel sedentarismo sociale”, tratto da http://www.my-personaltrainer.it/salute/sedentarieta.htmlnce

Simone Vitolo (2011). “I rischi dell'inattività fisica per la salute”, tratto da http://www.tesionline.it/v2/la-tesi-del-giorno.jsp?id=1824

Luglio 2016
IMMAGINE DA: https://franthesportpsych.wordpress.com

LA RELAZIONE TRA IL PERFEZIONISMO E IL BORNOUT

 

Una caratteristica di personalità che risulta comportare un rischio elevato nello sviluppo del burnout è il perfezionismo (Chen, Kee, Chen & Tsaim, 2008; Gould, Udry e all., 1996 ; Hill e all., 2008; Lnerye e all., 2008).

Esso è caratterizzato dal perseguimento compulsivo di standard eccessivamente elevati e dalla tendenza ad impegnarsi in un’eccessiva critica dei risultati (Frost, Marten, Lahart & Rosenblate, 1990).

Vari autori hanno affermato che il perfezionismo può dar luogo a specifici processi psicologici che possono comportare risultati adattivi e non.

C’è una controversia riguardo gli effetti rinforzanti che questa caratteristica di personalità possa avere sugli obiettivi prefissati dal soggetto, la cui azione possa condurre alla loro realizzazione.

Alcuni autori affermano, infatti, che in assenza di criticismo negativo, il perfezionismo potrebbe avere effetti positivi sulla motivazione.

D’altra parte, invece, ci sono evidenze a supporto del fatto che quando gli individui lottano per la perfezione, evitando di fissarsi in negativo, e le reazioni sono focalizzate sulle imperfezioni, essi sono capaci di mantenere patterns adattivi cognitivi, affettivi e comportamentali che sono positivi per gli investimenti sostenuti (Stoeber, Stoll, Pesheck & Otto, 2008; Stoll, Lau & Stoeber, 2008).

Flet e Hewitt (2006) affermano che non è la lotta verso il perfezionismo a causare nel tempo una mancanza di motivazione, ma è la percezione di essere ancora lontani dagli standard desiderati. E’ questo il processo che contribuisce a sperimentare elevati livelli di stress nell’atleta e aumenta la vulnerabilità al burnout, soprattutto quando il raggiungimento dell’obiettivo è necessario per sentire la propria autostima.

L’opinione prevalente è che lo sforzo, la lotta verso il raggiungimento del perfezionismo non può essere, da sola, debilitante per l’individuo (Flett & Hewitt, 2002; Hall, 2006; Stoeber & Otto, 2006).

Hewitt e Flett (1991) distinguono tre forme di perfezionismo:

1.     perfezionismo autodiretto;

2.     perfezionismo eterodiretto;

3.     perfezionismo socialmente imposto.

Il primo è caratterizzato dal perseguimento di standard eccessivamente alti, accompagnato da un'estrema severità verso se stessi e dall'incapacità di accettare i propri errori.

Nel secondo tipo il perfezionista impone agli altri come modello di perfezione se stesso; non delega il conseguimento di certi obiettivi ad altri perché li reputa incapaci di raggiungere risultati massimi.

Infine quello socialmente imposto, nascerebbe dalle aspettative irrealistiche che gli altri impongono al soggetto.

Quest’ultima forma, insieme a quella autodiretta, potrebbe essere una predisposizione per il burnout. Le eccessive aspettative sociali comportano, infatti, la paura per le valutazioni negative, autocritica, auto colpevolizzazione, ansia e generalizzazione del fallimento. Il perfezionismo audiretto, invece, predispone il soggetto a sperimentare depressione, ansia e nevrosi, attraverso l’interazione con variabili di altro genere (ad esempio esperienze stressanti, feedback negativi), le quali possono moderare gli effetti di queste predisposizioni.

E’ stato riscontrato come in assenza di percezione delle difficoltà nel raggiungimento dei propri obiettivi, questa prima forma di perfezionismo possa avere effetti positivi ad esempio sull’intraprendenza, sulla motivazione intrinseca e l’impegno verso l’obiettivo (Mills & Blankestein, 2000).

Essendo il perfezionista orientato al raggiungimento degli obiettivi autoimposti, è più facile che riesca ad ottenere successi, quindi contribuire allo sviluppo di aspetti positivi nel soggetto, piuttosto che cognizioni debilitanti (Flett & Hewitt, 2005). E’ per questa ragione che si è ipotizzato che sentirsi soddisfatti del risultato raggiunto, possa moderare la relazione tra perfezionismo auto diretto e burnout.

Gli stessi autori  hanno comunque suggerito l’esistenza di altre variabili che possono influenzare le potenziali conseguenze negative di entrambe le forme di perfezionismo. Ad esempio la capacità di ripresa psicologica può essere ottenuta attraverso un coping adattivo, elevata autoefficacia, intensa convinzione di controllo.

 

Dott.ssa Laura Camastra

 

BIBLIOGRAFIA

Paul R. Appleton , Howard K. Hall , Andrew P. Hill, (2009). Relations between multidimensional perfectionism and burnout in junior-elite male athletes. Psychology of Sport and Exercise 10 457–465.

 

Andrew P. Hill, Howard K. Hall, Paul R. Appleton, Stephen A. Kozub, (2008). Perfectionism and burnout in junior elite soccer players: The mediating influence of unconditional self-acceptance. Psychology of Sport and Exercise 9 (2008) 630–644.

 



Giugno 2016

Immagine: http://www.ausl.fe.it/azienda/hospice/modulo-6-la-sindrome-del-burnout

LA SINDROME DEL BORNOUT IN AMBITO SPORTIVO

di Marica Vignozzi

Secondo la definizione di Schaufeli & Enzmann (1988) il termine Burnout indica una “uno stato mentale persistente e negativo caratterizzato da esaurimento emotivo, distress, riduzione dell'affettività, diminuzione della motivazione, sviluppo atteggiamenti e comportamenti disfunzionali sul lavoro. Le condizioni psicologiche sviluppano gradualmente e possono rimanere nascoste; il burnout si auto-perpetua attraverso inadeguate strategie di coping associate alla sindrome”. Tale sindrome di esaurimento emotivo a livello lavorativo è stata inizalmente riscontrata in quelle professioni che prevedono il contatto con altre persone come quelle sanitarie e educative ma negli ultimi anni è stato visto che può colpire anche altri ambiti, ad esempio quello sportivo.

 

Tale termine è stato, a volte, strumentalizzato dai media specialmente nei casi di rapido declino di giovani prodigi e del fallimento del loro potenziale ma il burnout sportivo ha delle caratteristiche ben precise che vanno riconosciute e analizzate. I tre concetti base del burnout sportivo sono esaurimento emotivo, ridotto senso di realizzazione, riduzione della performance e svalutazione nello sport. Secondo Raedeke et al. (2002) il burnout sportivo è “il ritiro dallo sport connotato da una riduzione del senso di realizzazione, autosvalutazione , risentimento nei confronti dello sport , esaurimento fisico e psicologico”.

 

Il burnout nello sport ha alcune caratteristiche peculiari rispetto ai normali setting occupazionali. Gli atleti sono normalmente sottoposti a stress elevati ed hanno bisogno di risorse di coping molto forti per riuscire a superare i cambiamenti che conseguono alle diverse situazioni di vita. Quali sono gli ambiti a cui fare attenzione?


Coach, genitori e team: ambito importante è il rapporto che l'atleta ha con i proprio significativi. Con tale termine si vogliono indicare le persone importanti che ruotano intorno alla vita della persona, primi fra tutti in questo ambito sono i genitori e l'allenatore, come secondi il compagni di squadra e il proprio gruppo dei pari.

 

Motivazione: contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, ogni individuo altamente motivato è a rischio. La perdita di motivazione è uno degli elementi principali che causano il burnout e dalle ricerche emerge le persone altamente motivate percepiscono molto più stress derivato da una perdita o da una performance negativa.

Allenamento e Overtrainig (H. Gustafsson, 2007): l'allenamento è lo strumento che ha l'atleta per aumentare la performance e deve essere gradualmente più intenso per aumentare appunto le potenzialità del soggetto. All'allenamento deve seguire un adeguato recupero altrimenti l'atleta può incorrere in quello che viene definito “overtraining” e che può causare il burnout. Un altro fattore di stress, è rappresentato dal fatto che gli atleti sono continuamente valutati durante le competizioni e gli allenamenti, cosa che produce malessere nel caso in cui la performance del singolo o del team non sia quella aspettata.


Rischio di lesioni e brevità della carriera: la carriera di uno sportivo è molto più breve rispetto alle normali occupazioni pertanto è necessario raggiungere livelli alti nel più breve tempo possibile. Tale caratteristica comporta distress e può essere aggravata da una pausa forzata dovuta ad una lesione o un infortunio.

 

In conclusione i fattori di protezione rispetto a questa sindrome sono:

         gestione di eventuali problemi relazionali con la famiglia, l'allenatore o i compagni di squadra poichè possono essere causa di calo della performance e burnout;

         non incentrare l'aumento della performance con l'esclusivo obiettivo di vincere, è necessario facalizzarsi anche sul miglioramento personale al di la del risultato;

         organizzare al meglio i momenti di allenamento e di riposo;

         contenere a livello emotivo, psicologico e sociale eventuali infortuni.

 

Bibliografia

 

Gustafsson, H. (2007).  Burnout in competitive and elite athletes. [pdf]

Maslach, M., Leiter, M.P. (2008). Early Predictors of Job Burnout and Engagement. Journal of Applied Psychology, Vol. 93 No 3, 498–512.

Raedeke, T.D., Focht, B.C., & Scalsea, D. (2007). Social environmental factors and psychological responses to acute exercise for socially physique anxious females. Psychology of Sport and Exercise, 8, 463–476.

Schaufeli, W., Bakker, A. (2006) The Measurement of Work Engagement With a Short Questionnaire.  http://epm.sagepub.com

 






IL RE DEI MISTER

RIFLESSIONI UTILI PER UN BUON ALLENATORE

di Laura Nemolato

Negli ultimi tempi è balzato agli onori della cronaca un allenatore italiano che dopo aver allenato diverse squadre ha ottenuto un incarico come allenatore del Leicester City, squadra che corre per la Premier League inglese. Il protagonista è Claudio Ranieri, ex allenatore di diverse società calcistiche italiane.  È idea diffusa che le donne non siano grandi appassionate di calcio quanto meno alla pari degli uomini, e non mi allontano dalla media ma leggendo le varie notizie sul web e la carta stampata mi sono incuriosita ed ho letto che la squadra allenata da Ranieri non solo puntava alla “zona salvezza” nel campionato ma non vinceva alcun titolo da 132 anni! Non solo. La vittoria di questa squadra era quotata 5000:1 ovvero c’era una possibilità su 5000 che il Leicester vincesse, dunque una possibilità tanto remota da abbassare le quotazioni della squadra. Mi sono chiesta cosa ha contribuito a portare alla vittoria questa squadra e, più nello specifico, cosa può funzionare in un allenatore e in una squadra che non vuole limitarsi alla “zona di salvezza” ma punti a vincere il campionato.

Quali caratteristiche deve avere un allenatore che si occupi di una squadra sportiva?

Alcuni autori si limitano a decaloghi in cui le parole più frequenti sono “deve” o “non deve” come se fare l’allenatore fosse il risultato matematico di un’equazione che risolta in modo corretto DEVE avere un risultato. Sarebbe facile ma un allenatore di una squadra o di un atleta è una persona che interagisce con persone e si interfaccia con gli atleti, con le società sportive, con le famiglie ed a livelli alti con la stampa, con il tifo e qualche volta con i saputelli di turno. Inoltre, allenare una squadra in serie A è differente dall’allenare la squadra del proprio quartiere. Stilare l’ennesima lista risulterebbe un mare magno in cui è facile perdersi. Se si parte dall’etimologia di

allenare il significato più profondo è dare lena

ovvero contribuire a dare forza e facoltà di durare nella fatica. Quindi sembrerebbe che il ruolo più importante per l’allenatore è quello di sostenere e motivare gli atleti di fronte a difficoltà e fatica. Se è scontato che debba possedere conoscenze professionali, tattiche e fisiche, non è altrettanto scontato che possieda capacità di leadership e volizione che gli facciano tenere salda la squadra soprattutto perché la forza che impiega l’allenatore sarà speculare alla forza che la squadra impiegherà negli allenamenti e nei campionati. Gestire le dinamiche interne alla squadra fa di un mister una figura di riferimento per gli atleti ed in ciò lo stile comunicativo sembra importante perché un allenatore che sappia comunicare in modo aperto ed autorevole con i propri atleti può ottenere una maggiore resa della squadra soprattutto in momenti “a rischio”. La capacità di programmazione è utile per pianificare gli allenamenti, le strategie, gli obiettivi e le tecniche ma anche essere in grado di leggere in cosa è carente e quali sono i punti di forza della propria squadra e della squadra avversaria attraverso l’intervento e, cosa più importante, la prevenzione.

E quando una squadra si trova in “zona rischio”?

Soprattutto per le squadre che corrono per importanti campionati, la pressione che deriva dalle società o dalla stampa sportiva contribuiscono a creare un clima stressante per gli atleti che può influire sulle loro prestazioni. In questi casi, un buon allenatore tutela i propri atleti aiutando la squadra a esaminare e rivedere strategie, tecniche e tattiche. Dunque, sembra che la capacità di analisi sia un punto di forza sul quale ogni allenatore può puntare che alleni una squadra in serie A o la squadra del proprio quartiere.

Un buon allenatore vince sempre?

Le caratteristiche e le capacità elencate fanno sicuramente di un allenatore un buon allenatore ed altre se ne possono aggiungere ma, fatte le dovute eccezioni, non può vincere sempre perché ci sono molte variabili che incidono sul risultato e non sempre l’allenatore può governarle tutte ma può intuire le difficoltà ed i pericoli della sua squadra e fatta la diagnosi studia ed individua i rimedi, trasformando una diagnosi negativa in un probabile successo.

E per i più piccoli?

Quando gli atleti sono bambini o adolescenti il ruolo dell’allenatore è importante perché riveste una funzione educativa che non solo mantenga un buon clima nella squadra ma che sappia disciplinare ed allo stesso tempo motivare contribuendo alla funzione principale dello sport in tenera età che è quella del divertimento e magari può gettare le basi per un futuro agonistico.

Sarebbe interessante chiedere a Ranieri in che modo ha guidato la sua squadra e quali consigli darebbe a chi vuole allenarne una. È certo che nel calcio come in ogni sport di squadra un buon allenatore sa di dover lavorare per aiutare un gruppo di giocatori a diventare una squadra con modalità uniche per il raggiungimento dell’obiettivo.


Maggio 2016

Immagine: http://www.ampress.it

LE TECNICHE DI RILASSAMENTO NELLO SPORT


Lo Sport può comportare un notevole carico di stress per l'atleta che lavora per raggiungere propri risultati ed è necessario che tale stress sia gestito affinchè non vada a influenzare negativamente la performance. Per questo motivo, anche in ambito sportivo, sono sempre più utilizzate tecniche di rilassamento volte ad una maggiore conoscenza del proprio corpo e ad una migliore gestione dell'attivazione.

Una delle prime definizioni di “rilassamento” risale al 1500 quando nel dizionario francese Robert si parla di “azione relativa allo scioglimento di un giuramento”. Lo stesso dizionario nel 1964 parla di metodi di rilassamento “come procedimenti terapeutici bene definiti, che hanno lo scopo di ottenere nell'individuo una decontrazione muscolare e psichica attraverso l'uso di esercizi appropriati”. Per rilassamento si intende indicare uno status pscofisiologico caratterizzato da una riduzione del livello di attivazione complessivo dell'organismo, cui corrisponde un vissuto di calma, di pace interiore, di tranquillità e riduzione di ansia e di tensione.

I modi con cui si può ottenere un buon rilassamento sono diversi e negli anni sono state sviluppate più tecniche quali ad esempio:

        Training autogeno (Shultz): tecnica di rilassamento basata sulla correlazione tra gli stati psichici (in particolare le emozioni) e aspetti somatici dell'individuo.

        Rilassamento Progressivo (Jacobson): tecnica di rilassamento basata sull'idea che lo stato emotivo influisca sulla risposta muscolare, evidenziando una relazione tra muscolo, pensiero ed emozioni.

        Mindfullness: tecnica di rilassamento basata su una modalità di prestare attenzione, momento per momento, nell'hic et nunc, in modo intenzionale e non giudicante, al fine prendere maggiore consapevolezza della propria esperienza.

        Tecniche di origine orientale (es.Yoga).

In ambito sportivo le tecniche di rilassamento sono utilizzate per prendere consapevolezza della tensione muscolare a riposo e per gestire situazioni ansiogene o stressanti che possono influenzare negativamente una prestazione.

Le finalità sono:

        addestrare l'atleta a percepire i cambiamenti del proprio organismo durante l'attività fisica ed usarli a proprio vantaggio;

        maggiore conoscenza di sè e migliore controllo delle proprie emozioni;

        gestione dell'ansia pre e durante la gara;

        aumento dell'autostima;

        monitoraggio e gestione delle soglie di stress;

        controllo della fatica;

        incremento dell'attenzione e concentrazione;

        controllo del dolore.

Con una buona gestione dell'attivazione psico-fisica è possibile gestire lo stress dell'allenamento, diminuire l'ansia pre-gara e arrivare ad una buona coscienza di sè, tutti punti fondamentali che favoriscono la riuscita della performance.

dr.ssa Vignozzi

 

Bibliografia

Bramucci M., Tecniche di rilassamento e visualizzazione. Applicazioni pratiche. Streetlib.

Shultz J.H., Il Training Autogeno – Il Training autogeno metodo di autodistensione da concentrazione psichica, Feltrinelli.




Aprile 2016

Immagine: http://omnama.it/blog/pensiero-positivo

IL PENSIERO POSITIVO NELLA PSICOLOGIA DELLO SPORT


L'applicazione della tecnica del Pensiero Positivo all'interno della Psicologia dello Sport deriva dallo studio del benessere soggettivo che ha dato origine al vasto e sfaccettato movimento della Psicologia Positiva, le cui attività si sono sviluppate a partire da due prospettive di base: edonica e eudaimonica. La prospettiva edonica comprende studi volti ad analizzare la dimensione del piacere, inteso come benessere prettamente personale e legato a sensazioni ed emozioni positive mentre la prospettiva eudaimonica privilegia l'analisi dei fattori che favoriscono lo sviluppo e la realizzazione delle potenzialità individuali secondo il concetto aristotelico di eudaimonia, intesa come ciò ne arricchisce la personalità. La seconda prospettiva è quella che più ci interessa poichè presuppone che la persona possa realizzarsi a partire dalle proprie potenzialità.

Quando ci troviamo di fronte a una situazione critica o una sfida i nostri pensieri possono influenzare significativamente il risultato che avremo in relazione a un dato compito. Specialmente se facciamo un'esperienza negativa, come per esempio perdere una gara o sbagliare un'esibizione, è molto probabile che avremo paura che la cosa si ripeta e ciò può far insorgere pensieri negativi a cui seguono emozioni negative come paura, ansia e scoraggiamento, che incentivano nuovamente i pensieri negativi, creando un circolo vizioso che va a ledere la concentrazione, la motivazione e la grinta.

In Psicologia dello Sport viene spesso utilizzata la tecnica del Pensiero Positivo, appunto, per spezzare questo circolo vizioso di impotenza o nei casi in cui la persona non riesca a “parlare” a sè stessa in modo positivo, motivante e sfidante. Tale tecnica costituisce una dinamica cognitiva volta a trasformare gli aspetti negativi (ex. “Non voglio perdere”) in positivi (ex. “Voglio vincere”) così da puntare su questi ultimi. È un allenamento continuo che va a lavorare sulla motivazione intrinseca: spostare il negativo, vedere il positivo. Sospendere quei pensieri automatici e formulare pensieri più funzionali permette di influenzare in modo positivo emozioni e comportamenti: il pensiero positivo prepara ad affrontare al meglio qualsiasi sfida poichè aumenta la creatività, aiutando a  vedere i problemi da punti di vista diversi, favorisce la consapevolezza delle proprie capacità e aiuta l'atleta ad usare i mezzi appropriati per superare i propri limiti (incremento di autostima e autoefficacia) e la consapevolezza/controllo dei propri pensieri riuscendo così a trasformarli, modificarli e ristrutturarli.

Il pensiero positivo produce una serie di effetti benefici:

        miglioramento di memoria e concentrazione

        aumento della fiducia in sè stessi e nelle proprie capacità

        aumento della capacità di trovare la giusta attivazione e affrontare lo stress

        incremento della motivazione personale e della costanza

         potenziamento della produttività generale

La Psicologia Positiva sottolinea come il pensiero positivo possa non essere una caratteristica innata della persona, ma è un atteggiamento che può essere imparato. Se nella vita a volte capita di non poter modificare le cose che non vanno bene, è altrettanto vero che possiamo modificare il nostro modo di porci di fronte ad esse.

È a partire dalla modificazione del nostro dialogo interno che questo processo può realizzarsi. L’uso del dialogo interno, conosciuto come tecnica del Self Talk, viene utilizzato in ambito sportivo per controllare ed organizzare le cognizioni degli atleti. Il fulcro del self talk sta nella focalizzazione sui pensieri positivi e sugli obiettivi, in modo che essi portino al comportamento desiderato. La tecnica consiste nello sviluppo di affermazioni, incoraggiamenti, brevi istruzioni e frasi stimolanti, da ripetere a sè stessi (mentalmente o ad alta voce), al fine di sostituire eventuali pensieri negativi con stimoli positivi e rinforzanti. Si possono ultilazzare immagini o parole chiave volte a richiamare determinate situazioni e stati psicologici altamente positivi provati in circostanze positive (es. buone prestazioni, passate vittorie). Esso favorisce:

         il senso di fiducia personale

         l'apprendimento delle abilità

         il controllo di attenzione e concentrazione

         la ripresa dagli errori durante l'esecuzione

In conclusione, il lavoro di trasformazione del pensiero, da negativo in positivo, può spingere il corpo a prestazioni e risultati migliori poichè stimolato in modo motivante, anzichè scoraggiante. Tale tecnica non influisce soltanto le performance sportive ma anche lavorative, sociali ecc. rappresenta una modalità di pensiero che può essere applicata a tutti gli ambiti e può aiutare ad affrontare le sfide della vita in modo da utilizzare tutte le risorse a disposizione.

Marica Vignozzi

 

Bibliografia

Hardy J., Gammage K., Hall C., A descriptive study of athlete Self-Talk, The Sport Psychology, 2001.

Hatzigeorgiadis A., Theodorakis Y., Mechanisms underlying the self talk – performance relationship, Psy of Sport & Exercise, 2009.

Seligman M.E.P. (2009) Imparare l’ottimismo. Giunti, Firenze

Seligman M.E.P. (2010) La costruzione della felicità. Sperling & Kupfer, Milano.






FOTO:www.linkedin.com
FARCELA NELLO SPORT E NELLA VITA
Ecco come attraverso la resilienza
di Laura Nemolato

Ad ognuno di noi è capitato di trovarsi, proprio malgrado, dinanzi ad ostacoli o difficoltà più o meno grandi. Ciò che ci differenzia è il diverso atteggiamento di fronte a tali situazioni, il modo in cui affrontiamo gli impedimenti sul nostro cammino. In questo caso ci viene in aiuto il termine resilienza che è un concetto di ampio respiro che indica la capacità di far fronte in modo positivo ad ostacoli e difficoltà mantenendo un atteggiamento positivo e propositivo, fronteggiando efficacemente gli eventi critici e riorganizzando positivamente la propria vita. Non si tratta di una qualità innata ma la buona notizia è che si può sviluppare ed allenare proprio come fosse un muscolo! Si tratta di comportamenti, pensieri ed azioni che è possibile apprendere ed è costruita dalle esperienze precoci con le figure parentali, dai messaggi che i nostri genitori o chi si è preso cura di noi quando eravamo piccoli, ci ha tramandato; ma essendo una capacità umana ad appannaggio di tutti è un’ abilità sulla quale si può lavorare. Come abbiamo detto finora, la resilienza, capacità preziosa, è come un allenamento che forgia la persona a livello fisico e mentale. È un concetto utilizzato anche nello sport dove l’accento è focalizzato sulla motivazione. Qui l’atleta che allena la propria resilienza ha la possibilità di fare anche una buona carriera professionistica.
Impegnarsi quotidianamente e perseguire gli obiettivi
Questo è il lavoro che si può effettuare nello sport ponendo il focus su obiettivi a lungo termine. Ogni volta che ci si accontenta si corre il rischio di non migliorare con il pericolo di depotenziarsi mentre il miglioramento si ottiene quando si esercita un atto volitivo perseguendo il proprio obiettivo senza lasciarsi sopraffare dalle distrazioni. Con gli atleti in particolare, lavorare su consapevolezza ed esame di realtà insegnando a gestire le ansie da prestazione è ciò che aumenta il senso di autoefficacia personale. In questo modo si entra in un circolo virtuoso per cui “più sperimento successo più aumenta il senso di autoefficacia personale e più sono motivato ad andare avanti”. Questo vale nello sport così come nella vita: dal lavoro alle relazioni interpersonali. Ma
Come si sviluppa il senso di autoefficacia?
Partendo dai neuroni! In particolare dal Sistema Reticolare Attivatore. Vi è mai capitato di voler acquistare un’auto? Presa la decisione riguardo al modello si comincia a vederlo dappertutto. Oppure pensate a quando si ascolta una canzone per la prima volta e la si sente in continuazione. È il nostro Sistema Reticolare Attivatore che si attiva ad ogni stimolazione sensoriale ed agisce PER noi o CONTRO di noi a seconda delle indicazioni che gli forniamo. Molti lo usano nel peggiore dei modi, per esempio, continuando a ripetersi cosa è andato storto nella propria vita e facendo leva sul passato vi rimangono focalizzati tanto da rimanere bloccati che è il modo migliore per non concretizzare alcun risultato nel presente
ostacolando il proprio progresso personale. In questo caso, per sviluppare il senso di autoefficacia provate a fare questo piccolo esperimento:
Ricordate un evento positivo in cui siete riusciti e ce l’avete fatta
 Cosa avete provato?
 Cosa ha fatto sì che voi ce la faceste?
 Chi ha contribuito al vostro successo?
Ricordare eventi positivi aumenta la vostra energia e lascia emergere le vostre risorse personali che potete allenare nel tempo.
Mi piace terminare questo articolo con una metafora che mi colpisce sempre e rende bene l’idea della resilienza: mi riferisco alla resilienza che potete allenare proprio come fosse un muscolo! Mi piace l’idea di aggiungere, giorno dopo giorno, un quarto d’ora di allenamento in più, o aggiungere alla macchina per gli attrezzi qualche chilo in più, in modo da fortificare il muscolo e farcela laddove ne abbiamo più bisogno.

BIBLIOGRAFIA
Cantoni F., (2014). La resilienza come competenza dinamica e volitiva. Giappichelli editore Torino
Cyrulnik B., (2002). I brutti anatroccoli. Le paure che ci aiutano a crescere. Frassinelli editore Milano
D’Alessio G., (2014). Il potere di cambiare. Come sviluppare la leadership personale. Rizzoli ETAS
Bandler, R., (2015). PNL per il benessere. Alessio Roberti Editore


Montemurro, M., R., (2015). Resilienza: hai più opportunità se la conosci. http://medicallifecoaching.gazzetta.it/2015/02/23/resilienza-hai-piu-opportunita-se-la-conosci




Marzo 2016

SPORT E CRESCITA
PERCHE' E' IMPORTANTE SCEGLIERE LO SPORT ADATTO PER I BAMBINI

Quello della crescita è un momento delicato in cui ogni bambino ha bisogno di stimoli e che vengano assecondate le sue inclinazioni. L’ American Academy of  Pediatrics  suggerisce per i bambini almeno 30 minuti di sport al giorno per combattere problemi legati al peso ma anche per un corretto sviluppo fisico ed i benefici psicologici legati anche alla socializzazione. Fin qui niente di più naturale poiché basterebbero queste semplici indicazioni per invogliare i bambini ed anche i genitori.

Sono proprio questi ultimi che hanno un ruolo fondamentale per i figli nella scelta di uno sport che, spesso, è il frutto di un compromesso tra le esigenze fisiologiche del bambino, le sue inclinazioni e le esigenze dei genitori anche in termini di impegno e possibilità. Se è vero che non esiste uno sport perfetto è anche vero che

per ogni età ci sono diversi segnali che suggeriscono quale possa essere la scelta più adatta.

Cominciamo dai più piccoli (3-5 anni) che sperimentano lo sport come un modo attraverso cui giocare e soprattutto trarre piacere dal movimento. A questa età sono molto indicati sport che permettono di entrare in contatto col corpo gradualmente, con poche regole e possibilmente da fare all’aria aperta:

Ø  per esempio, col nuoto veniamo immersi nell’acqua che accoglie il nostro corpo e ci permette di prenderne coscienza, è uno sport completo che coinvolge tutti i muscoli del corpo e consente di allenarli

Ø  con la corsa il bambino esplora l’ambiente e può essere fatta insieme ai genitori, diventando occasione per stare insieme

Ø  con il pattinaggio (consigliato intorno ai 5 anni) si rinforza l’equilibrio anche se è uno sport asimmetrico focalizzato sugli arti inferiori

Ø  la danza preparatoria dona organizzazione e coordinazione al corpo

Ø  l’equitazione contribuisce al rispetto ed all’amore verso la natura oltre che a donare benefici fisici e psicologici come la capacità di concentrazione e la diminuzione dell’ansia.

In tutti i casi sopra, è consigliabile concentrarsi sullo sport come gioco e non come attività agonistica, come consiglia la SIP Società Italiana di Pediatria. Nella fascia che va dai 6 ai 9 anni, il bambino avverte necessità differenti, in primis quella di socializzare. Per cui ben vengano

Ø  il calcio che sviluppa gli arti inferiori e la concentrazione; inoltre, invita a socializzare e a comprendere il punto di vista dell’altro. L’unica avvertenza è di monitorare il livello di competizione che si instaura nel gruppo

Ø  pallanuoto e pallavolo sono sport nobili che fanno lavorare gli arti superiori ed inferiori e favoriscono lo spirito di squadra

Ø  il rugby attraverso le regole e la fisicità favorisce l’incanalamento dell’aggressività per cui può essere indicato per bambini che hanno l’esigenza di muoversi molto

Ø  il tennis aumenta la coordinazione e la concentrazione

Ø  le arti marziali favoriscono l’autocontrollo ed il contatto disciplinato con l’avversario.

In tutti i casi citati, il suggerimento è aiutare i propri figli ad avere un’esperienza piacevole, costruttiva e duratura nel tempo che consenta di ricavare soddisfazione e divertimento dallo sport praticato, incrementando la motivazione (Bordoli, Robazza, 2000). Nella fase successiva, ovvero dai 10 anni in su, i ragazzi si affacciano ad un periodo complesso di pre-adolescenza che apre allo scenario delle scelte e talvolta delle contestazioni. L’adolescente affronta un viaggio per individuare la propria personalità preparandosi ad emanciparsi dalla dipendenza dai genitori per indirizzarsi verso l’autonomia. Ed è proprio qui che lo sport può avere un potenziale educativo simile alla famiglia ed alla scuola aggiungendo la dimensione del gioco e del divertimento, ed allo stesso tempo, trasmettendo valori e principi che aiutano a strutturare la personalità. 

Dunque, lo sport favorisce lo sviluppo psico-fisico attraverso l’allenamento e l’aggregazione che portano evidenti benefici a qualsiasi età, in particolare per i piccoli fino agli adolescenti. E individuare in quale momento cominciare un’attività fisica può essere fondamentale per alimentare la motivazione e, magari gettare le basi per un’attività a livello agonistico.

Quindi, cari genitori, il compito può essere arduo ma tenendo presenti le inclinazioni dei nostri bambini possiamo fare un buon lavoro!

 

Dott.ssa Laura Nemolato

 

 BIBLIOGRAFIA

 American Academy of Pediatrics.

Bortoli L., Robazza C., (2004) Il clima motivazionale nello sport. Giornale Italiano di Psicologia dello Sport, II serie, Vol. II

Cei, A., (1998) Psicologia dello sport. Il Mulino

SIP, Società Italiana di Pediatria. www.sip.it

 


www.piuchepuoi.it

IL BAMBINO, LA FAMIGLIA E LO SPORT

 

 L'inserimento del bambino nello sport è una tappa molto importante sia della sua vita che della vita dei genitori poichè viene inserito un nuovo sistema che entra a far parte della routine giornaliera tra scuola e famiglia. Il bambino deve essere o diventare in grado di gestire questi tre ambiti all'interno dei quali si viene a trovare e da cui trae esperienze diverse tra loro che compongono la sua crescita.

Lo sport va ad aggiungere qualcosa che non trova a casa o a scuola. Esso, se fatto nel modo giusto, stimola lo sviluppo dello schema corporeo e l'organizzazione spazio-temporale, sensibilizza la socializzazione e la collaborazione, favorisce la costruzione e il raggiungimento di obiettivi (obiettivi comuni se sceglie uno sport di squadra), incrementa l'autoefficacia e l'autostima, regola la frustrazione. Inoltre rinforza (o dovrebbe rinforzare) la dimensione di “gioco”, che deve permanere durante l'infanzia, ma va ad aggiungere al suo interno obiettivi da raggiungere, regole più strutturate e un primo approccio alla competizione e ai concetti di vittoria e sconfitta.

Per tali importanti motivi, questo è un passaggio di crescita nel quale il bambino ha bisogno di essere accompagnato e guidato dai suoi genitori che devono svolgere un ruolo molto difficile poichè dovrà variare lungo un continuum che va dal sostegno all'autonomia. Questo ruolo lascia spesso i genitori con dubbi su quale sia la cosa giusta da fare e sicuramente le situazioni vanno valutate caso per caso. Una variabile molto importante per esempio è l'età, più il bambino diventerà grande e più imparerà a fare le cose autonomamente (es. preparare la borsa) e avrà bisogno dei suoi spazi pur nutrendo ancora il bisogno del sostegno familiare a livello motivazione. Quest'ultimo non deve comunque eccedere poichè un'eccessiva presenza del genitore può causare stress e sensazione di dover soddisfare le sue aspettative con possibile ansia da prestazione. Deve esserci un buon equilibrio tra queste due variabili ed è il bambino stesso che può darci le informazioni necessarie per capire quale sia la cosa giusta da fare.

Due cose a cui prestare particolare attenzione sono:

         tentare di sostituirsi all'allenatore: rappresenta una cosa negativa per il bambino poichè non capisce chi deve rispettare in quel contesto. Il genitore deve dare la fiducia e la delega alla società che sceglie per suo figlio.

         tifo negativo: è importante che il genitore partecipi alle competizione e inciti il figlio (se a lui piace) ma non è assolutamente positivo l'urlare, utilizzare parolacce a addiritura offendere gli avversare (che sono comunque bambini). Si trasmette un modello sportivo negativo dando il cattivo esempio.

In conclusione è importante che l'ambiente sportivo insieme ai genitori collaborino alla costruzione di un clima sano composto da alcuni elementi fondamentali

1.      Costruire situazioni che favoriscano il divertimento, l'aggregazione e il senso di appartenenza  (soprattutto i piccoli si devono divertire in campo);

2.      Stimolare la resilienza ovvero la capacità di attingere dalle proprie risorse per far fronte a situazioni di stress. È necessario premiare sempre il miglioramento indipendentemente dal risultato poichè solo così si trasmette l'idea che con l'impegno è possibile superare gli ostacoli.

3.      Concetto di VITTORIA/PERDITA sano: l'obiettivo deve essere la prestazione ottimale e i meriti degli avversari vanno riconosciuti (per migliorarsi). I giovani atleti non vanno valutati esclusivamente per i loro successi o insuccessi, ma anche per l'impegno e per le intenzioni

 dr.ssa Marica Vignozzi

Bibliografia

Fredricks J.A., Eccles J.S., (2005), Family Socialization, Gender, and Sport Motivation and Involvement, Journal of Sport & Exercise Psychology,  27, pp. 3-31

Côté J., (1999), The Influence of the Family in the Development of Talent in Sport, in The Sport Psychologist, 13, pp. 395-417 .

Malina R.M., (2010), Early Sport Specialization: Roots, Effectiveness, Risks, Special Population, Vol. 9, 6, pp.  364-371.

 


Febbraio 2016

http://sip.it/pianeta-sip/stati-generali-della-pediatria/laddio-degli-adolescenti-italiani-allo-sport

DROP OUT

GLI ADOLESCENTI E LO SPORT AD ALTI LIVELLI: OPPORTUNITA’ vs RISCHI

 

L’adolescenza ha da sempre destato notevole interesse nell’ambito della psicologia, essendo quella fase di transizione, di passaggio dallo stato infantile a quello adulto.

In questo periodo ricco di cambiamenti sia fisici che emotivi, un ambito di intervento per creare sane abitudini di vita, risulta l’attività sportiva.

Il numero di ragazzi e ragazze che praticano attività sportive extrascolastiche è molto elevato, quindi importante è il ruolo dell’educazione fisica scolastica e dell’associazionismo sportivo.

Oggi, infatti, desta preoccupazione il numero sempre maggiore di giovani che gareggiano in sport a livello nazionale ed internazionale. Il loro coinvolgimento in allenamenti sistematici e la specializzazione in uno sport in un età relativamente giovane, può influenzare lo sviluppo sociale e psicologico dell’individuo. In questo contesto, infatti,  rilevante importanza ottiene l’ambiente sportivo in cui il giovane atleta va ad inserirsi, quindi la società sportiva a cui appartiene.

Nonostante il riconoscimento dei benefici fisici e psichici che conseguono il coinvolgimento in un’attività sportiva, il numero di atleti adolescenti che si ritira dallo sport è in notevole aumento. In America, ad esempio, a fronte dei 35 milioni di bambini che partecipano ad attività sportive a  scuola o in società private, circa il 35% ogni anno si ritira da esse.

Il fenomeno del dropout (l’abbandono sportivo) è, per queste ragioni,  un’area di interesse nella psicologia dello sport.

Ci sono numerose evidenze a supporto dell’influenza che gli altri e dei patterns di allenamento esercitano sull’atleta, come riportato dal modello di sviluppo della partecipazione sportiva (Côté e all., 2003).

Il selezionamento e la diversificazione precoce sembrano favorire l’acquisizione delle abilità per un coinvolgimento che perduri in differenti attività sportive, per un divertimento prolungato e varie opportunità sociali (Côté & Hay, 2002; Kirk, 2005).

Al contrario sono state riscontrate numerose conseguenze negative associate alla specializzazione precoce, compresi infortuni, ansia da prestazione, pressione dell’allenatore e dei parenti, isolamento, restrizione dell’identità e burnout (Hecimovich, 2004; Wiersma, 2000).

Il ruolo dell’allenatore rappresenta l’area maggiormente esplorata nella ricerca sui giovani atleti, focalizzandosi in particolare sulla relaziona tra il comportamento del coach e la motivazione e il divertimento degli sportivi (Smoll e Smith, 2002). Ad esempio gli stessi autori hanno dimostrato come un allenatore formato per incrementare il livello tecnico, rafforzare e favorire comportamenti per far fronte agli errori, crei un clima di maggiore divertimento, di unione tra gli atleti, comportando,quindi, minore dropout rispetto ad allenatori inesperti.

Laura Camasta

BIBLIOGRAFIA

Hecimovich, M. (2004). Sport specialization in youth: A literature review. Journal of the American Chiropratic Association, 41(4), 32-41.

Smoll, F. L., & Smith, R. E. (2002). Coaching behavior research and intervention in youth sports. In F. L. Smoll, & R. E. Smith (Eds.), Children and youth sport: A biopsychological perspective (2nd ed., pp. 211-233). Dubuque, IW: Kendall-Hunt.

Jessica Fraser-Thomas, Jean Côté , Janice Deakin, (2008). Understanding dropout and prolonged engagement in adolescent competitive sport. Psychology of Sport and Exercise 9 (2008) 645–662.




Immagine:http://www.piuchepuoi.it/leadership/cosa-e-la-leadership-carismatica/

 LA LEADERSHIP NELLO SPORT

La Leadership in ambito sportivo ha alcune accezioni particolari rispetto agli altri ambiti.  Nello sport, infatti, il ruolo del leader è identificato, di solito, con il ruolo dell'allenatore che non ha solo funzioni di guida e trasmissione delle conoscenze tecniche ma ha anche la funzione di educatore specialmente nei settori di gioco-sport e giovanili. Inoltre, negli sport di squadra, si ha una “doppia leadership” poichè l'allenatore dovrà confrontarsi anche con il capitano del gruppo-squadra ed è importante che il loro rapporto sia di reciproca fiducia e supporto. Per queste e altre ragioni la leadership nello sport è un argomento delicato che va analizzato nel dettaglio.

La Leadership può essere definita come “il comportamento finalizzato ad attivare, impegnare e soddisfare le motivazioni dei collaboratori (in un ambiente caratterizzato dal conflitto, dalla competizione e/o dal cambiamento), inducendoli ad adottare modalità di azione finalizzate al conseguimento di una visione condivisa”.

Tale costrutto può essere declinato in base a due variabili, quelle del supporto e dell'autorità. Se esse sono in equilibrio, si avrà una leadership che includerà sia il sostegno emotivo/motivazionale che un comando diretto al raggiungimento degli obiettivi. Spesso, però, queste due caratteristiche non sono in equilibrio poichè sono influeanzate sia dalle caratteristiche personali del leader che da quelle situazionali.

Si possono distinguere due principali tipologie di leadership: quelle orientate al comando e quelle socialmente orientate.

Le leadership orientate al comando sono:

         Leadership dittatoriale: il leader ascolta i giocatori ma in realtà ha già preso la sua decisione quindi l'ascolto, in realtà, è solo superficiale.

         Leadership autoritaria: il leader arriva alla decisione da solo e i giocatori sanno che o fanno come dice lui o sono fuori.

Le leadership socialmente orientate sono:

         Leadership democratica: leader e atleti hanno uguale peso sulle decisioni prese.

         Leadership delegativa: il leader delega le decisioni ai suoi subordinati.

         Leadership confidenziale: il leader da pochi ordini e lascia spazio all'individualità.

Tra queste cinque tipologie di leadership non esiste la leadership perfetta, una che vada bene a tutte le situazioni: le caretteristiche degli atleti e delle squadre possono essere molto diverse e variano in base al sesso, all'età, all'obiettivo prefissato ecc.. Ad esempio, ci dovrebbe essere molta differenza tra il tipo di comando di un allenatore che ha a che fare con il settore giovanile e un allenatore che a che fare con atleti professionisti esperti. È probabile che nel primo caso la leadership sarà più autoritaria, benchè non possa mancare il sostegno motivazionale, mentre nell'altro caso è possibile che la leadership sia più aperta, in modo che lasci spazio all'individualità del singolo atleta che essendo esperto è più capace di auto-gestirsi e seguire le direzioni date.

Un modello per meglio comprendere la leadership è quello multidimensionale di Chelladurai (1990). In tale modello, le caratteristiche del coach, quelle del gruppo-squadra e della situazione vengono ugualmente prese in considerazione; la performance e la soddisfazione dei membri del gruppo sono in funzione del grado di congruenza tra:

1.      comportamento richiesto (dal contesto)

2.      comportamento reale del leader (percezione)

3.      comportamento preferito dal gruppo (desiderato)

Come anticipato precedentemente il raporto tra allenatore e capitano può essere complicato. L’allenatore di una squadra è il “leader istituzionale”, non eletto dai giocatori ma dalla dirigenza: deve riuscire a dimostrarsi all’altezza del ruolo e assicurarsi la fiducia della squadra. Il capitano invece è il leader “interno”, colui che detiene la leadership perché la squadra ha così deciso, scegliendolo per qualità sia tecniche sia, soprattutto, personali e relazionali. È il punto di riferimento per tutti i membri del gruppo e, proprio per questo, deve mantenere relazioni serene con tutti, compreso l'allenatore. Nonostante queste differenze, ci sono tratti che accomunano i due leader. Entrambi devono prima di tutto possedere un approccio versatile alle situazioni, modificando all’occorrenza il comportamento per poter avvicinare la squadra agli obiettivi che si è posta.

In conclusione, ecco quali dovrebbero essere le caratteristiche del leader ideale:

         Capacità di creare e alimentare lo spirito di squadra

         Accettazione di confronti e critiche

         Focalizzazione sul futuro

         Capacità di dare direttive chiare

         Capacità di comunicazione efficace

         Supporto emotivo

         Capacità di criticare in privato e lodare in pubblico

         Capacità di separare gli errori dalle persone

 

Bibliografia

Antonelli F., Salvini A., (1987), Psicologia dello Sport, Lombardo, Roma.

Chelladurai P., (1990), Leadership in sports, in “International Journal of Sport Psychology”, 21, pp. 328-354.

Chelladurai P., (1993), Leadership, in R.N. Singer, M. Murphey, L.K. Tennant (a cura di), Handbook of Research on Sport Psychology, Macmillan, New York.

Chelladurai P., Saleh S.D., (1978), Preferred Leadership in Sports, in “Canadian Journal of Applied Sports Sciences”, 3, pp. 85-92.



Gennaio 2016

www.ilcalcioillustrato.it
IL RUOLO DELL'ALLENATORE NELLA COESIONE DI GRUPPO
 
Vista l’importanza che la coesione riveste negli sport di squadra per la sua influenza sulla performance, è utile identificare e di conseguenza adottare tecniche finalizzate al suo incremento.

Assume un ruolo fondamentale la figura dell’allenatore. Egli con le sue abilità interattive può influenzare i componenti della squadra nella formazione del gruppo trasmettendo ad ognuno la convinzione di esser parte integrante della propria squadra, motivando e stimolando i giocatori a collaborare tra loro nel raggiungimento di un buon livello di coesione ed efficacia di gruppo.

Il coach in quanto leader e conduttore della squadra, rappresenta un agente diretto per la realizzazione di team building finalizzati a promuovere ed incrementare nei giocatori il senso di unità e appartenenza ed a migliorare l’efficacia della squadra (Carron, Spink e Prapavessis, 1997).

A questo proposito alcuni autori hanno fornito diversi suggerimenti applicativi rivolti al coach

(Carron et al., 1997; Cox, 1998; ecc.):
  • incoraggiare l’identità della squadra in modo da sviluppare in forte senso di appartenenza adun gruppo per certi versi speciale, quindi distinto dagli altri;

  • definire gli obiettivi sia individuali che di squadra, che devono essere stimolanti,raggiungibili, quindi riferiti alle abilità degli atleti, cioè alla loro prestazione piuttosto che al risultato finale come vincere la partita o raggiungere il primo posto in classifica;

  •  proporre attività interattive di gioco, quali strategie di squadra, tattiche, compiti collettivi,finalizzate a porre in rilievo l’importanza della cooperazione nel conseguimento degli obiettivi;

  • chiarire e specificare la funzione, il ruolo di ciascun giocatore sottolineandone anche l’importanza per il successo della squadra. A questo proposito sarebbe anche importante discutere sulle difficoltà dei ruoli di gioco in modo da sviluppare sostegno ed empatia tra i giocatori magari facendogli provare anche ruoli diversi durante l’allenamento;

  • evitare la formazione di sottogruppi antagonisti, i quali potrebbero formarsi soprattutto in conseguenza a ripetuti insuccessi di squadra o per via ad esempio di favoritismi dell’allenatore verso alcuni atleti rispetto ad altri;

  • favorire il crearsi di situazioni stabili nella formazione della squadra, in modo da promuovere l’affiatamento e l’apprendimento del gioco collettivo;

  •  condurre incontri periodici per risolvere eventuali conflitti. In caso di problemi o insoddisfazioni i giocatori vanno incoraggiati a parlare ed esprimere i loro pensieri in mododa ricavarne motivo di evoluzione positiva;

  • favorire lo sviluppo della conoscenza personale tra i giocatori, così da rendere più facile l’accettazione delle differenze individuali;

  •  incoraggiare i giocatori a comunicare e collaborare con i compagni in modo da favorire ilsostegno reciproco e l’incoraggiamento nei momenti di difficoltà;
 
  •  invitare i giocatori a comunicare apertamente con allenatore e compagni, ad affrontare e risolvere immediatamente eventuali conflitti, a farsi carico delle responsabilità personali evitando di scaricarle su altre persone (come arbitro, compagni) o in caso di eventi incontrollabili (ad esempio condizioni ambientali, meteorologiche);

  • sviluppare in ogni atleta capacità di autocritica e senso di responsabilità per la prestazione personale e quella della squadra;

  • evidenziare gli aspetti soddisfacenti della prestazione e gli obiettivi conseguiti anche dopo risultati scadenti o sconfitte, fornendo comunque feedback oggettivi riguardo la realtà di quanto accaduto. Vanno anche valorizzati lo sforzo e l’impegno del singolo giocatore riconoscendone il contributo;

  • ricercare momenti di interazione e socializzazione al di là dell’evento sportivo, ad esempio organizzando cene, feste ed altre occasioni d’incontro tra i giocatori.

Seguire questi suggerimenti è utile al fine di sviluppare la coesione di squadra, analizzare la prestazione ed accrescere il senso di gratificazione che allenatori e atleti dovrebbero trarre nelle loro relazioni interpersonali e nell’esperienza sportiva, al di là della possibile vittoria della squadra. 

Dr.ssa Laura Camastra


Bibliografia

Andreaggi, Robazza e Bortoli, 2000, “Coesione sociale e sul compito negli sport di squadra: il

group environment questionnaire” in Giornale Italiano di Psicologia dello Sport.

Castellini, Monzani e Greco, (2008).Le dinamiche di gruppo e le convinzioni di efficacia in due

differenti discipline sportive. Giornale Italiano di Psicologia dello Sport.



http://www.goodvibes.it/blog/mind/flow_esperienza_ottimale/
flow-channel
L'ATTIVAZIONE PSICO-FISICA E IL FLOW

“Lo stress è come una spezia: nella giusta proporzione esalta il sapore di un piatto, troppo poca produce un blando, noioso pasto, troppa può soffocarlo” Le ricerche sulla Psicologia dello Sport hanno evidenziato l'esistenza di uno strettissimo rapporto tra l'attivazione psico-fisiologica (o arausal) e la riuscita di una buona prestazione. L'attivazione psico-fisiologica, infatti, è il livello di allerta con cui mente e corpo si preparano ad affrontare un compito. Si tratta quindi di una condizione di energia e di prontezza generalizzata che ci rende capaci di percepire, analizzare e rispondere efficacemente agli stimoli esterni o interni (Terreni e Occhini, 1997). Ma qual'è l'attivazione ottimale per uno sportivo? Questa domanda rappesenta uno dei temi centrali della Psicologia dello Sport poiché è difficile individuare il livello ottimale: bassa energia può rappresentare noia ma una attivazione troppo elevata può equivalere a tensione e ansia.

 È per questo che l'attivazione è strettamente collegata ad un altro importante costrutto: lo stress. Il termine stress è stato introdotto in biologia da W.B. Cannon, ma solo successivamente ebbe una definizione univoca grazie a H. Selye, secondo cui lo stress è “la risposta non specifica dell'organismo alle richieste ad esso effettuate” (1971). Le richieste arrivano dai cosididdetti stressors (o agenti stressanti) ovvero da una moltelicità di stimoli di natura fisica, psicologica o sociale che impattano il soggetto. Ci sono due tipologie fondameentali di stress: l'eustress che è indispensabile alla vita, si manifesta sotto forma di stimolazioni ambientali costruttive e interessanti mentre il distress, invece, è negativo per eccessiva intensità, ripetitività, durata, inefficacia della risposta.

 È il distress, quindi, che può trasformarsi in un'attivazione eccessiva e negativa. Con il termine ansia, appunto, si indica “l'anticipazione di un pericolo o di un evento negativo futuri, accompagnati da sentimenti di disforia o da sintomi fisici di tensione. Gli elementi esposti al rischio possono appartenere sia al mondo interno che a quello esterno”. Esistono numerosi modelli teorici che negli anni hanno cercato di studiare quale sia l'attivazione ideale per un atleta. La Drive Thery (Hull, 1943) indica una relazione lineare tra il livello di attivazione e performance. Tale teoria è valida solo per i compiti poco complessi; per quelli complessi, all'aumentare dell'attivazione la performance peggiora. Il Modello della U capovolta (Yerkes e Dodson, 1908) sostiene,, invece, che non esiste una relazione lineare tra il livello di attivazione e performance. L'attivazione raggiunge un livello dopo il quale, se aumenta ancora, non si ha un miglioramento della prestazione, bensì un peggioramento.

Questo ha portato le teorie a individuare i valori medi di attivazione come più funzionali alla prestazione. In ultima analisi, la teoria più recente e sostenuta è quella dell'Individual Zone of Optimal Functioning – IZOF (Hanin, 1978) secondo la quale ogni atleta ha il proprio livello di attivazione ottimale per raggiungere la prestazione ottimale. Si evince, quindi, che non esiste un valore univoco di attivazione ottimale ma che ogni soggetto ne possiede uno proprio. Gli studi sull'attivazione psico-fisiologica sono un punto di partenza importante per capire cosa significa flow (flusso). Viene definito come flow, infatti, la sensazione che viene provata da un atleta che ha un'attivazione ottimale durante una prestazione ed è lo stato psicologico  che si sviluppa a partire da un completo coinvolgimento delle proprie risorse attentive sull'attività in condizioni di equilibrio percepito tra le difficoltà del compito e le proprie abilità individuali. Secondo la definizione dello studioso principale di questo costrutto, Csikszentmihaly (1975), esso è “un senso di trascendenza, come se i confini del sè si fossero improvvisamente espansi.. ..la consapevolezza del tempo scompare, le ore sembrano volar via senza che ne si accorga. Questo stato di coscienza è ciò che più di vicino alla felicità possiamo immaginare.”

Il modello del Flow analizza lo studio della prestazione eccellente (peak performance), ovvero la prestazione sportiva in cui l'atleta si esprime al di sopra del suo standard abituale. Non basta essere in flow per generare la peak performance ma la favorisce: più l'atleta riesce a percepire e potenziare le condizioni di Flow, maggiori saranno le probabilità di associarvi la peak performance. Secondo tale modello si entra in questo stato di prestazione ottimale quando alle sfide affrontate corrispondo adeguate abilità. Si ha, invece, noia quando un soggetto con elevate abilità si confronta con basse sfide; apatia quando sia le abilità che le sfide sono basse, creando una situazione di immobilità e stallo; ansia quando la persona si trova ad affrontare sfide che non sono (o non sono percepite) alla propria portata. Per raggiungere quindi l'esperienza di flow non basta che l'attivazione individuale sia ottimale ma è necessario che anche sfide-abilità siano in equilibrio. Sono state individuate 9 dimensioni:

1. Equilibrio Sfide-Abilità: percezione di equilibrio tra le difficoltà e le abilità possedute. 2. Unione fra Azione e Coscienza: percezione di possedere le abilità necessarie alla sfida, focalizzazione totale sul compito e sulle richieste presenti, coinvolgimento nell'attività in corso così profondo da diventare automatico e spontaneo. 3. Mete Chiare: obiettivi coerenti, raggiungibili e orientati alla prestazione. 4. Feedback Immediato: capacità di cogliere riscontri immediati, chiari positivi. 5. Senso di Controllo: credenza di possedere le abilità richieste dalla situazione, completa focalizzazione dell'attenzione sull'attività, sul qui e ora. 6. Concentrazione sul Compito: capacità di evitare le distrazioni. 7. Perdita di Autoconsapevolezza: l'individuo si fonde con l'attività. 8. Destrutturazione del Tempo: sensazione che lo scorrere del tempo sia alterato (dilatato o accorciato). NB. Negli sport dove è necessario prestare attenzione allo scorrere del tempo questa dimensione ha valori bassi (es. Tiro con l'arco). 9. Esperienza Autotelica: piacere e benessere legato all'attività.
In conclusione si può dire che per facilitare l'atleta nel raggiungimento della propria peakperformance sarà necessario individuale quale o quali di queste nove dimensioni ottiene i valori più bassi. L' equilibrio di queste componenenti, a seconda dello sport praticato, può favorire l'ingresso nello stato di Flow e il raggiungimento della prestazione eccellente.

Bibliografia

Hanin Y. L., Individual Zone of Optimal Functioning (IZOF): A Probabilistic Estimation, Journal of Sport & Exercise Psychology, 2002, 24;

pp. 189-208 Gill D. L., A Sport and Exercise Psychology Perspective on Stress, Special Issue: The Academy Papers No. 27. Physical Activity and Stress, 1994, vol. 46;
 pp. 20-27 Nakamura J., Csikszentmihaly M., The Concept of Flow, Emotion-Focused Approaches;
pp. 89-105 Csikszentmihalyi M., (1990) Flow. The Psychology of Optimal Experience, Harper & Row, New York Muzio M. (2004) Sport: flow e prestazione eccellente. Franco Angeli, Milano

Sitografia

Stefano Casali (2014), ”Il flow nella peak performance”, http://www.mypersonaltrainer.it/sport/flow-peak-performance2.html



Dicembre 2015

http://www.lascuoladiancel.it/2012/06/19/disturbi-del-comportamento-alimentare-nello-sport/

I Disturbi del Comportamento Alimentare nello Sport

 

I Disturbi del Comportamento alimentare rappresentano una problematica sempre più diffusa al giorno d'oggi e tale fenomeno riguarda anche, se non soprattutto, quegli ambienti nel quale il corpo assume una posizione rilevante: lo sport e la danza. Le statistiche, infatti, indicano che questi disturbi purtroppo sono molto più frequenti negli atleti rispetto ai non atleti e che comprendono sia il mondo femminile, sia quello maschile.  Per questi motivi sta crescendo l'interesse verso questo argomento anche se le conoscenze sono ancora molto scarse.

 

I disturbi che si presentano sia in ambito sportivo che non, sono gli stessi ma, nello sport, possono assumere peculiarità diverse, descritte di seguito:


         la bulimia, i cui sintomi l’anoressia in generale è caratterizzata da un'anormale perdita di peso, di frequente associata a un disturbo dell’immagine corporea e dal rifiuto del cibo, spesso legato a sensazioni di colpa. E’ da distinguere dall'anoressia atletica che, invece, è finalizzata a ottenere un miglioramento della performance sportiva e spesso si tratta di un comportamento temporaneo modificato volontariamente dall’atleta, ad esempio in funzione dell’allenamento o della stagione. più evidenti sono le abbuffate compulsive (spesso associate a condotte di eliminazione tramite uso di lassativi e vomito indotto) e le oscillazioni di peso anche piuttosto evidenti;

         il disturbo da alimentazione incontrollata (BED – Binging Eating Disorder), si differenzia dalla bulimia perché non viene eliminata l’abbuffata e questo causa spesso sovrappeso. Nello Sport questo disturbo dell’alimentazione assume una connotazione particolare poiché l’attività sportiva, facendo smaltire le calorie, contiene l’aumento ponderale. In molti casi vengono riconosciuti per l’insonnia associata a pasti notturni;

         la dismorfofobia, legata all’ansia/angoscia relativa all’immagine intera corporea o una sua parte specifica;

         l’ortoressia, identificato recentemente, che riguarda l’attenzione quasi ossessiva all’alimentazione sana.

 

Il collegamento tra disturbi alimentari e sport è duplice. Da un lato la cultura del tenersi in forma è conforme ai bisogni di chi soffre di tali disturbi, dall'altro il controllo che i giovani atleti devono avere nei confronti del proprio corpo può favorirne l'insorgenza. In determinati sport viene richiesto, esplicitamene o implicitamente, di mantenere il peso a un livello inferiore al valore normale rispetto all’età, il che, unitamente alle forti pressioni degli allenatori, e dei genitori e alle esigenze della competizione stessa, può condurre i soggetti più vulnerabili direttamente all’anoressia e alla bulimia. Molti sono gli atleti che si sottopongono a diete incongrue, non adatte allo sport praticato e che spesso si ritrovano in una condizione di iponutrizione. Spesso per la fobia del peso corporeo saltano il pasto, si disidratano usando indumenti gommati per sudare, si inducono il vomito o usano lassativi, tutte pratiche molto pericolose per la salute. Questi comportamenti alimentari non salutari possono manifestarsi sotto diverse forme, ad esempio come un’alimentazione irrazionale, compulsiva, restrittiva e le cause scatenanti sono le più diverse (stress, infortuni, eccetera). Gli individui, generalmente più a rischio, sono coloro che considerano se stessi come la persona sul quale tutti contano. Normalmente temono di non raggiungere le aspettative dell’allenatore, della squadra, dei genitori.

Tali situazioni, benché diffuse in tutti gli sport, si riscontrano soprattutto in quelle attività che richiedono controllo del peso e della forma del corpo; vediamo quali:

 

         Sport di Endurance (es. maratona, triathlon, ciclismo, sci di fondo).

         Sport Estetici (es. pattinaggio artistico, ginnastica artistica, nuoto sincronizzato); tra questi è da includere anche la danza, purchè non propriamente uno sport. I ballerini, infatti, hanno elevati rischi di disturbi alimentari, di insoddisfazione corporea e hanno disturbi più elevati relativi al frequente controllo del peso; passano innumerevoli ore di fronte agli specchi perciò i loro corpi sono attentamente esaminati da sé e dagli altri. Applicando elevati livelli di perfezionismo per ballare e per la forma del corpo, con la combinazione di pressioni socioculturali per la magrezza inerente alla professione della danza e con le aspettative di alte prestazioni, si produce un ambiente ideale per lo sviluppo di disturbi alimentari.

         Sport con Categorie di Peso (es. lotta, arti marziali, pugilato) dove troviamo una prevalenza maggiore di disturbi di tipo bulimico.

         Sport che ricercano un basso peso corporeo (es. equitazione, ciclismo)

         Sport che enfatizzano la massa muscolare (es. body building)

         Sport in cui l’abbigliamento rivela la forma del corpo (es. nuoto, pallavolo)


Per riconoscere un disturbo alimentare un buon punto di partenza è conoscere i fattori di rischio che contribuiscono al manifestarsi e al cronicizzarsi della malattia che, come detto in precedenza, possono essere infortuni, stress, eccessiva attenzione alla forma corporea ecc. Sono disturbi molto subdoli e che possono sfuggire all’occhio non esperto finendo per essere riconosciuti solo quando la sintomatologia legata al peso o alla forma del corpo diventa evidente. I DCA, soprattutto nello Sport, spesso vengono confusi con atteggiamenti di coerenza con la tipologia di attività sportiva pertanto sarebbe importante prestare più attenzione a quegli sport, elencati nel paragrafo precedente, in cui peso e immagine corporea assumono maggior importanza. Mantenere un buon livello di allerta su determinati ambiti potrebbe essere un punto di partenza per prevenire tali disturbi.

 

Inoltre, al fine di una buona prevenzione, si reputa necessario che  un'eventuale dieta sia supevisionata da un'equipe di competenza. È fondamentale far capire all'atleta a rischio che un eccessivo dimagrimento porterà ad un peggioramento nella performance non il contrario; allo stesso tempo bisogna far attenzione a non farlo preoccupare, o addirittura minacciare, con rischi di squalificazione o espulsione a causa del suo dimagrimento. È importante che la diagnosi sia precoce e che la persona sia circondata da personale qualificato che sia capace di attingere alle risorse che l’atleta possiede.

 

Sarà indispensabile che l'atleta con disturbo alimentare sia seguito da un team multidisciplinare (psichiatra, psicologo e psicoterapeuta, endocrinologo, gastroenterologo, medico sportivo e nutrizionista ecc.) esperto nel trattamento dei DCA. Da evitare il trattamento esclusivamente dietologico che aumenterebbe negli atleti la preoccupazione nei confronti dell’alimentazione, del peso e delle forme corporee.

Da questa breve analisi emerge, quindi, quanto siano diffusi questo tipo di disturbi nello Sport e quanto poco si sappia in proposito poichè vengono spesso scambiati per comportamenti che fanno parte della propria pratica sportiva e non di comportamenti patologici. È necessaio, invece, guardarli in modo diverso al fine di tutelare le persone e garantirne il benessere all'interno della disciplina praticata.

Dr.ssa Marica Vignozzi


Bibliografia

Garner D. M., Garfinkel P. E., A Prospective Study of Eating Disturbances in the Ballet, Psichoterapy and Psycosomathics, February 1987; pp. 170-175

Gordon A. Anorexia and Bulimia Anatomy of a Social Epidemic. Basil Blackwell Ltd, Oxford 1990. (trad. italiana Anoressia e Bulimia anatomia di un’epidemia sociale. Raffaello Cortina Editore, Milano 1991.)

Katz J. L. Some reflections on the nature of eating disorders: On the need for humility. Int J Eating Disord, 1985; citato da M.Elizabeth Collins: “Education for Healthy Body Weight: Helping Adolescent Balance the Cultural Pressure for Thinnes” in Jounal of Body Health, vol. 58 n.6, august 1988; pp. 227-230

Shnitt J.M., Shnitt D. Eating Disorders in Dancers, Medical Problems of Performing Artists, June 1986; pp. 39-44

Smith N. J. Excessive Weight Loss and Food Aversion Athletes Simulating Anorexia Nervosa in Pediatrics, vol. 66 n. 1, july 1980 ; pp. 139-142

Sundgot-Borgen J. Risk and trigger factors for the development of eating disorders in female elite athletes, Official Journal of the American College of Sports Medicine, September 1993; pp. 414-417

 

Sitografia

Concetta Croce (2015), “Danza e Disturbi del Comportamento Alimentare” http://www.nonsolofitness.it/psicologia/disturbi-comportamento-alimentare/danza-e-disturbi-del-comportamento-alimentare.html


www.efficacemente.com
 LA MOTIVAZIONE ALLO SPORT GIOVANILE: CONTRIBUTI TEORICI

La comprensione degli aspetti motivazionali nello sport giovanile rappresenta un tema di ricerca significativo.

Un approccio molto utilizzato fa riferimento all’Achievement Goal Theory, ossia alla teoria dell’orientamento motivazionale di Nicholls (1984, 1992). Alla base della motivazione dell’atleta c’è il desiderio di dimostrare competenza, la quale va concettualmente considerata in base a due aspetti: la percezione personale di competenza intesa come riferimento soggettivo, in base a criteri di miglioramento personale e di apprendimento (l’impegno è il fattore di successo); la propria competenza è basata su standard normativi, quindi sul confronto sociale (vincere, fare meglio degli altri o come gli altri ma con meno sforzo).

Nel primo caso si parla di orientamento sul compito, nel secondo, invece, di orientamento sull’io. Queste due dimensioni motivazionali sono tra loro indipendenti, quindi, non si escludono reciprocamente; infatti nelle persone possono coesistere e presentarsi in diversi gradi di combinazione.

La prevalenza di uno o dell’altro comporta differenti processi motivazionali[1]: un orientamento sull’io è risultato esser associato a livelli maggiori di ansia, motivazioni estrinseche, apprendimento superficiale, comportamenti disfunzionali, mentre un atleta orientato sul compito sperimenta emozioni più positive, motivazione intrinseca e comportamenti funzionali alla prestazione. Tuttavia un alto orientamento sull’io non è necessariamente dannoso, lo diventa quando si associano una percezione di scarsa competenza e un basso orientamento sul compito, determinando, così, difficoltà motivazionali.

Questa teoria considera l’orientamento motivazionale non come un tratto di personalità, ma come il risultato sia di caratteristiche individuali, sia situazionali. Esso è uno schema cognitivo utilizzato di preferenza, che può quindi modificarsi in base al contesto.

Un ulteriore contributo è fornito da Ames (1992; Ames e Ames, 1981), il quale ha introdotto il concetto di “clima motivazionale percepito”, riferendosi alla percezione che il soggetto ha di un certo ambiente prestativo. Inizialmente la ricerca si è riferita al contesto scolastico, ma si è presto estesa all’ambiente sportivo.

In quest’ultimo, in particolare, l’orientamento assunto dall’allenatore (l’importanza che egli attribuisce alla competenza o alla prestazione), risulta evidente già dal modo in cui organizza il lavoro, valuta la prestazione, attribuisce riconoscimenti influenzando, così,  la percezione del clima motivazionale dell’atleta.

In un ambiente orientato sul compito l’attenzione è posta sullo sviluppo delle competenze, quindi sul valore di ciascun atleta, sul suo impegno, sottolineando i suoi progressi, enfatizzando la collaborazione con gli altri. Al contrario, invece, in un ambiente orientato sull’io al centro dell’attenzione c’è la competizione, quindi l’allenatore rimprovera per gli errori, per una prestazione scadente, concedendo più tempo e attenzioni agli atleti migliori, stimolando anche competizione nel gruppo.

Pensgaard e Roberts (2000) hanno analizzato le relazioni tra clima motivazionale, livello di competenza percepita e stress attraverso uno studio su 69 atleti norvegesi partecipanti alle Olimpiadi nel 1994. Essi hanno riscontrato come la percezione di un clima orientato sulla prestazione possa essere fonte di stress soprattutto nei soggetti che si percepivano meno abili.

Naturalmente nella formazione dell’orientamento motivazionale, giocano un ruolo importante anche i genitori degli atleti, i quali anche attraverso frasi come “Allora hai vinto?” oppure “Ti sei divertito?”, comunicano ai propri figli le loro aspettative, sollecitazioni, riconoscimenti, quindi, ciò che per loro risulta importante nella pratica sportiva.

 

dr.ssa Laura Camastra

   

FONTI:

Biddle, S. J. H. (2001). Enhancing motivation in physical education. In G. C. Roberts (Ed.), Advances in motivation in sport exercise (pp. 101-127). Champaign, IL: Human Kinetics.

 

Bortoli L. e Robazza C., (2004). Il clima motivazionale nello sport. Giornale Italiano di Psicologia dello Sport, 1, 9-16.

 

Duda, J. L., and Whitehead, J. (1998). Measurement of goal perspectives in the physical domain. In J.L Duda (Ed.), Advances in sport exercise psychology measurement (pp. 21-48). Morgantown, WV: Fitness Information Technology.

 

  Agosto 2015


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Una nonna super atleta: gli effetti dello sport sul cervello

E’ concezione generalmente condivisa che con l’aumento dell’età vi siano vere e proprie modificazioni strutturali dell’encefalo: il cervello tende a ritirarsi, compaiono spazi pieni di liquido tra il cervello e il
cranio, i ventricoli si allargano, la corteccia tende ad assottigliarsi, l’ippocampo (area fondamentale situata all'interno del lobo temporale mediale del cervello e parte importante del sistema limbico, fondamentale per la memoria, il percorso spaziale e la memoria spaziale, l’inibizione comportamentistica) si rimpicciolisce e la materia bianca tende a perdere la propria integrità strutturale e funzionale.

Alcuni studi hanno dimostrato che una regolare attività fisica aerobica può migliorare le prestazioni cognitive e la funzionalità cerebrale, in parte agendo anche sulle modificazioni strutturali e rallentando, per esempio il processo di riduzione dell’ippocampo.

Un ulteriore importante contributo alla comprensione degli effetti dell’attività sportiva agonistica (iniziata in tarda età inoltre) è stato offerto dal caso famoso di Olga Kotelko: una novantatreenne canadese che collezionò la straordinaria impresa di segnare più di 30 record mondiali di atletica leggera. Olga Kotelko ha continuato a competere praticamente in ogni disciplina dell’atletica leggera fino a 94 anni, quando si è spenta, a giugno del 2014, per emorragia cerebrale. È arrivata a detenere nella sua categoria (Master 90-95) ogni record possibile. Se gli chiedevi come facesse a fare attività atletica a questi livelli la risposta era:

“Non mi sento molto diversa da quando ero più giovane, tipo a 50-60 anni”.

Nella sua lunghissima carriera è arrivata ad ottenere ben 30 record del mondo e 750 (settecentocinquanta) medaglie d’oro. Ucraina di nascita, si trasferì poi in Canada dopo il divorzio, In gioventù aveva solo giocato a baseball, o meglio softball, cioè la versione femminile del baseball. A 64 anni riprese a giocare dopo essere andata in pensione ma fu solo a 77 anni che essendo molto portata per gli scatti e la velocità venne seguita da un coach ungherese e iniziò la sua carriera di atleta. Praticò ogni disciplina possibile: 100, 200, 400 m, peso, giavellotto, salto in lungo. A 90 anni venne nominata la più anziana saltatrice in lungo del mondo.

La super atleta nel 2012,  si sottopose ad una serie di esperimenti a scopo di ricerca per far analizzare il proprio funzionamento cerebrale presso il Beckman Institute for Advanced Science and Technology. In una lunga giornata di laboratorio, l’atleta novantenne si sottopose a diversi test cognitivi, a uno scan di risonanza magnetica e a test cardiorespiratori: si dichiarò per nulla stanca al termine della giornata di
analisi. Il gruppo di controllo, costituito da donne di età tra i 70-85 anni in buona salute ma con stile di vita sedentario, è stato sottoposto alle medesime prove e test.

 Il cervello di Olga in generale non appariva significativamente ridotto nelle sue dimensioni, e i ventricoli non risultavano ingranditi, anche se i segni dell’invecchiamento si rilevavano nella materia bianca, che seppur perfettamente integra, presentava delle iperintensità, segnali tipici nel gruppo di età superiore ai 65 anni: i ricercatori sono stati colpiti in particolare dalla ottima integrità (paragonabile a quella di soggetti giovani) dei tratti di materia bianca nella regione del corpo calloso che connette l’emisfero destro con il sinistro. Le dimensioni dell’ippocampo, seppur inferiori rispetto a quelle dei soggetti più giovani, si sono rivelate maggiori rispetto alle dimensioni attese e solitamente riscontrate per i novantenni. Anche nei test cognitivi l’atleta novantenne ottenne performaces significativamente migliori rispetto al gruppo di controllo, con minori tempi di reazione e in particolare nei test mnestici. 

Una vita esemplare, lunga e felice. Un esempio per tutti. Il suo sorriso e le sue parole resteranno per sempre: “Se oggi è stato un buon gionro, anche domani lo sarà”.

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it

Fonti:

A.Z. Burzynska, C. N. Wong, L. Chaddock-Heyman, E. A. Olson, N. P. Gothe, A. Knecht, M. W. Voss, E.

McAuley, A. F. Kramer. White matter integrity, hippocampal volume, and cognitive performance of a world-

famous nonagenarian track-and-field athlete. Neurocase, 2015; 1 DOI: 10.1080/13554794.2015.1074709


Luglio 2015
www.sportdiblog.it

CrossFit per il benessere fisico e mentale


Il CrossFit è un programma di allenamento che richiede forza e condizione atletica, nato negli anni '70 ma perfezionato e diffuso da Greg Glassman, che nel 1995 fondò la propria palestra a Santa Cruz (California), dando risalto a tale metodologia di allenamento. Attualmente è diffusa in oltre 71 Paesi, con numerosissime palestre affiliate come punti "CrossFit".
Cross in inglese significa “incrocio, mescolanza”. Questa pratica combina un insieme di movimenti eseguiti ad alta intensità per tonificare tutta la muscolatura. Praticamente un mix di sollevamento pesi, esercizi a corpo libero e allenamento cardiovascolare, uniti in un’unica sessione, sempre diversa e non specifica: l’obiettivo, quindi, non è rassodare gli addominali o assottigliare il girocoscia, ma rinforzare tutto il corpo. Ci si esercita con corsa, vogatore, salto della corda, arrampicata e spostamento di carichi pesanti. Si utilizzano inoltre manubri, anelli da ginnastica, sbarre per trazioni, kettbell (un peso a forma sferica con la maniglia).
Lo stesso Glassman, descrive il CrossFit in uno slogan: "Mangia carne, verdura, noci, semi, poca frutta, pochi amidi, niente zucchero. Mantieni l’apporto calorico a livelli corretti per fare esercizio, ma non per accumulare grasso. Esercitati e allenati con i sollevamenti: deadlift, clean, squat, presses, C&J e snatch. Conosci le basi della ginnastica: pull-up, dip, arrampicata sulla corda, push-up, sit-up, presse in piedi, piroette, flip, spaccate, prese. Bici, corsa, nuoto, fai vogate, ecc., forte e veloce. Combina questi elementi cinque o sei giorni la settimana in quanti più modi e configurazioni suggerisce la creatività. La routine ti è nemica. Mantieni allenamenti brevi ma intensi. Impara e pratica regolarmente nuovi sport."

Attraverso tale programma, l'atleta stimola i dieci punti fondamentali del fitness: resistenza cardiorespiratoria, resistenza muscolare, forza, flessibilità, potenza, velocità, coordinazione, agilità, equilibrio e precisione. Il CrossFit apporta quindi numerosi benefici sul piano fisico, aumentando la capacità di lavoro in tutti questi ambiti grazie ad un adattamento neurologico ed ormonale di tutte le vie metaboliche: durata, resistenza, forza e flessibilità si esercitano con l’allenamento (attività che migliorano le prestazioni attraverso un cambiamento organico misurabile del corpo); coordinazione, agilità, equilibrio e precisione si esercitano con la pratica (attività che migliorano le prestazioni attraverso cambiamenti del sistema nervoso); potenza e velocità si esercitano sia con la pratica che con l’allenamento.Già dopo un paio di mesi di pratica si possono avere risultati evidenti sul fisico, con incremento della massa muscolare a discapito di quella grassa: nel crossfit si bruciano molte calorie ( dalle 400 alle700 inun’ora), e al tempo stesso si dà un’accelerata al metabolismo, il motore dell’organismo che consente di smaltire quanto assimilato con l’alimentazione.

Dal punto di vista psicologico, una recente ricerca condotta dall'Accademia di Educazione Fisica e Sport di Gdansk dell'Università di Misan (Iraq), in collaborazione con l'Istituto di Psicologia dell'Università di Szczecin (Polonia), ha studiato i benefici mentali apportati dal CrossFit e dal Fitness generico (inteso come ginnastica ricreativa), alla ricerca di quali fossero i benifici psicologici derivanti dalla pratica di tali attività, e di eventuali differenze. Lo studio, condotto su 30 soggetti praticanti CrossFit e 30 soggetti praticanti Fitness, è avvenuto attraverso la somministrazione del questionario Self Made Questionnaire of Psychological and Health Benefits  e della Scala di Soddisfazione della Vita (SWLS). Dai risultati è emerso per entrambi i gruppi la percezione di un buon grado di soddisfazione della vita, con umore positivo dopo la pratica del loro allenamento, e la percezione di un aumentato benessere dovuto al sentirsi più forti muscolarmente.

Ogni genere di attività fisica, CrossFit compreso, sembrerebbe quindi giocare un ruolo importante sul benessere psicologico e mentale dei suoi praticanti, aumentando il grado di soddisfazione percepito della loro vita.

Dott. Massimo Amabili

Bibliografia:
Ali Aziz Dawood Al Sudani, Kamila Budzynska, Psychological and health benefits of crossfit and fitness,  Movimento - Volume 31 - n. 1-2, (2015)







Giugno 2015

www.abcallenamento.it
PSICOLOGIA E SPORT DA COMBATTIMENTO


Negli sport da combattimento la preparazione mentale richiesta è pari o superiore ad altre discipline sportive, e molto frequentemente sottovalutata e poco preparata, nonostante sia evidente a tutti i praticanti quanto sia rilevante lo stato emotivo interno dell’atleta che si accinge ad affrontare una gara di questo tipo. Lo scontro diretto con l’avversario, il susseguirsi di rapide combinazioni in cui il tempo di reazione e di recupero è ristretto e la probabilità di dover combattere in situazioni di svantaggio, richiedono una mente consapevole, preparata ed allenata.
Gli atleti combattenti sono spinti da forti motivazioni, vanno alla ricerca di intense emozioni e desiderano sapere come gestirle e sfruttarle a proprio vantaggio soprattutto in combattimento.

 Generalmente infatti, i fighters si allenano con meticolosità, intensità, calibrando perfettamente il volume, la durata e l’intensità del loro allenamento fisico, vivendo a stretto contatto con le forti emozioni che ne derivano. Tuttavia, la grande maggioranza di loro, non riesce ad identificare con esattezza il proprio stato interno (come accade a numerose persone anche al di fuori dello sport), e questo non consente loro di modulare il loro stato emotivo in maniera adeguata, per incanalarlo in ambito positivo, al fine di migliorare le performance.
Chi arriva sul ring è un individuo selezionato dalle dure leggi della palestra, una personalità sportivamente (E NON PATOLOGICAMENTE) aggressiva, fatta di coraggio e non di astiosità.

 
Per alcuni autori, l’atleta combattente esprime nelle sue doti  di tenacia, pazienza, resistenza al dolore, l’esistenza di un nucleo psicologico fatto di insicurezza, inadeguatezza sociale, aggressività reattiva oppure insufficienza vitale. L’esigenza di una pratica agonistica che richiede perseveranza, autocontrollo e dominio dell’aggressività, implica un elevatissimo livello delle abilità psicomotorie (reazioni pronte e veloci) e di schemi motori automatizzati ma suscettibili di adattamenti situazionali dettati dall’intelligenza. L’aggressività del lottatore ha due aspetti: uno diretto verso l’esigenza di vincere, piegare l’avversario, e l’altro espresso come bisogno intrapunitivo, cioè come forma di auto-mortificazione che spiega la capacità soffrire e accettare le frustrazioni.
Gli sport da combattimento necessitano di un notevole coraggio, capace di dominare non soltanto la paura ma anche le spontanee reazioni autoconservative .

La reazione al pericolo (la cosidetta risposta di attacco-fuga, perfettamente descritta dagli studiosi dell’evoluzione umana) ha fondamenti filogenetici: l’autoconservazione è un dato primitivo, uno scopo primario che guida l’esistenza umana. Del resto un intensa paura di morire è un elemento fondamentale della nostra vita emotiva, per cui nessuno è libero dalla paura del pericolo della morte. Il fighter deve costantemente controllare l’ansia e la paura derivanti dall’istinto di conservazione. Gli schemi motori istintuali devono essere sostituti con il gesto tecnico. E’ come se attraverso il combattimento un po’ si mettesse in scena drammaticamente il rischio per la propria incolumità, con la possibilità di agire le proprie spinte autodistruttive pur senza danneggiarsi, incontro dopo incontro. Il controllo del rischio si manifesta così come controllo della paura della morte. L’atto sportivo diventerebbe così un mezzo per esorcizzare la paura.

L’autoaffermazione attraverso il rischio permette di superare penosi sentimenti di inadeguatezza , in quanto prova-specchio della propria esistenza. Anche la volontà (intesa come la capacità propria dell’individuo di perseguire la sua possibilità di autodeterminarsi verso degli scopi. Per realizzarsi essa implica una libertà di scelta)è indispensabile al fighters per avere il coraggio di resistere invece di ritirarsi anche quando si accorge della propria inferiorità. L’aggressività dei lottatori rappresenta la molla fondamentale dell’agonismo, come per molti altri sport. L’agonismo è la manifestazione matura , costruttiva e creativa dell’aggressività, volta all’autorealizzazione dell’individuo
Un aspetto importante per ogni atleta è sviluppare la capacità di gestire l’ansia da prestazione pre-gara: esistono delle “trappole mentali” che gli atleti affrontano prima di una gara importante e che possono far insorgere stati di ansia troppo elevati. Un atleta mentalmente allenato conosce almeno tre o quattro tecniche di gestione dell’ansia da inserire nel suo “borsone” e da tirare fuori al momento opportuno, durante il riscaldamento pre-match e nei minuti precedenti la salita sul ring.

A questo scopo sono molto utili tecniche di rilassamento, tecniche di respirazione addominale, tecniche di controllo dei pensieri, tecniche distrattive e tecniche di rilassamento muscolare. Ma sul concetto di rilassamento spesso si cade in errore. Non possiamo pensare che un atleta per performare bene debba essere rilassato come quando è a casa, seduto comodamente in poltrona. E’ necessario lavorare sul concetto di “arousal” o di attivazione psicofisiologica insegnando all’atleta come funziona il nostro corpo e la nostra mente durante una prestazione sportiva. Ogni atleta ha la sua zona di massima prestazione mentale, che si trova esattamente  tra l’ansia e l’eccessivo rilassamento. La difficoltà è collocarsi in questa zona senza scivolare da una parte o dall’altra perchè in quei casi la performance sarà sicuramente inferiore alle potenzialità. Su questo aspetto è necessario lavorare sulla fisiologia umana con apposite tecniche (controllo del battito cardiaco, apparecchiature di biofeedback, nuovamente respirazione e controllo della muscolatura) in associazione a tecniche di imagery, spesso anche abbinate alla musica che consentano all’atleta di ricreare la giusta condizione mentale per salire sul ring.


Una volta giunti sul ring c’è un fattore determinante per ogni atleta. Spesso in tale circostanza gli atleti riferiscono pensieri del tipo: “sentivo, già prima di iniziare, che questo incontro l’avrei portato a casa” oppure “ho capito subito, appena sono salito sul ring che non c’era nulla da fare...”. Quando un atleta inizia a dirsi queste cose sta già determinando buona parte della sua riuscita o della sua sconfitta. Queste frasi sono convinzioni che condizionano il senso di auto-efficacia personale e di fiducia nelle proprie capacità. E gli studi scientifici ci dicono che le performance fisiche sono direttamente proporzionali al livello di auto-efficacia dell’atleta. In altre parole un atleta che sale sul ring con un pensiero del tipo: “non c’è nulla da fare, lui è più forte” riuscirà a mettere in campo la metà delle sue potenzialità.

A
nche con i fighters è possibile lavorare con delle sessioni di imagery o visualizzazione in cui l’atleta lavora sul ricreare mentalmente tutti gli scenari possibili (soprattutto quelli negativi) e immagina se stesso reagire a quelle situazioni sviluppando quindi strategie di coping.
E’ importante che l’atleta conosca un pò il funzionamento del nostro cervello che, in quanto emulatore di realtà, ci permette di vivere in immaginazione le stesse sensazioni che potremmo provare dal vivo. Grossolanamente, l’aver immaginato di risolvere una situazione critica in cui l’avversario ci colpisce e ci mette in svantaggio, aver immaginato come affrontare quella situazione in quell’evenienza, allena la nostra mente esattamente come se quell’esperienza l’avessimo vissuta sul serio.


dr. Massimo Amabili


Maggio 2015

www.curiosidades.guru

STUDENTI UNIVERSITARI E SEDENTARIETA’

Una recente ricerca condotta dal collega Dottor Alessandro Di Domenico, unitamente ad altri studiosi del Dipartimento di Medicina clinica, sanità pubblica, scienze della vita e dell'ambiente dell’Università degli Studi dell'Aquila, ha indagato il rapporto esistente tra le abitudini di vita apprese in età adolescenziale e i benefici che esse possano apportare sulla salute. Lo studio, compiuto sugli studenti universitari dell’Ateneo dell’Aquila, ha messo sotto i riflettori il momento di accesso ai corsi universitari per i ragazzi, che è sì emozionante per i giovani studenti, ma anche fortemente stressante poiché si trovano a far fronte ad un nuovo e più pesante carico di studio, nuovo contesto e rete sociale nei quali inserirsi e trovare un proprio ruolo. Di pari passo con questi importanti cambiamenti e maggiori responsabilità, i giovani studenti hanno maggiore libertà sul proprio stile di vita rispetto al passato, per lo più controllato dalla famiglia.

L’autostima sembra esser associata alle attività alle quali gli studenti dedicano la maggior parte del loro tempo, ma non è chiara quanto si leghi nello specifico all’attività fisica. 


La letteratura solo recentemente ha focalizzato l’attenzione sugli effetti positivi dell’attività fisica sulla salute mentale e sulla percezione soggettiva dello stato di salute psicofisico: ma i giovani adulti sono ad oggi ancora poco studiati, e gli studi longitudinali sono carenti.

Scopo del predetto studio era indagare la prevalenza della sedentarietà ed i livelli di attività fisica in un campione di giovani evidenziando le associazioni con la percezione del benessere fisico e psichico.


L’età media dei 132 partecipanti è risultata pari a 24 anni, per il 64% di genere femminile.

Attraverso il calcolo del BMI, è stata stimata una prevalenza del 6% di soggetti sottopeso, ed il 6% dei soggetti risultava in sovrappeso o obeso.

Attraverso l’indice M.E.T. (o equivalente metabolico, utilizzato come unità di misura che esprime l’intensità dell’attività fisica), la prevalenza di soggetti sedentari è stata stimata pari al 14%, mentre il 20% dei partecipanti pratica attività fisica di bassa intensità, il 34% pratica attività fisica di moderata intensità, e il 33% di intensità elevata.


L’attività fisica è risultata associata al genere (cioè varia a seconda del genere di appartenenza). La percezione della abilità, della forza, della resistenza, risulta associata al genere ed al livello di attività fisica; la percezione della flessibilità è associata al livello di attività fisica praticata ma la percezione della coordinazione è legata solamente al genere. Chi è sedentario o pratica un livello

basso di attività sportiva si percepisce in salute quanto chi pratica attività fisica moderata o intensa, con un livello di autostima assolutamente sovrapponibile a chi è invece attivo.


Tale studio ha messo in evidenza che tra giovani universitari il 34% non pratica attività fisica o al più la pratica con bassa intensità. Le ragazze riferiscono maggiore autostima ed una maggiore percezione di benessere generale rispetto ai ragazzi, ma la percezione del benessere psico-fisico non si associa con l'attività fisica. 


Strategie per promuovere il benessere quotidiano dovrebbero incoraggiare gli studenti universitari a includere una maggiore quantità di attività fisica, nonché limitare il loro comportamento sedentario, soprattutto continuando a focalizzare l’attenzione e l’allerta sulle conseguenze organiche (cardiovascolari, osteoporosi, sindrome metabolica), ma anche psichiche (stress, ansia e depressione) a lungo termine rispetto al presente stato psicofisico, percepito comunque come non influenzato dall’attività fisica praticata.

Dott. Massimo Amabili


APPROFONDIMENTI:

Body image perception and weight on a sample of Italian young people, V. Cofini, MR. Cecilia, A

Di Domenico, R.Bernardi, F. di Orio, Department of Life, Health and Environmental Sciences

University of L’Aquila-Italy, http://www.gv-conference.com/archive/?vid=1&aid=2&kid=30101-86


Aprile 2015

www.showyboys.it

DALLA PALLAVOLO ALLA CRESCITA INDIVIDUALE, DALLO SPORT AL LAVORO

La settimana scorsa, un articolo pubblicato sulla rivista on-line “Che futuro” (dedicata a giovani imprenditori e startupper), a firma del Dottor Maurizio Napolitano (allenatore professionista nella serie A austriaca e ricercatore informatico), ha colpito la mia attenzione trattando del nesso tra lo sport e il mondo del lavoro dall’ottica di un esperto allenatore e uomo di successo nel campo lavorativo. Spesso infatti sentiamo parlare dei benefici che lo sport può portare anche nel lavoro e nel quotidiano. Ma cosa s’intende esattamente?

Prendiamo ad esempio uno sport di gruppo molto comune, la pallavolo. Questo sport (quando praticato all’interno di un buon contesto e guidato da educatori qualificati) può insegnare lo spirito di sacrificio, il sapere apprendere dalle sconfitte, il confrontarsi con i propri limiti e il saper collaborare con le persone. Come sottolineato dal Professor Napolitano, sono caratteristiche che lo stesso allenatore della nazionale italiana maschile, Mauro Berruto, riporta in un post intitolato “Cari genitori”, dove sottolinea tre caratteristiche specifiche di questo sport (evidenziandone gli aspetti cooperativi): l’obbligo del passaggio, lo stretto rapporto fra dimensioni del campo e numero di giocatori presenti e la velocità del cambio del punteggio; esse insegnano a loro (atleti e staff) come imparare a collaborare, che bisogna convivere in poco spazio e che sarà messa continuamente a dura prova la propria autostima (un’ azione dura circa 6/7 secondi e subito viene valutata dal punteggio, senza dimenticare che concluso un set ne comincia un altro).
Ogni sport ha le sue caratteristiche e aiuta nella formazione delle persone; infatti, gli adolescenti con la passione per la pallavolo possono essere spinti a cercare di migliorarsi il più possibile, all’interno di un gruppo che coopera per un fine (il gioco), assumendo una vera identità gruppale. All’interno di questo gruppo sportivo, emergono le qualità di ogni singolo componente, ma anche i loro difetti o la loro tendenza alla leadership (più o meno marcata). Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, i ragazzi apprendono nel tempo che ci sono molti modi per essere leader, ma che prima di esserlo è importante imparare ad essere nel “qui ed ora”, nell’hic et nunc di ogni allenamento o gara. In parole più semplici, essere davvero concentrati e focalizzati su quello che ci accade intorno, perché molto spesso la nostra mente ci allontana da dove siamo e ci porta lontano (come ben sanno gli atleti molto ansiosi…). Vivere qui e ora è anche la chiave per accettare qualsiasi forma di cambiamento, come una novità sul lavoro, un evento traumatico, le sconfitte, e tutto ciò da cui poi bisognerà muoversi velocemente e senza timore. È la base di partenza per cominciare ad operare un cambiamento, in grado di migliorare e amplificare le proprie potenzialità.
Nel Volley inoltre, uno degli argomenti più conosciuti legati al successo di Julio Velasco, allenatore della nazionale italiana di pallavolo della “generazione di fenomeni “ che negli anni 90 vinse praticamente tutto, è il suo perenne combattere con la teoria degli alibi: famosissimo è il suo intervento ribattezzato dalla Rete “la parabola dell’alzata” dove dice che «gli schiacciatori non parlano dell’alzata, la risolvono». Un messaggio molto chiaro e pragmatico: bisogna affrontare i problemi per quello che sono senza ma e senza se, non trovare alibi scaricando la colpa verso terzi o elementi esterni al contesto e alla propria responsabilità. In questo modo è possibile creare una mentalità diversa, vincente che impara dai fallimenti. Allora perdere assume un nuovo significato, divenendo così un’occasione per apprendere e  costruire così il proprio cammino.
All’interno di un solido gruppo sportivo, avviene solitamente anche un processo di acquisizione di autonomia, spesso attraverso un buon educatore che aiuta i propri atleti a rendersi indipendenti ed in grado di compiere delle scelte solo attraverso il loro buonsenso maturato di pari passi all’esperienza sportiva: è una responsabilità che richiede molta pazienza e conoscenza di se stessi, per entrare in empatia con gli altri individuando e amplificando le caratteristiche positive di chi si ha di fronte.
Tornando alla pallavolo, attraverso questo sport i ragazzi apprendono anche la vera natura della sconfitta e del fallimento: saper perdere aiuta a diventare più forti e consapevoli di prima. Apprendono a cadere e rialzarsi e ad apprezzare le persone che hanno fatta propria questa lezione, facendo materializzare la propria passione anche sul lavoro. Iniziano a conoscersi, accettando di sé i propri pregi e i propri difetti, consapevoli però che ciascuno di noi è una persona unica.
Forse è proprio questo il tesoro che è possibile ereditare dalla pallavolo e dallo sport, trasponendolo facilmente nel lavoro o nella vita di tutti i giorni: cominciare a prendere consapevolezza di se stessi, accettare il positivo e il negativo e da qui, poi, migliorarsi. Crescendo attraverso lo sport, gli atleti apprendono ad essere leader di sè stessi, ad accettare i cambiamenti e a collaborare con nuove persone.

Dott. Massimo Amabili

 

Per maggiori approfondimenti, dall’ottica di un esperto allenatore professionista e ricercatore informatico:

http://www.chefuturo.it/2015/03/5-consigli-per-avere-successo-a-lavoro-partendo-dalla-pallavolo/






Febbraio 2015
www.yourself.pianetadonna.it


Gli atleti e i disturbi del sonno

Il sonno è un fenomeno fisiologico caratteristico di tutte le specie animali e consistente in una interruzione spontanea di tutte le attività nervose e psichiche connesse con la vita di relazione. Dal punto di vista fisiologico, durante il sonno variano numerosi parametri: diminuiscono il tono muscolare, la pressione arteriosa, la frequenza del battito cardiaco, la diuresi; il metabolismo energetico raggiunge valori inferiori a quelli propri dello stato di veglia mentre aumenta la frequenza degli atti respiratori. Non solo: il sonno è un processo attivo gestito da ben note aree del cervello. Esiste una specie di “centrale di comando” nervosa, composta da qualche decina di migliaia di cellule che hanno il compito di regolare il nostro ritmo veglia-sonno. Questo sistema entra in funzione in maniera silente, senza la nostra consapevolezza, ogni sera in pochi minuti; la facilità o difficoltà ad addormentarsi dipendono da diversi fattori, primo fra tutti il debito di sonno che si è accumulato. Subentrano poi le perturbazioni provenienti dall’esterno e dall’interno, disturbi patologici o emozionali quali l’ansia e lo stress, ossia stimoli che riescono a infiltrarsi impedendo l’instaurarsi di tale equilibrio.

Secondo il San Raffaele di Milano, soffre di insonnia persistente circa il 10% della popolazione mondiale; un altro 10% è rappresentato non da veri insonni, ma da coloro che dormono poco e male. Stress, ansia e depressione sono alla base di circa il 50% di tutti questi disturbi.

Negli atleti, l’insonnia può avere numerose cause:

·         Ansia pre-gara;

·         Sindrome della paura di vincere;

·         Sindromi psicosomatiche;

·         Sindrome del burn-out;

·         Problemi familiari e affettivi;

·         Depressione;

·         Patologie cliniche o neurologiche;

·         Dolore traumatico acuto o cronico;

·         Aumento fisiologico di sostanze adrenergiche dopo uno sforzo intenso;

·         Condizioni ambientali e climatiche diverse da quelle abituali;

·         Sindrome da fuso orario

Negli atleti la causa più comune è la tensione emotiva, ma devono essere presi in considerazione anche altri disturbi fisici o psicologici. L'insonnia può essere determinata da stati di ansia e stress che tendono ad alterare il ciclo sonno-veglia, da fattori biologici e neurologici e dallo stile di vita (persone che lavorano di notte e dormono di giorno. In ogni caso è un problema da combattere in quanto l'alterazione o, peggio ancora, l'assenza di sonno nuoce gravemente alla salute, perché produce obesità, depressione e alterazioni del sistema immunitario. I rimedi sono molteplici: da quelli naturali, che hanno buona efficacia nelle insonnie lievi, a quelli farmacologici e psicologici. Qualsiasi sintomo fisico ha infatti una profonda ricaduta anche sul nostro equilibrio psicologico così come qualsiasi sintomo psicologico ha una ricaduta sul nostro funzionamento organico. Ecco perché l'insonnia incide molto sul nostro umore: se non dormiamo siamo più irritabili, nervosi, reattivi, abbiamo minore capacità ci concentrazione e di attenzione e siamo tendenzialmente disforici e depressi.

 Fondamentale  è anche ricordare i principi di igiene del sonno: evitare dopo le cinque del pomeriggio caffè e tè, preferire una cena leggera, coricarsi sempre alla stessa ora, evitare computer e fonti luminose dopo le dieci di sera. Un'alternativa al farmaco è la terapia cognitivo-comportamentale (Cognitive-behavioral therapy, CBT) che insegna a evitare gli atteggiamenti sbagliati. Capita spesso, infatti, che le persone insonni abbiano percezioni e pensieri distorti sul non dormire abbastanza e sugli effetti collaterali che ne derivano. A questo pensiero negativo, si aggiungono poi tutta una serie di altri atteggiamenti che non fanno che peggiorare la situazione. È il caso di chi, ad esempio, trascorre a letto più tempo del necessario oppure dorme in orari inappropriati, con conseguente alterazione degli orologi biologici circadiani. Ottimi risultati per gli atleti provengono anche dall’utilizzo di tecniche di rilassamento di vario tipo, che consentono di ridurre la risposta psicofisiologica d’ansia, controbilanciando lo stress e favorendo l’autocontrollo emotivo e somatico. La maggior parte di queste tecniche, applicate da professionisti esperti e qualificati (medico o psicologo), permette di ridurre l’attivazione del sistema nervoso simpatico, favorendo una diminuzione della tensione muscolare, della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa, una riduzione della frequenza e un aumento dell’ampiezza dei ritmi elettroencefalografici, una riduzione del consumo di ossigeno (Crebelli, 1984, Biondi, 1988), spostando l’equilibrio neurovegetativo verso un’attivazione parasimpatica.

 

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it

 

BIBLIOGRAFIA

Tecniche di mental training nello sport, M.P. Brugnoli, Red Edizioni, 2005.




Dicembre 2014
www.youcoach.it

MENTAL COACH (O MENTAL TRAINER), MOTIVATORE OPSICOLOGO DELLO SPORT: PER NON CONFONDERE IL RAME CON L’ORO

La psicologia è scienza relativamente giovane, che molti fanno risalire come disciplina autonoma nella seconda metà dell’Ottocento, quando  tra il 1850 e il 1870 vari scienziati, in particolare fisici e medici iniziarono a occuparsi dello studio della psiche analizzando le sensazioni, le emozioni e le attività intellettive. E’ infatti comunemente indicato come padre fondatore dello psicologia scientifica accademica lo studioso Wilhelm Wundt, il quale tra il 1873 e il 1874 pubblicò i “Fondamenti di psicologia fisiologica”,  opera considerata il primo trattato psicologico-scientifico della storia. 

La psicologia dello sport è solo una delle numerose branche della psicologia, molto giovane e in grande espansione in tutto il mondo: talmente giovane e poco conosciuta che spesso le persone confondono questa rigorosa disciplina con una miriade di pseudo discipline, nate come parassiti e tesoro dei soliti venditori di fumo, che cercano di garantirsi vantaggi personali nascondendosi dietro posizioni, idee e progetti privi di reale concretezza. Insomma, il vuoto: spesso ben vestito.

E’ assolutamente necessario fare chiarezza, e diffondere informazioni corrette alle persone, per garantire loro un corretto accesso alla psicologia dello sport, garantito da professionalità e competenze reali.

Riassumiamo le differenze principali tra le figure spesso sovrapposte ma in realtà molto diverse tra loro, che operano in questo ambito:

·         IL MENTAL COACH (O MENTAL TRAINER):

il coaching sportivo non necessita del possesso di una laurea e generalmente è svolto da laureati in scienze motorie, ex giocatori, allenatori e preparatori atletici o persone con qualsiasi grado di istruzione, che abbiano seguito corsi (spesso a caro prezzo e dalla durata di poche ore) di psicologia sportiva o scuole di coaching che ne certificano il ruolo.
Il mental coach ha l'obiettivo di motivare l'atleta (o gli atleti se si tratta di una squadra) e di migliorare le sue performance sportive portandolo ad esprimere il suo massimo potenziale.

·         IL MOTIVATORE:

anche in questo caso non è necessaria una laurea, è possibile accedere alla moltitudine di corsi con qualsiasi grado di istruzione; generalmente lavora, come il termine esprime, esclusivamente per incrementare la motivazione dell'atleta tralasciando tutti gli altri aspetti dello sport, quali ad esempio la concentrazione, l'autoefficacia, l'attenzione, la comunicazione etc.

·         LO PSICOLOGO DELLO SPORT

La formazione universitaria dello Psicologo è un processo molto lungo (5 anni, più il tempo necessario allo svolgimento dei tirocini) suddiviso in due fasi: la prima omogenea e di base, la seconda più specifica e di indirizzo. Nella prima fase, oltre allo studio di tutte le materie inerenti la Psicologia, si acquisiscono conoscenze anche in ambito medico, sociologico, biologico, statistico ed informatico. Nel corso della seconda fase si approfondisce la materia di studio dell'indirizzo scelto (Psicologia clinica, Psicologia Sociale e di Comunità, Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, ecc.). Il tirocinio, della durata di un anno, é effettuato con la supervisione di un tutor professionista iscritto all'Albo che vigila sulla formazione del neolaureato, lo accompagna e lo sostiene. Anche durante il corso di laurea sono previsti periodi di collaborazione con strutture pubbliche o private: si tratta delle cosiddette "Attività Formative Pratiche"(A.F.P.). L'ultima tappa è l'Esame di Stato che consente l'iscrizione all'Ordine e l'accesso alla professione. Per accedere alle Aziende Sanitarie e ad Ospedali Pubblici occorre un'ulteriore specializzazione quadriennale. Gli Psicologi, così formati, sono facilmente reperibili sia nei Servizi Sanitari, nelle stituzioni pubbliche, sia in moltissimi studi professionali privati, capillarmente presenti sul territorio regionale e nazionale. Soltanto dopo essere stati abilitati e iscritti all’Albo, come stabilito dalla Legge 56/89, lo psicologo può utilizzare gli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità.

La professione di psicologo dello sport richiede,dopo il percorso universitario suddetto, una specializzazione in psicologia dello sport tramite master. 
Oltre ad occuparsi di motivazione, concentrazione, autoefficacia, comunicazione, e, in generale, di tutti gli aspetti dello sport, opera anche nell'ambito della psicologia della salute che concerne anche la patologia e il recupero clinico e può, pertanto, occuparsi di disturbi psicologici associati a problemi sportivi, come ad esempio problemi alimentari o legati all'uso di sostanze dopanti.

Lo psicologo dello sport è, dunque, anche motivatore e mental coach, ha una formazione altamente specifica e regolamentata da un codice deontologico professionale, che mira anche a tutelare l’utenza di tutte quelle persone che si rivolgono ad esso.

A proposito di venditori di fumo, responsabili di inganno e grave danno alle persone, mi piace citare il pensiero di Napoleone Bonaparte che, riferendosi a certi politici  individuava nell’oratoria fine a se stessa uno strumento impiegato da persone di potere per garantire a sé privilegi spesso non sostenuti da reali meriti, diritti o qualità e proponeva la concretezza del pensiero critico come strumento per rendere evidente l’intento:

I grandi oratori, che dominano le assemblee con lo splendore delle parole, sono in generale i politici più mediocri. Non bisogna mai combatterli con le parole, ne hanno sempre di più roboanti delle vostre. Bisogna opporre alla loro magniloquenza un ragionamento serrato, logico: la loro forza sta nella vaghezza. Bisogna riportarli alla realtà dei fatti: la concretezza li uccide.”

Buone feste a tutti voi

 

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it

 

Bibliografia

Codice deontologico degli psicologi italiani, Ordine Nazionale degli psicologi, http://www.psy.it/lo_psicologo/codice_deontologico.html

Manuale del capo, Napoleone Bonaparte, a cura di J. Bertaut – traduzione di M. S. Ruffolo – Einaudi – 2009;

 



Novembre 2014
www.storiediattraversamenti.blogspot.com

ISPIRAZIONE ARTISTICA ED ESERCIZIO FISICO

Un gruppo di ricercatori di Psicologia Cognitiva dell’Università di Leiden (Olanda), unitamente al Dipartimento di Salute Mentale e Psichiatria di Cape Town (Sud Africa) hanno condotto un’interessante studio sulla correlazione tra l’esercizio fisico – praticato in maniera costante- ed il pensiero divergente e convergente, elementi fondamentali della creatività.

Già nel 1950 J.P.Guilford pubblica un articolo dal titolo “Creativity” in American Psychologist, che faceva il primo riferimento a tali ingredienti fondamentali. Il  termine pensiero divergente  è quello più strettamente connesso all'atto creativo. Guilford, asseriva che il pensiero divergente è la capacità di produrre una gamma di possibili soluzioni per un dato problema, in particolare per un problema che non preveda un 'unica risposta corretta. È facile rendersi conto che una simile capacità ha probabilmente un ruolo nell'atto creativo, poichè l'artista ha spesso bisogno di esplorare una serie di possibili modi di dipingere un quadro, di portare a termine un romanzo o di scrivere una poesia prima di decidersi alla fine per quello che sembra essere il migliore. Ovviamente ci aspettiamo che un atto creativo riporti anche l'impronta dell'originalità, ma anche in questo caso il pensiero divergente avrà un suo ruolo, poiché più ampia sarà la gamma di possibilità che siamo in grado di produrre, più alta sarà la probabilità che una di esse dia prova di originalità. Guilford si riferiva anche a ciò che lui chiamava pensiero convergente. Nel pensiero convergente si dice che gli individui convergono, invece che discostarsene, sull'unica risposta accettabile a un problema e producono efficacemente la soluzione Talvolta si afferma che i test di intelligenza si concentrano solamente sul pensiero convergente, dato che a ogni item corrisponde un'unica risposta corretta accettabile, e che il pensiero divergente può essere veramente dimostrato solo con test cosiddetti a finale aperto. Questo è probabilmente vero ed è sempre un esercizio interessante chiedere ai bambini di guardare alcuni item di un test di intelligenza (in particolare quelli del tipo "Metti in evidenza l'elemento estraneo”) e vedere se per ognuno riescono a trovare spiegazioni a più di una soluzione accettabile. Nel farlo chiediamo loro di pensare in modo divergente piuttosto che convergente e i risultati potrebbero essere in un certo senso sorprendenti per chi costruisce test di intelligenza.

Molte sono state, in seguito, le ricerche e gli autori che si sono occupati di creatività, ma quella condotta dall’ Università di Leiden ha messo in luce un aspetto finora poco considerato: chi fa esercizio fisico regolarmente beneficerebbe di un maggior pensiero creativo. Questo l’esito della loro ricerca da poco pubblicata su Frontiers in Human Neuroscience.

Due tipologie di soggetti sono state reclutate per lo studio: da una parte coloro che effettuavano esercizio fisico con regolarità almeno quattro volte la settimana e persone non molto attive dal punto di vista sportivo.

I soggetti sono stati sottoposti a diversi test di pensiero e creatività, tra cui per esempio enunciare tutti i possibili usi di un oggetto (ad esempio una penna) e altri compiti associativi.

Le persone facenti parti del gruppo degli “sportivi” hanno ottenuto punteggi di performance significativamente superiori rispetto a coloro che non attuavano regolare esercizio fisico. In qualche modo dunque sembra che una regolare attività fisica possa favorire la flessibilità e la creatività del pensiero.
Sentite che la vostra ispirazione è in affanno? Coraggio, è ora di fare attività fisica!

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it

 

BIBLIOGRAFIA

Lorenza S. Colzato, Ayca Szapora, Justine N. Pannekoek, Bernhard Hommel. The impact of physical exercise on convergent and divergent thinking. Frontiers in Human Neuroscience, 2013; 7 DOI: 10.3389/fnhum.2013.00824

Guilford, J. P. (1950). Creativity. Am. Psychol. 5, 444–454.

Guilford, J. P. (1967). The Nature of Human Intelligence. New York: McGraw-Hill.





Ottobre 2014

www.muscolab.net

SPORT GIOVANILE: ALLENARE LA PERSONA O ALLENARE L’ATLETA?


Daniel Gould, Ryan Flett e Larry Lauer della Michigan State University hanno pubblicato sulla rivista Psychology of Sport and Exercise i risultati di una ricerca in tema di allenamento dei giovani sportivi, che conferma quanto già riscontrato da altri ricercatori, indicando ciò che gli allenatori/educatori dovrebbero promuovere.  Secondo tali studi l’attenzione all’insegnamento e al clima della squadra hanno importanti influenze sullo sviluppo personale dei giovani atleti: più che il desiderio di vincere, è indicato come fondamentale l’incremento delle abilità e competenze personali degli atleti attraverso un atteggiamento accogliente e interessato nei loro confronti.
Tale questione, spesso ha acceso dibattiti tra gli allenatori, le società e gli educatori messi in prima linea nei settori giovanili, animando pareri contrastanti e discussioni. E’ frequente anche oggi osservare allenatori che puntano soprattutto al risultato, sacrificando l’enorme valore educativo che lo sport porta con sé. Spesso la questione educativa e formativa del sé viene ridotta ad un accumulo di rigide regole in stile militare, convinti che questo sia sufficiente a “crescere” l’atleta come persona. Secondo tale studio, appare invece evidente che praticare sport in un ambiente centrato sullo sviluppo di sé piuttosto che sulla competitività o sull’agonismo, crei un senso del gruppo più forte e permetta un miglioramento dello spirito di iniziativa individuale, delle abilità sociali e dell’identità personale.
La sfida degli educatori/allenatori dovrebbe quindi essere quella di riuscire a motivare gli atleti al gioco e alla competizione avendo sempre in primo piano obiettivi più ambiziosi e rilevanti che hanno a che fare con lo sviluppo della persona nella sua totalità; con queste premesse non si esclude certamente l’attenzione alla prestazione e alle competenze prettamente sportive, che, secondo Lauer, potranno trarre beneficio dal fatto che i giovani atleti imparino ad essere persone responsabili, relazionalmente competenti ed emotivamente competenti.

Gould, Flette e Lauer hanno studiato 239 atleti di età compresa tra i 10 e i 19 anni,  provenienti da aree urbane svantaggiate, con carenza di servizi e difficoltà economiche e sociali; il campione è stato sottoposto alla somministrazione di diversi test quali Youth Experiences Scale (YES-2), Sport Motivational Climate Scale e Caring Climate Scale ed è stata misurata l’importanza data dagli allenatori allo sviluppo psicologico e della persona.

I risultati indicano che un clima di maggior attenzione ai ragazzi e un orientamento al compito anziché alla competizione o alla vittoria durante gli allenamenti portano a sviluppi positivi per il gruppo e per i singoli.

Infatti, quando un bambino o ragazzo entra a far parte di un gruppo sportivo si avviano molti meccanismi che vanno al di là dell’allenamento motorio o tecnico: entrano in gioco le relazioni tra pari e con un adulto che svolge il ruolo di conduttore di quel gruppo, in un incastro di dinamiche che si intrecciano al suo interno. Si passa così dalla ricerca di un’identità personale e di un proprio ruolo all’interno di quel gruppo, alla collaborazione con altri per raggiungere un fine comune, fino ad arrivare al confronto con l’avversario e a tutti i vissuti che ne derivano. E’ ormai palese quanto competenze acquisite sul campo da gioco si possano facilmente esportare nella vita dallo sport al mondo della scuola o del lavoro e viceversa, e quanto sia decisivo (per gli educatori, ma anche per i ragazzi e i loro familiari) esserne ben consapevoli. Una strategia lontana anni luce da quella che purtroppo ancora capita di vedere sui campi o nelle palestre. 

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it

 

BIBLIOGRAFIA:


Luglio 2014


http://www.gazzetta.it/Calcio/Mondiali/13-07-2014/mondiali-brasile-thiago-silva-hulk-ramires-chiediamo-scusa-tifosi-801219805700.shtml

IL CALCIO HA BISOGNO DI PSICOLOGIA, NON SOLO IL BRASILE

La notizia della clamorosa sconfitta del Brasile per il 7 a 1 inflitto dalla Germania nella Semifinale dei Mondiali di calcio è un danno grave per una Nazione, ma soprattutto per gli atleti scesi in campo: spogliatoio spazzato via per sempre, con la stimmate dell’impossibilità a fidarsi del proprio compagno in futuro. E’ stato un errore del gruppo, un vero e proprio trauma che durerà per molto tempo. Secondo uno dei più esperti Psicologi dello Sport italiani, il Dr. Alberto Cei, molte delle responsabilità sono da attribuire all’allenatore Felipe Scolari che “Ha sbagliato tutto e sente questo peso, la squadra si è trovata spaesata in campo – sottolinea l’esperto – e in preda all’impulsività e a continui errori”.

Lo stesso allenatore, di fronte ad una squadra con numerosi talenti straordinari dall’emotività messa a dura prova dalle pressioni esterne (sono noti a tutti i pianti di Thiago Silva, Neymar e perfino il veterano Julio Cesar), si era rivolto in extremis all’aiuto della collega Psicologa Regina Brandao.  L’ansia di vincere conviveva con la paura di perdere, il tifo passionale faceva crescere il timore di deludere un popolo intero. E la possibilità di portare a casa la sesta coppa del mondo faceva riaffiorare il ricordo del campionato perso in casa nel ’50: una tragedia nazionale per cui viene scomodato senza particolare pudore il paragone con Hiroshima. La saudade è nel dna del Brasile. Malinconia più fragilità emotiva: mescoliamo i due ingredienti, aggiungiamo una passione sportiva infinita e il risultato sarà senza mezze misure: trionfo o tragedia.

Purtroppo la squalifica di Thiago Silva e l’infortunio a Neymar hanno ulteriormente messo in crisi uno spogliatoio già in difficoltà: le sconfitte clamorose erano nell’aria, la Germania impeccabile le ha solo messe alla luce, l’Olanda ha poi confermato tale situazione senza colpo ferire. Inutile l’intervento psicologico d’emergenza, ci si è accorti troppo tardi della rilevanza di tale aspetto per la squadra. E’ come se ci si fosse accorti che a due giorni dalla gara gli atleti fossero troppo grassi e si tentasse di farli dimagrire di colpo in due giorni facendo arrivare un dietologo. Occorrono interventi programmati nel tempo per garantire efficacia.

Perchè?

 E’ necessaria una premessa storica. Gli anni 90 hanno decretato una nuova posizione nelle  grandi squadre di calcio con il sorgere dei “club-aziende”. Come risultato di questo tipo di gestione, è possibile stabilire una  nuova "filosofia” organizzativa, dove uno degli obiettivi più importanti dovrebbe essere il riconoscimento della necessità di uno psicologo operante e presente per garantire un risultato più positivo e costante nella squadra.

Offrire ai giocatori un sostegno psicologico è così importante come offrirgli un'alimentazione equilibrata, programmata per i dietisti. Prendersi cura dell’atleta significa percepirlo in un tutto unificato, in un tutto insieme, di cui le emozioni e i processi mentali fanno parte. Il ruolo dello psicologo responsabile per la salute psichica della squadra si sviluppa dalla gestione delle emozioni che i giocatori vivono profondamente nella loro routine di lavoro. Ad ogni nuova partita, una grande quantità di eventi diversi si susseguono. Quando l'assistenza psicologica non esiste, queste sensazioni non elaborate tendono a cristallizzarsi, portando, in molti casi, gli atleti a sviluppare atteggiamenti impulsivi e negativi - che possono fare male a se stessi ed al gruppo di cui fanno parte. Quasi sempre, i giocatori brasiliani sono ragazzi che provengono da uno strato socio economico basso, e quando raggiungono il successo ricevono gli stipendi più alti rispetto alla maggior parte della popolazione laureata: la loro vita si trasforma improvvisamente, spesso quando sono molto giovani. Credo che il contributo più grande dello psicologo è quello di far prendere coscienza al giocatore della percezione della sua realtà ed aiutarlo a capire quello che accade nella sua vita personale e professionale, sui cambiamenti e trasformazioni,  anche avvertendolo su una serie di altre possibili difficoltà: come i  problemi di socializzazione all'interno del gruppo, discussione, contrasti e divergenze tra le idee, esposizione esagerata ai media, fatti questi consueti  nella vita di qualsiasi squadra di calcio. E non ci sono dubbi che l'effetto cumulativo di questi fattori influenza negativamente il 'reddito' del gruppo. 

Ogni ogni essere umano, indipendentemente dalla sua professione, è unico, ed ha una sua personale modalità di rapportarsi a sé stesso, agli eventi del suo mondo e agli altri, attivando il suo comportamento. Ma il calciatore proiettato al professionismo, si trova frequentemente a dover gestire delle situazioni comuni a tale categoria, come per esempio:

·         L’atleta viene indirizzato in piena adolescenza, periodo molto delicato, a favore della carriera;

·         L’allontanamento dal quotidiano, e l’investimento totalizzante negli  allenamenti costanti;

·         Il bisogno di creare una vita familiare tradizionale;

·         Le difficoltà dei cambiamenti di Paese, cultura,lingua, al nuovo clima, alle nuove abitudini;

·         Il desiderio del successo e le difficoltà nel raggiungerlo e convivere con la fama;

·         La breve durata della carriera;

·          Le pressioni ricevute dall’esterno, dai tifosi e dai Media in generale. Tali ambienti possono presentare esigenze, molte volte improprie ed inclementi;

·         Relazionarsi con le diverse figure che si occupano dei diversi ambiti della sua squadra: medico, fisioterapista, allenatori, preparatori atletici, dirigenti, addetti stampa, ecc.

La realtà è che molte squadre di calcio e i loro tecnici e dirigenti non sanno come comportarsi con un atleta che, eventualmente, dimostra difficoltà nelle sue prestazioni, nelle sue performance. Appare evidente l’ estrema utilità dell'affiancamento di un professionista psicologo per gli atleti, attraverso un supporto necessario, e investimenti sufficienti in modo che risolvano soddisfacentemente le difficoltà sopra citate. Nel caso dalle squadre di calcio, lo psicologo si affiancherebbe agli altri professionisti, ugualmente importanti (allenatore, preparatore atletico, dietologo, medico, fisioterapista, dirigente), permettendo una migliore sincronia tra le varie figure e i diversi interventi, un migliore disimpegno del gruppo ponendosi come mezzo di facilitazione per le interrelazioni. Per arrivare a questo, sarebbero necessarie sedute con dinamica di gruppo, ed accompagnamento individuale. 

Cito una frase del discorso di Nelson Rodrigues (importante drammaturgo e scrittore brasiliano): "... ma cosa capisce d’anima un allenatore di Calcio? La domanda, molto pertinente, ci riporta al mitico episodio del Mondiale del ’50. Evento che si verificò nel Maracanà nella finale tra Brasile e Uruguay e che ha provocato una tra le più grandi delusioni di sempre. Il prematuro festeggiamento della vittoria di quel Mondiale è stato nocivo per la concentrazione ed il risultato degli atleti brasiliani durante il gioco, favorendo la vittoria dell'Uruguay - squadra che fino a quel punto non aveva certo i favori del pronostico come la nazionale del Brasile. Se, invece, nei momenti che avevano preceduto la grande finale, vicino all’allenatore Flavio Costa ci fosse stato un professionista dell’area terapeutica in grado di gestire e controllare l’ansia del “già abbiamo vinto, questi mondiale sono nostri!”, oggi saremmo sei volte campioni del mondo. 

Ancora lungo è il percorso per garantire spazi  terapeutici di lavoro negli sport, principalmente nel Calcio, più resistente a questa innovazione di quanto avviene per il tennis, la pallavolo o il nuoto. Tutti percepiscono l’importanza degli aspetti psicologici nello sport, eppure si continua a fare fatica a prenderli in considerazione, se non di fronte ai clamorosi risultati negativi. Senza parlare affatto della particolare situazione negativa che attraversa la nazionale italiana di calcio, e forse la struttura del sistema calcio stessa. Alcuni ostacoli restano, essendo la mentalità di tanti dirigenti ancora troppo conservatrice, primitiva o male orientata.

 

Dott. Massimo Amabili

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Giugno 2014

E.M.D.R. E SPORT


La desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari (in inglese eye movement desensitization and reprocessing da cui l'acronimo EMDR), è un metodo clinico da poco diffuso (la prima pubblicazione scientifica risale al 1989), strutturato come metodo terapeutico da Francine Shapiro. L’EMDR è una metodologia psicologica per il trattamento dei problemi emotivi causati da esperienze di vita disturbanti, che variano dagli eventi traumatici, come stress da combattimento, aggressioni e calamità naturali, ed eventi disturbanti nell’infanzia.

L’EMDR viene inoltre utilizzato per alleviare l’ansia da prestazioni e per rafforzare la funzionalità delle persone sul lavoro, nello sport e nello spettacolo. E’ un metodo complesso che unisce elementi originari di orientamenti teorici clinici consolidati, tra cui quelli propri della scuola psicodinamica, cognitivocomportamentale, ed incentrata sul cliente. L’EMDR offre a molti pazienti un sollievo più rapido ai disturbi emotivi rispetto alle psicoterapie convenzionali.

Nel 1987, la psicologa Francine Shapiro scoprì che i suoi movimenti oculari volontari riducevano l’intensità di pensieri negativi disturbanti. La dottoressa Shapiro iniziò uno studio (Shapiro, 1989) volto ad esaminare l’efficacia dell’EMDR nel trattamento di reduci del Vietnam traumatizzati, e di vittime di aggressioni sessuali e scoprì che l’EMDR riduceva notevolmente i sintomi dei loro disturbi da stress post-traumatico (PTSD).

L'EMDR è un approccio incentrato sul paziente che permette al terapeuta di facilitare la mobilitazione del suo meccanismo di autoguarigione, stimolando un sistema innato di elaborazione delle informazioni nel suo cervello. Infatti, l’EMDR sembra avere un effetto diretto sulla modalità di funzionamento del cervello.

L’EMDR sembra essere simile a quanto avviene naturalmente durante i sogni o il sonno REM (Rapid Eye Movement). Il modello dell’EMDR riconosce la componente fisiologica delle difficoltà emotive ed affronta direttamente queste sensazioni fisiche, insieme alle convinzioni negative, agli stati emotivi e ad altri sintomi disturbanti. Pertanto, si può considerare l’EMDR come un metodo terapeutico a base fisiologica che aiuta le persone a sentire il ricordo di esperienze traumatiche in modo nuovo e meno disturbante. Ciò che sembra chiaro ai ricercatori è che gli eventi attuali possono ristimolare pensieri, emozioni e sensazioni fisiche negative derivanti da esperienze precedenti che continuano ad essere causa di disagio per il paziente. L’EMDR sembra cambiare le associazioni di quegli eventi, riducendo notevolmente il disturbo presente relativo sia agli eventi passati che a quelli attuali. Sono state avanzate varie ipotesi per spiegare come l’EMDR agisce nella mobilitazione dell’elaborazione rapida del materiale cognitivo ed emotivo.

L’incontro dell’EMDR con il mondo dello Sport ha segnato l’inizio di un’amore a prima vista, destinato a durare. L’EMDR può essere utilizzato in situazioni specifiche, come ad esempio il superamento e il recupero completo da un infortunio o la riduzione dell’ansia da prestazione prima delle performance; oppure può essere utilizzato per aiutare l’atleta a:

1. sviluppare risorse interne allo scopo di aiutare a stabilire un senso di efficacia e di possibilità per il Futuro: aiutare la persona a concentrarsi sulle sensazioni positive legate a ogni risorsa e a localizzare la sensazione corporea positiva;

2. creare un suo “Allenatore Interiore”: far immaginare una persona vera o immaginaria che possa costituire una risorsa interiore, la sua voce mentre dà suggerimenti o ricorda i punti di forza, le sue qualità positive; oppure creare una “Squadra Interiore” di aiutanti o di sostenitori, ognuno in grado di apportare un’influenza positiva;

3. sviluppare un piano per un’azione futura efficace: far descrivere la situazione impegnativa da superare, far esprimere le sue qualità che servono per gestire la situazione, far immaginare cos’altro ancora gli serve per gestire, affrontare la situazione e far elaborare un piano dove stabilisca come acquisire tali nuove capacità.

Numerose sono le possibilità offerte da questo nuovo approccio, molte le ricerche avviate sull’applicazione dell’EMDR nello sport, con risultati entusiasmanti che confermano la meravigliosità del cervello umano. Tuttavia è doveroso precisare che l’approccio EMDR non si improvvisa ma bisogna apprenderlo attraverso dei corsi appositi garantiti dall’Associazione Europea EMDR che permettono di non incorrere in gravi errori ai danni delle persone che si fidano della professionalità del terapeuta.

Dott. Massimo Amabili

 

Bibliografia:

Shapiro, F., (1995a). Eye Movement Desensitization and Reprocessing: Basic Principles, Protocols and Procedures. New York: Guilford Press.

M.Balbo, EMDR: uno strumento di dialogo fra le psicoterapie, McGraw-Hill, Milano, 2006.




Maggio 2014
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   ATTIVITA’ FISICA E SALUTE MENTALE



Il fitness (o forma fisica) indica la capacità di svolgere un esercizio o un lavoro prolungato senza sentire un’ eccessivo affaticamento o senza provocare dei disturbi. Più precisamente è possibile riferirsi a quell’abilità di svolgere le attività quotidiane con vigore, sveltezza e senza eccessiva fatica, di affrontare energicamente le attività nel tempo libero, e di fronteggiare gli stress fisici superiori alla media incontrati nelle situazioni di emergenza. Inestricabile è il rapporto con la salute fisica e mentale apportato anche dalla più semplice attività ascrivibile al fitness. Ma quali sono le regioni che spiegano il perché l’attività fisica sia un elemento di protezione della salute mentale?

Sono molteplici, aspecifiche ed agiscono in modo sinergico attraverso fattori bio-psico-sociali. Tra quelli più importanti, possiamo identificare:

1.       FATTORI FISIOLOGICI

a.       IPOTESI DELLE ENDORFINE: i benefici sono associati al rilascio di oppioidi endogeni (come le beta-endorfine) in seguito all’esercizio aerobico protratto o anaerobico intenso. Tali sostanze, simili alla morfina, rilasciate entro 30 minuti dall’inizio dell’attività, producono uno stato di rilassamento, ridotta percezione del dolore e tolleranza alla fatica prolungata.

b.      IPOTESI DEGLI ENDOCANNABINOIDI: negli anni 90 si scoprì che la stimolazione dei recettori cerebrali dei cannabinoidi contribuisce a produrre un effetto analgesico e di rilassamento. Sparling e colleghi (2003) riscontrarono che nelle persone che compiono una sessione di attività fisica vigorosa riportano livelli plasmatici elevati di ANANDAMIDE( da cui l’analogia con la calma, la sedazione e l’euforia dei consumatori di cannabis con gli atleti nella fase post esercizio).

c.       IPOTESI DELLE MONOAMINE:l’attività fisica aerobica, stimola la produzione ed il rilascio della SEROTONINA (un neurotrasmettitore coinvolto in importanti processi come sonno, umore, temperatura corporea, sessualità, appetito); un movimento fisico regolare si associa alla maggior presenza di NORADRENALINA (neurotrasmettitore coinvolti nei disturbi mentali caratterizzati da stati depressiovi, sindrome da deficit di attenzione, iperattività) in specifiche regioni cerebrali.

d.      IPOTESI FATTORE BDFN (Brain Derived Neurotrophic Factor): il fattore neurotrofico di derivazione cerebrale è una delle molecole responsabili dello sviluppo del sistema nervoso (e probabilmente nella genesi di malattie neurodegenerative); l’attività fisica ne mantiene alto il livello, in alcune aree cerebrali fondamentali (come l’ippocampo) per l’apprendimento, la memoria; il BDNF inoltre migliora l’umore e stimola le funzioni cognitive.

2.       FATTORI PSICOLOGICI

a.       IPOTESI DEL SENSO DI PADRONANZA (SELF EFFICACY): percepirsi maggiormente capaci di padroneggiare un’attività fisica e il proprio corpo,  aumenta il livello di autostima generale e migliora il rapporto con il proprio corpo.

b.      Effetto di DISTRAZIONE DALLE PREOCCUPAZIONI O DAI PENSIERI NEGATIVI, interruzione dei processi di rimuginio o ruminazione caratteristici degli stati ansioso/depressivi.

c.       IL RUOLO DELLE ASPETTATIVE: la saggezza popolare riferisce da tempi antichi che svolgere un’attività fisica migliora lo stato d’animo (famosa la massima latina di Giovenale “mens sana in corpore sano”); questo funzionerebbe un po’ come l’effetto placebo, portando cioè ad un’autoinduzione di uno stato di distacco mentale e rilassamento.

3.       FATTORI SOCIALI

a.       RETE SOCIALE: svolgere attività fisica aiuta ad incrementare la propria rete sociale (spesso il fitness viene praticato in coppia o in gruppo), ponendosi come antagonista dell’isolamento.

b.      SOSTEGNO SOCIALE: avere una rete sociale aumenta la percezione di essere parte di un gruppo, e di conseguenza la possibilità di condivisione.

Possiamo concludere citando uno dei padri fondatori della Psicologia, William James, che nel 1899 scrisse: “Il nostro vigore muscolare sarà…sempre necessario per fornire lo sfondo alla salute mentale, serenità e allegria verso la vita, per dare elasticità morale al nostro carattere, per smussare i confini spinosi della nostra irritabilità e per renderci di buon umore.”

 

Dott. Massimo Amabili

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Aprile 2014
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 HE'S ON FIRE" LA MANO CALDA DEL BASKET



Una interessante ricerca condotta dagli studiosi Andrew Bocskocsky, John Ezekowitz, and Carolyn Stein della Harvard University di Cambridge ha recentemente posto sotto lente d’ingrandimento quello stato di grazia che vive occasionalmente un tiratore: la hot hand. Generalmente viene descritta da chi la vive come una  sensazione di reale “calore”, che parte dai piedi (tutti i cestisti sanno che il tiro nasce in basso per poi concludere la sua catena cinetica con la frustata di polso) per invadere poi letteralmente tutto il corpo. In quel momento sarebbe facile segnare da qualunque posto, compresa la tribuna spettatori. Tale effetto viene percepito dai compagni di squadra e dagli avversari, ma soprattutto è percepito dall’atleta stesso: tiro dopo tiro, la sua mente aspetta un errore, oppure una stoppata del difensore; invece assiste quasi ad un miracolo e la reazione è di gioia immensa.

Tornando alla ricerca, gli studiosi hanno utilizzato i dati forniti dal sistema di tracciamento ottico Sport TV della STATS Inc. nella NBA nel 2010. Tale sistema utilizza sei telecamere, tre su ogni lato del campo, che forniscono precise immagini tridimensionali dei giocatori, degli arbitri, e della palla ogni 25esimo di secondo. E’ così che i ricercatori hanno avuto accesso ad una solida caratterizzazione di ogni tiro effettuato in ogni partita giocata alle 15 nelle SportVU arene attrezzate nella stagione regolare 2012-2013. Per ognuno di essi sono state prese informazioni sul giocatore che ha effettuato il tiro, il tipo di tiro effettuato, il tempo e il punteggio al momento del tiro. Dai dati di monitoraggio ottici, si otteneva anche la posizione esatta della palla e di tutti i dieci giocatori, sia attaccanti che difensori, sul campo.

Per oltre trent’anni (fino ad oggi) la popolazione accademica ha sostenuto che “Ogni giocatore ha un repertorio di tiri che variano in base alla difficoltà della situazione di gioco (per esempio la distanza dal canestro o il pressing della difesa), e ogni tiro viene selezionato casualmente dal repertorio individuale” (Gilovich, Vallone e Tversky, 1985), valutando la “hot hand” come un fenomeno illusorio.

I ricercatori della Cambridge University hanno confutato tale ipotesi, rivelando che la scelta del tipo di tiro sia indipendente dalla percezione di “mano calda”.

Grazie ai dati ricavati dall’optical tracking di SportVU si nota, infatti, che i giocatori che sono riusciti a compiere una performance particolarmente brillante, mettendo a segno più tiri consecutivi rispetto ai loro standard, tendono a provare ad andare nuovamente a segno, con coefficienti di tiro più difficili. Come osservato, anche controllando la variabile dipendente rappresentata dalla selezione del tiro, emerge un piccolo ma significativo effetto “Hot Hand”.

Il dibattito si riapre su nuovi scenari, e il capitolo “Hot hand” per anni considerato chiuso, andrebbe rivisto alla luce di queste nuove considerazioni. Per ulteriori approfondimenti sulla ricerca in oggetto è possibile consultare l’articolo apparso al seguente link: http://www.stateofmind.it/2014/03/mano-calda-basket-hot-hand/

 

Dott. Massimo Amabili

 

BIBLIOGRAFIA

Amabili M., Gallinaro B.(2014), Basket: la “Mano Calda” non è leggenda! – Psicologia dello Sport, www.stateofmind.it

Bocskocsky A, Ezekowitz J, Stein C. (2014). The Hot Hand: A New Approach to an Old “Fallacy”8th Annual Mit Sloan Sports Analytics Conference. February 28-March 1, 2014 Hynes Convention Center.






Marzo 2014

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LA SCELTA DELLO SPORT: TRA INDIVIDUO E SQUADRA

E’ fatto comune il sentire parlare di discipline sportive come suddivisibili in individuali o di squadra. Comunemente, si parla di sport individuali quando l’atleta agisce da solo, come per esempio nell’atletica leggera, nel tennis, nel nuoto, ecc.; nel secondo caso, l’atleta è membro di un gruppo o squadra.

Ovviamente si tratta di una distinzione che viene fatta solo a livello agonistico, perché anche negli sport individuali, spesso gli allenamenti sono sempre svolti in gruppo o con altri. Non bisogna inoltre dimenticare che le discipline individuali prevedono comunque delle competizioni a squadre, basti pensare alla staffetta a squadre nell’atletica leggera, o nel nuoto, o al doppio tennis. Le azioni degli atleti della stessa squadra sono indipendenti, e ognuno gareggia singolarmente, ma i risultati individuali convergono in una valutazione collettiva della squadra.

In pratica, aderire ad uno sport individuale significa assumersi la piena responsabilità del proprio risultato, anche se questo farà parte di una valutazione collettiva.

E’ possibile anche dividere gli sport in gioco (o di situazione) e disciplina. La disciplina include attività motorie da eseguire in modo molto preciso, in base a schemi rigidamente predefiniti, come nel lavoro del ginnasta. Altri sport valorizzano l’acquisizione di schemi motori complessi che permettono di svolgere compiti che prevedono delle variazioni, come per esempio nel calcio, dove l’obiettivo resta comunque fare goal, anche se gli schemi per raggiungere tale obiettivo possono variare, e cambiare di volta in volta in base alle caratteristiche degli avversari, e delle stretegie di gioco adottate.

Appare conseguenza logica che gli sport di squadra tendano a valorizzare la dimensione di gioco e quelli individuali la dimensione di disciplina. Infatti, negli sport di squadra gli atleti sono predisposti a ridefinire continuamente lo schema di gioco, l’azione dei compagni, e le loro prestazioni. 

Kruglanski (1989) ha proposto il concetto di bisogno di chiusura cognitiva all’interno della sua Teoria dell’Epistemologia Ingenua, riferendosi al desiderio dell’individuo di ottenere una risposta certa ad un quesito/problema e all’avversione per l’ambiguità. Si tratta di un bisogno di chiusura non specifico,  la tendenza di cercare e difendere una qualsiasi risposta certa. Il bisogno di chiusura aumenta perché sono percepiti benefici derivanti da esso (Webster, Krunglanski, 1994).

In altri termini, il bisogno di chiusura è spiegabile in un continuum che va da un estremo caratterizzato da impazienza cognitiva, impulsività, tendenza a prendere decisioni non giustificate, rigidità di pensiero e riluttanza a considerare soluzioni alternative ad un altro caratterizzato da esperienza soggettiva di incertezza, indisponibilità ad impegnarsi esplicitando un’opinione definitiva, sospensione di giudizio, frequente proposta di soluzioni alternative (Pierro et al.,1995).

In uno studio condotto da Merlo (1998) su alcuni sport individuali (atletica leggera, nuoto e sci) e alcuni sport di squadra (pallacanestro e pallavolo), si è studiata l’ipotesi dell’esistenza di una relazione tra alto bisogno di chiusura cognitiva e pratica di sport individuali, e basso bisogno di chiusura cognitiva e sport di squadra. I risultati, in effetti, rispondevano alla linea di ipotesi di partenza, per cui gli atleti che praticano sport individuali presentano un bisogno di chiusura cognitiva più alto rispetto a chi pratica discipline di squadra.

I risultati suggerirebbero che gli sport di squadra sono in sintonia con la forma mentis dei soggetti con basso bisogno di chiusura cognitiva più di quanto avvenga con gli sport individuali.

Una variabile da tenere presente volendo prendere in considerazione tali risultati, è certamente l’età degli atleti del campione ai quali è stato somministrato il test (soggetti tra i 14 e i 18 anni). Infatti, in quanto adolescenti, attraversano un periodo di incertezza e transizione, che può ripercuotersi sul bisogno di chiusura cognitiva.

In conclusione, gli sport di squadra e individuali si diversificano in base alle modalità di apprendimento e di approccio mentale necessari per praticarli.

A lungo termine infatti gli effetti delle pratiche sportive saranno diversi: collaborazione, senso di appartenenza, senso del gruppo e spirito di competizione saranno accresciuti in uno sport di squadra. Al contrario, il senso di responsabilità, la disciplina, la competizione con se stessi e i propri limiti, saranno accresciuti negli sport individuali.

Sarebbe bene che si riuscisse a scegliere uno sport liberi di seguire la propria preferenza, per poter sviluppare un approccio mentale corrispondente alla propria indole, e non un approccio mentale che cerca di forzare e modificare la propria natura.

Dott. Massimo Amabili

 

BIBLIOGRAFIA

 

·         Webster, D., Kruglanski,A.W. (1994) Individual Difference in Need for Cognitive Closure, in a Journal of Personality and Social Psychology

·         Merlo, C. (1998) Sport agonistico e bisogno di chiusura cognitiva. Uno studio su adolescenti e allenatori nella pratica sportiva individuale e di squadra (tesi di laurea), Facoltà di Sociologia, Università degli Studi di Trento, Trento.




Gennaio 2014


ASPETTI PSICOLOGICI NELL'ALLENAMENTO DEL GIOVANE SCIATORE 

 

Imparare a sciare è sicuramente una bellissima occasione per aumentare le abilità motorie, per divertirsi, per sperimentare nuove situazioni e, se guidati anche in questa direzione, può essere opportunità di crescita personale, di autoriflessione, di miglioramento delle competenze sociali e dell’autostima, della fiducia nelle proprie capacità di apprendimento, dell’affidamento nel prossimo, di valorizzazione dei momenti di difficoltà come ostacoli da superare o, semplicemente, come parte della scuola di vita.

Come tutte le discipline sportive, anche lo sci ha una sua grande componente psicologica, che può influire sulla performance: la motivazione, la percezione dell’obiettivo, la gestione della fatica e del dolore che inevitabilmente ogni atleta deve saper gestire. L'atleta deve potere sopportare la pressione, sviluppare la fiducia in sé, restare concentrato e motivato, gestire la strategia di gara, i momenti difficili...e così via.

Il giovane sciatore presenta delle caratteristiche e problematiche specifiche, diverse da quelle che riguardano ad esempio l’atleta maturo; per sommi capi, occorre porre la massima attenzione per evitare (o quantomeno limitare) i problemi che possono più facilmente riguardare gli atleti giovani nella loro fase evolutiva, evidenziando i compiti essenziali che l’allenatore deve svolgere sia a livello di squadra che di singolo atleta. Nello svolgimento di tali compiti, l’allenatore deve naturalmente essere supportato e coadiuvato da tutto il team di preparatori e dal direttivo della

squadra, al fine di aiutare gli atleti ad ottimizzare la preparazione sportiva e la gestione della gara (prima, dopo e durante). Alcune di tali competenze possono essere acquisite dell’allenatore mediante una specifica formazione in psicologia sportiva, per parte di esse può essere necessario il supporto di uno psicologo (laureato in psicologia, con formazione specifica nel settore mediante master in psicologia sportiva).

Tra i compiti specifici ricordiamo:

• la comunicazione, cercando di sviluppare un senso di appartenenza al gruppo (il gruppo siamo NOI, l’allenatore è uno del gruppo)

• trasmettere ad ogni atleta la consapevolezza della propria precisa identità tecnica all’interno del gruppo che lo motivi all’allenamento e lo faccia identificare nel suo ruolo

• fissare obiettivi comuni e chiari, regole da rispettare, orari etc., fattori questi che favoriscono la coesione del gruppo e prevengono eventuali conflitti

• evitare punizioni eccessive che rischiano di far aumentare la paura di incorrere nell’errore

• rappresentare un modello, creare uno stato d’animo sereno, assumendosi il peso delle responsabilità

• curare il rapporto con i genitori e gestire le inevitabili interferenze con gli altri impegni del giovane (scuola, famiglia etc.)

• saper leggere i bisogni del giovane atleta

• curare la motivazione e prevenire l’abbandono dell’agonismo (drop-out)

• porre attenzione alle problematiche psicologiche legate alla pratica sportiva ed alla gestione dello stress (rilassamento, concentrazione, autonomizzazione delle strategie).

E’ assolutamente consigliabile affidarsi a scuole di sci riconosciute, nelle quali operano professionisti qualificati, che abbiano alle spalle una adeguata esperienza, e con i quali ci si trova bene in un clima di rispetto, collaborazione e fiducia.

 

Dott. Massimo Amabili



Dicembre 2013
http://mamma.pourfemme.it

ESERICIZIO FISICO, GRAVIDANZA E SVILUPPO CEREBRALE DEL NEONATO

 

E’ generalmente accettato che uno stile di vita attivo sia di beneficio per tutto ciò che riguarda il sistema cognitivo dei bambini. Recentemente gli studi sugli animali (i ratti) avevano evidenziato che i cuccioli delle madri che si esercitavano durante la gravidanza incrementavano la neuro genesi ippocampale e miglioravano i processi mnemonici e di apprendimento delle abilità. Una recente ricerca, presentata in occasione del congresso Neuroscienze 2013 a San Diego, ha voluto verificare se anche per gli esseri umani uno stile di vita attivo delle donne in gravidanza avesse una simile influenza sui nascituri.

 Clapp e collaboratori hanno reclutato 60 donne sane nel primo trimestre di gravidanza, con età compresa tra i 20 e i 35 anni, indice di massa corporea pre-gravidanza compreso tra 18 e 25 con un’anamnesi negativa per uso di droghe, alcolici o fumo. Di queste, 30 donne sono state assegnate al gruppo “attivo” che prevedeva esercizio fisico (nuoto, camminata, bicicletta, ellittica, aerobica, pattinaggio, tennis e wii sport) a partire dal secondo trimestre di gravidanza, per almeno 3 volte alla settimana, della durata minima di 20 minuti, con un’intensità superiore al 55% della capacità aerobica massima (Vo2max); le altre 30 donne sono state assegnate al gruppo “non attivo”. Dall’inizio del secondo trimestre tutte le donne hanno compilato un questionario giornaliero on-line indagante l’esercizio fisico eseguito, la qualità del sonno ed eventuali trattamenti farmacologici e hanno indossato un podometro. Inoltre, con cadenza mensile hanno compilato questionari relativo al loro stato di salute, stile di vita e ansia, in quanto negli studi animali è stato dimostrato che l’ansia materna diminuisce l’effetto dell’esercizio fisico. Il risultato primario nel neonato era costituito dall’ampiezza della MMN (mismatch negativity, una misurazione ricavata dagli elettroencefalogrammi dei neonati), attualmente ritenuta una misura oggettiva dello stato cognitivo del neonato.

 

I limiti della ricerca potrebbero frenare i risultati incoraggianti di questo studio: non è stata eseguita nessuna misurazione dell’attivazione cerebrale e l’assegnazione volontaria al gruppo attive/sedentarie potrebbe riflettere uno stile relazionale differente della madre con il proprio figlio. Gli autori della ricerca, in sede congressuale hanno tuttavia concluso che “I nostri risultati mostrano che i bambini nati da mamme fisicamente attive hanno un’attivazione cerebrale più matura, e ciò suggerisce che i loro cervelli si sono sviluppati più rapidamente“. Il gruppo di ricerca sta ora verificando se questi effetti sullo sviluppo cognitivo, motorio e linguistico si mantengano ad un anno di vita del bambino.

 

Dott. Massimo Amabili

 

Bibliografia

  LeMoyne E.L., Curnier D., St-Jacques S, Ellemberg D. The effects of exercise during pregnancy on the

 newborn’s brain: study protocol for a randomized controller trial. Trials 2012 13:68.




Novembre 2013

http://www.movingvarese.it/

LE TECNICHE DI RILASSAMENTO

Quotidianamente ognuno di noi ha la sensazione che gli manchi il tempo per fare tutto quello che ha programmato di fare: un lavoro in casa, la preparazione di un esame, la preparazione fisica per una gara, il lavoro che è sempre in arretrato. Ma è davvero necessario correre, correre e continuare a correre?

I benefici del rilassamento sono molteplici e duraturi, entrare in uno stato di rilassamento per pochi minuti ogni giorno porta serenità, vigore e ci ritroviamo con le forze mentali raddoppiate.

Il rilassamento ci aiuta ad eliminare tutte le tensioni accumulate e permette alla nostra mente di liberarsi dall’ansia. Rilassarsi significa “fare qualcosa”, vuol dire riacquistare energia, prendere tempo per noi stessi e concederci una possibilità di risolvere problemi di ansia, di concentrazione, di motivazione. E’ proprio un’abilità, e come tale va allenata costantemente al fine di ottenerne il massimo beneficio, “apprendere gradualmente una serie di passaggi consequenziali  che portano ad una concentrazione psichica passiva o attiva del soggetto, a seconda della tecnica proposta (Gramaccioni, Robazza, Bortoli, 1994).

Esistono numerose tecniche di vario tipo, suddivisibili in due gruppi: le tecniche muscle to mind, cioè che partono dal corpo per raggiungere una stato di rilassamento dal fisico al mentale, e le tecniche mind to muscle, che invece prediligono un approccio mentale per attivare una risposta psico-biologica di rilassamento.

Nel secondo gruppo,  è possibile collocare:

·         Il Training Autogeno di Schultz

Questa strategia di rilassamento, molto conosciuta e praticata, trae ispirazione sia dall'ipnosi che da tecniche meditative orientali quali lo Yoga; è una tecnica di autodistensione che aumenta la consapevolezza corporea, un mezzo di autosuggestione che agisce sul sistema nervoso consentendo di aumentare la qualità delle prestazioni atletiche. La tecnica in sè è semplice, ma deve essere proposta da un esperto nella fase di apprendimento, poi l'atleta potrà rilassarsi tranquillamente in completa autonomia: essa consiste in un primo stadio di base o inferiore e in un secondo stadio, avanzato o superiore, atto a promuovere particolari e complesse visualizzazioni. Nello sport solitamente ci si ferma allo stadio inferiore, che si divide in 5 esercizi: l'esercizio della pesantezza, l'esercizio del battito cardiaco, l'esercizio della respirazione, l'esercizio del plesso solare e l'esercizio del fresco alla fronte.

·         La Risposta di Rilassamento di Benson

La risposta di rilassamento di Benson è una tecnica meditativa derivata da pratiche orientali e adattata a noi occidentali. Il rilassamento si ottiene concentrandosi sull'attività respiratoria e ripetendo mentalmente la parola "calma" (o altre parole come "calore", che facilitino uno stato di distensione). Lo stato psicofisico ottenuto è caratterizzato da un elevato livello di consapevolezza e vigilanza, raggiunto attraverso un totale rilassamento del corpo e della mente.

Questa condizione è definita come uno stato ipometabolico di rilassamento vigile, in quanto si determina una riduzione dell'attività del sistema nervoso simpatico (rallentamento dei battiti cardiaci, della frequenza respiratoria, del consumo di ossigeno e della tensione muscolare), in contemporanea vi è un incremento della resistenza elettrica cutanea e si entra in uno stato del tutto simile ai momenti  precedenti l'addormentamento.

·         La meditazione (Zen, Hatha Yoga)

La pratica della meditazione richiede un ambiente tranquillo, una comoda posizione, un "meccanismo mentale" ed un atteggiamento passivo. Il meccanismo mentale è costituito dalla ripetizione di un suono ritmico (mantra) o dal fissare il proprio sguardo su un oggetto, eliminando le distrazioni derivanti dall'ambiente esterno.

Nel primo gruppo di tecniche muscle to mind possiamo individuare:

·         Rilassamento Progressivo di Jacobson

La tecnica consiste nella contrazione gradualmente più intensa di specifici gruppi muscolari, mantenuti in tensione per 5 secondi prima di essere rilasciati. Le contrazioni coinvolgono progressivamente braccia, gambe, busto, collo e capo. Attraverso la contrazione volontaria si ottiene una certa consapevolezza alla tensione muscolare e dopo la fase tensiva la fase seguente di rilassamento viene vissuta, per contrasto, molto intensamente.

·         Il Rilassamento Distensivo Progressivo

E’ una tecnica mista ispirata al rilassamento di Jacobson, che a differenza di quest’ultima non si richiede alcuna tensione muscolare, ma la graduale concentrazione sui distretti corporei da rilassare.

·         Esercizi respiratori

Semplici respiri lenti e regolari molto profondi determinano una risposta di rilassamento e sono alla base di molte altre tecniche più complesse. Concentrandosi sul movimento diaframmatico, si inspira spingendo l'addome in fuori, si riempiono i polmoni espandendo gradualmente il torace, si trattiene il respiro per alcuni secondi e si espira seguendo il percorso inverso (dal torace all'addome). La tensione e la distensione muscolare dell'addome e del torace favoriscono il rilassamento.

·         La Ratio - Scaling di Borg

La strategia di Borg, che possiamo considerare un metodo suggestivo, valuta la percezione individuale della propria condizione psicofisica quantificando il grado di disponibilità di un soggetto a compiere un certo sforzo, il modo di percepire lo stress, il dolore, il disagio. L'atleta creerà una scala soggettiva, individuale, della propria percezione che, ad esempio, potrà andare da 0 a 10, e darà un valore all'efficienza o alla inefficienza che egli è convinto di provare in uno specifico periodo di tempo. Facciamo l'esempio di un studente che conta i battiti del suo cuore proprio oggi, accompagnato anche da una sensazione di pienezza e di soddisfazione. Quando egli non avrà la stessa sensazione di benessere, ricontando i battiti del cuore e scoprendo che essi riportano il medesimo valore rilevato oggi, potrà riprendersi e riavvicinarsi alla sensazione di benessere che è rimasta ancorata al primo rilevamento. 

Attraverso il rilassamento creiamo un ambiente protetto, sicuro ed offrendo una risposta antagonista all'ansia e allo stress che traghetti il soggetto verso una profonda sensazione di benessere psicofisico. La persona si stacca dal mondo esterno, rimanendo sempre lucida e presente a sè stessa, per rivolgere la sua attenzione verso il suo mondo interiore: aumenta così l' autoconsapevolezza corporea, che sarà di grande giovamento per migliorare i gesti motori e il controllo sulla muscolatura.

Le rigidità presenti nella muscolatura scheletrica del soggetto divengono evidenti ed egli potrà lentamente rendersi conto della presenza nel suo corpo di aree dove lui tende a scaricare la tensione; successivamente egli potrà lavorare attivamente, attraverso un rilassamento mirato proprio nei settori più carichi di tensione, e sciogliere questi irrigidimenti ottenendo grandi benefici.

 

Dott. Massimo Amabili



Ottobre 2013
 
AFFRONTARE LA SVOGLIATEZZA DEI RAGAZZI NELLO SPORT
Capita frequentemente di sentire parlare di atleti che, riconosciuti da tutti come bravi e importanti per la loro squadra, non abbiano voglia di impegnarsi in allenamento. In tali situazioni è molto probabile che il problema sia dell’atleta stesso, e non dell’ambiente esterno (compagni di squadra, allenatori, dirigenti).
Potrebbero essere convinti che non gli serva e di poter eccellere comunque, anche senza allenarsi con impegno , potrebbero trovare noioso o troppo pesante l’allenamento o non avere obiettivi che li appaghino per la categoria in cui gioca. Oppure potrebbero non essere interessati allo sport, o voler essere diversi dagli altri per sentirsi più importanti. O magari potrebbero fare la guerra perché non si sentono apprezzati come vorrebbero, situazione tutt’altro che rara: tali atleti a volte assumono un atteggiamento polemico anche senza rendersene conto , tirando i remi in barca o addirittura boicottando il lavoro di squadra. La
situazione può diventare molto complessa se non si è creato un clima fondato sulla responsabilità, nutrendo individui immaturi, che cercano di allenarsi meno possibile o di fare gli spiritosi. Ci si trova di fronte ad atleti abituati a ricevere senza dare, ma bisogna tenere presente che la cattiva volontà o la mancanza di voglia non esistono come tali, ma sono solo delle reazioni. E’ necessario trasformare gli allenamenti in situazioni gradevoli, perché il richiamo alla volontà, gli stimoli solo formali o la prospettiva di chissà quali traguardi non servono più, mentre contano il piacere di fare, il desiderio di partecipare, la cooperazione, l’interesse, la sicurezza di contare e di poter dire la propria.

Altre volte ci si trova di fronte ad un atleta che, pur avendo buone potenzialità sportive, è sovente svogliato o poco propenso all’impegno anche durante le partite. Effettivamente qualcuno può essere pigro per temperamento, ma se un ragazzo non si impegna in un gioco, e specie in partita, vuol dire che non lo trova interessante, che non rischia perché non si sente all’altezza, oppure che usa il suo scarso impegno per
esprimere ostilità. In questo caso è opportuno innanzitutto domandarsi: noi adulti, genitori o allenatori, abbiamo investito troppo sui giovani? Lo sport impone spesso già al bambino l’obbligo di essere subito un campione, di allenarsi come un adulto e di soddisfare le nostre aspettative in un’età in cui sa solo giocare, ha bisogno di sperimentarsi e di provare, in quanto non ha ancora le strutture psichiche e neurologiche per
rispondere con un ragionamento. E’ da qui che nasce il disinteresse verso lo sport. Fatta questa riflessione necessaria sulle attese eccessive, va considerato che ci si può trovare anche di fronte ad un pigro di temperamento: in tal caso, o si mette al passo con gli altri o sta fuori. Altre volte l’abulia, la mancanza d’iniziativa, la distrazione o la pigrizia, sono il sintomo di turbamenti estranei allo sport, destinati a risolversi
da soli, come le difficoltà di adattamento alle condizioni fisiche o psicologiche personali che cambiano.

Ma se si protraggono nel tempo, bisogna andare a fondo, perché il gusto del gioco, la competizione e il desiderio di valorizzarsi e di arrivare sono spinte naturali che mancano solo se sono state mortificate o se c’è un problema. Oltre che altri interessi più appaganti, le cause possono essere la sfiducia e l’insicurezza, la mancanza di interesse, l’opposizione, il desiderio di sconfiggere un adulto che ha troppe aspettative o non
sa offrire il giusto rispetto. L’insicurezza spesso può tradursi in paura di non farcela o nel rifiuto di assumersi responsabilità, nella convinzione di poter produrre solo sforzi inutili o nella scelta del male minore, quello di fare lo svogliato di cui si dice “se solo volesse”, piuttosto che impegnarsi a fondo con il rischio di fallire e di essere considerato incapace.

Dott. Massimo Amabili

Settembre 2013
foto da: www.primefoglie.com

I RAGAZZI E LO SPORT: IL DECALOGO PER UNO SPORT EDUCATIVO

Per uno sportivo è importante vivere lo sport come tutte le altre esperienze della vita: con semplicità, coltivando la capacità di pensare, di scegliere, di decidere, di essere responsabile senza che qualcuno glielo imponga. In questa situazione di “normalità”, si troverà a rendere maggiormente e riuscirà a valorizzare il proprio talento; ma tale situazione “normale” è solo apparentemente ovvia, può essere solo conquistata dall’individuo stesso. Per crescere un figlio libero e responsabile possiamo solo sostenerlo e aiutarlo in ciò, ponendoci da esempio di coerenza, con una grande dose di pazienza nel rispetto dei tempi di maturazione.

Appare fondamentale lasciare l’atleta libero di vivere la sua esperienza sportiva in prima persona, accettando gli ostacoli di tale percorso: sbagli, sconfitte, confronti con gli altri e con l’allenatore. Tale atteggiamento gli permetterà di conoscersi ed aumentare la propria stima di sé: il desiderio di migliorarsi, di conquistarsi la stima e la fiducia dell’allenatore, sono momenti importanti per lo sviluppo della propria identità.

E’ necessario fare attenzione alla critica: deve essere obiettiva, chiara e semplice, in linea con le direttive del coach, e non manipolativa. Spesso le valutazioni in eccesso o in difetto scoraggiano o allontanano, una verità anche amare è sempre segno di rapporto e stima.

Il nostro affetto sicuramente incoraggerà nostro figlio, ma la stima e la fiducia lo faranno maggiormente. Creare situazioni che lo avvantaggino, cercare la strada più breve attraverso conoscenze e raccomandazioni (fenomeno purtroppo stucchevole dei giorni nostri), non sempre è positivo: il cammino verso la conoscenza di sé è lungo e tortuoso e lo sport insegna che i risultati che si ottengono sono frutto di impegno, perseveranza ed umiltà. Incoraggiare un ragazzo a percorrere una strada non sua, ma imposta da altri paralizzerà la sua creatività e iniziativa, limitandolo per sempre come adulto e come atleta.

Tornando alla raccomandazione iniziale: ricordiamoci che i tempi di maturazione e di apprendimento sono soggettivi e possono variare sensibilmente da ragazzo a ragazzo. Non chiedete ai vostri figli quello che non sono ancora in grado di dare, senza tenere conto delle inevitabili fasi di crescita e dei bisogni/desideri dei ragazzi. Per uno sport felice quindi, si potrebbero seguire questi consigli:

·         Valutare con realismo le potenzialità e le capacità di vostro figlio;

·         Sostenere ed incoraggiare il ragazzo, ma non allenarlo. Non sostituitevi a nessuno delle figure professionali (allenatori, preparatori atletici, docenti…) che hanno la competenza necessaria all’insegnamento;

·         Obiettività nelle critiche: le valutazioni in eccesso o difetto scoraggiano e allontanano, meglio la verità!

·         Scegliere l’attenzione e l’interesse verso il ragazzo: ascoltatelo, e siate attenti ai momenti di stanchezza;

·         Lasciate che impari a prendersi le proprie responsabilità, senza iperprotezioni;

·         Lasciate il vostro passato di atleti tra i vostri ricordi, senza opprimere vostro figlio: lasciategli fare la propria esperienza personale, i propri errori, delusioni, soddisfazioni, le difficoltà che lo sport gli pone davanti per diventare grande;

·         Giudicatelo per l’impegno e la correttezza sportiva, mai per il risultato: il vostro affetto non deve cambiare in base a vittorie o sconfitte;

·         Valorizzate l’impegno, la fatica, l’umiltà, la perseveranza: sono doti meno appariscenti, ma il talento è nulla senza di esse;

·         Cercate di conoscere l’allenatore, la sua filosofia, i suoi obiettivi, le sue regole: diventerà nel tempo una figura in grado d’influenzare enormemente il comportamento di vostro figlio;

·         Cambiate società se questa non possiede i principi educativi suggeriti, e che desiderate trasmettere a vostro figlio.

 

Dott. Massimo Amabili

BIBLIOGRAFIA

Rossi B., Marziali F., Il maestro di sport, Ferriera di Torgiano (PG), Calzetti Mariucci, 2009;

Ungar M., The We generation: raising socially responsabile kids. Toronto, McClelland and Stewart, 2009;

Oliviero Ferraris A., La forza d’animo. Cos’è e come possiamo insegnarla ai nostri figli, BUR Biblioteca Rizzoli, 2004




Luglio 2013
foto da: www.laplageprivee.com

SPORT E VALORI FORMATIVI

E’ sicuramente rilevante l’aspetto psico-formativo che lo sport sa donare ai bambini, ma è strettamente correlato alla responsabilità e alla preparazione di chi insegna lo sport. Fondamentali sono quindi la preparazione, la formazione continua uniti ad una buona dose di buon senso da parte degli educatori sportivi, nelle loro interazioni con i bambini in fase di sviluppo: occorre fare sport nel modo corretto, nel rispetto dei modi e dei tempi della maturazione di ogni singolo bimbo, nell’osservanza di un’etica professionale propria di tutti gli educatori.

Come adeguatamente indicato nella carta dei diritti del giovane sportivo, lo sport va praticato in un ambiente sano, in cui tutti i bambini siano messi nella condizione di usufruire dei valori formativi che lo sport offre.


Altrimenti si rischia di promuovere il disvalore, la diseducazione, un danno. Importante è anche il contributo della famiglia del piccolo atleta: occorre la giusta partecipazione, la spinta a giocare per divertirsi e impegnarsi seguendo i progressi con gioia e tranquillità, con presenza ma senza fanatismi o eccessive aspettative. Ma quali sono le competenze che lo sport può regalare ai bambini? Sinteticamente, le potremmo così riassumere:

·         La socializzazione, intesa come l’incontro con altri bambini con i quali giocare; nell’era dei computer e delle X-Box, appare evidente l’importanza offerta dal giocare in spazi aperti, stando insieme ad altri “reali”, sperimentarsi con loro in attività fisiche, imparando a relazionarsi e a condividere. Quale migliore regalo per il loro futuro?

·         Il divertimento, unito all’apprendimento: il pallone, la rete, la racchetta, la mazza, ecc. sono gli strumenti usati per divertirsi giocando;

·         Il rispetto delle regole e la creatività: lo sport non insegna a stare nelle regole subendole, ma aiuta a sperimentare la capacità di essere attivi all’interno della modalità di gioco. Adeguarsi ai regolamenti pur essendo capaci di creatività e interpretazione del gioco, è una qualità che si rivelerà fondamentale anche nel lavoro, e negli aspetti di vita di un adulto ben integrato nella società;

·         Il rispetto dell’avversario e degli altri, intesa con il significato letterale del termine avversario, cioè (dal latino) colui al quale si va incontro misurandosi lealmente: avere rispetto di se stessi, dei propri compagni, degli avversari e di tutte le persone che si incontrano, rende migliori noi stessi;

·         La capacità di portare a termine un compito, inteso come senso di responsabilità: lo sport insegna quotidianamente a completare gli allenamenti, a mantenere un ruolo o un compito per una gara, a tenere un impegno preso con se stesso, coi compagni o con la propria squadra. Responsabilità e affidabilità sono doti esemplari nel mondo degli adulti;

·         La vittoria e la sconfitta, nel gioco come nella vita, s’impara ad accettare entrambe le evenienze, senza paura. Non importa quanto si perda o si vinca, ma che non si smetta mai di giocare, per la paura di perdere o per la paura del giudizio degli altri o di noi stessi;

·         La regolazione delle emozioni: lo sport e le sue gare abituano i ragazzi a familiarizzare con una serie di stati d’animo che poi ritroveranno nella vita; ansia, voglia di far bene, delusione, gioia, voglia di partecipare, paura. Il ragazzo, attraverso l’esperienza di tali emozioni, impara a conoscersi meglio e a vincere le paure. Ovviamente, le emozioni provate devono essere adeguate alla capacità del ragazzo di elaborarle, e questo dipende dalle età. L’educatore deve fare in modo che pressioni e richieste a cui sono sottoposti i ragazzi e i bambini siano adatte ai loto anni, evitando accuratamente i danni morali irreversibili;

·         La voglia di migliorare attraverso l’impegno, di superare i propri limiti attraverso l’allenamento;

·         Il rispetto del proprio corpo, appreso attraverso il gioco: lo sport insegna ai ragazzi che il modo in cui si mangia e si beve, le attività motorie che si fanno sono fattori che concorrono alla salute psicofisica delle persone;

·         La lealtà e il corretto agonismo: attraverso gli adulti che incontreranno nel loro cammino come educatori, i ragazzi apprenderanno ad essere onesti o disonesti; un bambino potrebbe lasciarsi convincere facilmente che la strada più breve e più facile può far arrivare a realizzare i propri sogni. Di fatto, la strada onesta è faticosa e difficile, ma è l’unica vera strada. Lo sport deve contribuire ad insegnare che, per il loro bene e per creare una coscienza collettiva che conduca ad un mondo migliore senza furbetti e senza imbrogli, occore scegliere l’onestà sempre.

Dott. Massimo Amabili




Giugno 2013

La paura di farsi male: dolore e kinesiophobia come ostacolo alla riabilitazione da infortunio

Gli infortuni sono considerati uno dei problemi di maggiore priorità per la salute degli adolescenti. La gravità è
variabile in base al tipo d’infortunio, e può determinare un notevole abbassamento della qualità della vita. Inoltre
costituiscono un elevato costo economico per la società. La frequenza di infortuni è determinata da diversi
fattori, quali l’età, il sesso, le attività sportive praticate, il contesto socioeconomico e alcuni comportamenti
considerati più a rischio di altri. Lo sport è una delle principali cause di infortunio tra i ragazzi. Le palestre, gli
spazi ricreativi e le scuole sono i luoghi in cui più di frequente si verificano incidenti. Il contesto socioeconomico
è un altro fattore rilevante: esiste infatti una consistente relazione tra minor ricchezza e gli infortuni.

Premesso ciò, accade molto di frequente che gli sportivi debbano fare esperienza di dolore, non più inteso dalla
medicina riabilitativa soltanto come immediata risposta ad una lesione biologica, ma inteso come esperienza
integrata di tale risposta fisiologica a componenti e manifestazioni psico-sociali. Dolore, disfunzione fisica,
aspetti cognitivo comportamentali, aspetti sociali e socio ambientali: è necessaria una visione bio-psico-sociale
per comprendere in pieno la condizione dello sportivo (o di chiunque altro) che vada incontro ad infortunio.

Troppo spesso la componente psicologica è stata sottovalutata dalla medicina riabilitativa, riuscendo di fatto a
raggiungere risultati positivi in una sola della dimensioni sopraelencate, non intervenendo sulle altre variabili psicologiche che possono ostacolare fortemente la riabilitazione e la ripresa della attività da parte dell’atleta infortunato.

L’atleta che fa l’esperienza dell’infortunio, tende a strutturare credenze cognitive erronee sul dolore, sui rischi occupazionali e su fallibili strategie terapeutiche, che persistono indipendentemente dalla reale sintomatologia dolorosa, e spesso si accompagnano secondariamente a stati d’ansia o depressivi. La personalità dell’atleta e ed il suo preesistente stato psicologico, la sua modalità unica di dare significato agli eventi, possono concorrere a modificare l’intero processo.

La paura del dolore gioca un ruolo fondamentale nella comprensione e nella riabilitazione degli atleti (e anche dei non atleti); in alcune ricerche, sono stati utilizzati tre termini per descrivere la paura in relazione al dolore: paura dolore-correlata, paura del movimento e kinesiophobia.

Paura dolorecorrelata e' un termine ampio e generale che contiene tutti i tipi di timore correlati al dolore (Crombez et al. 1999). La paura del movimento o di ri-lesionarsi, viene descritta come 'una paura specifica del movimento e dell'attività fisica che viene ( erroneamente) interpretata come causa di ri-lesionamento' (Vlaeyen et al. 1995). Nelle situazioni più estreme di paura del movimento, viene usata l'espressione kinesiophobia ( Kori et al. 1990).

La kinesiophobia è un fattore che ostacola la riabilitazione dei pazienti infortunati, spesso si associa a depressione, catastrofizzazione e ridotta percezione di autoefficacia, fattori che non vengono influenzati minimamente dalla riuscita dell’intervento dal punto di vista fisiologico.

Questo indicherebbe che per una riabilitazione di successo, l’atleta infortunato andrebbe sempre monitorato e curato anche dal punto di vista psicologico, in una moderna visione biopsicosociale della persona, verso la quale la medicina e la psicologica convergono potenziando la loro azione terapeutica e di recupero.

Per un’approfondimento si veda l’articolo www.stateofmind.it

Dott. Massimo Amabili



Maggio 2013


Il lato oscuro degli sport che prediligono la ricerca della perfezione fisica e del peso perfetto.

foto da: www.gossip.fanpage.it

Tutti ricordano la denuncia al Guardian (http://www.guardian.co.uk/world/2011/dec/04/ballerinas-la-scala-anorexic-claim) da parte della ballerina Mariafrancesca Garritano, sui problemi di anoressia e bulimia tra le ballerine del corpo di danza del teatro La Scala di Milano. Corpo di ballo che prontamente replicò minimizzando tutto e attaccando la ballerina.

La ballerina ha raccontato la sua storia nel libro “La verità vi prego sulla danza”: è la storia della solitudine di una ragazza che a soli sedici anni usa la danza per fuggire dalla Calabria e dalla sua casa non sentendosi voluta dal padre e dalla sua matrigna. Una storia di sacrifici e rinunce, quelli che la danza impone e di problemi alimentari. Nel libro Mariafrancesca racconta di un mondo complesso, a tratti spietato, pieno di personaggi che per un posto sul palco farebbero di tutto.  Racconta che una ballerina su cinque soffre di un disturbo alimentare, prevalentemente bulimia nervosa e anoressia nervosa, e, triste a dirsi, il dato non la sorprende dal momento che i primi a spingere per raggiungere il “corpo perfetto” sono proprio gli insegnanti dell’accademia. Mariafrancesca dice: “Quando, appena sedicenne, sono entrata nell’accademia gli istruttori mi chiamavano “mozzarella” o “raviolo (cinese) al vapore” di fronte a tutti. Così ho ridotto il cibo così tanto – mangiavo un mela e uno yogurt al giorno – che per un anno e mezzo il mio ciclo mestruale si è interrotto e sono arrivata a pesare 43 kg”. La ballerina racconta di un mondo dove questa è la dieta della maggior parte delle ballerine e dove molte di esse vengono ricoverate in ospedale e sottoposte all’alimentazione forzata per cercare di salvare loro la vita. Racconta di ragazze che decidono di sottoporsi ad interventi di riduzione del seno, per salvaguardare la loro folle idea di struttura magra, di altre che non potranno più avere figli. Racconta delle sue frequenti fratture ossee, del forte dolore intestinale che pensa siano collegati alla sua dieta squilibrata.

Questo episodio apre un dibattito che si estende anche ad altri sport. Alcuni si sorprenderanno nel leggere che in ambito clinico è purtroppo risaputo che certi sport non si limitano a trasformare il corpo in opere d’arte, ma lo espongono anche al rischio di sviluppare un disturbo alimentare. Nel 2005 Reinking e colleghi (Reinking, M. F & Alexander, L. E.), allarmati dall’aumento dei casi di amenorrea, osteoporosi e disturbi alimentari nel mondo dell’atletica, hanno condotto uno studio monitorando dal 2002 al 2003 la presenza di questi sintomi i un campione di 84 adolescenti che praticano sport, dividendo fra quelli che praticano sport nei quali aspetto fisico e peso sono molto importanti, come per esempio nell’atletica leggera, e quelli che praticano sport dove invece aspetto fisico e peso non sono fondamentali, come per esempio nel basket, con uno di 62 adolescenti che non la praticano. I risultati di questa ricerca hanno mostrato che gli atleti che praticavano la prima categoria di sport, avevano maggiori livelli di insoddisfazione, una minore obiettività e un maggiore desiderio di perdere peso, rispetto agli atleti che praticavano sport della seconda categoria. Inoltre nel 25% degli atleti che pratica questi sport ha un rischio maggiore di sviluppare un disturbo alimentare.

Il suggerimento resta quello di praticare sempre lo sport, ma con moderazione e buon senso.

 

Dott. Massimo Amabili

 

Reinking, M.F. & Alexander L.E. (2005). Prevalence of Disordered-Eating Behaviors in Undergraduate Female Collegiate Athletes and Nonathletes. J Athl Train, 40(1):47-51.



Marzo 2013

La Vittoria nello sport: con gli occhi di un giovane atleta

foto da: www.edusport.it

Il bambino compete e vuole vincere per natura, è un concetto ovvio ma spesso male interpretato di educazione. E’ il modo in cui l’adulto interpreta la competizione, e quindi la vittoria e la sconfitta, che non va per il bambino o per l’adolescente. Un bambino gioca “insieme” al compagno, non conosce il trucco o la slealtà, non si cura della classifica e alla fine della partita non soffre se ha perso, né si sente diverso e migliore se ha vinto. Nella stragrande maggioranza dei casi, è il genitore che esce gravemente sconfitto dalle gare dei figli, attribuendo un significato da adulto alla vittoria o alla sconfitta che richiama un’attribuzione di “valore” molto pericolosa: se perdo non valgo, se vinco valgo, come sportivo e quindi come persona: niente di più sbagliato, il valore delle persone non può essere misurato, di nessuna.

Siamo noi adulti quindi, allenatori o genitori, che non accettiamo il bambino così com’è e pretendiamo che vinca, o magari che si limiti a neutralizzare il gioco degli altri, proprio come faremmo noi. Abbiamo fretta e vogliamo imporre il nostro modo di vedere le cose, impedendo completamente la sperimentazione e la critica, l’autonomia: paradossalmente contribuiamo invece a mantenerlo bambino oltre il tempo, quando davvero si deve giocare per vincere. Non si tratta quindi di vivere uno sport privo di agonismo, ma piuttosto bisognerebbe lasciargli sperimentare un agonismo adatto al sé bambino.

Il bambino si gioca sempre tutto per natura, farlo giocare con l’affanno del risultato a tutti i costi e senza badare ai mezzi, spesso lo blocca e gli impedisce di imparare e di sviluppare tutte le proprie qualità. Il risultato sarà che ci troveremo con un mezzo giocatore, che manca proprio delle qualità agonistiche.

La vittoria è l’obiettivo vero dello sport, ma la ricerca spasmodica del risultato va contro le condizioni psico-fisiche del massimo rendimento. Un tale assillo, infatti, agisce sfavorevolmente prima e durante la gara: aumenta  l’ansia e toglie sicurezza perché si bada solo al risultato e non al livello della prestazione, ingigantisce la forza dell’avversario, crea pensieri negativi e rimuginio ansiogeno che pesano, perché più che il desiderio della vittoria subentra la paura della sconfitta. Inoltre, c’è un livello di attivazione fisica e psichica oltre il quale il rendimento cala bruscamente, per cui prima di una gara è sempre meglio tranquillizzare l’atleta per portarlo al suo giusto livello, piuttosto che usare stimoli che lo spingono oltre.

L’unica “carica” che possiamo dare ai nostri atleti giovani (anche ai più piccoli) è la certezza di potercela fare e di essere all’altezza della situazione, una certezza che viene messa in dubbio proprio da altri tipi di interventi: la vittoria è solo una conferma e mai una conquista, mentre la sconfitta diventa sempre un demerito e una colpa, al di là del livello della prestazione, che dovrebbe, invece, rappresentare  l’unico parametro per valutare la gara.


Febbraio 2013

La Vigoressia: quando l’eccesso di attività fisica diventa ossessione

foto da: http://lifestyle.tuttouomini.it

Reverse anorexia è il termine che viene utilizzato nel 1993 per la prima volta in una pubblicazione scientifica, per descrivere quella che attualmente viene chiamata vigoressia, in grado fin da subito di far comprendere l’oggetto della trattazione. Da li in poi i modi per definirla si sono perfino moltiplicati, parlando di bigoressia o più genericamente di complesso di Adone.

Nell’ultimo decennio il problema dell’anoressia è stato dibattuto molto spesso, ed è tuttora oggetto di campagne di prevenzione, dibattiti che aiutino a comprendere meglio i contorni di questa spiacevole condizione, divulgazione utilissima in chiave preventiva di questo disturbo d’alimentazione. Parlando di anoressia inversa è probabilmente intuibile che la vigoressia rappresenti in qualche modo l’altra faccia di una medesima infausta medaglia.

In linea generale i vigoressici sono soggetti che hanno una percezione distorta del loro corpo, muscolarmente ipertrofici che si percepiscono come flaccidi e poco tonici, tanto da ricercare in modo esasperato un ideale di bellezza e perfezione che inevitabilmente è sempre un po’ più distante del livello raggiunto. La spirale in cui si viene risucchiati espone a tutta una serie di rischi per la propria salute fisica, ma non solo, poiché la vigoressia porta ad un progressivo isolamento dal contesto sociale in cui si vive, ritenendo gli altri inadeguati e incapaci di comprendere che l’unica via corretta è proprio quella di un comportamento rigido e finalizzato all’aumento dei volumi muscolari. Le uniche persone che vengono ritenute degne di stima, capaci e competenti sono coloro che condividono il medesimo stile di vita, e che magari hanno già ottenuto risultati di maggiore entità sul profilo fisico. Il desiderio di emulazione diviene talmente grande che si è disposti a intraprendere qualsiasi strada, non ultimo l’impiego di steroidi anabolizzanti che in molti casi possono portare ad eventi gravosi sino alla morte del soggetto.

E’ difficile parlare di vigoressia, così come è complesso saperla riconoscere e distinguere da una sana passione sportiva e una auspicabile cura per il proprio corpo, che anzi andrebbe esaltata. Le ragioni di tale difficoltà sono facili da immaginare. Grazie a mirate e a volte shockanti campagne pubblicitarie, ai forti dibattiti accesi dai media, il problema anoressia è stato consapevolizzato e diffuso: sebbene non sia possibile né corretto affermare che ogni individuo estremamente magro sia anoressico, è inevitabile che quando la magrezza di chi ci sta di fronte è particolarmente elevata un piccolo dubbio sulla presenza del problema certamente fa capolino tra i pensieri di quasi tutti. L’utilizzo del termine “anoressico”, seppur in maniera elementare, avviene spesso in modo proprio, ossia ad indicare una condizione patologica e degna di attenzione, al punto da interpretare spesso l’estrema magrezza quasi come una condizione problematica, almeno dal punto di vista lessicale.

Quando ad essere di fronte a noi è un soggetto particolarmente tonico e muscoloso, il sentimento che più facilmente fa capolino è quello dell’ammirazione se non dell’invidia. E’ molto meno probabile che si faccia riferimento a queste persone come a soggetti potenzialmente malati, bisognosi dello stesso aiuto che istintivamente si pensa possa essere di supporto ad un anoressico.
Questo atteggiamento risulta un’arma a doppio taglio. Per un verso è molto meno probabile che l’aiuto necessario possa giungere o possa essere richiesto dal diretto interessato, e dall’altra parte le probabilità che altri possano incappare nello stesso problema cresce in modo esponenziale: sembra che l’individuo sia il massimo della salute.

E’ assolutamente necessario premettere che sia la condizione di sovrappeso che quella di sedentarietà sono assolutamente negative e, per quanto possibile da evitare, va ribadito che i benefici della regolare attività fisica sono enormi soprattutto in termini preventivi rispetto all’insorgenza di patologie anche gravi, e rispetto al decadimento fisico, ma resta doveroso segnalare come problematica la situazione di chi, superando la sottile linea di demarcazione tra quello che è salutare e quello che non lo è, si spinge verso il rischio della vigoressia.

I soggetti maggiormente a rischio sono i maschi così come, percentualmente parlando, sono le donne quelle maggiormente esposte all’anoressia. La fascia certamente più colpita è quella dei 25 ai 35 anni, seguita da quella tra i 18 e i 24, ma non manca una crescente fetta di persone più adulte, anche over 40. Un recente studio del 2012  (Petroski, Pelegrini e Glaner) condotto su 641 adolescenti maschi e femmine di età compresa tra gli 11 e i 17 anni, ha evidenziato alla base dell’insoddisfazione corporea (sgradevolezza per il proprio corpo) delle motivazioni prevalentemente estetiche, di autostima e salutari; lo studio sottolineava la necessità di un intervento in chiave preventiva per questa fascia di età per limitare l’insorgenza di Disturbi d’Alimentazione (anoressia, bulimia, vigoressia).  Trascorrere ore ed ore in palestra ad allenarsi, una crescente attenzione per ciò che si mangia, sottoporsi a diete iperproteiche, trascorrere del tempo ad “esibirsi” o ad “ammirare” la propria muscolatura davanti allo specchio non sono dati in nessun modo significativi per effettuare una diagnosi.

Essere affetti da vigoressia significa avere un atteggiamento ossessivo rispetto a tutto quanto questo, manifestare continuamente preoccupazione per i risultati, sia nel timore di regredire rispetto a quanto acquisito, sia nel costante impegno di migliorare sempre di più le proprie dimensioni fisiche.
Come anticipato la vigoressia colpisce prevalentemente i soggetti di sesso maschile. E’ difficile individuare, oltre alla classificazione anagrafica, altre caratteristiche di un soggetto “potenzialmente a rischio” in quanto la vigoressia colpisce in modo abbastanza eterogeneo. Ma è molto probabile che ad essere colpiti siano soprattutto soggetti con un basso grado di cultura, tale da non permettere di prendere reale consapevolezza dei rischi cui si può andare incontro con questo tipo di comportamenti così fondamentalisti. In genere, chi è affetto da vigoressia gode di una bassa autostima e la realizzazione sul piano fisico rappresenta la sola gratificazione. La vigoressia può essere in tal senso il frutto di un iniziale meccanismo di compensazione, dove la scarsa autostima è compensata dall’esibizione del proprio corpo, scatta il desiderio di essere ammirati per la propria muscolatura: la vigoressia si nutre di ostentazione. Se è vero, come segnalato, che non basta un solo atteggiamento tra quelli descritti, e spesso neanche più d’uno per poter affermare che un soggetto è affetto da vigoressia, di sicuro è estremamente improbabile che una persona vigoressica non abbia un atteggiamento di ostentazione. L
a persona vigoressica patisce un’insoddisfazione forte e permanente inerente al proprio aspetto fisico, ha una forte paura di restare priva dei propri muscoli e del proprio stato di perfetta forma. A tali convinzioni seguono delle condotte auto-punitive, come ad esempio: sottoporsi a degli esercizi laboriosi; seguire delle diete molto rigide. Per di più, spesso, a questi comportamenti si associa l’uso ed abuso di integratori alimentari, e nei casi più estremi di steroidi anabolizzanti. Nel primo caso ci riferiamo a delle sostanze presenti nel cibo che, però, vengono scelte e prodotte a livello industriale sotto forma di capsule, pasticche, bustine, ecc, al fine di facilitare la copertura del nostro fabbisogno giornaliero. Nel secondo caso, invece, si fa riferimento a delle sostanze sintetiche che hanno degli effetti simili a quelli degli ormoni sessuali maschili. In particolare, questi ultimi inducono ad un aumento della massa muscolare. Inoltre, gli steroidi determinano anche una diminuzione della massa grassa. La vigoressia inoltre, ha tutta una serie di effetti sul benessere dell’individuo, come, ad esempio, problemi inerenti al metabolismo, disturbi depressivi, cardiovascolari e del sistema nervoso.

Molto si è fatto per combattere l’anoressia e i disturbi di alimentazione, al punto di avere attualmente dei protocolli terapeutici che portano alla risoluzione del problema nella grande maggioranza dei casi. La battaglia alla vigoressia è invece solo agli inizi, conoscere il problema e sensibilizzarne l’esistenza è sicuramente un passo necessario da compiere nella lotta a tale patologia.

(approfondimenti: http://www.stateofmind.it/2013/04/dismorfia-muscolare/)

 

Dott. Massimo Amabili



Gennaio 2013

L’ansia nello sport



La paura è una tristezza incostante nata dall’idea di una cosa futura o passata del cui esito dubitiamo in qualche misura”, così Spinoza coglieva molti degli aspetti legati al vissuto dell’ansia: soprattutto il dubbio, il rimuginio, l’attenzione ripetuta e la costrizione della mente, che possono perfino impedire ad una persona di pensare ad altro. Ansia è un termine che deriva dal tardo latino, angere, stringere: è una spiacevole sensazione di pericolo che ha una causa definita. Il più delle volte è considerata come un’emozione spiacevole, perché ci lascia in un’agoscioso senso di “sospeso”, di non risolto, di dubbio. Eppure, l’ansia è un’emozione necessaria e utile al nostro organismo, come meccanismo di allerta determinante sul piano biologico e comportamentale in risposta agli stimoli esterni dell’ambiente in cui viviamo. Infatti, l’animale, di fronte al pericolo, aumenta il battito cardiaco e la frequenza respiratoria, preparandosi alla fuga, oppure all’attacco.

Tuttavia, nell’uomo e nell’atleta, l’ansia arriva all’osservazione dello psicologo come una risposta emozionale eccessiva rispetto all’entità reale degli stimoli, ma disturbante e fonte di sofferenza soggettiva profonda. I sintomi fisici e psichici esperiti sono molto personali e d’intensità variabile da caso a caso. Tra le più importanti modificazioni ampiamente documentate nell’uomo vi sono quelle a carico del sistema muscolare-scheletrico, il sistema neurovegetativo, il sistema neuroendocrino e il sistema immunitario:

·         Aumento della tensione muscolare generale e/o distrettuale;

·         Aumento della frequenza cardiaca;

·         Possibili aritmie;

·         Aumento della pressione sistolica;

·         Vasocostrizione periferica;

·         Diminuzione della temperatura cutanea;

·         Aumento della frequenza ed irregolarità respiratorie;

·         Modifica della secrezione e motilità gastrointestinale;

·         Dilatazione pupillare;

·         Aumento della sudorazione;

·         Aumento dei riflessi osteotendinei;

·         Aumento del consumo di ossigeno;

·         Aumento dei livelli ormonali di ACTH  e di cortisolo;

·         Aumento dell’ormone GH somatotropo;

·         Aumento della prolattina;

·         Aumento di ormoni tiroidei

Appare chiaro come da tutte queste alterazioni fisiche, biochimiche ed endocrine portino ad un precoce esaurimento delle energie fisiche e mentali, e quindi a un danno all’atleta, con conseguente diminuzione della performance. Tali alterazioni si accompagnano nello sport (ma anche al di fuori dello sport) a sintomi psicosomatici e psicologici, in una correlazione biunivoca con le modificazioni corporee, quali l’irrequietezza, la facile affaticabilità, la difficoltà a concentrarsi, i vuoti di memoria, l’irritabilità, le alterazioni del sonno, astenia, vertigini, cefalea, perdita di autostima, anoressia, bulimia, sindrome del burnout professionale. Si aggiungano poi tutti i vari sintomi a carico degli organi e apparati interessati nella reazione d’ansia, quello cardiovascolare, gastrointestinale, urogenitale, muscolare, respiratorio, cutaneo, neuropsichico.

In tale situazione, spesso l’atleta è sottoposto anche nei casi meno gravi a pesanti terapie farmacologiche, sottovalutando erroneamente l’importanza risolutoria di psicoterapie come quella Cognitivo-Comportamentale per i disturbi d’ansia (trattamenti la cui efficacia è stata dimostrata attraverso rigorosi dati scientifici, secondo i criteri della Evidence Based Medicine o Medicina Basata sulle Prove di Efficacia).

Nel caso di quadri sintomatologici lievi o moderati, come spesso ritrovo nella mia pratica clinica con gli atleti,  è evidente che per essi siano più utili le terapie di rilassamento e mental training specifici, piuttosto che l’uso di farmaci, poiché esse riducono le modificazioni sui vari organi e apparati, indotte dalla reazione di ansia, ristabilendo l’equilibrio fisico e mentale dell’atleta. L’atleta apprende a riconoscere le emozioni, non facendosi sopraffare da esse, ma volgendole a proprio vantaggio. Il rilassamento può essere inteso come reazione antagonista dell’ansia, non è necessariamente uno stato di riposo, ma di normalizzazione delle funzioni vitali e nello sport porta ad un loro migliore utilizzo. Si tratta di tecniche che risultano ben più efficaci di una terapia farmacologica, senza avere gli effetti collaterali legati ai farmaci; si può arrivare a migliore il rendimento sportivo e quindi l’ottenimento di successi sportivi. D’altro canto è un miglioramento non fine a se stesso, ma pone l’uomo in prima persona di fronte alla concretezza e al significato dei propri vissuti, al proprio relazionarsi con il mondo e con gli altri, portandolo ad un’apertura che gli permette di ampliare il proprio orizzonte sia sportivo che umano. Una tale esperienza è quindi un bagaglio prezioso per tutta la vita, anche e soprattutto al di fuori dello sport.

 Dott. Massimo Amabili

  

Dicembre 2012

Migliorare la propria performance e le proprie abilità di atleta: la visualizzazione


Nell’articolo del mese di Novembre (Alla base del Mental training sportivo: il rilassamento n.a. articolo sotto) si è accennato ad alcune delle classiche tecniche di intervento utilizzate in Psicologia dello Sport con vari obiettivi: le tecniche di rilassamento. Generalmente, a tali tecniche è possibile associare anche l’apporto fondamentale della visualizzazione, intesa dal punto di vista prettamente motorio (mental imagery o motor imagery): si tratta cioè di evocare in modalità immaginativa (dopo una seduta di rilassamento) il gesto tecnico o il ricordo della gara, cercando di affrontare mentalmente e psicologicamente, risolvendoli, i problemi che si sono presentati. Gli obiettivi raggiungibili attraverso l’imagery appositamente costruita per ciascun atleta, possono essere di fatto molteplici: l’incremento della coscienza di sé e il miglioramento della gestione delle emozioni (ansia, rabbia, paura, ecc.), la regolazione della motivazione, l’aumento dell’autostima, il monitoraggio delle soglie di stress, il controllo mentale della fatica atletica, una maggiore capacità attentiva, un aumento della concentrazione, il controllo del dolore acuto e cronico e il recupero dell’atleta disabile.

Parallelamente, come avviene per gli atleti di alto livello, la visualizzazione viene utilizzata proprio per incrementare le abilità mentali richieste dalla pratica della propria disciplina, costruendo specifici percorsi tecnico-mentali, che affiancano l’allenamento fisico potenziandone gli effetti e aumentando notevolmente la capacità di ottenere performance di qualità elevate.

 Per spiegare l’evidenza della validità dell’uso di tali tecniche, negli ultimi 10-15 anni la Embodied Cognition (termine che racchiude i contributi di diverse teorie di ambiti disciplinari molto diversi, che spaziano dall’intelligenza artificiale alla robotica, dalle neuroscienze cognitive alla psicologia cognitiva, dalla linguistica e all’antropologia cognitiva) ha fornito elementi interpretativi importanti accomunati dal fatto di sottolineare l’importanza che ha il corpo per la cognizione: quando osserviamo qualcuno compiere un movimento complesso, come guidare una motocicletta, o un’azione, come afferrare una mela e portarla alla bocca, attiviamo una simulazione, una forma di risonanza motoria; il nostro sistema motorio “risuona” con quello che osserviamo. In questo caso, simulare ci può aiutare a predire e comprendere le azioni degli altri, le intenzioni sottostanti e, secondo alcuni autori, addirittura i loro stati mentali (si veda per un approfondimento l’articolo Strategie cognitive e mental training: il caso di D., pubblicato recentemente sulla rivista specializzata State of Mind all’indirizzo http://www.stateofmind.it/2012/09/mental-training).

 Ovviamente, la base neurale sottostante tali processi di simulazione è evidenziata dalla differenzazione tra il sistema dei neuroni canonici e il sistema dei neuroni specchio.

Dr. Massimiliano Amabili



Novembre 2012

Alla base del Mental training sportivo: il rilassamento

foto da: http://mindandmuscle.net/blogs/fitness-model-i-the-making-part-6-mind-before-muscle/


Il Mental Training è un efficace insieme di strategie che intende aiutare gli atleti ad acquisire ed a mettere in pratica le abilità psico-fisiologiche utili al miglioramento delle prestazioni in allenamento e in gara. Le tecniche di allenamento mentale vanno intese generalmente come metodi multimodali improntati all’apprendimento e al perfezionamento di alcune abilità che interessano da vicino l’attività agonistica.

Una delle principali abilità mentali da sviluppare nell'ambito di un programma di psicologia dello sport e di preparazione mentale è il rilassamento. Le tecniche di rilassamento sono molteplici e vengono utilizzate:


-          per acquisire consapevolezza della tensione muscolare a riposo e in attività;

-          per essere in grado di ascoltare il nostro corpo, sentirci padrone di esso ed essere in grado, attraverso un lavoro di progressiva       

           presa di coscienza, di completare mentalmente il nostro Inventario corporeo;

-          per gestire situazioni ansiogene o stressanti attraverso un programma che vede unite le abilità di rilassarsi e di visualizzare;

        per prepararci all'utilizzo dell'abilità immaginativa (Visualizzazione o Imagery): infatti ogni visualizzazione deve essere preceduta da 

           una sessione di rilassamento.

 

Nella vita di ogni giorno ognuno di noi ha la sensazione che gli manchi il tempo per fare tutto quello che ha programmato di fare: un lavoro in casa, la preparazione di un esame, la preparazione fisica per una gara, il lavoro che è sempre in arretrato. Ma è davvero necessario correre, correre e continuare a correre? I benefici del rilassamento sono molteplici e duraturi, entrare in uno stato di rilassamento per pochi minuti ogni giorno porta serenità, vigore e ci ritroviamo con le forze mentali raddoppiate. Il rilassamento ci aiuta ad eliminare tutte le tensioni accumulate e permette alla nostra mente di liberarsi dall’ansia. Suona strana alle nostre orecchie la frase “non fare niente, riposa fisico e mente, concediti un momento di tranquillità”: suona strana per il semplice fatto che siamo abituati a fare sempre qualcosa, ad agire, a muoverci, a risolvere. Rilassarsi significa “fare qualcosa”, vuol dire riacquistare energia, prendere tempo per noi stessi e concederci una possibilità di risolvere problemi di ansia, di concentrazione, di motivazione.

Possiamo dividere le tecniche di rilassamento in due categorie:

1 - le tecniche muscle - to - mind, che partono dal corpo per l'avvio e l'approfondimento di uno     stato psico-fisico di rilassamento: attraverso queste tecniche si parte da sensazioni corporee per     giungere al rilassamento mentale. Il Rilassamento Progressivo di Jacobson e il Rilassamento   Distensivo Progressivo fanno parte di questa categoria.

2 - le tecniche mind - to - muscle, che prevedono un approccio mentale. Queste tecniche      richiedono un'attività mentale capace di avviare risposte psico-biologiche di rilassamento. La Risposta di Rilassamento di Benson, la meditazione, il Training Autogeno di Schultz sono esempi di questo tipo di approccio.

Tra le varie tecniche è possibile quindi citare il Training Autogeno di Schultz, la Ratio Scaling di Borg, il Rilassamento Progressimo di Jacobson, la risposta di rilassamento di Benson, la Meditazione (Zen, Hatha Yoga) a titolo di esempi.

Lo stato di rilassamento viene raggiunto allenando questa nostra abilità, che già fa parte delle capacità di ognuno di noi, praticante attività sportiva e non. Allenare il corpo e la mente a rilassarsi significa apprendere gradualmente una serie di passaggi consequenziali  che portano ad una concentrazione psichica passiva o attiva del soggetto, a seconda della tecnica proposta (Gramaccioni, Robazza, Bortoli, 1994).

Lo scopo di tale pratica è quello di portare progressive spontanee modificazioni del tono muscolare, della funzionalità vascolare, dell'attività cardiaca e polmonare, dell'equilibrio neuro-vegetativo e soprattutto dello stato di coscienza attraverso una diffusa sensazione di benessere e tranquillità. L'allenamento quotidiano porta a modificazioni gradualmente sempre più consistenti ed in grado di incrementare lentamente la prestazione atletica. Durante il rilassamento si entra in uno stato di lieve alterazione della coscienza, non si è più completamente immersi nel normale stato di veglia che ci caratterizza quando non stiamo riposando ma non si è neanche nello stato di sonno, che è uno stato alterato di coscienza molto più profondo. I meccanismi neurologici e psicosomatici che vengono chiamati in causa si collegano al principio dell'interazione tra psiche e soma, meccanismi in base ai quali esiste un reciproco influenzamento tra affettività, tono neurovegetativo e attività muscolare, infatti i centri superiori del sistema neurovegetativo hanno sede nelle stesse strutture che presiedono alla vita emotiva.

Sudorazione, tachicardia, tremori, alterazioni gastrointestinali sono intimamente legati di frequente (quando la medicina occidentale  non giustifica questi sintomi come derivati da una causa organica dimostrabile) ad insicurezza, ansia, frustrazione, stress, rabbia inespressa ecc.  possono essere segni di turbamento emotivo espressi attraverso il nostro corpo. Attraverso il rilassamento cerchiamo l'espressione delle componenti affettive del soggetto, affrontiamo con lui quelle emozioni che hanno una connotazione negativa creando un ambiente protetto, sicuro ed offrendo una risposta antagonista all'ansia, allo stress che traghetti il soggetto verso una profonda sensazione di benessere psicofisico.

La persona si stacca dal mondo esterno, rimanendo sempre lucida e presente a sè stessa, per rivolgere la sua attenzione verso il suo mondo interiore: aumenta così l' autoconsapevolezza corporea, che sarà di grande giovamento per migliorare i gesti motori e il controllo sulla muscolatura. Le rigidità presenti nella muscolatura scheletrica del soggetto divengono evidenti ed egli potrà lentamente rendersi conto della presenza nel suo corpo di aree dove lui tende a scaricare la tensione; successivamente egli potrà lavorare attivamente, attraverso un rilassamento mirato proprio nei settori più carichi di tensione, e sciogliere questi irrigidimenti ottenendo grandi benefici.

 Bibliografia: Gerin Birsa M., dispense del Master in psicologia dello sport, 2012

Dott. Massimo Amabili