gli psicologi dello sport rispondono








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A volte è sufficiente “ordinare” la confusione che ci avvolge e ci “annebbia” la vista: ecco perché quell’immagine in copertina. A volte basta un piccolo arrangiamento e possiamo ri-pensare  guardando la stessa cosa con lenti diverse, più nitide e ben calate sugli occhi. A volte serve qualcuno che ci faciliti la messa a punto delle nostre potenzialità e ci accompagni a riempire il nostro zaino con tutte le lenti a noi utili. -Spesso la comprensione della nostra confusione può essere una modalità per “vedere” le stesse cose  dentro, fuori e attorno a me  per trovare il mio modo di vivere meglio-.

In questo libro si presentano una teoria, metodo e modo innovativi di fare psicologia attraverso una nuova figura professionale: “ lo psicologo di base” che si rivolge, per la prima volta, alle persone “normali” offrendo loro nuovi strumenti, per guardare la propria vita e vedere così soluzioni alternative e concrete ai problemi quotidiani. E’ un libro importante anche perché racconta l’esperienza concreta di questa nuova figura (già operativa con successo da quattro anni nel servizio “ A TU PER TU – psicologo di base”) che risponde ai nuovi bisogni dei cittadini e si inserisce nelle politiche del nuovo welfare.




13 febbraio 2017

Salve, Mi chiamo Elena e ho ventun anni. Ho iniziato a giocare a pallavolo quando avevo 11 anni e ho continuato a praticarlo (con un mucchio di difficoltà) fino ai 17/18, quando mi ritrovai praticamente costretta ad abbandonare l'attività sportiva un po' perché da casa non ho mai avuto il supporto che sentivo di meritare (mia mamma doveva portare mio fratello agli allenamenti molto lontano da casa, mentre a mio padre non interessava mai veramente essere partecipe di ciò che mi piaceva e appassionava), un po' perché ero già stata bocciata in prima liceo ed ero terrorizzata dal fatto che potesse accadere di nuovo.

Mi sono sempre pentita di aver mollato tutto così!

Ora sono all'università e ho modo di gestire le cose come voglio, ho ricominciato da un po' a giocare in una squadra che partecipa al campionato UISP, ma l'agonismo mi manca davvero tanto e più volte ho pensato di tornarci. Che sia troppo tardi?

Grazie



Gentile Elena,
a mio avviso non è mai troppo tardi. A 21 anni ancora meglio. A tuo favore ci sono il fatto che hai giocato per tanti anni e quindi non devi imparare da zero e la forte motivazione che mi sembra ti spinga. Grazie a questa e all'impegno potrai tranquillamente tornare a giocare in campionati agonistici.

Importante è che tu sia consapevole della possibilità di incontrare comunque degli ostacoli, simili o diversi da quelli di prima: l'università è comunque un impegno importante e potrebbe mancare nuovamente il sostegno famigliare.  Non sarà semplice e per questo è necessario che tu sia convinta e pronta a faticare.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo
Peluchetti


Salve, scrivo sperando nella vostra gentilezza per un consiglio.

Mio figlio ha 12 anni e mezzo e da tre mesi gioca a rugby. La società preme perchè i ragazzi al termine degli allenamenti e delle partite facciano la doccia assieme per motivi di creare gruppo.

Succede però che mio figlio si rifiuta e quelle volte che gli tocca perchè quando ci sono le partite è inevitabile, lui fa la doccia tenendo addosso le mutande e immagino che a questo punto diventi oggetto

di sguardi e sorrisetti ancora di più che se se ne fregasse ...

Tra l’altro ultimamente è sempre più pudico anche con me e addirittura fatica a farsi vedere da me a torso nudo. All’inizio non ci davo peso, ma ora mi pare che neanche con le mutande voglia fermarsi per la doccia e

che questa sua riservatezza stia peggiorando. Temo che possa perdere entusiasmo per lo sport a causa di questo.

Come mi debbo comportare?

Vi ringrazio molto.

Cordiali saluti,

T.


Gentile lettore,

suo figlio si trova nella pre-adolescenza, un periodo della vita di un ragazzo in cui cominciano a palesarsi profondi cambiamenti sia da un punto di vista fisico che emozionale e comportamentale. In particolar modo, i cambiamenti fisici avvengono in maniera rapida e, per questo, non è infrequente una certa preoccupazione da parte dei ragazzi per il loro aspetto fisico.

Probabilmente suo figlio prova vergogna a mostrare il suo corpo, la riservatezza potrebbe derivare da un’insicurezza che lo porta a fare confronti con i propri compagni oppure da un’innata timidezza. Lei, attraverso il dialogo, potrebbe provare a chiedergli i motivi che lo portano a mettere in atto questo suo comportamento e tentare di rassicurarlo; sarebbe importante cercare di capire se è vergogna, timidezza o una conseguenza alle prese in giro da parte dei compagni.

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico


Buongiorno,sono la mamma di un adolescente di quasi 14 anni.Mio figlio pratica tennis agonistico da circa 5 anni,pur essendo,a detta dei maestri, bravo e portato per questo sport, in partita non è' mai riuscito a rendere  per le capacità acquisite,al contrario da il peggio di se,entra in campo terrorizzato e purtroppo quasi in tutte le occasioni la paura lo avvolge per tutto l'incontro.questa ansia lo rende poco lucido nelle scelte e anche poco reattivo fisicamente.

Proprio per la frustrazione di non riuscire a giocare bene in partita e quindi vincere spesso,quest'estate aveva abbandonato il tennis per circa due mesi per poi riavvicinarsi spontaneamente e riprendere anche i tornei.Da mamma cerco di rassicurarlo e supportarlo dicendogli anche che deve divertirsi e affrontare la competizione con più serenità senza avere l'ansia del risultato.Il maestro mi dice che la paura della partita passa disputandone molte e mi incentiva a portarlo a vari tornei.

Da mamma sinceramente non so come comportarmi, ho paura che queste delusioni gli tolgano autostima e serenità che peraltro dimostra di avere negli altri ambiti della vita.Sono qui a chiedere un consiglio,devo incentivarlo a perseverare per vincere questa sua paura e insicurezza o devo velatamente consigliarlo di giocare a tennis solo per piacere evitando le partite?grazie anticipatamente.Francesca.


Gentile signora Francesca,

da quanto lei mi riferisce suo figlio soffre di ansia da prestazione; la paura di non riuscire, di non rendere al massimo delle sue capacità lo “immobilizza” facendogli perdere la concentrazione durante la partita.

 

Ciò che è importante comprendere è che l’ansia non è un qualcosa da eliminare, piuttosto uno strumento che bisogna imparare a gestire nel migliore dei modi per riuscire a dare il massimo nelle prestazioni.

 

Suo figlio ama questo sport, lo ha dimostrato tornando a volerlo praticare di sua spontanea volontà dopo averlo abbandonato per alcuni mesi, pertanto lei potrebbe continuare a sostenerlo magari consigliandogli di intraprendere dei percorsi di Mental Training che gli permetterebbero di conoscere le sue potenzialità, prevenire i momenti di ansia, controllare le proprie emozioni, saperle regolare e imparare a sfruttarle a proprio vantaggio.

 Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico


Buongiorno,

sono il padre di un bambino di 7 anni e mezzo (ne compie 8 a giugno), mio figlio è un bambino piuttosto pigro e poco interessato allo sport. Ha praticato per circa 3 anni nuoto in maniera abbastanza svogliata, ciò non ostante si è rivelato abbastanza portato ed ha avuto un apprendimento anche piuttosto buono. Ho notato soprattutto che durante le lezione appariva svogliato e nuotava molto male, e solo dietro i continui richiami dell’istruttore svolgeva gli esercizi in maniera corretta. Tuttavia l’estate, portato in piscina per divertimento si è rivelato molto più bravo di quello che faceva apparire durante le lezioni, nuotava come non aveva mai fatto per tutto l’anno di frequentazione della piscina.

Quest’anno, dato il suo scarso entusiasmo nel nuoto, di comune accordo con lui lo abbiamo iscritti a calcio, tuttavia i risultati sono ancora peggiori di quanto riscontrato con il nuoto. Mi spiego meglio, il bambino si diverte a giocare a calcio se questo non comporta una competizione con gli altri bambini. Calcia bene la palla ed ha buoni fondamentali, tuttavia se viene impiegato in una partitella (amichevole tra compagni di squadra) sembra svogliato, disinteressato, tende ad estraniarsi dal gioco, non mette grinta e sembra pensare a tutt’altro.

Lo scorso weekend abbiamo partecipato al polisportivo, dove per un paio di ore ha potuto praticare basket e pallamano ed ho riscontrato esattamente le stesse dinamiche: negli esercizi di riscaldamento nella pallacanestro ha effettuato 4 tiri e fatto 4 canestri, unico tra i suoi compagni, ma una volta messo in partita si nasconde, non va mai alla ricerca della palla, non cerca mai di fare un canestro, passeggia, a volte fa anche dei buffi saltelli e strani movimenti in campo, vedendolo a confronto con circa 50 bambini pari età mi è sembrato molto indietro nell’approccio all’attività sportiva, in parte per quanto concerne l’attività motoria e i gesti tecnici, ma soprattutto nel contesto di partecipazione ad una partita, nel voler essere parte della partita, nel volersi divertire cercando la palla e cercando anche, magari, di far gol. Osservandolo sembrava più uno spettatore disinteressato che un giocatore.

Come posso aiutarlo? Secondo voi si rende necessario l’intervento di un esperto? Grazie.

 

Buongiorno a lei,

capisco la sua preoccupazione ed sono colpita dall’attenzione nei confronti di suo figlio e dalla volontà di aiutarlo. Da ciò che scrive non sembra che suo figlio abbia dei problemi a livello motorio anzi emerge che sia molto portato per lo sport. Data la sua l’età credo che l’unico disagio che ci sia al momento sta nel fatto che il bambino percepisce lo sport come uno svago e un’attività di piacere al momento, come del resto è giusto per la sua età.

Nel momento in cui ci sono troppe regole o è spinto in una situazione dove deve dare dei risultati probabilmente non si sente a suo agio e le ragioni possono essere tante, dall’ansia alla semplice noia che questo comporta. Continui a stimolarlo al piacere dell’attività sportiva come divertimento, per passare a una modalità più agonista come magari piacerebbe a lei c’è tempo. Provi a chiedere direttamente a lui il perché cambi tanto il suo comportamento da una situazione all’altra, vedrà che capendo le sue motivazioni sarà meno in apprensione e potrà aiutarlo nel migliore dei modi.

Spero di esserle stata di aiuto.

Cordiali saluti,

Dott.ssa Marica Vignozzi



10  febbraio 2017

Buongiorno,sono la mamma di un adolescente di quasi 14 anni.Mio figlio pratica tennis agonistico da circa 5 anni,pur essendo,a detta dei maestri, bravo e portato per questo sport, in partita non è' mai riuscito a rendere  per le capacità acquisite,al contrario da il peggio di se,entra in campo terrorizzato a volte accusa crampi allo stomaco e purtroppo quasi in tutte le occasioni la paura lo avvolge per tutto l'incontro.questa ansia lo rende poco lucido nelle scelte e anche poco reattivo fisicamente.

per la frustrazione di non riuscire a giocare bene in partita e quindi vincere spesso,quest'estate aveva abbandonato il tennis per circa due mesi per poi riavvicinarsi spontaneamente e riprendere anche i tornei.Da mamma cerco di rassicurarlo e supportarlo dicendogli anche che deve divertirsi e affrontare la competizione con più serenità senza avere l'ansia del risultato.Il maestro mi dice che la paura della partita passa disputandone molte e mi incentiva a portarlo a vari tornei.

mamma sinceramente non so come comportarmi, ho paura che queste delusioni gli tolgano autostima e serenità che peraltro dimostra di avere negli altri ambiti della vita.Sono qui a chiedere un consiglio,devo incentivarlo a perseverare per vincere questa sua paura e insicurezza o devo velatamente consigliarlo di giocare a tennis solo per piacere evitando le partite?grazie anticipatamente.F.

 


Gentile Francesca,

dalle sue parole mi arriva molto chiaramente la sua preoccupazione. Per avere un quadro più chiaro sarebbe stato utile avere maggiori informazioni circa quest’ansia; da quando è venuta fuori, cosa rappresenta per lui il tennis e il risultato della partita, se le pressioni che sente, ad esempio, nascondono una paura del giudizio o si riferiscono maggiormente al fallimento.

Lo sport a volte può essere una fonte di stress se viene vissuto dando troppa importanza al risultato rispetto all’impegno o al divertimento (aspetto che non deve essere escluso, altrimenti si perderebbe un valore importante). Credo che forzarlo nel fare tornei non sia positivo per lui, deve essere supportato (magari anche con l’aiuto di un esperto) nel comprendere cosa gli fa vivere in questo modo il momento della partita, nonostante abbia delle buone capacità tecniche. Ci sono diverse metodologia ed esercizi che possono essere fatti prima di una partita in modo da alleviare l’ansia; magari può rivolgersi alla società sportiva chiedendo loro se è prevista nella società una figura di supporto in questo senso. Lei da mamma oltre che supportarlo, cercare di stargli vicino rimandandogli pensieri positivi, può solo assecondarlo rispetto a cosa il ragazzo sente di fare (se giocare evitando i tornei o provarci ancora), ma ad ogni modo sarebbe utile per lui approfondire ciò che sente.

Le porgo i miei più cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra

 


9  febbraio 2017

Salve sono la mamma di un bambino di nome Vincenzo di 8 anni e gioca a calcio. Mio figlio per 2 anni non ha potuto giocare a calcio perché aveva dei problemi di coagulazione ed ogni qualvolta andavamo dall'ematologo tornava a casa piangendo per la sua risposta negativa. Fortunatamente grazie ad un Dott del Bambin Gesù di Roma tutto si è risolto per il meglio, questo eccezionale medico gli dovette pure parlare perché mio figlio è stato una settimana male perché aveva sentito che il suo vecchio ematologo gli aveva detto che : tu niente di grave tieni, ma qualcosa tieni quindi le partite più pericolose non te le giocare. Da allora non ho capito più mio figlio.

È il capocannoniere del campionato, ma da allora non ha fatto più un gol.....In più ho mio marito che all'inizio di questo suo cambiamento gli andava contro, lo sgridava, lo paragonava dicendo che gli altri erano migliorati mentre lui stava scendendo, poi dopo l'ho convinto a comportarsi diversamente, perché così mio figlio non si sprona ma si chiude.

Ma cmq lui sta male dopo le partite torna a casa sempre piangendo e finalmente oggi mi ha confidato che lui appena entra in campo gioca male perché inizia a venirgli l'ansia e pensa che non riesce a fare niente di buono, e quindi effettivamente non riesce a fare più nulla. Non so come.e aiutarlo a sbloccarlo per farlo giocare e divertirsi come prima, vorrei far qualcosa ma non so cosa, e soprattutto vorrei capire se effettivamente nonostante lui dice che le parole del dottore lui non ci pensa più, è così o è meglio portarlo da un psicologo? Perché lui cmq ci soffre, piange!!! Grazie e scusate per gli errori

 

Gentile signora,

suo figlio sta attraversando un periodo caratterizzato dall’ansia in seguito al problema di salute di cui ha sofferto e che lo ha tenuto lontano dai campi da gioco per diversi anni.

La paura di non poter giocare, alimentata anche dalle parole del medico, e l’esser, invece, ritornato a farlo “deludendo” le aspettative di un genitore e anche le sue hanno fatto si che i sentimenti di ansia e preoccupazione prendessero sempre più il sopravvento arrivando ad immobilizzarlo e a fargli perdere la sicurezza che prima aveva nelle proprie capacità.

 Probabilmente è vero che suo figlio alle parole del medico non pensa più, ora non sono quelle a fargli paura bensì sono le sue stesse capacità sportive a farlo vacillare, ha perso l’autostima e la convinzione di essere un buon giocatore, ha paura di sbagliare, di non essere all’altezza della partita; ritrovando la fiducia in se stesso e nei propri mezzi sicuramente tornerà ad essere il capocannoniere del campionato.

 Probabilmente ha solo bisogno di tempo (non mi ha scritto quanto tempo è passato dal suo ritorno sui campi di calcio dopo lo stop), se però questo stato di ansia si continua a protrarre per troppo tempo potrebbe pensare di richiedere l’aiuto di un collega che possa aiutare suo figlio a comprendere meglio le cause di questo malessere e a superarlo.

 Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



3  febbraio 2017

Salve,

sono una ragazza di 32 anni e gioco da sempre a pallavolo. Dopo 5 anni di pausa l'anno scorso ho ricominciato a giocare con una squadra di serie d e questa cosa mi ha dato tanta gioia perché è sempre stata la mia passione, però ultimamente l'entusiasmo sta passando perché pur essendo sempre presente agli allenamenti e dando il massimo il mister sembra non vedermi. Molte mie compagne mi dicono che merito di giocare in prima squadra perché sono brava ma a volte non vengo nemmeno convocata e se lo sono faccio la panchinara. Non capisco il perché di questo.. non ritengo di valere meno delle mie compagne titolari ma il mister non mi da’ la possibilità di dimostrarlo.. anche in allenamento il sestetto provato è sempre lo stesso sia che non giocano bene o che non vengano agli allenamenti. Ho sopportato questa situazione per metà campionato l'anno scorso ma adesso non resisto più.. mi sta facendo passare la voglia di allenarmi e giocare. Che posso fare?

Gentile lettrice,

dalle sue parole sembra emergere il desiderio di “essere vista” nelle sue vesti di sportiva appassionata e competente. Strettamente a questo desiderio sembra vivere un sentimento di svalutazione non sentendosi apprezzata e dunque integrata appieno nella squadra. Il mio suggerimento è di valutare se nella squadra in cui si trovaci siano i presupposti perché lei nutra ed alimenti la sua passione per lo sport.

Quando descrive la pallavolo usa parole come gioia ed entusiasmo che sono tra gli effetti più importanti per chi pratica sport. Lasciare che questi sentimenti si affievoliscano sarebbe un vero peccato! E’ solo lasciando spazio ai propri desideri che riusciamo a trovare una dimensione che si addica a ciò che cerchiamo intimamente.

Le auguro di lasciare spazio al suo entusiasmo per trovare un posto accogliente per se’.

Dott.ssa Laura Nemolato

 


Salve, sono la mamma di una bimba di 10 anni che da 5 pratica pallavolo. Dall'anno scorso è cambiata l'  allenatrice ed è molto dura sempre. A mio avviso manca l'aspetto giocoso dello sport. Si pretende solo lavoro e impegno dalle bimbe... Mia figlia quest'anno quando torna a casa dagli allenamenti sembra sempre nervosa. Durante le partite è come "bloccata", non si diverte, ha paura di sbagliare e continua a guardare l'allenatrice per la paura di essere sgridata. Ho parlato a mia figlia dicendo che lo sport deve essere un impegno divertente non un obbligo...e le ho detto che se vuole cambiare sport x me non ci sono problemi. Ma lei dice che le dispiace lasciare la pallavolo perché le piace il gruppo di bimbe nel quale è inserita. La bimba mi sembra sempre più insicura e con bassa autostima. È giusto lasciare che sia lei a decidere quando e se smettere o forse è meglio che sia io ad impormi per il suo bene? Mi sento confusa, non so cosa sia meglio per lei. Grazie della risposta che vorrà darmi, E.

 

La strategia migliore da seguire potrebbe essere quella di accompagnare sua figlia nella scelta

e questo potrebbe essere anche un momento importante nella formazione della ragazza. Analizziamo meglio il suo problema.  Imporsi nelle sue scelte potrebbe rivelarsi una strategia debole poiché la pallavolo sembra piacere alla ragazza. Creare, invece, un’alleanza con lei potrebbe essere utile.

Ma in che modo?

Per esempio, valutando INSIEME il grado di “blocco”, creando una scala che indichi da 0 (valore minimo) a 5 (valore massimo) quanto è difficile per lei stare in quella squadra. Un altro modo potrebbe essere un semplice elenco dei pro e dei contro. Queste modalità di gestire il problema porteranno a rinforzare l’autostima della ragazza nutrendo la sua capacità di valutare e scegliere in autonomia. Allo stesso tempo rinforzerà l’alleanza tra madre e figlia.

Auguro a lei ed a sua figlia un buon percorso.

Dott.ssa Laura Nemolato



Gentilissima dottori .sono Linda .mia figlia ha sedici anni,fa danza classica,moderna e in più altre nuove discipline.da dodici anni.ha superato gli esami quasi sempre con la media del distinto.questo anno ha deciso di lasciare tutto.dice che non le piace più.che si scoccia che lavora troppe ore e non puo' mai uscire la sera perché finisce alle dieci.soprattutto dice di non avere più stimoli .le vorrei far capire che mancano pochi esami al diploma ed è un peccato abbandonare a questo punto..ma non so più come farglielo capire.ha lavorato tantissimo in questi anni ottenendo anche dei risultati discreti.premetto che non sono una di quelle mamme assillanti .lei ha fatto sempre ciò che voleva.spero possiate consigliarmi la cosa giusta da fare
 
Gentile Linda,
sua figlia si trova in un periodo in cui, vista la sua età, ci può essere un cambiamento, nei suoi interessi, quindi nelle sue priorità. Capisco la sua preoccupazione, più che lecita, però è abbastanza grande da poter decidere cosa sia meglio per lei in questo momento; costringerla potrebbe avere l’effetto opposto, ossia demotivarla e renderle spiacevole anche lo sport che per lei è comunque importante. La cosa che sento di consigliarle, in modo da indagare ulteriormente i motivi che la portano a fare questa scelta e ne sia realmente consapevole, è di parlarne con la sua istruttrice per poter conoscere ulteriori elementi. E’ giusto che un genitore cerchi di prevenire quello che può sembrare un errore per suo figlio, ma è anche vero che i ragazzi vanno responsabilizzati per le scelte che fanno.
Nella speranza di esserle stata utile, le porgo cordiali saluti.
Dott.ssa Laura Camastra



30 gennaio 2017

Salve,

Sono un po in difficoltà. Mia figlia 7 anni appena compiuti, fa nuoto a livello preagonistico da 2 anni, e anche fa ginnastica artistica  a livello preagonistico da 2 anni...  e da aggiungere che a scuola studia fino alle 16 dopo va alle allenamenti.... finendo sempre alle 1930/20 ...Questo la impegna per tutti giorni della settimana, tranne giovedi. 

 Da dicembre di questo anno, non la vedo tanto motivata ad andare a fare ne uno sport ne l'altro..

 Per Ginnastica che prima amava, e non vedeva l'ora di andare.... adesso è un po persa in allenamento, non è concentrata, fa tutto male o senza voglia  e l'allenatrice che è molto severa, la sgrida tanto,  magari a volte in modo un po troppo forte,per farle capire che devi impegnarsi.... ma lei non ascolta.....

 Il bello è che pero in gara o nei saggio finale per esempio.. e molto concentrata e tira fuori tutta la sua grinta...

Non so come comportarmi...  se sgridarla per farla stare più attenta in allenamento, o parlare con l'allenatrice e spiegare che magari e un periodo.

 Per quanto riguarda il nuoto, non potendo assistere agli allenamenti, non so bene come si comporta... so solo che la maestra mi ha detto  ha molto potenziale ma che si perde un po....

 Capisco anche che è molto forte tutto il suo allenamento. e che sicuramente e stanca di avere degli impegni extra scolastici, e non avere tempo per giocare e divertirsi... perché parliamoci chiaro entrambi sport non sono per niente divertenti se si fanno a questi livelli...

Prossima anno che passera al livello agonistico vero e propio... dovrà decidere quale è lo sport per il quale a più passione... 

 Come posso aiutarla a vivere meglio questo periodo?? Come posso aiutarla a farle scegliere quale e il suo sport?

 Grazie mille

 
 

Gentile mamma,

da quello che mi racconta si può capire che sua figlia sta vivendo un periodo di calo di motivazione e di poca concentrazione durante gli

allenamenti sportivi. A mio avviso questo calo è normale: sua figlia è molto giovane, ha solo 7 anni, è ancora una bambina. E' fisiologico che si senta stanca dopo la scuola, con lo studio che aumenta sempre, e che quindi non sia ogni giorno concentrata e al top. Inoltre a quell'età le attività sportive sono viste come un gioco, un divertimento, un momento per staccarsi dagli impegni scolastici ecc. Probabilmente sua figlia deve ancora fare il passaggio mentale da questo tipo di sport a quello invece legato all'agonismo e nel quale l'allenamento è funzionale e fondamentale per ottenere risultati. Ripeto, ha solo 7 anni e quindi ha tutto il tempo per fare il salto. 

Lei come mamma potrebbe cercare di parlarle e capire quale sia il livello di interesse e motivazione verso i 2 sport, quale sia il suo preferito e quali gli obiettivi (divertimento o competizione?). In questo modo potrà avere maggiori informazioni su ciò che sta accadendo ora e su come affrontare le scelte future. Inoltre, a mio avviso, sarebbe importante far capire a sua figlia che non deve sentirsi obbligata ma che deve essere una sua scelta, in base alla sua voglia e motivazione. Inoltre dovrebbe capire che l'impegno e la concentrazione sono molto importanti e necessari ma che è normale avere dei momenti di calo e stanchezza. L'importante è non abbattersi, recuperare e ricominciare.

 

Spero di esserle stato utile.

Cordiali Saluti

Dr Paolo Peluchetti




17 gennaio 2017


Buongiorno,

mia figlia 10 anni pratica nuoto agonistico per il secondo anno. A detta degli istruttori è sempre stata bravina, ma in gara non ha mai reso quanto in allenamento. 

Conversando con lei è venuto fuori che lei ha molta paura di fare male di sbagliare la partenza, la virata e la nuotata; insomma tutta la gara. Dice che pensa che tanto non ce la fa e che è inutile sforzarsi.

Purtroppo ha una scarsa autostima di se: la mia preoccupazione è che il nuoto agonistico anzichè migliorare la sua autostima finirà per peggiorare la situazione. Lei non ne vuole sapere di cambiare sport e mi ha detto che proverà a sforzarsi di pensare positivo....e cercherà di impegnarsi al massimo.
Temo però che ci vorrà tempo. Come posso intervenire? Dovrei coinvolgere l'istruttore?

Gentile mamma,

leggendo le sue parole, mi è sfuggito un aspetto per avere un quadro più chiaro della situazione; come vive sua figlia questa situazione?E’ una problematica venuta fuori e riportata dalla bambina?Come vive il non riuscire come in allenamento? Poiché la paura di sbagliare è un aspetto normale, ma non dovrebbe incidere a tal punto da bloccarla.

Se allora potrebbe incidere sulla sua autostima. Da come la descrive, sembra una bambina non molto consapevole delle sue capacità, visto che parte dal presupposto di non impegnarsi perché non ce la farebbe comunque. Sarebbe anche utile avere maggiori informazioni sul suo istruttore, sulla relazione che crea e su quanto pone l’attenzione all’aspetto del risultato piuttosto che al compito, quindi all’impegno messo.

Probabilmente farle cambiare sport, se non è un desiderio della bambina e non vive troppo negativamente l’aspetto del risultato, potrebbe confermare l’idea in lei che anche voi non crediate nelle sue capacità. Ciò che mi sento di consigliarle è comunque di parlarne col suo istruttore affinché le stia vicino e le insegni a gestire anche la paura pre-gara; in questo sarebbe utile anche un percorso di training emotivo che la aiuti ad esplorare le sue emozioni, le sue risorse, in modo da lavorare sul rafforzamento della sua autostima.

Le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



Salve,

sono una mamma di una bambina che ha 7 anni e mezzo e svolge pattinaggio artistico da quando ha 4

anni; la bimba è entrata da quest'anno nel gruppo dell'agonismo dove gli allenamenti sono molto duri e

impegnativi; non riesco a capire veramente se mia figlia è felice di questa scelta o se è stata trascinata

dagli eventi e non sa come svincolarsi senza che questo la faccia sentire in difficoltà; diciamo che non

eccelle nei risultati, ha però stretto delle amicizie  e si impegna (è molto costante nelle cose) ma mi

preoccupa il fatto che l'impegno è tale da impedire fondamentalmente altre attività oltre a quelle

scolastiche ed essendo molto piccola mi sembra limitante e stancante per lei fare una "vita" che

sembra quella di una piccola adulta...viceversa abbiamo investito tanto in questa attività sia come soldi

che come tempo e mi rendo conto che sarebbe un peccato abbandonarla, ma mi chiedo perchè in

questo tipo di sport non si possa affrontare l'agonismo in maniera un po' più "soft" ed aumentare il tiro

magari quando si è più grandi...vedo un alto rischio che bimbi così' piccoli si stanchino presto e

abbandonino magari quando sarebbe l'età giusta per affrontare gare e stress relativo perchè ormai

stanchi;

come posso capire se davvero mia figlia è felice e convinta di questa scelta sportiva e come affrontare

serenamente tutto questo impegno richiesto dalla socità in termini di allenamenti senza che questo poi

porti realmente a chissà che risultati?



Gentile signora,

lo sport agonistico prevede ritmi molto intensi in quanto quel tipo di allenamento è pensato per arrivare

ad ottenere una perfetta prestazione fisica e preparazione atletica in vista delle gare e delle

competizioni.

All’età di sua figlia lo sport dovrebbe essere più che altro un’attività ludica; la bambina dovrebbe giocare

allo sport, non praticare lo sport.

Spesso infatti l’eccessivo impegno, le eccessive richieste da parte dell’allenatore e della società,

l’eccessiva stanchezza potrebbero portare il bambino a non vivere serenamente l’esperienza sportiva e

a perdere di vista la natura ludica dello sport.

Quello che la preoccupa di sua figlia, ossia la sua convinzione nel continuare a praticare lo sport,

potrebbe essere facilmente affrontato attraverso il dialogo. Provi a parlare con sua figlia, a chiederle se

ha difficoltà nel portare avanti uno sport che le occupa molto tempo, se ha problemi durante gli

allenamenti, se li trova troppo difficili; attraverso le parole potrà comprendere quello che prova e pensa

la bambina.

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



11 gennaio 2017

Buonasera, vi scrivo perchè da circa due mesi mio figlio di 23 anni attraversa un brutto periodo a livello sportivo.

Ha sempre giocato a calcio ma e non è mai riuscito ad imporsi nella società in cui milita..mi dice che il mister lo riprende più spesso in allenamento rispetto ad altri compagni e che gli disse le seguenti parole: fin quando non giocherai con grinta, senza paura non ti farò mai giocare, anche perchè le tue qualità sono importanti ma non le esprimi.

mio figlio dice che ormai ha perso le motivazioni e sta pensando di lasciare, ma io cerco di fargli capire che l allenatore se lo riprende è perchè crede in lui..insomma,concludendo, mio figlio dice che non si diverte più perchè in ogni pllone che tocca in allenamento si sente sotto esame.

cosa potrei dirgli? grazie


 

Gentile genitore,

da quello che mi racconta è possibile capire che suo figlio da qualche mese ha perso la voglia di giocare a calcio a causa del rapporto con il proprio allenatore che lo riprende spesso durante gli allenamenti e non lo schiera durante le partite. Sentendosi poco considerato ha un grosso calo motivazionale. Sarebbe importante capire quanta voglia abbia suo figlio di restare in questa squadra. Vuole solo giocare a calcio o giocare in quella squadra? Dalle parole che lei riferisce dette dall'allenatore è possibile capire quale sia la strada che suo figlio dovrebbe seguire per guadagnare spazio: giocare con grinta e senza paura. Inoltre mi sembra di capire che il mister sia consapevole delle qualità e potenzialità del calciatore ma voglia qualcosa di più. Mi sembra un buon attestato di fiducia. Dall'altro lato è indispensabile capire la volontà di suo figlio: ha intenzione di impegnarsi come richiesto o preferisce un ambiente meno impegnativo e assillante?

Lei mi chiede cosa potrebbe dirgli: quello che lei ha già cercato di dire è giusto e corrisponde a verità. Io aggiungerei che la strada da seguire gli è stata indicata dall'allenatore e che sta a lui capire se ha ancora voglia di impegnarsi o preferisce cambiare. Nessuno gliene farà una colpa.

Spero di essere stato utile.

Dr Paolo Peluchetti                   




21 dicembre 2016

Gentili,

 ringrazio fin da ora per un vostro aiuto. Ormai non riesco più a consigliare mia figlia per uno sport che l'aiuti a tenersi in forma e magari ad eliminare la sua pancetta...

Partiamo dall'inizio. Comincia presto a quattro anni una propedeutica ludica con la ginnastica ritmica. L'anno dopo con quella artistica. Si diverte anche. Nulla di agonistico, a lei basta muoversi un poco. In realtà a sei anni comincia già a suonare il piano ed è portata per lo studio della musica. Non è un genio. Potrebbe con il suo talento ma studia comunque poco, neanche 10 minuti al giorno. Quindi non è sfruttata..

Poi passiamo alla danza a otto anni. Qui, mentre canta in un coro di voci bianche e segue il piano, si diverte abbastanza, anche se a volte non si entusiasma troppo. Le altre sono magrissime, lei no. Comunque l'allenamento la rende abbastanza elastica e riesce abbastanza a seguire le lezioni.

Intorno ai 10 anni però non ne può più di danza, forse dovuto al fatto che oltre vedersi diversa dalle altre, anche l'insegnante non la stimola molto e arriva a darle "colpe" che non ha durante intervalli ludici, quindi non riferito alla danza...

Così approdiamo alla ginnastica artistica su ghiaccio. La cosa la entusiasma molto.

Anche se non ha il solito fisico ... comunque riesce ad entrare nella squadra pre-agonistica e a fare qualche garetta.

Qui però la questione per me cambia: costa tantissimo e ho già spese grosse con la musica. Riesce ad entrare in conservatorio con il piano: il suo sogno.

Io però non riesco a sostenere anche il peso di uno sport così costoso per l'agonismo. E comunque gli allenamenti non sono compatibili con il conservatorio.

Dovrebbe accontentarsi dei corsi base, che ovviamente per lei che ha fatto pre agonismo sarebbero soft (da noia). Provo ad indirizzarla intanto in una palestra per la posturale. Il ghiaccio le lasciava segni neri sulle sue ginocchia, dopo le numerose botte, inevitabili per gli allenamenti. I segni non passano, ma lei vorrebbe solo quello  sport, o equitazione, altro sport improponibile per le mie tasche.

Adesso ha 13 anni, piena adolescenza, e passa molto tempo a letto, stesa, dicendo che è stanca e non riesce a fare nulla. Ok. La porto da un dottore che è anche naturopata per vedere che si può fare. Segue a volte si a volte no, la curetta di integratori, fiori di Bach ecc, che le ha prescritto.

Non sceglie nessun altro sport. Piuttosto di vederla così nullafacente, ok, facciamo sti corsi base. Bisogna scegliere i pattini. Ma non si anima ancora. Io cerco di risparmiare ma la cosa mi è ancora pesante. Non vedo che se parlo di ritornare sulla pista mi dia soddisfazione, è come anestetizzata. Va bene, se vuoi, se no è lo stesso. Queste sono le risposte.

Le parlo, cerco di capire se potrebbe piacerle qualcos'altro. E' consapevole che l'unico voto negativo a scuola è ginnastica. Il resto è tutto buono. Il conservatorio segue bene. Ha voluto anche il violino, ma di fare movimento non se ne parla.

Che cosa posso ancora inventarmi?

Dove sbaglio? Tutti mi dicono che muoversi fa bene, ma con lei non ho fortuna...

Ormai sono due anni che non fa uno sport. Comincia ad avere mal di schiena... le ho già proposto la palestra correttiva, dove peraltro si trovava bene. Nulla. Danza sia classica che moderna, meno ancora. Che altro? Pallavolo e basket non le piacciono e sono anche più rischiose per le mani che devono suonare... Nuoto forse, ma ha la dermatite che a contatto con il cloro peggiora molto (piaghe).

 

Grazie mille!

 

Chiara 

 

 

Gentile Chiara,

Si fermi per un attimo! Praticare uno sport è una sana abitudine e se chi lo pratica ne trae benefici psicologici, fisici e di benessere a 360° ha fatto BINGO! Quindi lo sport deve dare soddisfazione a sua figlia e se ciò non accade, probabilmente, a poco giovano le sue numerose proposte ed inoltre l’aspetto economico grava non poco sulla situazione.

Nella scelta di uno sport il ruolo del genitore è fondamentale perché faccia un compromesso tra l’impegno economico e di tempo da investire e le aspirazioni del figlio, ma la invito a tener presente che sua figlia è un’adolescente e si trova in una fase evolutiva ricca di cambiamenti in cui acquista sempre maggiore autonomia nel gestire i propri spazi e relazioni ed è un momento importante per costruire la propria identità.

Le propongo di immaginare

 una madre con la propria figlia in un negozio di dolci.

La figlia vuole provare tutto e così comincia a ingurgitare. Ciò che può fare la madre è: 1) assecondare ogni richiesta della figlia col rischio che stia male o di non avere abbastanza soldi oppure 2) porre un limite facendo i conti col portafoglio e poi con la possibilità che la ragazza abbia un gran mal di pancia “Posso aiutarti ad assaggiare una o due cose, scegli quella che più ti piace”.

La prima strategia, anziché stimolare una scelta, è probabile che produca confusione. La seconda strategia, è probabile che 

aiuti la ragazza a scegliere partendo da ciò che desidera lei stessa

lasciandole la possibilità di valutare in maniera autonoma.

Mi sembra che sua figlia sia in grado di farcela! Avendo fatto così tante attività, dallo sport al canto al conservatorio aggiungendo anche la scuola, ha davvero molte competenze e molte frecce al proprio arco. Ha solo bisogno dei propri spazi e dei propri tempi. Il suo ruolo di madre è fondamentale per accompagnarla nel suo cammino di maturazione sostenendola nelle scelte che vorrà fare.

Buon cammino.

 

Laura Nemolato


15 dicembre 2016

Scusatemi se vi disturbo, ma ho una domanda molto strana da porvi.........forse già qualche genitore in passato ha posto il problema...
Ho un bimbo di 9 anni che gioca a pallone in una società, dove gli allenatori del 2007 e 2006 non fanno che litigare perché sono organizzati male.......in questo modo stanno creando all'interno della squadra una notevole crepa, dove quelli un po' più bravi vengono convocati nel 2006, mentre quelli un po' meno nel 2007, creando così negli spogliatoio un clima di superbia al quanto accapricciante.
All'allenatore più volte gli è stato fatto presente quanto sopra, ma lo stesso continua a sostenere che lui non può farci nulla e che tutti GLI ALLENATORI  vogliono una squadra composta da bimbi forti.
MA E' POSSIBILE TUTTO CIO'? UN BIMBO COSI' FACENDO VIENE PORTATO AD ABBANDONARE UNO SPORTO CHE AMMA ALLA FOLLIA... ma un allenatore può punire un bimbo non convocandola la domenica perché durante gli allenamenti ha fatto una scivolata?
GRAZIE MILLE




Gentile genitore, 
tutto ciò è possibile. La situazione che ha descritto non è rara, anzi. In molti settori giovanili, soprattutto nel calcio, le società o gli allenatori scelgono di formare le squadre in base alle capacità e alla bravura dei calciatori, dividendo i migliori da quelli meno bravi. Ciò succede per avere almeno una squadra molto competitiva e così avere maggiori possibilità di vittoria. Sono scelte che ogni società fa, a mio avviso a discapito di quello che dovrebbe essere il reale obiettivo di un settore giovanile e cioè quello di "far crescere" i bambini sia calcisticamente che umanamente. Per evitare fraintendimenti e liti la società dovrebbe motivare e chiarire questa scelta a inizio stagione.
Questa situazione inevitabilmente crea malumori nello spogliatoio, soprattutto nei bambini/ragazzi convocati nella squadra B. Dovrebbe essere compito dell'allenatore quello di creare un clima sereno, di rispetto e crescita per impedire atteggiamenti arroganti e di superbia. Sono consapevole che per un bambino non è facile essere sempre convocato con la squadra meno forte ma ciò non deve essere visto come una critica ma come uno spunto a dare ancora di più e ad impegnarsi al massimo. Il calcio è pieno di esempi di ragazzi scartati o poco considerati che  grazie alla loro forza di volontà sono arrivati ad ottenere risultati incredibili: esempi recenti sono quelli di Jamie Vardy e di Gianluca Lapadula.
Per quanto riguarda le punizioni a seguito di una scivolata non posso dare una vera opinione: ogni allenatore ha un proprio metodo di giudizio, le proprie regole e la propria visione. Dipende quindi dalla sua valutazione e dalla pericolosità ed intenzionalità del gesto.

Spero di essere stato utile.

Cordialmente

Dr Paolo Peluchetti


14 dicembre 2016

buongiorno,
Mio figlio ha 7 anni. 
Pratica judo da due anni, ha partecipato anche a qualche gara con ottimi risultati.
Pratica anche nuoto e tennis. Il risultato di ciò e che è molto sicuro di se.
Da quest'anno ci ha chiesto di giocare anche a calcio. 
Lo abbiamo accontentato più che altro perchè a differenza degli altri sport questo è un gioco di squadra.
Purtroppo a mio parere non è molto portato per il calcio, con lui ci sono bambini di pari età molto più bravi e questo secondo me potrebbe avere impatti negativi sulla sua autostima (forse li sta già avendo).
Non so però se, per la sua autostima, è meglio lasciarlo continuare in una attività in cui ottiene pochi risultati o indurlo ad abbandonare il calcio per dedicarsi ad attività in cui ottiene risultati migliori.

saluti

V.Tommaso

 

 Gentile signor Tommaso,

da quanto lei mi scrive non riesco a comprendere l’entità dell’impatto negativo che il calcio possa avere sull’autostima di suo figlio. Lei riporta delle sue impressioni, ma non come il bambino vive realmente questa situazione; da quando gioca a calcio ha avuto dei cambiamenti? Si mostra meno sicuro di sé? È spaventato dal confronto con gli altri bambini?

Probabilmente suo figlio si sta solo abituando a questo nuovo sport che, essendo anche di squadra, porta con se un approccio diverso alla disciplina sportiva e la necessità di entrare in relazione e stringere rapporti con i compagni.

 Potrebbe, pertanto, lasciare suo figlio libero di scegliere se continuare in questo sport che lui stesso ha chiesto di fare, nonostante la già intensa attività fisica da lui svolta, e non indurlo ad abbandonarlo in favore di un’ulteriore attività sportiva in cui, solo ipoteticamente fino a che non la pratica, potrebbe ottenere migliori risultati.

 Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

 



5 dicembre 2016

buongiorno,

sono madre di una bambina di 11 anni che da 5 anni frequenta corsi di ginnastica artistica.

Ha iniziato a 6 anni a farla presso un corso post scuola, ma quando a 9 anni ha capito che le piaceva

sempre di più, io stessa ho deciso di iscriverla presso una palestra professionale.

Le nuove allenatrici l'hanno inquadrata già bene,però hanno notato che era molto indietro con gli allenamenti e la tecnica, ma mia figlia che ha una vera e propria passione per questo sport gli ha dato sotto e quest'impegno è stato premiato dall'allenatrice del gruppo preagonistico (una vera soldatessa) che l'ha inserita insieme alle altre bambine di questo gruppo.

Lei si trova bene e segue con passione tutti gli insegnamenti, solo che ha notato che alcune compagne sono più "preparate" e quindi spesso mi dice che secondo lei è la più scarsa, io naturalmente le dico che l'allenatrice sa benissimo gli sforzi che lei ha fatto e sta facendo per seguire

" a certi livelli",perchè alcune volte dice a mia figlia che le piace che è una tipa "tosta", anche se ogni tanto le fa notare che sta un po' indietro...

l'altro giorno in palestra provava e riprovava il balletto del corpo libero per una gara e dopo un po' l'insegnante le ha detto che con quei movimenti sembrava un pagliaccio, al pubblico non poteva far vedere questo!

Ecco addio autostima! Mi ha detto di essersela presa, che non era carino quello che aveva sentito.

Da parte mia l'ho sollecitata a capire che in genere tutti gli allenatori professionali per spronare un po' i loro allievi devono "umiliarli", ma dentro di me ho pensato che forse si poteva evitare.

Mi domando se la mia teoria può essere giusta.

Credo che mia figlia si sminuisca troppo, vorrei fosse più sicura di quello che fa, ma in che modo può capirlo da sola?

 

Gentile signora,

l'atteggiamento che lei ha con sua figlia è corretto poichè tenta di spronarla a credere di più in se stessa senza mai andare contro l'allenatrice ma, anzi, dando credito a quanto lei dice durante le sessioni di allenamento; questo fa si che non si vengano a creare dissapori tra sua figlia e l'allenatrice. L'aver umiliato la ragazza potrebbe, come dice lei, essere un modo per farle dare il massimo anche se questa modalità non è molto adatta ad un carattere poco sicuro come quello di sua figlia.

 

Probabilmente la poco fiducia in sè di sua figlia è dovuta all'iniziale confronto con le altre compagne che ritiene più preparate; è normale e con il tempo il divario andrà a diminuire e la bambina acquisirà autonomamente più sicurezza e fiducia in se stessa.

Se, al contrario, l'insicurezza (che comunque da quanto lei mi scrive non risulta essere eccessiva) non dovesse affievolirsi, a meno che non vada ad influire negativamente sullo sport o sulla vita privata non rappresenta un nemico da combattere ma potrebbere essere un alleato per spingerla a dare sempre il massimo.

 Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



Buongiorno.

Mia figlia Giulia di 9 anni pratica nuoto agonistico da due anni come esordiente B; si allena con impegno quotidiano con risultati nella media ed affronta le gare con la serenità di chi sa di non arrivare in zona medaglia, totalmente sostenuta da noi genitori che non abbiamo mai forzato la mano sul piano dei risultati.

E' una bambina molto timida ed introversa, che non si espone mai; per questo noi genitori abbiamo visto con soddisfazione la sua voglia di affrontare un percorso fatto di gare, perché immaginavamo una sua crescita più persona che come atleta.

Tuttavia, mentre fino allo scorso anno si posizionava nel mezzo della graduatoria, quest'anno nelle tre gare provinciali la bambina è arrivata sempre ultima, in tutti gli stili: abbiamo notato non solo che fisicamente  Giulia è rimasta la più bassa rispetto a tutte le altre bambine con cui gareggia ed è estremamente minuta (entrambi fattori che incidono negativamente sulla performance natatoria), ma soprattutto che la bambina rende molto meno in gara che negli allenamenti, come se avesse il freno a mano tirato; lei dice di sentire le gambe di legno e sbaglia le virate come se non sapesse farle.

A noi pare che non riesca più a gestire la paura.

A fine gara noi la lodiamo per come ha nuotato  e la esortiamo a continuare per migliorare se stessa senza pensare al risultato delle altre bambine; lo pensiamo sinceramente e lei sembra rasserenarsi. Poi però l'abbiamo vista piangere sotto la doccia a fine gara.

Un nostro amico allenatore ci ha detto che questo nostro atteggiamento non è adatto alla pratica di uno sport agonistico e che faremmo meglio ad indirizzare nostra figlia verso un nuovo sport che possa darle più soddisfazioni; alla lunga, secondo questo nostro amico, essere sempre l'ultimo anello della catena potrebbe incidere negativamente sulla fiducia in se stessa nella vita di tutti i giorni.

(sarà un caso, ma la bambina, sempre bravissima a scuola, da un mese a questa parte, dice di non capire la matematica anche contro l'evidenza dei suoi "eccellente")

 

Dateci un consiglio; non vogliamo "danneggiare" l'autostima di nostra figlia e  non sappiamo se sia meglio :

- sostenere la bambina nella pratica del nuoto agonistico che ha scelto da sola e che pratica volentieri nonostante gli allenamenti pesanti ed i risultati deludenti delle gare

- o dirottarla, con tranquillità, verso la pratica di altri sport, dove la bambina, molto sportiva ed estremamente coordinata, potrebbe avere qualche soddisfazione in più (come il nostro amico consiglia) ?

 

Io e mio marito siamo propensi per farle continuare il nuoto, almeno finché la bambina continua ad andare volentieri, senza curarci dei risultati e pensavamo questo anche per insegnarle che non si scappa di fronte alle difficoltà; ma sia io che mio marito siamo teste dure e forse non siamo capaci di leggere nella psiche altrui.

Attendiamo un vostro illuminante consiglio.

Grazie.

C.

 

Gentile C.

da quello che mi scrive mi sembra di capire che sua figlia vada volentieri a nuoto e l'impegno sia costante,questo può essere un buon indicatore di un buon adeguamento di Sua figlia . A mio avviso ciò può significare che la motivazione non le manca e che quindi è ancora convinta della sua scelta, e questo è molto importante. Le difficoltà soprattutto nel momento della gara: se da un lato ha consapevolezza di non poter competere per le medaglie, dall'altro prova può provare delusione e tristezza dopo brutti risultati. Credo che ciò sia normale: il pianto sotto la doccia è lo sfogo classico per un risultato non soddisfacente. E' ancora più doloroso se è causato da un errore dovuto ad un blocco personale. E' importante capire a cosa sia dovuto questo blocco (aiutarla quindi a registrarsi meglio a livello emotivo) . Lei riferisce che sia paura. Potrebbe essere, ma potrebbe anche essere altro. Proverei a capire quali sono le reali emozioni che sua figlia vive nel momento della gara, quali sono le sue aspettative e i suoi pensieri. Capito questo si potrà poi agire di conseguenza.

Suggerirei la tecnica del goal setting: essa consiste nel fissare degli obiettivi personali che abbiano determinate caratteristiche. Devono essere chiari e ben definiti, misurabili, accessibili e definiti nel tempo. Nel caso di sua figlia sarebbe importante definire obiettivi legati alla prestazione, al miglioramento dei tempi, della tecnica e non legati ai risultati e alla posizione finale in gara. Il superamento, attraverso l'impegno e la costanza, di tali obiettivi permette di ottenere soddisfazioni e orgoglio personale.

Per quanto riguarda l'atteggiamento di voi genitori è importante, a mio avviso, sostenere le scelte e le decisioni di vostra figlia. Finchè sarà motivata a fare nuoto è giusto sostenerla; dirottarla verso un altro sport solo perchè non vince potrebbe spingerla a pensare che l'unica cosa importante siano i risultati in gara e ciò non mi sembra corrisponda alla vostra e alla sua posizione. Inoltre, oltre ad insegnarle che non si scappa dalle difficoltà, potrebbe passare il messaggio che con l'impegno e la dedizione si possono raggiungere ottimi risultati personali e che lo sport non è solo una sfida contro avversari ma anche con se stessi.

 

Spero di essere stato utile.

 

Dr Paolo Peluchetti

 



Mio figlio Lorenzo gioca a calcio dall’età di 7 anni con una grande passione, sempre la palla dietro anche nei momenti liberi, in casa palleggi con la pallina di gomma piuma ecc. Noi lo abbiamo sempre sostenuto e lui con grinta è diventato bravino. Oggi a 13 anni ha anticipato la crescita ed ha un fisico notevole, 1.70 di altezza e una discreta tecnica. Per il 3° anno ha i due medesimi allenatori, si fa ben valere tanto da essere stato segnalato sia alla rappresentativa provinciale di Parma che al parma Calcio stesso.

Improvvisamente mi dice: papà, Giacomo (uno degli allenatori) mi ha fatto perdere l’entusiasmo, non voglio più andare! Ogni volta mi sgrida, non gli va mai bene niente, mi mette apposta nella posizione dove mi trovo male ecc. Per noi una doccia gelata.

Da Settembre ha anche una morosina. Da agosto si è complicata un po’ la situazione in quanto la ns figlia più grande 21 anni si è messa insieme all’allenatore Giacomo e non vorremmo fosse questo a pesargli. Grazie davvero per un Vs consiglio!!

 


Gentile papà di Lorenzo, le cause della perdita di motivazione di suo figlio possono essere tante, dal fatto di frequentare una ragazza, alle complicazioni per via della sorella, ai problemi con l'allenatore Giacomo. O anche tutto un insieme di queste. Quello che dispiace è senz'altro il fatto che sia un ragazzo con la possibilità di andare avanti e crescere nel calcio e quindi è importante capire cosa stia succedendo. In questo momento è necessario più che mai che voi non vi allarmiate per la situazione e che cerchiate di capire quale sia la causa principale di questo allontanamento. Probabilmente è confuso lui stesso quindi è importante sostenerlo e superare questo momento di crisi insieme. Mi auguro di esserle stata di aiuto.

 

Un caro saluto,

Dott.ssa Marica Vignozzi

 




16 novembre 2016

Salve,

sono una ragazza di 23 anni e gioco a calcio.

Quest'anno militiamo in Serie B, durante l'estate ho lavorato sodo per stare bene fisicamente dato che negli anni passati ho avuto vari infortuni allo stesso ginocchio operato anni fa per una lesione LCA.

 La mia allenatrice però non mi "vede", dice che sono troppo istintiva e ad ogni allenamento mi urla di tutto (condendo ogni tanto con qualche insulto) perché non faccio ciò che lei vorrebbe facessi in determinate situazioni. Adesso ho l'ansia anche solo ad andare ad allenamento e non riesco a rendere perché ho paura di sbagliare costantemente. Mi sento molto inferiore rispetto alle mie compagne, nonostante molti invece credano in me e sostengano che abbia delle buone doti. Purtroppo però la mia allenatrice non la pensa allo stesso modo. Ho l'ansia da prestazione durante gli allenamenti. (non ho ancora giocato in campionato, e questa settimana non vengo neanche convocata).

Cosa posso fare per non farmi condizionare eccessivamente?

Ho pensato anche di cambiare squadra appena possibile, sperando di trovare un più di serenità e di continuità; ma si sa come si dice "sai quello che lasci, non sai quello che trovi".

E cosa posso fare per migliorare la cattiveria agonistica che mi manca?

 

Buongiorno a te,

da come scrivi, mi sembra di capire che il giudizio della tua allenatrice incida molto sul tuo giudizio personale, quindi, sul tuo stato emotivo durante l’attività sportiva. Sento comunque che ci sia una forte motivazione, ma che il contesto ti blocca. Sicuramente il condizionamento esterno e soprattutto dell’allenatore, influenza molto, ma sarebbe curioso sapere prima di questo momento come ti percepivi?Come vivevi l’allenamento e l’aspetto di prestazione sportiva? Ti consiglierei di riflettere sulle tue potenzialità, di concentrarti sui tuoi aspetti positivi, integrandoli agli aspetti tecnici-tattici che comunque l’allenatore è tenuto a rimandare. Sarebbe stato interessante avere maggiori informazioni sul gruppo, su come ti senti con le compagne di squadra e se può essere una risorsa per te; affidarti a loro nel ricevere un sostegno che non senti di avere dall’allenatrice. Il mio consiglio è comunque quello di cercare un dialogo, un’apertura con lei, perché il confronto può essere sempre costruttivo e un modo per capirvi e avvicinarvi. Per quanto riguarda la cattiveria agonistica che pensi di non avere, ti direi di lavorare prima sulla sicurezza e fiducia in te stessa, il resto può venire solo in un secondo momento.

Ti faccio un grande in bocca al lupo e ti saluto.

Dott.ssa Laura Camastra



15 novembre 2015

Salve, mia figlia ha quasi 8 anni ed ha sempre praticato pattinaggio artistico a rotelle; ha iniziato da qualche mese l'agonismo con entusiasmo (suo); io sono sempre stata un po' scettica per il grande impegno richiesto (9-10 ore di allenamento settimanali) e perché con tutta sincerità vedo mia figlia un po' in difficoltà rispetto alle altre ed ho paura che si senta inferiore per non raggiungere il loro livello; 

Tutto è scorso con entusiasmo nonostante la fatica, sono iniziate alcune garette con risultati discreti (non eccellenti) ma con soddisfazione comunque; adesso in vista della prossima gara ho visto mia figlia improvvisamente tesa, stanca e preoccupatissima, l'allenatrice inizia a brontolarla perché non esegue bene i nuovi passi che dovrebbe fare e lei mi dice che vuole smettere, perché è stanca e perché non le riesce.

Non so come comportarmi, sono molto combattuta: da un lato ho sempre pensato fosse un impegno troppo importante per lei e per noi, dall'altro mi dispiace molto perché ci abbiamo investito tempo e denaro e perché non vorrei che lei rinunciasse perché non si sente all'altezza e vivesse questo momento come una sconfitta; come capire se è soltanto un momento di stanchezza o di preoccupazione per la gara imminente o se davvero è arrivato il momento di smettere? Cosa mi consigliate di fare per il bene della bimba?

Grazie

 


Cara mamma,

certe volte vorremmo poter impedire che i nostri piccoli vivano esperienze deludenti spianando loro la strada ma in questo modo è probabile che li priviamo di un momento di crescita. E la situazione che ha descritto può essere un momento di crescita importante per sua figlia.  La sensazione di inferiorità che descrive la sperimenta sua figlia oppure è qualcosa di cui lei stessa ha paura? La invito a separare ciò che prova lei da ciò che può sperimentare sua figlia che ha 7 anni, tenendo presente che a questa età

lo sport viene vissuto come un gioco per cui si collega al divertimento

ed alla voglia di muoversi, ciò indipendentemente dai risultati (eccellenti o meno). D’altronde i nostri bimbi, soprattutto quelli che fanno orario continuato, trascorrono diverse ore a scuola, seduti e concentrati. Il mio suggerimento è di lasciare che sua figlia viva con naturalezza questa esperienza quindi sperimentando anche la fatica o la preoccupazione per una gara in modo che possa sentirsi in grado di valutare da se’ se proseguire o meno. In questa fase lei potrà essere d’aiuto sostenendola nelle sue scelte, qualsiasi esse siano.

Un caro saluto

Dott.ssa Laura Nemolato

11 novembre 2016

Buongiorno, sono mamma di un bimbo di 6 anni. Molto coordinato e dotato per tanti sport. fin da piccolo è appassionato di basket ed ora gioca a mini basket. Inizialmente timido appena prende confidenza si butta nel gruppo e si lascia andare. Così anche con la scuola. è un diesel. Fatica a entrare nel gruppo ma quando è sicuro di se diventa un leader.

Il problema con lui sono le gare e le prestazioni in pubblico. Non ne vuole sapere. L'anno scorso durante una manifestazione nel nuoto è stato l'unico bambino (su circa 200) a non entrare in acqua. Ha l'ansia da prestazione a mio avviso. Gioca spesso con il papà che è molto sportivo, lui lo carica spesso e lo loda in continuazione ma il bambino quando deve confrontarsi con gli altri bambini entra in panico, soprattutto in situazioni in cui lui vede una possibile gara. Ha paura di deludere, di non essere all'altezza. Essendo così bravo e dotato forse sente la pressione delle aspettative, non solo nostre, anche sue personali e per evitare di deludersi e deludere si blocca. Mi spiace perchè potrebbe prendersi delle soddisfazioni e divertirsi. Invece patisce.

Come si può gestire questo suo disagio? 

Grazie per una risposta. 

 

 

Gentile mamma,

è facile comprendere il suo dispiacere nel vedere le difficoltà di suo figlio e in particolare il fatto che esse limitino le sue possibilità di divertimento e soddisfazione.

 

 Da quello che mi sembra di capire il bambino è inizialmente timido e si lascia andare solo quando prende confidenza. A mio avviso ciò può non essere ancora avvenuto per quanto riguarda il mini basket: è possibile che suo figlio non sia ancora riuscito a superare la timidezza iniziale e probabilmente non si sente ancora perfettamente a suo agio. 

E' possibile anche che provi un po' di timore e paura nel confrontarsi con gli altri, intesi come compagni di squadra, avversari e pubblico.

Per risolvere la situazione a mio avviso è importante capire quali sono i reali pensieri di suo figlio: che aspettative ha? quali sono le sue paure? Quali possono essere le conseguenze, secondo lui, dei suoi comportamenti in campo? E' fondamentale capire davvero il perchè non se la senta di giocare e competere con gli altri e poi lavorare su quello. Riuscire infatti a farlo permetterà prima di tutto a noi genitori di registrare il nostro comportamento educativo in modo da poterlo aiutare ad esperire emozioni, relazioni e situazioni in modo costruttivo e migliorativo per il suo carattere e la sua resilienza personale.

 Può essere utile tranquillizzarlo e fargli capire che prima di tutto lo sport deve essere un divertimento, un momento di gioia e condivisione e non una mostra nella quale si è giudicati per le proprie competenze o capacità. Spronarlo non solo a dare il meglio ma a divertirsi e giocare, nel vero senso della parola. La sensazione di sentirsi giudicato potrebbe generarsi dalle aspettative forse al momento troppo alte che sembra individuare Lei? Spronare e motivare è un buon modo per sostenere i nostri piccoli campioni, tuttavia delle volte è importante che i nostri ragazzi imparino anche a “cavarsela da soli” in modo che possano sentire i propri limiti, paure, qualità e successi tutti loro. Questo aiuta a costruire la capacità a registrare le proprie emozioni alle situazioni della vita e ad essere soddisfatti di sé.

 Spero di esserle stato utile.

 Cordialmente

 Dr Paolo Peluchetti



Buona sera
Mi chiamo Luigi Bonfatti 48 anni e faccio l'autista TEP
La mia domanda di aiuto è per questo mio problema

Ho la passione per il gioco delle bocce a livello agonistico sono di cat A
È un po' che faccio molta fatica a vincere anche se mi alleno e mi preparo con metodo
Mi accorgo che faccio molta fatica mentale a rimanere in partita a lungo andare
Prima giocare e vincere dalle 9 al mattino fino a tardo pomeriggio non facevo fatica
Adesso vinco una / due partite poi la terza che porta a fare le fasi finali .. perdo molto spesso , anche se gioco a mio parere meglio
Grazie

 

 

Gentile Luigi,

da quanto lei mi scrive la sua è principalmente una difficoltà di concentrazione.

Probabilmente restare per molte ore concentrato su un unico obiettivo è diventato, per lei, più difficile rispetto a quanto non lo fosse una volta. Diverse possono essere le cause, potrebbe essere dovuto alla stanchezza fisica, allo stress della gara, all'ansia e alla preoccupazione di non riuscire a raggiungere l'obiettivo della vittoria o causato da stimoli esterni.

 Da sportivo quale lei è sa che l'allenamento è fondamentale per una corretta gestione delle proprie capacità sia esse fisiche che mentali pertanto, per cercare di superare questa difficoltà potrebbe provare ad allenare la sua concentrazione attraverso tecniche di rilassamento, tecniche di focalizzazione spazio-temporale e tecniche di percezione psico-fisica (per una maggior informazione riguardo queste tecniche la invito a consultare un collega che potrà illustrargliele nella loro totalità e consigliarle quella più opportuna per lei).

 Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

 

 

 Buongiorno, sono una mamma di un bimbo di 6 anni. E' da 2 anni che pratica due sport (taekwondo e tennis)ed in entrambi è molto bravo.Il bambino è molto entusiasta per entrambi l'unico problema che non riusciamo a gestire  il fatto che lui non vuole restare solo ovvero senza la nostra  presenza o comunque nonni zii durante la lezione pur sentendosi a suo agio con il maestro e i suoi compagni.Tutto questo non succede a scuola.Abbiamo provato a dirgli che se da quest'anno non sarebbe rimasto avremmo sospeso le attività ma lui è disposto a rinunciare ma non provare a superare questo ostacolo.Sono sicura che se lui provasse almeno una volta supererebbe questa paura ma non sappiamo come comportarci,lo scorso anno giustifichevamo il tutto perché era ancora piccolo ma non so se a 6 anni lo sia ancora calcolando che ci sono bimbi della sua età o anche più piccoli che nn si preoccupano della presenza o meno dei genitori.Se può darmi un consiglio glie ne sarei molto grata


Saluti Laura


Gentile Laura,

posso comprendere le sue preoccupazioni riguardo questa situazione. Posso dirle che non esiste una età limite nella quale un bambino impari a restare da solo senza la presenza di un famigliare. 

Sono d'accordo con le lei sul fatto che provando almeno una volta suo figlio potrebbe riuscire a superare le difficoltà. Il mio consiglio è quello di capire, parlandone, quali sono le paure e i pensieri di suo figlio, perchè non vuole restare da solo? perchè ha bisogno della presenza di un famigliare?

Una volta capito ciò, è fondamentale tranquillizzare il bambino su quali possano essere le conseguenze dello stare da soli e sul fatto che ci sarà sempre qualcuno della famiglia ad accompagnarlo e poi ad andare a prenderlo. Inoltre consiglio di iniziare gradualmente: assentarsi magari per un momento dall'allenamento, motivandolo a suo figlio, e aumentando di volta in volta il tempo. Consiglio inoltre di garantire un momento di dialogo nel quale parlare di cosa è successo nel periodo di assenza, lasciando spazio al racconto e alle emozioni. Questo può aiutare un processo di adeguamento emozionale a situazioni e contesti nuovi, necessari per la crescita di un carattere più resiliente.

 Spero di esserle stato utile.

 Cordialmente

Dr Paolo Peluchetti



27 ottobre 2016

Buongiorno mio figlio ha appena compiuto 17 anni e non vuole più fare sport. Da quando era piccolino ha sempre praticato attività sportiva, anche a livello agonistico.

Dopo anni di calcio ha poi provato diverse alternative che spesso non hanno mai superato l'anno.

Negli ultimi due anni ha seguito il padre in piscina ma ogni volta era una forzatura.

Quest'anno mi ha detto che al massimo andrà in palestra, ma considerata la sua pigrizia vorrei che esaminasse altre possibilità.

Come convincerlo?

 

 

Gentile signora,

a 17 anni suo figlio dovrebbe poter scegliere autonomamente lo sport da praticare sia perchè lo sport è prima di tutto un'attività ludica che deve essere svolta con serenità è volontà e sia perchè, a quell'età, il ragazzo ha raggiunto una maturità tale che gli permette di scegliere tenendo conto dei pro e dei contro e facendo appello alle sue passioni.

 

Da quello che mi scrive, comunque, suo figlio non ha mai smesso di fare sport nonostante la pigrizia che lei gli attribuisce e nonostante abbia praticato sport che non l'hanno soddisfatto a pieno; pertanto lascerei che sia lui a decidere lo sport da praticare.

La palestra è, oltre a un luogo dove si fa sport anche un luogo di aggregazione in cui il ragazzo potrebbe voler inserirsi per "allenare" le sue capacità relazionali e misurarsi con persone più piccole e/o più grandi lui.

 

Pertanto dovrebbe appoggiare la scelta di suo figlio di segnarsi in palestra e non forzarlo nell'esaminare altri sport che lui, probabilmente, non ha voglia di fare.

 

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico


24 ottobre 2016

Buongiorno,

 mio figlio gioca a calcio ha 17 anni, e questa stagione è in prestito in una società per il campionato primavera, il direttore sportivo ci ha garantito nella prima telefonata che il ragazzo avrebbe giocato, mentre dopo alcune partite fatte in panchina, su consiglio del procuratore mio figlio ha chiesto al mister cosa doveva fare per migliorarsi. A questo punto cominciano gli insulti al ragazzo, dicendogli che se avrebbe giocato faceva brutta figura ecc..

Dopo due giorni gioca in coppa italia e segna il gol per il passaggio al turno successivo. ma non serve a niente perché in campionato comunque non gioca, il giorno prima della partita in coppa italia secondo turno, negli spogliatori in presenza dei compagni commenta dicendo che è scarso, e che deve cambiare mestiere, ora io non so cosa fare, il procuratore continua a rimandare gli incontri non capisco il motivo.

 cosa devo fare? rivolgermi alla società di appartenenza del cartellino? oppure parlare con il mister?

 Ringrazio

la mamma

 

Carissima mamma,

 la situazione appare abbastanza confusa ed è importante capire bene come muoversi. Se ho capito bene suo figlio è stato convocato inizialmente dal direttore sportivo il quale vi disse, in un primo momento, che avrebbe avuto l'opportunità di giocare mentre il mister, invece, non lo fa mai entrare e questo porta il ragazzo a perdere fiducia in ciò che fa nonostante, nelle rare volte che ne ha avuto la possibilità, abbia giocato bene.

 Credo che la cosa migliore sia parlare con chi ha convocato il ragazzo o con chi vi ha messo in contatto con il direttore sportivo e capire bene quale sia il problema. È importante sapere se le aspettative che avevano sul ragazzo erano più alte di ciò che hanno poi visto, se ci sono problemi con il mister o se semplicemente suo figlio debba fare una sorta di “gavetta”. Qualuque sia il problema è importante che il ragazzo non si demoralizzi e cerchi comunque di prendere il meglio da questa esperienza se realmente vuole che il calcio diventi la sua professione. Spero di averla aiutata.

 Un caro saluto,

Dott.ssa Marica Vignozzi


21 ottobre 2016

Buongiorno,
Mio figlio ha 7 anni, da qualche anno cerchiamo di indirizzarlo verso uno sport che possa piacergli, ma lui si rifiuta in ogni disciplina e anche solo l'idea gli fa venire una sorta d'ansia... È un bambino che a scuola riesce bene. Nell'ambito scolastico interagisce normalmente coi compagni e partecipa anche a giochi / attività di gruppo... Al di fuori dalla scuola  si rifiuta perfino di partecipare ai compleanni... Preferirebbe stare sempre con i genitori / nonni o Zii...

Mio marito è dell'idea di obbligarlo a frequentare l'unico sport che il bambino abbia quantomeno provato... dove ci sono bambini e un ambiente che conosce ... più per relazionare che per lo sport in se per se...

Io non sono convinta che obbligarlo sia una buona idea...anche se resta il dubbio che  possa essere x lui un modo di spronarlo... Grazie mille per il consiglio.
Cordiali saluti
C

 

Gentile genitore,

la ringrazio per averci scritto. Sarebbe stato utile e curioso sapere a quale sport si riferisce quando dice che ne ha provato almeno uno, magari sapere anche i suoi interessi in generale per capire meglio cosa consigliarle. Avendo pochi elementi a disposizione, la inviterei a capire insieme al bambino il motivo di questa ansia che riferisce rispetto alla possibilità di iniziare uno sport, visto che a scuola o comunque in altri ambienti non ha problemi nel socializzare.

Bisognerebbe approfondire su cosa rappresenta per lui fare questo sport e, in generale, è vero che lo sport fa bene sia da un punto di vista fisico che psicologico, ma al momento potrebbe essere una forzatura eccessiva obbligarlo in questo senso, vista anche la sua età. Potrebbe provare ad invogliarlo ad iniziare un’attività alternativa allo sport, (ad esempio imparare a suonare uno strumento musicale, attività di pet-terapy, musicoterapia, ecc.) in base a quelli che possono essere i reali interessi e propensioni del bambino, sfruttando questo canale per permettergli di relazionarsi con qualcuno al di fuori della scuola e del contesto familiare.

Nella speranza di esserle stata utile, le porgo i miei più cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


05 ottobre 2016

Buongiorno, 
avrei bisogno di un consiglio. Sono mamma di una bambina di 9 anni che ha cominciato a fare sport dall'età di 7 anni, dopo due anni di nuoto, dall'anno scorso, per sua scelta ha iniziato a frequentare pattinaggio a rotelle e
contemporanamente anche nuoto.

Da un singolo allenamento a settimana ha cominciato a chiedere di allenarsi di più, essendo scattata una passione, è passata a farne 4  a lasciare nuoto e e dal corso di avviamento è passata  al gruppo di pre-agonistico fino a passare all'agonismo, tutto questo senza provare ansia da prestazione, ma anzi alle gare si divertiva pure. Dopo la pausa estiva e il primo allenamento ha manifestato la volontà prima di tornare al nuoto e poi di lasciare il pattinaggio. Ho provato a parlarle, è brava e mi chiedo e le ho chiesto "E se poi ti penti"? Premetto che mia figlia è po' un disel, ha bisogno di essere stimolata e carburata prima di partire. Ma quanto insistere e quanto invece indirizzarla e quanto coinvolgere in tutto questo fermento gli allenatori?

Grazie per la risposta

 

 

Gentile mamma,

Per quanto riguarda il coinvolgimento degli allenatori, parlarne con loro può essere utile per avere un quadro più chiaro e avere maggiori informazioni da chi la segue durante l’attività sportiva. Per la scelta, invece, forzarla in qualcosa che non sente di fare, almeno al momento, potrebbe allontanarla e confonderla rispetto a quali sono davvero i suoi bisogni e i suoi desideri. La cosa che sento di consigliarle è di lasciare sua figlia libera di scegliere uno sport che in questo momento la fa stare bene e di sostenerla in questo; del resto, chi meglio della bambina stessa sa cosa le piace e la fa stare bene?!

Nella speranza di esserle stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


03 ottobre 2016

Buongiorno,

 vi scrivo perchè vorrei capire come aiutare mio figlio, bambino insicuro di quasi 9 anni, ad associare alle sue ottime capacità sportive, quella sana grinta agonistica che trovo necessaria per approcciare allo sport di squadra.

 Lui pratica sia il Basket che il Calcio con buoni risultati in entrambe le discipline, il problema che riscontro è che lui non sa gestire (e quindi si ritrae) i normali momenti di affollamento per la conquista della palla. Si blocca, è poco combattivo. Ovviamente sto parlando di una competizione corretta e non di indisciplina o cattiveria.

 Vedo moltissimi bambini della sua età, come il fratello grande anni fa ad esempio, che con molte meno capacità fisiche riuscivano in cose dove mio figlio non arriva per problemi "di testa".

 E' una questione di insicurezza? Di paura? Come posso aiutarlo?

 Grazie mille

  

Buongiorno a lei, il suo problema è molto chiaro e capisco che non sia facile osservare che suo figlio non riesce ad esprimersi al meglio sportivamente nonostante abbia ottime capacità. Lo sport, generalmente, può avere un duplice effetto: da una parte aiuta a superare ostacoli caratteriali che sono dentro ognuno di noi, dall'altra, può, come in questo caso, evedenziare una difficoltà o un'insicurezza. Da cosa può provenire tale sensazione? Il bambino è così nella vita o solo nello sport? Per aiutarlo la cosa migliore è parlarne con lui e capire come vive tale situazione, se realmente non si rende conto delle proprie capacità o se vive il “prevaricare” sugli altri come una cosa negativa. Nell'eventualità che la sua difficoltà sia legata solo all'evidenziarsi in contesti di gruppo magari potremmo domandarci se le doti che possiede suo figlio siano da incanalare verso uno sport di tipo più individuale, al contrario se la mancanza di autostima è generalizzata sarà necessario intervenire per sostenerlo e fargli capire il suo valore in modo positivo e più competitivo.

 

Mi auguro di averla aiutata e le auguro buona giornata,

Dott.ssa Marica Vignozzi


Buongiorno
sono la mamma di Ilaria, una ragazzina di 13 anni . Ho bisogno di aiuto !!

Da quando aveva circa 5 anni pratica la ginnastica ritmica . Quando ho iscritto mia figlia ( ovviamente scelsi io per lei.. ) l'insegnante aveva avviato da poco la sua attività e dunque le bimbe erano poche , tra queste anche sua figlia della stessa età della mia. L'insegnante è una ex professionista , russa, molto preparata ma anche molto esigente e poco flessibile anche nell'approccio psicologico. Questo con il tempo e la confidenza ovviamente un pò si è attenuato ma fondamentalmente è il suo modo di essere e di concepire lo sport ( ogni tanto ci dice che lei si allenava 10 ore al giorno e che quello che fanno le ns ( 4 allenamenti pomeridiani da 3 ore circa ) è nulla !!

All'età di 8 anni le bimbe , che nel frattempo erano sempre qualcuna in più, hanno iniziato l'attività agonistica con gare individuali e di squadra. Nei primi anni tutto è scorso senza particolari problemi anzi con qualche piacevole soddifazione per mia figlia ma anche per noi genitori che ci siamo appassionati sempre di più a queto sport. Nel frattempo il livello si è alzato , fanno un agonismo abbastanza impegnativo ( anche se svolgono pochissime gare ... forte limite per abituarsi allo " stress " che genera ) ed Ilaria ha cominciato " a soffrire " un pò le gare, le delusioni ( sport crudele, a volte,+ questo) forse dovute ad aspettative alte ; è nata anche una " velata ..velatissima " competizione con le sue stesse compagne, con le quali ha un ottimo rapporto ( tranne a fasi alterne con la figlia dell'allenatrice ) ma che tuttavia , nelle gare individuali, sono sue antagoniste . Alcune hanno maturato una carica agonistica più accentuata ... più grinta direi.... la mia rimane timorosa pur mantenendo l'ambizione al risultato .
Lei fa comunque parte delle " prime " di quelle che fanno un livello più avanzato ma è come se non si " sentisse più all'altezza " , non sente l'approvazione della sua insegnante che a suo parere " non la guarda più " , ecc...

Nelle gare di squadra vanno sempre bene ma è come se a lei non fosse sufficiente per sentirsi gratificata.

Venendo al punto : da oltre un anno dice che è stanca che vuole lasciare questo sport. Noi genitori abbiamo insistito che per lo meno finisse l'anno agonistico ovvero le gare in corso , spingendo anche sul senso di responsabilità verso le compagne di squadra che sarebbero andate in diffcioltà; e così è stato ma appena " ha potuto " a ricominciato a lamentarsi e vuole lasciare . A noi dispiace tantissimo per molte ragioni ( tanti anni di sacrificio che andrebbero sprecati ; paura del pentimento laddove non sarebbe possibile tornare indietro, che questa scelta non sia una " fuga" che le possa lasciare un senso di sconfitta , di fallimento ) ma capiamo bene ( più io che il padre ) che non la si può forzare troppo .

Ho parlato della questione all'allenatrice ( che non si era accorta quasi di niente ) , lei dice che è un problema di " testa " , che Ilaria non sa capire quando sbaglia nè quando fa bene, che per lei è ancora una brava ginnasta e che sarebbe un errore lasciare ... forse " non ha carattere abbastanza forte " dice.....

Mi scuso infinamente per la prolissità del mio discorso.

In sintesi , vorrei avere un consiglio su :

1) fino a che punto è " giusto " forzare i propri figli ( 13 anni non è più una bambina ma neanche una ragazza ) ;
2) come faccio a capire se fugge dalla competizione , dal giudizio della sua allenatrice ( che teme ancora oggi , dopo 8 anni ! ) , dal confronto con le altre o se invence come DICE LEI è veramente stufa di questo sport e del sacrificio che comporta ??

Devo dare un risposta alla sua allenatrice e sono davvero in crisi !!

 

Gentilissima signora,

come lei stessa scrive, sa che forzare sua figlia a fare qualcosa non è la strada migliore da percorrere. Lo sport deve rappresentare un attività ludica per chi lo pratica e, anche a livello agonistico, non possono mancare il divertimento e la volontà, aspetti fondamentali affinchè non si creino sentimenti di ansia e frustrazione dannosi per l'attività fisica e per l'equilibrio del soggetto.

 

Lei mi chiede come poter capire il motivo che ha spinto sua figlia a prendere questa decisione...il consiglio che posso darle è quello di provare a parlare con lei, chiederle il perchè vuole smettere, se c'è qualcosa che non va nel rapporto con le compagne o con l'allenatrice (nel caso di una risposta positiva potrebbe poi cercare di capire cosa le crea problemi e proporle, se possibile, di cambiare allenatrice e squadra). Attraverso il dialogo si possono comprendere e far comprendere molte cose, provi a chiedere a sua figlia di spiegarle cosa c'è che non va, se, ad esempio, non vede abbastanza ripagati i sacrifici fatti fino ad ora o se preferisce dedicarsi allo studio mettendo da parte uno sport che, a livello agonistico le porta via molto tempo.

 

Un ulteriore motivo potrebbe essere che sua figlia, a 13 anni, è nella fase dell'adolescenza e, poichè è da circa un anno che manifesta la volontà di smettere, questa decisione potrebbe essere legata all'età. L'adolescenza è, infatti, la fase in cui avviene il passaggio dall'infanzia all'età adulta, le molte e rapide trasformazioni che avvengono a livello fisico, fisiologico e psicologico, fanno si che esso sia un periodo molto complesso che porterà l'adolescente ad acquisire un'identità adulta, ad avere una vita autonoma e un proprio progetto di vita al di fuori della propria famiglia. Questi processi maturativi agiscono congiuntamente determinando, anche sul piano comportamentale, vistosi cambiamenti non sempre facili da comprendere.

 

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



22 settembre 2016

Sono un giocatore di pallavolo di 23 anni. Dopo un certo periodo trascorso in categorie medio-basse in cui militavo tranquillamente e con grande profitto ho accettato la proposta di entrare in una squadra che gareggia in una serie superiore. Il livello è sensibilmente più alto rispetto a quello a cui ero abituato, e ho cominciato ad avvertire una certa ansia anche a qualche ora prima di ogni seduta di allenamento. Ho avuto modo di allenarmi con questo gruppo, come aggregato, anche alla fine della scorsa stagione e giocando con tranquillità e senza pressioni ho sostenuto senza problemi il gioco di questa categoria.

Da quando faccio parte della squadra tuttavia la pressione si è fatta
insistente; provo ansia anche durante gli allenamenti e sento che questa sensazione mi limita. La paura di sbagliare e di impedire la buona riuscita del gioco di squadra mi blocca e non mi permette di giocare come potrei. I miei compagni non dicono nulla anzi mi sostengono, il mio allenatore mi segue con pazienza; la causa del problema sono solo io! Cosa posso fare per liberarmi di questa paura e cominciare finalmente a mostrare le mie vere abilità?




Gentile giocatore,

mi sembra di capire dalle tue parole che questa nuova situazione ti provochi ansia da prestazione, nonostante da parte dei compagni e della società non ci siano pressioni. Mi verrebbe da chiederti, allora, quali sono le tue aspettative, cosa rappresenta per te questo salto di categoria. Sarebbe interessante anche sapere che ruolo hai nella squadra, anche per comprendere meglio cosa ti blocca nel gioco. Sicuramente parlarne col tuo allenatore e con i compagni può essere utile per trovare anche la forza e la fiducia attraverso il gruppo, visto che, da come ne parli, sono ben predisposti nei tuoi confronti. In generale una situazione nuova, il dover affrontare una categoria superiore, con delle aspettative maggiori, può creare ansia ma devi trovare le risorse per far si che questa ansia non sia bloccante ma, al contrario, possa essere la spinta a fare sempre meglio. Sicuramente il training autogeno, ad esempio, può essere uno strumento per lavorare sull’ansia poiché ci si focalizza sul respiro, sul proprio corpo e sull'imparare a conoscerlo per far fronte alle situazioni stressanti. Ad esempio prima di ogni allenamento puoi provare a soffermarti sul respiro ad occhi chiusi, con la bocca aperta, in modo da far entrare aria e rilassarti pensando a qualcosa di piacevole associato al contesto sportivo. Devi cercare di non focalizzarti sull’errore, che in genere è il
pensiero che blocca e fa sbagliare di nuovo, ma di pensare agli aspetti positivi dei gesti che fai.

Potrebbe essere utile un percorso con uno psicologo che utilizza tecniche di rilassamento.

Nella speranza di essere stata utile, ti faccio un grande in bocca al lupo.

Dott.ssa Laura Camastra



22 settembre 2016


Buon giorno. Ho bisogno di aiuto. Ho un figlio di 10 anni che posso definire antisportivo per eccellenza. Negato per tutti i tipi di sport e nessuna passione particolare per altre cose. È pigro, sta molto al computer, tablet e televisione. Di conseguenza anche un po in sovrappeso. È socievole ma timido, ha pochi amici fidati ed è molto selettivo nel sceglierli.

Da quando aveva 6 anni, mio marito grande appassionato del pallone, lo iscrive puntualmente a calcio senza lasciargli la possibilità di decidere, se scegliere di provare un'altro sport. Ieri il bambino mi ha chiesto se poteva iscriversi agli scout, probabilmente perché il suo migliore amico quest'anno prova. Ho provato a dirlo al padre, ma è scoppiato un caso. No, assolutamente no!

A casa nostra solo il calcio. Il bambino non ha reagito perché intimorito dal padre, ma lo vedo forzato tutte le volte che deve andare all'allenamento e alle partite, ma non ha il coraggio di manifestarlo per paura di fare arrabbiare il padre. È giusto tutto questo? Che ripercussioni può avere sul carattere del bambino il dover fare le cose forzatamente, quelle che dovrebbero essere di svago? Ringrazio anticipatamente.

 

Gentile signora,

da come lei scrive suo figlio pratica il calcio solo per timore che il padre possa arrabbiarsi e non per sua volontà; lo sport deve, innanzitutto, essere un'attività ludica e non deve diventare un qualcosa da fare forzatamente e controvoglia altrimenti, invece che aiutare nella crescita e nello sviluppo, porterà solo sentimenti di repressione che poi, nel tempo, potrebbero sfociare in frustrazione.

 

La richiesta di suo figlio di voler iscriversi agli scout denota la sua volontà ad entrare a far parte di un gruppo e a vivere esperienze molto lontane dal suo essere pigro, come lei lo ha descritto.

Tale richiesta dovrebbe essere accolta anche da suo marito che dovrebbe comprendere come i figli non sono a immagine e somiglianza dei propri genitori ma hanno personalità, desideri e passioni proprie e vanno incoraggiati e supportati nelle loro scelte.

 

Potrebbe provare a parlare con suo marito e a fargli capire questo concetto affinchè egli possa comprendere quanto il bambino soffra questa situazione e quanto sia per lui importante essere accettato per le sue passioni.

 

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico


21 settembre 2016


Buongiorno, la mia bambina di 7 anni è iscritta ad una scuola di ginnastica ritmica, non ha doti fisiche così prestati da poter entrare nella squadra agonistica ed è stata esclusa dalla stessa. Lei si allena sempre anche a casa e il suo obiettivo è quello di entrare nell'agonismo, ma sono certa che questo non accadrà, la mia paura è che nonostante il suo impegno non riuscirà nel suo obiettivo e resterà delusa... anche in virtù del fatto che le sue amichette hanno passato le selezioni e già adesso la sminuiscono dicendole che loro sono più brave e le sottolineano il fatto che lei non ha superato la selezione.

Che fare?

Farla continuare o cercare di farle scegliere un altro sport? Al momento è irremovibile ginnastica e solo ginnastica. Grazie mille

 

 

Buongiorno a lei, io credo che sua figlia abbia le idee ben chiare al momento su cosa vuole fare ed è una cosa da apprezzare e sostenere per una bambina che ha solo 7 anni. Senz'altro, come lei dice, non ha le doti fisiche delle sue compagne ma uno dei valori più importanti di qualsiasi sport è scegliere una disciplina che amiamo, che ci dia piacere e che ci permetta di arrivare al massimo dei risultati, non in assoluto, ma per sè stessi.

E se in questo momento, arrivare all'agonismo è il suo obiettivo, io credo che non debba fare altro che sostenerla ed essere presente nel caso di una sconfitta. Ma, in ogni caso, se la bambina al momento prova piacere nel praticare la ginnastica credo che sia giusto che continui a farla raggiungendo il massimo delle sue potenzialità, poi un domani capirà se continuare o cambiare.

 

Spero di averla aiutata e le auguro buona giornata.

 

Dott.ssa Marica Vignozzi



Buongiorno, sono un mister di calcio categoria giovanissimi vorrei chiedervi un consiglio su come motivare la mia squadra prima di una partita. Ringraziandovi anticipatamente vi porgo i miei saluti.

 

Caro Mister,

la sua domanda “express” apre il campo a molte riflessioni. Qui, per ovvi motivi, mi focalizzerò su alcuni punti e tecniche non prima di aver sottolineato che CORPO E MENTE viaggiano sempre su binari paralleli per cui la motivazione di una squadra si accompagna a un’adeguata preparazione fisica; anzi più elevato è il livello dello sportivo e più elevata sarà la possibilità di trarre beneficio dalle tecniche di motivazione psicologica che sono il fattore che può fare la differenza.

Ma vediamo nel dettaglio cosa può aiutare a motivare una squadra. Ogni allenatore conosce la propria squadra individuandone punti forza ed aree di crescita.

·         Stabilire gli obiettivi (Goal Setting). È l’essenza della motivazione che aiuta a stabilire gli obiettivi più vicini da voler raggiungere. Un mister può definirli con la squadra parlandone o scrivendoli su una lavagna, discutendo con gli sportivi e fissandoli insieme.

·         Responsabilità condivisa. Consiste nel distribuire in modo equo la responsabilità dell’incontro su tutta la squadra senza individuare pochi elementi e fare leva solo su quelli. Coinvolgere anche chi ha un ruolo marginale è fondamentale poiché ognuno fa la “propria parte” contribuendo al risultato della squadra.

·         Tecniche di “imagery” (visualizzazione). Consiste nell’immaginare le proprie prestazioni sportive di successo che coinvolgano i 5 sensi. Spesso il canale preferenziale è quello visivo per cui l’esercizio può essere immaginare se stessi mentre, per esempio, si tira un rigore facendo goal, associando il suono del tiro o la sensazione del piede che colpisce la palla.

·         Gestione dello stress. Preparare la squadra anche alle possibili difficoltà della competizione in vista può essere utile a gestire ansie e paure che accompagnano una partita. Pe esempio, anticipando pregi e difetti della squadra avversaria.

·         Usare un linguaggio in positivo. La comunicazione è fondamentale per costruire un buon rapporto con la squadra. L’uso di termini come POSSO e VOGLIO (invece che devo o bisogna) riportano sull’atleta la propria responsabilità in un’azione contribuendo a dare la sensazione di fare la propria parte nella squadra costruendo il senso di appartenenza. Così può anche usare le leve motivazionali come desiderio, passione e volontà.

Le tecniche che ho illustrato sono solo una parte del lavoro motivazionale e può sceglierne alcune o combinarne altre. Possono essere applicate a qualsiasi sport con le dovute differenze e soprattutto si adattano anche ad una squadra di giovanissimi come la sua. Motivare la squadra è un lavoro complesso ma certamente creativo e ricco di soddisfazioni ed inoltre è un lavoro che si costruisce non solo prima della partita ma anche durante gli allenamenti.

Un caro saluto

Dott.ssa Laura Nemolato


6 settembre 2016


Buongiorno,

vi chiedo un consiglio.

Dobbiamo scegliere lo sport per mio figlio di 5 anni. E’ un bambino un po' scoordinato e tende a rinunciare appena una cosa non gli riesce.

Il nuoto per ora preferirei evitarlo perché soffre di otiti. Cosa mi consigliate per aiutarlo un po’ specialmente a prendere coraggio e sicurezza?

 


Gentile genitore,

dalle sue parole mi sembra di capire che suo figlio non sia molto sicuro di sé e che probabilmente deve essere stimolato nel riconoscere le sue capacità. Avrei bisogno di ulteriori elementi per poterle dare un consiglio per una scelta più indicata ma, in generale, essendo ancora piccolo, ha comunque tempo e modo di lavorare e migliorare anche le sue capacità coordinative. Potrebbe prendere in considerazione uno sport di squadra poiché integra anche l’aspetto del gruppo e della socializzazione, se crede possa essere utile per suo figlio. Ad esempio la pallavolo o il basket sono sport abbastanza completi che permettono di lavorare sia sulla parte inferiore sia superiore del corpo e, in generale, all’età di suo figlio si lavora più sugli aspetti di coordinazione, integrandoli alla parte ludica, rispetto al gesto tecnico. Il gruppo è, inoltre, un buon modo per farsi forza l’un l’altro e riconoscere anche degli aspetti, delle capacità che non riconosciamo in noi stessi.

Nella speranza di esserle stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



Buongiorno sono la mamma di un ragazzino di 10 anni. Da sempre non ha manfestato passione per lo sport solo un po’ il nuoto. Ultimamente pero’ sono preoccupata perche’ vedo proprio una negazione preoccupante, non riesce proprio a fare cose elementarei come giocare a ping pong oppure volano, la definirei quasi una dislessia per lo sport.

Vorrei aiutarlo perche’ vedo un senso di frustazione anche quando cerco di farlo giocare insieme a me. Come posso aiutarlo?

 Grazie mille

C.I.

 

 

Buongiorno signora, capisco la preoccupazione per questa sorta di resistenza da parte di suo figlio verso lo sport. Per aiutarlo, proverei a chiedergli il perchè del suo rifiuto: si annoia? Si vergogna? Non si sente capace? Non gli piacciono i giochi proposti? O altro? Credo che la cosa prima cosa sia capire il motivo del suo allontanamento dallo sport e successivamente cercare di comprendere quali siano i suoi interessi, per esempio  guardando insieme varie tipologie di sport, e scoprire insieme qualcosa che lo possa attrarre. Infine, alla base di tutto, cerchi di trasmettergli sicurezza, magari ha solo bisogno di un po' di tempo per lasciarsi andare. Spero di averla aiutata.

 

Un caro saluto,

Dott.ssa Marica Vignozzi


5 settembre 2016

Buona sera,mio figlio non vuole iniziare la preparazione fisica con la sua squadra.Prende tempo,non vuole affrontare una stagione di allenamenti e partite,preferisce giocare ai videogiochi.In famiglia gli abbiamo fatto notare che abbiamo speso un po di denaro x il kit e lui essendo un ragazzino responsabile a denti stretti ci ha comunicato di continuare,ma solo a meta' settembre.Da notare che non eccelle spesso fa panchina,cosa fare?grazie x i consigli.

 

Gentile lettore,

le informazioni che lei ha fornito non sono sufficienti per poter analizzare bene il problema da lei esposto. Non conoscendo l'età di suo figlio è difficile riuscire ad ipotizzare i motivi che lo spingono verso la decisione di non iniziare la preparazione con la squadra, poichè ad ogni fascia di età corrispondono diverse motivazioni nelle scelte decisionali.

 

Potreste provare a chiedere a vostro figlio il motivo di questa sua scelta e del perchè preferisce giocare ai videogiochi, da solo, invece che fare gruppo con i suoi coetanei. Forse si è stufato di praticare questo sport, forse qualcosa non va all'interno del gruppo, forse ha problemi con l'allenatore...attraverso il dialogo potreste riuscire a comprendere molte cose che adesso vi potrebbero sfuggire e, di conseguenza, a comprendere il perchè vostro figlio preferisce prendere tempo.

 

Sperando di esserle stata utile, le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico


1 settembre 2016

Buongiorno! Sono una ragazza di 22 anni e gioco a pallavolo da 14. Un anno e mezzo fa ho iniziato ad avere un problema con il lancio della palla nella fase di battuta. Mi lanciavo male il pallone, storto, all'indietro, come un blocco al braccio, una cosa che avevo sempre fatto bene e senza pensarci non riesco più a farla, così di colpo.

Credo sia cominciato quando ad una partita sono venuti a vedermi dei parenti e amici. Mi sono sentita oggetto di giudizio, osservata, e dà lì è nata l'ansia, una sorta di ansia da prestazione ma solo riguardo alla battuta. Ho passato mezzo campionato con questa paura di quel momento durante le partite, poi ho cominciato ad avere problemi anche durante gli allenamenti. In seguito ho abbandonato la pallavolo per un anno per motivi di studio all'estero (sapevo di questa partenza ancor prima dell'inizio del problema), e ho sperato di dimenticare tutta questa faccenda ma adesso che ho ripreso ad allenarmi da un mese mi ritrovo di fronte allo stesso problema.

Quando penso alla pallavolo mi figuro la mia immagine in battuta che sbaglio il lancio e tutti nelle loro teste criticano e pensano che sia un’ incapace. Cerco di cambiare quest'immagine e mi dico "ricordati com'eri brava e spensierata, sei sempre stata tranquilla anche nei momenti importanti, l'allenatore aveva molta fiducia in te", mi dico anche "tutti sbagliano" ma non funziona. L'ansia è più forte e non so come fare per sconfiggerla e tornare a giocare serena. Adesso come adesso ho il pensiero di mollare tutto perché mi fa stare male ed ancora più grave quando ne parlo con la famiglia mi prendono in giro, ridono e non capiscono. So che sembra stupido, ma io lo vivo malissimo. Non vorrei mollare, vorrei solo giocare tranquilla come avevo sempre fatto prima e continuare a vivere la mia passione. Non riesco a trovare una soluzione.

 

 Cara sportiva,

l’ansia che avverte e che ben definisce coma ansia da prestazione, può diventare un alleato prezioso per lei. Alcuni parlano di sconfiggere l’ansia o combatterla ma provi per un attimo a cambiare prospettiva valutando l’ansia come un sintomo di ciò che il suo corpo ed il suo inconscio le stanno indicando.

 

L’ansia è un’emozione che ci appartiene come tante altre

 

Senza voler scendere troppo nel profondo, il nostro inconscio ha anche la funzione di avvertirci e proteggerci dinanzi ad eventi spiacevoli. Così può capitare che in situazioni per noi pericolose si attivi inviandoci un segnale che può andare da un semplice affaticamento ad un blocco. Dunque da questa nuova prospettiva ha una buona pista per valutare in che modo il “sintomo ansia” le impedisce di giocare serena.

Infine, mi colpisce la frase conclusiva della sua domanda che è il sentimento prevalente nelle righe che ha scritto; il “non riuscire”. Sembra proprio che lei continui a rimandare nella sua testa la stessa trasmissione televisiva in cui lei è la regista e protagonista che ripete l’azione ma non ci riesce. Deve essere proprio esigente come regista! Mi passi l’immagine colorita ma ben si presta per illustrare un concetto psicologico fondamentale, quello del copione di vita. È probabile che si continui a ripetere dei copioni che abbiamo costruito ed appreso fin dall’infanzia e che nelle nostre famiglie vengono supportati ed approvati, magari da altri “registi”. Che ne pensa di essere lei la regista della sua vita mandando in onda una trasmissione nuova e con un finale differente da quello che si immagina ora? Potrebbe scoprire nuovi ed interessanti risvolti.

Buona regia!

 

Dott.ssa Laura Nemolato

 

 


 15 luglio 2016

Buonasera, mi chiamo M e sono una ragazza di 18 anni. Lavoro come seconda insegnante di ginnastica ritmica in una Società di Genova. Io e la prima insegnante siamo allenatrici di due squadre, una di 15 ragazzine (dai 10 ai 16 anni) e la seconda di 26 (dai 5 ai 10 anni). All'inizio la seconda squadra era molto meno numerosa ed era decisamente più gestibile (su 10 bambini avevamo difficoltà nel gestire solo 2 o 3), mentre adesso è tutto molto più difficile. Le bambine si sono praticamente triplicate e gestirle tutte insieme è impossibile: non ascoltano, parlano tutto il tempo e non correggono gli errori che gli facciamo notare. Tutto questo ha portato a castighi, urla e un sacco di stress perché due ore di palestra sembrano una gita scolastica. Non voglio essere quel tipo di insegnante personalmente, ma dopo aver ripetuto un po' troppe volte le cose purtroppo perdo la pazienza e mi capita spesso di urlare. Tra l'altro studio al Liceo delle Scienze Umane e so per certo che sto sbagliando approccio.

Il problema si ripropone, in formula diversa, nella prima squadra, dove invece di esserci coesione e collaborazione (fondamentali in uno sport così), c'è rivalità e litigio. Inoltre essendo in questa pre adolescienza rispondono in modo sgarbato, molte volte le abbiamo mandate in spogliatoio a cambiarsi.

Premetto che abbiamo parlato con i genitori di tutte le bambine e conoscono perfettamente la situazione, ma nonostante tutto solo alcuni di loro hanno reagito mettendo in guardia le figlie sul comportamento da tenere in palestra. Alcuni genitori hanno addirittura praticamente ammesso di essersi arresi.

Personalmente per me tutto questo è un fallimento, perché questo è un lavoro che mi piace, ma non riesco a rendere il tutto "un isolotto felice", spero che voi possiate aiutarmi.

Ci tengo a sottolineare che non si sono mai manifestati episodi violenti come spesso purtroppo accade nello sport, solo molte moltissime urla di dispedazione ogni giorno.
Spero possiate aiutarci
cordiali saluti, M

 

Gentilissima Martina,

comprendo la tua frustrazione nel non riuscire a trasmettere ed insegnare alle tue allieve la passione per la ginnastica ritmica.

 

La prima squadra, in quanto composta da preadolescenti e adolescenti, presenta difficoltà nella gestione dovute principalmente al periodo evolutivo che queste ragazze stanno attraversando; questa fase di sviluppo comporta, infatti, il passaggio dall'infanzia all'età adulta e prevede trasformazioni a livello fisico, fisiologico e psicologico che, agendo congiuntamente, determinano vistosi cambiamenti non sempre facili da comprende e, soprattutto, gestire. Per cercare di risolvere le problematiche relative alla rivalità e ai continui litigi si potrebbe provare ad aumentare la coesione attraverso gruppi di lavoro in cui i membri, in coppia o in piccoli sottogruppi, devono fidarsi l'uno dell'altro.

 

Per quanto riguarda la seconda squadra, data l'età delle bambine, questa presenta un numero decisamente troppo elevato, soprattutto vista la presenza di due sole insegnanti, affinchè si possa svolgere un buon lavoro senza perdere la pazienza. Ciò che potrebbe rendere il lavoro meno faticoso potrebbere essere suddividere il gruppo in due sottogruppi in modo da dover gestire la metà delle bambine nelle 2 ore di allenamento. Se questo però non dovesse essere possibile, potresti ricorrere a dei giochi di ruolo in cui, a turno, alcune bambine sono le insegnanti e voi insieme alle altre bambine siete le allieve in modo da far provare loro in maniera diretta, attraverso il gioco, le vostre emozioni e i vostri sentimenti.

 

Sperando di esserti stata utile, ti invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

 

 08 luglio 2016


Buongiorno , sono la mamma di una ragazza che pratica basket dall'età di sei anni . Ora ne ha quasi sedici e benché molto talentuosa ha deciso di smettere di giocare . Sono dispiaciuta perché ora è in una società che punta a portarla.a giocare a livello alto e non vorrei che un giorno si potesse pentire di questa scelta . Non  so.come comportarmi di fronte a questa sua scelta . Spero in una sua risposta e la ringrazio !


Gentile signora,

avrei bisogno di ulteriori elementi per poter avere un quadro della situazione, riguardo nello specifico le motivazioni che hanno spinto sua figlia a fare questa scelta, come la vive lei stessa e se ne avete parlato apertamente. Giocare ad alti livelli è sicuramente una buona opportunità; occasioni che non accadono tutti i giorni e capisco anche il discorso che sarebbe un peccato sprecare il suo talento. Ciò che sento di dirle è di parlare dei pro e dei contro di questa scelta, pensando alla probabilità di potersene pentire un domani, considerando, però, quelli che sono gli obiettivi e le priorità di sua figlia adesso. E’ vero che a sedici anni non è detto che ci sia la consapevolezza tale per prendere una decisione importante, ma è anche vero che solo lei può sapere cosa desidera fare adesso, perché imporle di continuare a giocare inciderebbe sulla sua motivazione e sul suo vissuto rispetto allo sport stesso. Quindi provi a parlarle cercando di capire il suo punto di vista e di sostenerla a prescindere da cosa deciderà.

Cordiali saluti,

Dott.ssa Laura Camastra


24 giugno

Salve sono un istruttore che lavora da anni nel mondo del calcio giovanile.

Parto subito dicendole che secondo me la selezione eccessiva nel calcio giovanile fa male e porta a un aumento dell’abbandono dell’attività calcistica.

Però ora vorrei chiederle è giusto far credere ai propri figli che basti pagare una retta per essere al pari degli altri?

Quanto gli umori di noi genitori (quando vediamo che nostro figlio non molto abile non gioca nella prima squadra) influiscono sul divertimento dei nostri figli?

E quanto il calcio  a confronto con altri sport è selettivo?

Io ricordo che quando portavo mio figlio a nuoto i bambini venivano divisi in corsia a seconda delle loro capacità o nel tennis si fa una prova per vedere a quale gruppo si ragazzi si appartiene.

Ma la vita non è una selezione?

Se si paga una retta si partecipa a una borsa di studio per gli studenti piu’ bravi?

Io ho visto bambini esultare per una partita vinta anche se avevano giocato un pochino meno fino a quando non incrociano lo sguardo con il proprio genitore fuori che sta nero e quindi mettersi la testa tra le spalle e sprofondare nella tristezza.

 

 Grazie per l aiuto che sicuramente mi darete

 

 

Gentile istruttore,

parto subito col dirle che ci sono evidenze scientifiche rispetto alla correlazione tra specializzazione precoce e dropout( abbandono sportivo), anche se gli studi riguardano soprattutto atleti di alti livelli. La psicologia dello sport ha da sempre prestato attenzione all’influenza degli altri sull’atleta: i genitori, l’allenatore e, nel caso dello sport giovanile, anche quella dei pari. Tralasciando il ruolo dell’allenatore e dei pari, i genitori spesso influenzano negativamente il vissuto emotivo del proprio figlio rispetto allo sport.

Sono diverse le motivazioni spesso inconsapevoli dei genitori; può esserci un’eccessiva pressione da parte loro perseverando nella propria attività sportiva non avendo avuto le stesse possibilità durante la loro infanzia, oppure si pretendono delle buone prestazioni essendo stati essi stessi atleti di alto livello. Il calcio è uno sport selettivo, ma sento di dire che ormai lo sono per la maggior parte; anche la pallavolo ad esempio o comunque in generale si fa presto una selezione e questo già dovrebbe lasciar intendere come non basta pagare una retta affinchè il proprio figlia debba giocare. Mi

sento di dirle che ad ogni modo soprattutto con i bambini, sarebbe positivo permettere tutti di esprimersi, nonostante le diverse capacità. Penso che man mano che si cresca di età e di categoria, le valutazioni alla base del chi gioca o meno siano diverse: dipende dal tipo di campionato, dall’obiettivo prefissato, ma, a prescindere da questo, bisognerebbe educare i bambini (e i genitori) ad impegnarsi nello sport per ottenere un risultato e soprattutto, orientare la motivazione sul compito, cioè sui progressi individuali che l’atleta fa poiché ognuno è diverso e parte da un livello proprio.

In quest’ottica l’allenatore è una figura di riferimento importante, che educa il bambino e che,se necessario, dovrebbe far capire ai genitori che bisogna sostenere i propri figli, accompagnarli nello sport, ma senza invadere quelli che sono i giusti confini che permettono al bambino di vivere il proprio sport essendo se stesso.

 

Le porgo i miei più cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



16 giugno

Buongiorno sono la mamma di un bambino di 8 anni quest'anno ha iniziato a frequentare una scuola calcio. Il bambino era motivato, felice, entusiasta; noi genitori abbiamo sempre rispettato le regole del tipo ... Fuori quando si allenano puntualità agli allenamenti partecipato alla riunione con la psicologa dello sport ... La quale ha detto cose molto giuste ma mai rispettate dall'allenatore ... Urla come un matto agli allenamenti convoca sempre gli stessi ( i più bravi ) perché loro pur avendo la stessa età frequentano la scuola da 3 o 4 anni . Abbiamo sempre ingoiato il boccone ... In un anno intero anche quando l'ha convocato lo ha tenuto in panchina e fatto entrare gli ultimi 10 minuti ... E il bambino ha anche fatto goal e vincere la partita ... L'ultima volta era convocato e il bambino è arrivato con la muta della squadra il mister ha fatto il pazzo perché si doveva cambiare negli spogliatoi ha urlato per15 minuti anche a ma ... Il bambino non vuole più andare ... Dico io per una maglietta ... Tanto che io poi l'ho cambiato in mezzo alla strada ...il bambino era sbiancato tremava ... L'ha fatto giocare 5 minuti e gli ha urlato che aveva giocato malissimo ...Cosa devo fare  ? Grazie



Cara mamma,

mi arriva la sua preoccupazione e l’agitazione per uno stato di cose complesso e sembra che la cosa più importante sia proprio lo stato di suo figlio che sbiancato trema per le urla (immagino) dell’allenatore. Sembra che ci sia un supporto psicologico per la squadra e l’allenatore. Purtroppo non mi è chiara la sua richiesta, mi da’ pochi elementi da valutare. La invito ad essere più specifica.

 


15 giugno

Salve! Sono una ragazza che pratica atletica da quasi 4 anni,amo il mio sport e ho fatto sempre molti sacrifici!
Tuttavia circa un mese fa ho subito un infortunio e mi sono abbattuta, così le gare sono andate male perché sono stata ferma per un po'!
Non so come fare e Sabato ho una gara: se andrà male, probabilmente lascerò perché questa situazione mi fa stare troppo male...
Vi prego datemi dei consigli perché questa volta penso proprio che mollerò tutto, non riesco ad essere positiva e ho smesso di crederci!

 


Salve,

dalle tue parole mi arriva la tua paura di fallire ancora; aspetto che, però, fa parte dello sport, anche se non ci piace, anche se non è sempre facile da accettare.

Ho pochi elementi rispetto l’infortunio, la gravità, quanto abbia inficiato effettivamente la prestazione, ma a prescindere da questo, penso al tuo atteggiamento attuale verso la gara. E’ proprio come ci poniamo verso le cose, il nostro pensiero, lo stato d’animo che spesso fa la differenza. Ad esempio capita nello sport di pensare di sbagliare un gesto atletico, di aver paura che capiti l’errore e proprio per questo lo si commette. Una prestazione è spesso inficiata più dall’atteggiamento che dalla forma fisica. Il mio consiglio  di darti il tempo di recuperare, di vincere la paura normalissima che può esserci dopo un infortunio e, anche se il risultato non arriva subito, magari con questa gara, datti altro tempo. Potresti lavorare quest’estate col tuo allenatore per poter riprendere al meglio; provare un percorso psicologico, anche il Training autogeno potrebbe essere utile per riprendere consapevolezza corporea, lavorare sulle tue ansie e paure. Cerca di non prendere decisioni affrettate, ma datti il tempo per sentire davvero cosa è meglio per te.

Spero di esserti stata utile e in bocca al lupo!Cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



Buongiorno,
Ho
un figlio di 11 anni appena compiuti che pratica ginnastica artistica da 5 anni e da 2 a livello agonistico. Fino a qualche mese fa l'aveva praticato senza problemi. Poi a cominciato ad avere problemi di salute tosse ricorrente (da poco e' risultato allergici agli acari) ed per un periodo si è allenato saltuariamente. Poi a cominciato a dire che gli girava la testa... Abbiamo fatto diversi esami e nulla. A deciso di continuare fino alle finali nazionali per la squadra. Ma dice che non vuole continuare nonostante alla gara si sia divertito tantissimo. Ora fra un paio di settimana c'è il saggio di fine anno ed a quello vuole partecipare, anzi la risposta vuoi continuare fino a è stata decidi tu.

Come genitore sono preoccupata e non so cosa fare, dato che mi segnali contrastanti. Se proprio non gli piace perché vuole fare il saggio? L'allenatore dice che è un peccato, l'insegnante di ginnastica pure...chi lo vede nelle gare...
Cosa
fare assecondare questa richiesta pur sapendo che poi potrebbe pentirsene e riprendere e' difficile o provare a convincerlo a fare almeno il collegiale estivo e spostare la decisione a settembre.

In casa spesso fa verticali o altro... È difficile tenerlo fermo...
È'
vero che dice di voler far calcio ora ma forse è per giocare con i suoi compagni.
Grazie per
gli eventuali consigli che mi potete dare.
Cordiali saluti,

Mamma
preoccupata. 

 

Gentile signora,

la sua preoccupazione è normale, come mamma Lei vuole il meglio per suo figlio ma dovrebbe lasciare che sia lui a compiere le scelte che lo riguardano in prima persona.

Nella vita di una persona lo sport è molto importante; esso svolge, infatti, un ruolo fondamentale nell'equilibrio corpo-mente di una persona ma, affinchè ciò avvenga, è necessaria la scelta autonoma dello sport da intraprendere poichè, solo in questo modo, si riesce ad evidenziarne l'aspetto ludico, ad affrontarlo con costanza e, soprattutto, con serenità.

 

Da quanto mi scrive, probabilmente, Suo figlio vuole dedicarsi più ad uno sport di squadra (calcio) che ad uno individuale come ha fatto per 7 anni nonostante continui comunque ad amare la ginnastica artistica (ne è la prova la sua decisione di voler portare a termine questo percorso con il saggio di fine anno).

La volontà di cambiare sport potrebbe essere una conseguenza della fase di sviluppo che il ragazzo sta attraversando; Suo figlio è, infatti, entrato nell'adolescenza, periodo in cui i ragazzi preferiscono condividere esperienze con i pari, sentirsi parte di un gruppo ed acquisire indipendenza.

 

Ciò che le suggerisco è di provare a lasciare che sia Suo figlio a scegliere lo sport da voler praticare senza forzarlo in una scelta o fargli procrastinare la decisione a settembre sperando in un suo ripensamento successivo alla partecipazione al collegiale estivo.

 

Sperando di esserle stata utile, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico


08 giugno

Buongiorno mio figlio ha 9 anni, la domanda che le volevo porre siccome a lui non piace il calcio quando è con gli amici ogni tanto c gioca un pò ma la maggior parte delle volte si isola dicendo che non gli va di giocare preferisce giocare da solo con pattini e cose varie, non importandosi che i suoi amici fanno altro. Come mi devo comportare, parlargli? oppure lasciarlo fare?? Quando gli ho posto la domanda lui mi risponde che si stufa a giocare a calcio, ma intanto essendo maschietto tutti gli amici lo fanno come devo comportarmi??

 

Buongiorno a lei, capisco la sua preoccupazione rispetto al fatto che suo figlio possa rimanere isolato rispetto al gruppo dei compagni ma è necessario anche capire e rispettare il fatto che a lui non piace molto ciò che fanno gli altri. Per questo motivo da una parte cerca di adeguarsi per stare con i propri amici dall'altra porta avanti i propri interessi e ciò che gli piace fare. Affinchè non rimanga da solo sarebbe importante che come lui cerca di condividere la passione dei suoi compagni anche loro facessero lo stesso con lui anche se, essendo l'unico, ovviamente è più difficile. Credo che parlare con lui della cosa sia importante ma se lui non la vive come un problema e se semplicemente a volte gli va di stare con gli e a volte no allora va bene così. Spero di averla aiutata.

 

Un saluto,

Dott.ssa Marica Vignozzi


31 maggio

Buongiorno,

sono la mamma di un ragazzino di 14 anni (novembre 2001), gioca a calcio da quando ne aveva sei, a parte un anno di pausa l'anno scorso perché la società del nostro paese non aveva il numero necessario di ragazzi per formare una squadra e ci prospettarono l'unione con un'altra società distante che proponeva 3 allenamenti settimanali + partita per cui (forse sbagliando) rinunciammo per problemi di tempo/esami di terza media etc etc facendogli fare nuoto 2 volte alla settimana.

Anche quest'anno la società non aveva i numeri, ma l'unione è stata fatta con un altra società, è ritornato a calcio, felicissimo di ritrovare i suoi ex compagni.

Si è integrato subito anche con i nuovi compagni, gli piace l'allenatore, è iniziato il campionato ed era rimasto entusiasta del fatto che nonostante l';anno di fermo veniva sempre convocato e giocava quasi sempre tutti e due i tempi..... Gioca in difesa e fin dallinizio dell'anno alla nuova squadra mancava il difensore che era infortunato. Tutto questo fino a quando non si è fatto male, ha preso uno strappo ed è stato quasi 2 mesi a casa.

Quando è finalmente rientrato nella squadra era rientrato anche l'altro difensore....... Le cose sono cambiate.... Veniva sempre convocato, ma messo in panchina e chiamato a giocare solo gli ultimi minuti ..... in campo vengono schierati sempre gli stessi ....

Inizialmente ci rimaneva male ma si rendeva conto di avere perso tanto, di non essere tanto in forma  .... si rende conto che l;altro difensore* è più bravo di lui per cui accettava la situazione anche se non gli piaceva... Si è impegnato negli allenamenti nonostante il sacrificio (facciamo 30 + 30 minuti di macchina ogni volta per allenamenti e partite)

Quando ha iniziato a sentirsi in forma (ed effettivamente lo è) ha iniziato ad avere i primi segni di insofferenza ..... Continuava ad essere convocato e a giocare solo pochi minuti ....

Lo abbiamo consigliato di parlare col mister, di chiedergli spiegazioni (sempre con educazione e rispetto), di chiedergli consigli su cosa fare per migliorarsi ma non ha voluto farlo.

Finito il campionato c'è stato un torneo dove siamo andati tutti insieme in trasferta col pullman ragazzi e genitori, visto l';impegno economico e di tempo ci era stato assicurato che tutti avrebbero giocato in egual misura ..... Così è stato anche se mio figlio era scettico ... non ci credeva ma è venuto volentieri perché comunque aveva piacere di stare coi compagni di squadra... per loro è stato tipo essere in gita.... Si è divertito ed ha giocato BENE ... Secondo me questo gli ha dato la convinzione che le cose sarebbero cambiate perché il mister aveva visto il suovalore in partita. Aveva ritrovato l'entusiasmo.

Gli avevo promesso uno stage di calcio come premio/promozione e ne era entusiasta .... mi aveva detto che andava volentieri anche da solo, ma se veniva qualcuno della squadra molto meglio .....questo fino a ieri pomeriggio Ierisera partita di un nuovo torneo .... convocato, l'altro difensore (quello bravo) non c'era .... ha fatto panchina giocando solo gli ultimi 10 minuti scarsi, il primo tempo è stato giocato da un altro difensore, nel secondo ha messo in difesa un centrocampista che poi ha spostato in attacco negli ultimi 10 minuti, mettendo mio figlio in difesa.

Ierisera era tristissimo, mi ha detto che secondo lui il mister pensa che lui è scarso.

Quando gli ho chiesto come si sentisse lui mi ha risposto che lui non si sente scarso, ma alla pari degli altri (a parte quello più bravo*) e meglio di qualche altro ... ma che se il mister lo vede scarso deve essere così.

Gli abbiamo consigliato ancora una volta di parlare col mister, ma lui inizialmente ierisera c'ha detto che non ci parla e sta in panchina.

Quando gli ho detto che non deve permettere a nessuno di farlo sentire così, che nessuno deve fargli pensare di essere inferiore a qualcun altro mi ha risposto.... tutti mi fanno sentire inferiore. ( e un ragazzino insicuro ed ha poca autostima.... )

Stamani (era sempre molto triste) mi ha detto che non ha voglia di parlarne e che comunque SMETTE di giocare, non va alla prossima partita (Martedì 24/05) neanche se è convocato.

Non so che fare, se provare a parlare io con la società facendogli presente la crisi di Lore e la sua voglia di mollare ...... non ho mai messo bocca, e sinceramente non mi interessa quanti minuti giochi mio figlio, ma mi interessa che sia felice e soddisfatto di quello che fa......

Non so se insistere a convincerlo di impegnarsi per migliorare e lottare ..... ma se poi la situazione non cambia neache il prossimo anno sarebbe sicuramente peggio ......

Non so se imporgli di portare a termine l'impegno preso ..... non so se proporgli una nuova squadra per il prossimo anno ....

Sono davvero confusa, ma di sicuro quello che non voglio è che lo sport faccia stare mio figlio così .....

Credo che lo sport e il gioco di squadra debba farci crescere non solo come atleti ma anche come persone .....

Aiutatemi per favore perché non so proprio più cosa fare .......




Cara signora,

mi arriva molto forte la confusione, la rabbia per la situazione di suo figlio e la sua tristezza. Considerando inoltre che la sua età rappresenta già una fase di cambiamento e di trasformazione, capisco che per suo figlio riprendere e ricominciare dopo un infortunio non deve essere stata una cosa semplice, soprattutto essendo capitato durante il campionato. Mi sentivo di rimandarle che comunque la ripresa dopo due mesi di stop non è un aspetto da sottovalutare e che in questo avere vicino il proprio allenatore, è un aspetto fondamentale.

Dalle sue parole mi arriva anche chiaro il fatto che per suo figlio questo sport è sempre stato un aspetto importante della sua vita e spesso la figura dell’allenatore rappresenta per i ragazzi un riferimento importante, che influenza la propria percezione personale. Sarebbe utile in ogni caso cerare un confronto tra i diretti interessati, tra suo figlio e l’allenatore in modo da capire e smentire o confermare le idee che tendiamo a farci spontaneamente quando traiamo le conduzioni rispetto ad una situazione.

Ad ogni modo credo che forzarlo nelle sue scelte, possa essere controproducente e potrebbe portarlo ad avere ancor meno motivazione nel continuare il prossimo anno. Le lasci il tempo di metabolizzare e elaborare quanto successo, arrivando l’estate, quindi la fine del campionato, potrà avere lo spazio e il tempo per sentire ciò che meglio per lui e lo faccia sentire sostenuto a prescindere dalla sua
decisione.

Nella speranza di essere stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



25 maggio

Salve sono il papà di un bambino di 10 anni, fin da piccolo ha sempre manifestato una fortissima passione per il calcio, io in molti modi ho cercato di indirizzarlo su sport alternativi come ginnastica e nuoto, ma lui si è sempre rifiutato, due anni fa ha iniziato a giocare e devo dire che i risultati calcistici sono davvero ottimi. È passato anche in un scuola calcio molto seria e fino a due mesi e mezzo fa non saltava un allenamento, ma ultimamente continua a rifiutarsi di fare gli allenamenti dicendo che non si diverte, però alle partite ci vuole andare, non fa gli allenamenti ma distrugge mezza casa giocando a pallone e se è bel tempo bisogna riportarlo in casa con la forza perché gli manca l'ultimo tiro, l'ultima azione o chissà cos'altro deve fare con la palla. I miei problemi sono due: uno mi spiace vedere che sta buttando via tutti gli sforzi fatti fin qui e allenamenti con questo comportamento e secondo non trovo giusto che voglia fare le partite e non gli allenamenti perché non si diverte (nella vita non ci si può solo divertire). 

Per inciso con un raffronto fatto con gli altri genitori i bambini si divertono agli allenamenti.

Cosa dovrei fare? Ci passo sopra o lo costringo a fare gli allenamenti?

Grazie 

 

Caro papà,

sembra che nonostante suo figlio abbia una chiara preferenza per il calcio lei lo voglia indirizzare verso altri sport. Come mai vuole allontanarlo da qualcosa che lo diverte? Ed ancora, l’allenatore cosa dice a proposito delle assenze di suo figlio? (gli allenamenti sono un momento importante per uno sport di squadra). Suo figlio si assenta dagli allenamenti oppure fa storie con lei ma poi ci va? Come vede gli spunti di riflessione sono molti e nell’ultimo caso potrebbe giocare un ruolo fondamentale il suo atteggiamento nei confronti del calcio poiché il suo ruolo educativo è un compito delicato in cui ha da distinguere tra ciò che piace a lei e ciò che piace a suo figlio. È molto apprezzabile il modo in cui segue le evoluzioni nella crescita di suo figlio ma credo che

la strategia del costringere potrebbe rivelarsi debole

in quanto, essendo suo figlio in una fase di crescita delicata, un atteggiamento rigido potrebbe tradursi in ribellione o costringere suo figlio ad adattarsi per timore o paura. Il mio suggerimento è di porsi con un atteggiamento che promuova libertà favorendo l’espressione dei punti di vista di suo figlio, lasciandolo anche libero nello sperimentare azioni e conseguenze. Inoltre, nessun bambino è uguale all’altro; ognuno ha tempi e bisogni propri che ogni educatore deve rispettare tenendo conto della personalità e delle inclinazioni.

Mi auguro di averle dato qualche spunto di riflessione.

Un caro saluto


20 maggio

Buongiorno.. Ho un bambino di 11anni gioca a calcio da quando ne aveva 5 di anni.. Ecco mi chiedevo...fino all'anno scorso è stato sempre motivato... Grintoso.. Ora...quest'anno non capisco perché non fa gruppo... Si isola anche per fare una foto di gruppo nelle loro vincite..non gli passano la palla spesso...forse anche per questo... Non so...ho parlato con la società...

Ma loro pensano di una crescita... Pubertà... E..presteranno più attenzione... Ma mio figlio lo vedo demotivato...a volte non vuole andare in allenamento sembrano scocciato...cosa posso fare...?oltre ha questo... Da quando ha avuto un febbrone alto..un mese fa circa ha paura di ammalarsi.... Anche a calcio...per il tempo...il vento... Non ne posso più... Che fare...ahimè!! Aspetto una sua risposta...grazie..per tutto.


Gentile genitore,

diverse potrebbero essere le motivazioni alla base del cambiamento di suo figlio.

Potrebbe, ad esempio, come ipotizzato anche dalla società, essere legato all'età e all'entrata nell'adolescenza; l'adolescenza è la fase in cui avviene il passaggio dall'infanzia all'età adulta, le molte e rapide trasformazioni che avvengono a livello fisico, fisiologico e psicologico, fanno si che esso sia un periodo molto complesso che porterà l'adolescente ad acquisire un'identità adulta, ad avere una vita autonoma e un proprio progetto di vita al di fuori della propria famiglia. Questi processi maturativi agiscono congiuntamente determinando, anche sul piano comportamentale, vistosi cambiamenti non sempre facili da comprendere.

Un altro fattore potrebbe essere la reale perdita di interesse da parte di suo figlio verso questo sport; forse dopo 6 anni non ha più la motivazione necessaria per continuare a praticarlo, magari ad un gioco di squadra preferirebbe uno sport individuale (vista anche la sua tendenza ad isolarsi e a non fare gruppo con i compagni).

Oppure, ancora, potrebbero essere successi uno o più eventi, magari proprio in ambito sportivo, che hanno portato suo figlio a mettere in atto questi comportamenti di isolamento e di assenza di motivazione.

Ciò che Le suggerisco è di provare, attraverso il dialogo, a capire ciò che pensa e prova Suo figlio, se sono sorti problemi all'interno della squadra e/o quali sono le intenzioni del ragazzo circa la prosecuzione dello sport in questione.

 

Per quanto riguarda la paura di ammalarsi probabilmente è dovuta al fatto di aver vissuto come un "trauma" la febbre alta avuta precedentemente e quindi ora tende a mettere in atto comportamenti atti a prevenire un'eventuale nuova influenza e, quindi, il ripresentarsi del trauma. Vedrà che con il tempo questi comportamenti si attenueranno da soli.

 

Sperando di esserle stata utile, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



Buongiorno, sono Luisa e volevo sentire un vostro parere circa lo sport di mia figlia Giulia – nuoto a livello agonistico, specialità delfinista,  e il fumo. Mia figlia mi ha chiaramente detto che a scuola fuma e che le piace, io ci sono rimasta malissimo e ho pensato subito al nuoto. Ho pensato che insomma non si concilia fumo e allenamento di tre ore/quattro ore al giorno di nuoto e che potrebbe sfiancarsi inutilmente. Come mi devo comportare? Grazie.

 

Buongiorno Luisa, capisco la sua preoccupazione per sua figlia e credo sia importante farle capire i rischi e le conseguenze del suo comportamento a prescindere dal nuoto. Che il fumo faccia male è un dato di fatto e ovviamente non è assolutamente un buon alleato di uno sportivo per molte ragioni. Non so che età abbia sua figlia, se abbia o meno l'età di fare delle scelte consapevoli, ma una cosa è certa, che sia stato per sincerità o per sfida, è stata onesta con lei e questo può essere un aggancio. Cerchi di guidarla e di farle capire quali siano gli effetti del fumo in modo che da sola, ma affiancata da lei, possa prendere la decisione più giusta. Spero di esserle stata di aiuto e le auguro buona giornata.

 Un saluto,

Dott.ssa Marica Vignozzi



Buongiorno sono un ragazzo di 30 anni che gioca in una squadra di calcetto sono di ruolo portiere .ho quasi sempre giocato a calcio e  per vari motivi ,mi sono dovuto fermare e quest' anno con degli amici che già giocavo insieme anni ,anno deciso di aver fatto una squadra di calcetto a 5 e mi hanno coinvolto a giocare ,

purtroppo abbiamo avuto tanti problemi  6 mesi senza una palestra per allenarci il comune non riusciva ha  concederci uno spazio per allenarci e il campionato lo abbiamo la maggior parte delle partite senza allenamento  i siamo partiti con una rosa di 12 giocatori e vedendo li scarsi risultati  2 sole vinte e tutte perse, siamo ultimi in classifica con il  peggiore risultato delle reti incassate. siamo rimasti in 6 contatti e la squadra ha evidenziato grossi problemi  la mancanza di gioco costruiamo qualche palla da goal e la maggior parte sono sbagliate o recuperate dal avversario a causa della nostra pessima difesa,

 ho perso sicurezza in me stesso non mi sento più sicuro e non mi sento tranquillo, quando gioco riesco anche a parare ma con difficoltà   la maggior parte dei goal incassati sono frutto di mancanza di copertura e qualche disattenzione  vedendo gli avversari nettamente più bravi agguerriti e più organizzati  vedono che non abbiamo una buona difesa  sono sempre assidui nella nostra area e ritrovandomi solo in porta con 2 avversari il goal e la maggior parte e assicurato e capitato di prendere anche il goal più stupido, non trovo  più stimoli e sicurezza in me stesso e sentirmi offeso dai compagni poco umili scaricandomi le colpe del ultima sconfitta   non mi e stato di aiuto   non so più cosa fare? vi ringrazio della risposta buona giornata,,

 

Buongiorno a lei,

mi arriva dalle sue parole la fatica e gli sforzi fatti per mandare avanti un desiderio comune, la voglia di giocare nonostante le difficoltà che avete affrontato. Certo i problemi riscontrati anche per potervi allenare, si sono riversati nei risultati ottenuti che non sono stati positivi. Tutti questi elementi non hanno giovato al gruppo e alla sua sicurezza nel gioco e, rispetto a questo, mi viene di dirle che è una reazione più che normale arrivato a questo punto.

 La cosa che mi sento di dirle è di provare comunque a condividere questi suoi stati d’animo con i suoi compagni, per cercare di andare avanti facendo gruppo, altrimenti ne risente anche la prestazione in partita. Il gruppo negli sport di squadra è un aspetto importante che andrebbe anche gestito dall’allenatore, figura che però non  venuta fuori da ciò che ha scritto. Suppongo che il campionato non durerà ancora per molto, ma sarebbe un peccato chiuderlo con questo spirito negativo che emerge. Potrebbe provare ad esporre ai suoi compagni le sue difficoltà, valutando poi, anche in base a questo, cosa fare, poiché lo sport dovrebbe essere un momento di svago, di divertimento e di aggregazione, invece che fonte di stress e malumore.

Nella speranza di esserle stata utile, le porgo i miei più cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


Buongiorno

Sono la mamma di una ragazzo di 14 anni che gioca come portiere in una locale squadra di calcio impegnata in campionati e tornei a livello regionale. La squadra ha un’ottima reputazione ed ha sempre occupato i primi posti della classifica, seppur con i fisiologici alti e bassi.

Mi permetto di chiedere il vostro parere perché ho molte perplessità sulla condotta dell’allenatore, persona giovane e molto ambiziosa, che segue la squadra da un paio d’anni. Al di là della sua competenza tecnica, che tutti (ragazzi compresi) gli riconoscono ampiamente e sulla quale mi astengo da giudizi vista la mia totale ignoranza in materia, quello che mi preoccupa è il suo comportamento in campo e in spogliatoio in occasione delle partite.

In caso di vittoria (o anche di sconfitta, ma ben giocata), lo spogliatoio si trasforma in una smisurata profusione di elogi e parole di soddisfazione. Al contrario, nel caso in cui la squadra abbia giocato male, la stessa energia è utilizzata per far diventare lo spogliatoio testimone dei suoi impeti d’ira, che scadono regolarmente in offese del tenore di  “siete delle teste di c…, siete dei cogl…, mi date il vomito,  fate cag…” e così via. Talvolta non sono mancati calci a qualche zaino dei ragazzi. In una recente occasione ha persino insultato i ragazzi rimasti in panchina, urlando che la squadra aveva perso perché loro non l’avevano incitata abbastanza. 

Ne consegue che mentre i ragazzi più “scafati” ci ridono sopra e si fanno scivolare via l’accaduto, quelli più sensibili  escono dallo spogliatoio con le lacrime agli occhi e finiscono per vivere in stato di ansia l’attesa fino alla partita successiva.
Come avrà intuito, mio figlio rientra in quest’ultima categoria.

Mi chiedo: una condotta del genere è normale? E soprattutto, è utile e costruttiva? Qual è il confine (comportamentale) oltre il quale un allenatore non deve sentirsi autorizzato a spingersi?  Fino a che punto il fine deve giustificare i mezzi, dal momento che stiamo parlando di adolescenti di una squadra locale e non di serie A o Champions League?

Insieme ad altri genitori ci stiamo chiedendo quale sia la mossa più utile da fare, se intervenire in qualche modo o lasciare ai ragazzi autonomia di gestione.

Una vostra opinione in merito mi farebbe molto piacere.

Grazie sin d’ora.
R


Gentile lettrice la ringrazio per averci scritto.

Comprendo la complessità del problema da lei esposto  e la ringrazio per il perfetto quadro che ne ha dato.

Un comportamento costruttivo da parte di un allenatore  dovrebbe tenere sempre conto del tipo di personalità di ogni bambino, rispettarne i suoi tempi, le sue emozioni ,  aiutarloo a crescere , accettare anche le sconfitte come momento per crescere e migliorarsi.

Detto ciò,  da quello  che mi descrive,  l’allenatore sembrerebbe utilizzare al contrario un linguaggio molto aggressivo  quando i bambini non vincono e ciò non sembrerebbe essere né educativo e ne professionale. Questo tipo di atteggiamento, nei confronti di bambini  e soprattutto adolescenti,  potrebbe portarli ad avere un aumento di frustrazione e un forte calo dell’autostima e ciò potrebbe essere diverso in base a come ogni bambino reagisce a tali frustrazioni.

Per quanto riguarda l’intervento o meno da parte di Voi genitori, potrebbe essere utile chiedere prima  l’opinione dei vostri ragazzi in merito.  Cercare di comprendere se Loro richiedono  o meno del vostro aiuto e quale reazione potrebbe comportare per loro un Vostro intervento. Sarebbe bene dunque chiedere prima l’opinione dei vostri figli  provando ad agire tenendo conto del  loro pensiero, cercando di comprendere quali potrebbero essere i loro desideri e le loro paure.  Farli sentire parte attiva potrebbe aiutarli ad accrescere il  proprio livello di autostima. Sperando di esserLe stata utile.

Un caro saluto

Dott.ssa Carmen Mesoraca


10 maggio

Salve, sono un papà che segue suo figlio di 8 anni nella sua attività di rugby. Dopo una prova di allenamento scolastica, fatta da un allenatore che lo ha notato positivamente e nella quale il bimbo ne è rimasto entusiasta, ha deciso di iscriversi nella squadra di rugby della società dell'allenatore che lo aveva visto. Subito si è fatto valere, partecipando attivamente agli allenamenti e mostrando grande interesse anche se non è riuscito ad integrarsi bene con gli altri bimbi. Non vedeva neanche di buon occhio il terzo tempo,(momento in cui tutte le squadre si incontrano x mangiare insieme dopo le partite "ufficiali"). Nonostante i nostri sforzi nello spiegargli che fa parte del rugby anche quello, si rifiutava volendo tornare a casa. Oggi a 5 mesi dalla sua iscrizione, lo vedo molto più demotivato e meno partecipe, ed anche se lui afferma di voler continuare, non vedo più la luce negli occhi di quando ha iniziato. 

Mi preoccupa vedere la sua svogliatezza in campo e non gli faccio troppe raccomandazioni xché temo di rovinare quel poco che è rimasto.. Non avendo creato legami con altri bimbi continua a non voler partecipare al terzo tempo.. Quello che più mi preoccupa è che il bambino non si diverta e che soffra del fatto che non è riuscito ad integrarsi. Credo di aver esaurito le energie nel preoccuparmi del suo comportamento e temo così di non poterlo aiutare.. Cosa devo fare?
Grazie

 

Caro papà,

mi colpiscono molto le sue parole piene di enfasi. Mi colpisce anche la sua preoccupazione perché sente di star esaurendo le sue energie nell’ aiutare suo figlio. E ciò di cui sembrerebbe più preoccupato è la difficoltà che vede in suo figlio nel socializzare. Sembra che tenga molto al rendimento di suo figlio nello sport e nel momento della socializzazione e mi chiedo (e le chiedo) se le aspettative che nutre sono le stesse di suo figlio che, stando a quello che mi scrive, non ha mai detto di voler mollare il rugby anzi vuole continuare!

Mi chiedo se le raccomandazioni che gli ha fatto in passato abbiano avuto l’effetto di caricare di  pressione un momento di divertimento

poiché a 8 anni lo sport è prima di tutto un divertimento. Lo è per noi grandi, figuriamoci per i piccoli!

Il mio suggerimento è di lasciare che suo figlio si sperimenti naturalmente nel darsi obiettivi e, nel caso cogliesse ulteriori segnali di difficoltà di socializzazione potrà fare riferimento ad uno psicologo che vi aiuti.

Un caro saluto

 Dott.ssa Laura Nemolato


Buongiorno, sono la mamma di una bambina di 10 anni che fa ginnastica ritmica dall'età di 4 anni. Le piace molto questo sport e dallo scorso anno ha iniziato ad allenarsi tutti i giorni per poterlo fare a livello agonistico. Il problema è che ogni tanto la sua insegnante la critica offendendola e lei si mortifica. Poi dopo le gare non la accoglie mai col sorriso ma sempre con critiche e rimproveri. Capisco che se non la corregge non migliora ma lei nota che le insegnanti delle altre palestre sono molto più dolci ed affettuose con le proprie allieve e ne soffre. A volte le dice che ha i "piedoni" (la bambina ha il piede valgo) o che deve essere più magra altrimenti arriva sempre ultima (ma non è così). Lei a volte vorrebbe cambiare palestra ma non sport e nella nostra città non ce ne sono. Portarla lontano tra la scuola e il mio lavoro sarebbe difficile. Ma dovrei provarci? O deve imparare ad accettare la sua insegnante anche se usa dei metodi che a volte non condivido nemmeno io?

 

Buongiorno a lei, mi dispiace e la capisco molto in questa situazione. La ginnastica ritmica è uno degli sport dove frequentemente si trovano situazioni di questo tipo, dove si da molto rilievo alla disciplina, alla fisicità e alla perfezione. Purtroppo se ci si trova a che fare con un ambiente così difficile all'età di sua figlia e non si è adeguatamente preparati il rischio è di rinunciare alla propria passione e abbandonare. Dalle sue parele emerge che sua figlia ama molto quello che fa, quindi sarebbe un peccato, dall'altra parte rimanere in una situazione stressante può minare la sua autostima e ciò deve essere prevenuto. Ha mai provato a parlare con l'insegnante per comunicarle lo stato di disagio di sua figlia? Sarebbe importante che l'insegnante potesse riflettere su quanto sta accadendo affinchè non perda un allieva. E nel caso questo non cambiasse, e lei non voglia cambiare palestra, dovrà aiutare sua figlia a mantere un buon livello di fiducia nonostante le offese e i rimproveri affinchè possa cogliere la positività delle correzioni senza farsi abbattere dal contesto negativo. Mi auguro di averla aiutata e le mando un caro salutio.

 Cordiali saluti,

Dott.ssa Marica Vignozzi


buongioro
se possibile chiedo un'aiuto, mia figlia 11 anni gioca a pallavolo da due l'anno scorso ha fatto il mini volley e subito ci siamo accorti che era molto portata per questo sport, ha fatto un mini campionato a 4 durato da maggio a giugno, molto presente molto combattiva proprio il suo sport.
quest'anno ha cambiato l'allenatrice ed e' entrata nel ander 12 tutto ok grandi allenamenti qualche torneo a 4 tutto ok , inizio campionato prime partite a 6 ko totale si blocca completamente sembra un'altra bambina, caratterialmente e' una bambina estroversa,  gioiosa e sensibile non so cosa le stia succedendo e non so come aiutarla, l'allenatrice le ha detto che e' molto brava e di dirle come puo' fare per darle un aiuto attendo un parere grazie

 

 Gentile genitore,

forse il salto di categoria e l'inizio del campionato hanno fatto affiorare in sua figlia sentimenti di paura che la portano a bloccarsi e a non mostrare più la giusta competitività per affrontare le partite.

Ciò che Lei non spiega è se sua figlia ha palesato questi comportamenti di chiusura solo nello sport o anche in altri ambiti della sua vita (famiglia, scuola).

 

Ciò che potrei consigliarLe è di cercare di comprendere, attraverso il dialogo, se ci siano stati uno o più eventi, e se si cercare di capierne l'entità, (ad esempio il passaggio in Under 12, il cambio di allenatrice, il campionato) che abbiano portato suo figlia, in modo più o meno conscio, a mettere in atto questi comportamenti remissivi i quali, a lungo andare, potrebbero anche sfociare in sentimenti di frustrazione e di maggior chiusura.

 Sperando di esserle stata utile, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

 

Buonasera, sono una mamma di in ragazzo di 17 anni che gioca a calcio da otto anni. Lo scorso anno ha giocato metà campionato e poi ha rinunciato , per poi rientrare quest'anno. Il suo nuovo mister è  padre del suo eterno antagonista che in maniera poco obiettiva ha gestito il rapporto con lui. Lui ha un carattere forte e impulsivo tale da aggiudicarsi ben tre espulsioni. L'ultima di tre giornate che gli hanno fatto chiudere anticipatamente il campionato. Adesso che sono iniziati i tornei estivi si inventa malesseri per non allenarsi e giocare...cosa posso fare per fargli capire che fare sport è importante? Come posso aiutarlo a modificare questo aspetto caratteriale? Grazie per l'attenzione e la risposta.

 

Gentilissima signora,

vista l’età di suo figlio, ricca di trasformazioni come l’adolescenza, immagino quanto non sia sempre facile per un genitore starci dietro. Mi chiedo, però, come vive lui e come ha vissuto queste situazioni come il rapporto con l’allenatore e il fatto di essere espulso chiudendo anticipatamente il campionato. Ha ragione quando dice che lo sport è importante, ma è anche vero che forzare suo figlio nel farlo, potrebbe portarla al risultato opposto, diventato controproducente. Avrei bisogno di ulteriori elementi per darle maggiori consigli, ma ciò che mi sento di dirle, ad ogni modo, è di provare a capire insieme a lui perché arrivare a fingere dei malesseri per non allenarsi? Cosa significa per lui adesso giocare e fare calcio? Lo sport deve essere benessere e anche divertimento, oltre che impegno e competizione; provi a trovare con lui un compromesso che non lo allontani dallo sport, ma che gli permetta di viverlo serenamente.

Nella speranza di esserle stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


 

15 aprile

Buongiorno, sono la mamma di un bimbo di quasi undici anni. Fino ad un paio di anni fa la passione per il calcio di mio figlio era soddisfatta giocando a calcetto come attività di doposcuola, dopodiché Gabriele ha voluto cominciare a giocare in una "vera" squadra, disputando il campionato locale. Dato che mio figlio è riservato, abbastanza timoroso e molto perfezionista avevo messo in conto che questo passaggio avrebbe comportato un po' di scombussolamento, ma nel frattempo immaginavo che la vita di squadra, le regole del gioco e le dinamiche nuove che avrebbe affrontato potessero aiutarlo via via a crescere e a capire se davvero questo sport facesse per lui.

L'anno scorso ha mostrato anche discrete capacità, tanto che è stato chiamato per un provino per una squadra importante e questa cosa era stata un toccasana per la sua autostima... Però fin dall'inizio ha vissuto il calcio con ansia, paura di sbagliare, tensione... Capita non di rado che si metta a piangere in campo quando sbaglia un gol o un'azione, anche e soprattutto durante le partite.... Gli abbiamo parlato più volte, rassicurandolo sul fatto che la cosa importante dovrebbe essere quella di divertirsi e fare qualcosa che gli piace e non c'è nessun problema se si sbagliano anche 1000 goal...

Nonostante sia passato del tempo le cose non migliorano, anzi i pianti proseguono, accompagnati da un atteggiamento in campo scocciato e rinunciatario: quando non riesce a fare le cose come vorrebbe e gli avversari sono palesemente più forti smette di correre, non partecipa più alle azioni o chiede di uscire... A questo punto gli abbiamo parlato con un po' più di decisione, dicendogli chiaramente che secondo noi non può andare avanti così e dovrebbe decidere se vuole veramente continuare, perché non accettiamo più un comportamento simile, anche considerando che non è un bimbo piccolo.

Se non se la sente più non c'è problema, ma è importante che si chiarisca le idee. Lui ci dice che vuole continuare, ma io temo che le cose procedano come finora. Penso che mollare sarebbe sbagliato, perché non voglio che si crogioli nelle sue insicurezze senza provare a combatterle, però ammetto che la situazione sta
diventando logorante. Vi ringrazio anticipatamente per i vostri consigli.




Gentile signora,

innanzitutto sarebbe oppurtuno capire per chi questa situazione stia diventando logorante, se per voi genitori o per vostro figlio.

Da come Lei scrive, infatti, mi sembra di capire che, al di là della frustrazione provata in campo durante le partite e gli allenamenti, suo figlio non riporti lo stesso sentimento in altri ambiti della sua vita (scuola, gruppo dei pari, ambiente familiare) pertanto, il comportamento rinunciatario che suo figlio mette in atto durante le partite potrebbe essere dovuto o ad un'eccessiva insicurezza o ad un eccessivo perfezionismo che lui riversa solamente in ambito sportivo. Se così non fosse e, anzi, questi atteggiamenti fossero presenti anche in altri ambiti, allora, potrebbero essere caratteristiche proprie della personalità di suo figlio sulle quali, in caso, si potrebbe intervenire con un lavoro  sulle emozioni e sull'autostima.

Per poterlo aiutare, Lei e suo marito potreste parlare con lui non ponendolo però davanti ad una scelta, continuare o non continuare a giocare a calcio, alla quale, per altro, vostro figlio ha già dato una precisa risposta, ma cercando di capire il motivo per il quale lui voglia continuare nonostante in campo sembri non divertirsi ed abbia delle reazione così forti quando vede la situazione sfuggire dal suo controllo.

Sperando di esserLe stata di aiuto, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



14 aprile


Salve, sono la mamma di un ragazzo di 14 anni (2002) che gioca a basket in una squadra del 2001 per una serie di scelte  societarie e personali la squadra di cui negli anni precedenti faceva parte si è disgregata e lui ha comunque scelto di rimanere ed entrare in quella del 2001. Premettendo che non è un fuori classe, è sempre presente agli allenamenti, pur di non perderli per orari scolastici si allena anche con il 2000, lo convoca abbastanza regolarmente per le partite ma lo mette in campo o solo per pochi minuti oppure se il risultato è a favore non lo mette per niente. Preciso che la società sportiva ha scelto di fare il campionato eccellenza pur sapendo di avere ragazzi non all'altezza, infatti la squadra si trova in fondo alla classifica. Ho deciso di chiedere un vostro parere perché proprio in occasione delle vacanze pasquali  c'è stato il torneo organizzato dalla nostra società e mio figlio pur convocato ha giocato solo pochi minuti e soprattutto mai nelle gare di semi finali e finali dove l'allenatore si è ritrovato con 4 giocatori fuori gioco per eccessivi falli. Mio figlio ha dimostrato un disagio psicologico e la volontà di cambiare squadra alla fine della stagione perché non si diverte ad essere convocato ma mai messo in campo. A noi come genitori dispiace, lo abbiamo sempre accompagnato anche in trasferte fuori regione, consapevoli delle sue tante lacune sportive, ed è spiacevole vederlo deluso e mortificato per il non coinvolgimento nel gioco soprattutto in quelle rare volte che la squadra "rischia" di vincere. Alla luce del mio racconto gradirei, se possibile, avere consigli su come affrontare la situazione senza intromettersi tra lui e la squadra, tra lui e l'allenatore e la società, oppure se voi ritenete sia opportuno, che noi, come genitori si debba prendere posizione. Grazie

Gentile mamma,

dal suo racconto sembra molto preoccupata di ciò che sta vivendo suo figlio. Parla di dispiaceri, disagi psicologici (di che tipo?) e delusioni. Ma anche di volontà, capacità di scelta ed impegno.

E queste ultime in particolare sono legate a suo figlio e questo è molto bello perché dalle sue parole sembra anche che suo figlio abbia una maturità tale che lo aiuta a fare delle scelte buone per lui: autonomamente sceglie di giocare nella squadra del 2001 e dopo aver vissuto disagi e, probabilmente, insoddisfazioni legate al suo ruolo, altrettanto autonomamente sceglie di cambiare squadra. Lei stessa ha già individuato bene che mettersi tra suo figlio e l’allenatore o la società è una strategia debole. Il mio suggerimento è di continuare a rinforzare la volontà di suo figlio ed a rinforzare la sua modalità di scelta che sembra proprio andare in una buona direzione: quella dell’autonomia. Buon lavoro!

Un caro saluto

Dott.ssa Laura Nemolato

11 aprile

Buongiorno,

sono la mamma di un bambino di 11 anni che gioca a calcio da quando ne aveva 5. Lui ama molto questo sport, ma il suo carattere introverso è sempre stato un ostacolo fin da piccolo. All’inizio piangeva e guardava gli altri giocare, poi con il trascorso degli anni è migliorato molto tecnicamente  e dal punto di vista caratteriale. I vari allenatori hanno sempre detto che sarebbe molto bravo, ma purtroppo mancando la grinta   esce la metà di quello che potrebbe dare. Il mio problema non è la capacità del sapere giocare, ma non riesco a capire se è la mancanza di voglia oppure un problema di insicurezza che lo affligge.

Affronta periodi (molto brevi) dove  fa vedere le sue reali capacità e periodi  dove quando gioca sembra completamente lontano dai suoi compagni. Io ho sempre fatto di tutto per infondergli autostima e per fargli capire che nella vita è importante fare con cura e amore le cose se si decidono di fare. Chiedo cortesemente un consiglio, se devo provare con il farlo smettere il prossimo anno, per capire se era solo un problema di voglia, oppure fare finta di niente e continuare che le cose vadano come sono sempre andate. L’unica cosa che vorrei è fargli capire che se si intraprende qualcosa  nella vita è importante assumersene le responsabilità (anche se è un gioco) altrimenti si lascia perdere  senza nessuna costrizione.

Ringraziamenti e cordiali saluti.

 


Gentile Signora,

la ringrazio per averci scritto. Capisco il discorso che fa sulla responsabilità, la cosa che mi verrebbe da dirle è di cercare di capire con lui se si tratta di mancanza di responsabilità o semplicemente il suo modo di esprimersi nello sport. In base alle caratteristiche fisiche e di personalità, ognuno si afferma in modo diverso; se per suo figlio è davvero importante il calcio, toglierlo da questo sport, potrebbe essere una punizione che potrebbe però non fargli capire realmente il discorso sulla responsabilità. Sarebbe utile avere maggiori informazioni sul vissuto di suo figlio a riguardo, come vive il fatto che gli allenatori sottolineino che potrebbe fare di più, ma è poco grintoso, se per lui invece va bene così perché sta comunque bene e si diverte.

A quell’età è importante l’ambiente che vive col gruppo, se gli piace il calcio e si diverte. Il mio consiglio  di condividere con lui le sue perplessità e preoccupazioni, in modo da capire il suo vissuto e fargli arrivare che, nel caso in cui non si senta motivato a giocare, potrebbe provare un nuovo sport l’anno prossimo e decidere consapevolmente e liberamente.

Sperando di esserle stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



1 aprile 2016

Buongiorno sono la mamma di una bambina di 8 anni che pratica nuoto dall'età di 4 anni, premetto che mia figlia è stata molto fortunata perché (per puro caso) è stata seguita sempre dai migliori istruttori del centro sportivo dove l'ho iscritta, dunque il suo è stato un percorso molto costruttivo, dall'approccio con l'acqua fino al livello propagandistico in cui si trova la momento.

All'inizio la bimba piangeva prima di entrare in acqua (quasi tutto il primo anno), faceva qualche storia ma poi entrava in vasca e partecipava volentieri e con il sorriso a tutti gli esercizi che le venivano impartiti.

Gradualmente il pianto è sparito, il secondo anno tutto bene seguita da un altro istruttore, molto bravo e pignolo, ma perseguitata da una bambina che le tirava i piedi per non farsi superare quando facevano piccole sfide per gioco.

Nonostante la bambina disturbatrice tutto ok.

Terzo anno ancora nuovo istruttore che riesce a cogliere in lei le sue capacità, tanto brava da allenarsi con bambini di 12 anni, ma iniziano a comparire i primi mal di pancia. All'inizio non le ho dato peso però poi sono diventati frequenti, e quando ha indicato che si trattava del petto mi sono preoccupata. Ebbene viene sottoposta a tanti controlli ed esami medici, tutto ok sana come un pesce.

Al che ho deciso di iscriverla al quarto anno di nuoto. Nuovo istruttore, nuovi compagni ai quali si aggiunge la bambina disturbatrice del secondo anno però tutto ok, tranne il fatto che spesso lamenta mal di pancia. 

Mia figlia ha un carattere molto tranquillo, è molto ubbidiente, studia col massimo dei voti, lavora molto a scuola e per fare i compiti a casa impiega al massimo 1 ora. apprende velocemente ed eccelle in tutto ciò che fa. Addirittura ottima interprete in diversi progetti teatrali a cui ha partecipato di sua spontanea volontà. il suo carattere tranquillo è uno svantaggio per lei perché spesso è stata vittima di dispetti da parte di altri bambini però piano piano la sua vocina è venuta fuori, a detta delle maestre è diventata molto sicura di se’, sa farsi ascoltare e rispettare. Ma torniamo al nuoto, mi trovo a vivere due situazioni: da una parte c'è lei che durante gli allenamenti spesso lamenta mal di pancia e dunque l'atleta che è in lei non viene fuori, dall'altro c'è un'altra lei che appena sente la parola gara si trasforma e dà il massimo è sempre tra i primi posti nelle sue batterie, (prima su 7, seconda su 7, prima su 5), il problema è che è molto ansiosa e il mio impegno è quello di farle vivere ogni gara come una gita per la famiglia dove la gara è una parte della giornata e non un momento fondamentale. Se imposto le cose in questa maniera lei è tranquilla, ma nel momento in cui dovesse avvertire la competizione e la forzatura di vincere a tutti i costi si chiude. Purtroppo l'ambiente è questo, i genitori sono lì a pretendere che vincano manco fossimo alle olimpiadi e noi ci sentiamo quasi emarginati perché non la pensiamo come loro. I mal di pancia penso possano avere origine nel non sentirsi all'altezza, nella bassa autostima che ha di se’, nel pensare che gli altri sono "tutti più bravi di lei", ma poi entra in acqua e conferma di essere brava

  Insisto per farle praticare il nuoto, ma ho molti dubbi a riguardo per questi mal di pancia, e per il fatto di sentirmi schiacciata dai genitori che usano i figli come trofei, spesso anche l'allenatore mi ha fatto presente di questi mal di pancia che rallentano gli esercizi, e del fatto che deve tirare fuori la grinta e anche questo mi ha fatto riflettere, io penso semplicemente che lo sport è divertimento e se serve per aumentare l'autostima di una bambina tranquilla ben venga. 

Anche l'allenatore a fine gara mi conferma che "contro ogni aspettativa è andata bene".

Inoltre faccio presente che è una bambina che non si vanta della sua bravura, ne’ dei suoi risultati, rispetto ai compagni che gridano di essere bravi.

Non voglio costringerla, lei dice che non vuole smettere mai di nuotare nonostante a fine allenamento mi dice che non si sente bene, le fa male la pancia. Io la tranquillizzo in tutti i modi, le dico di fare ciò che sa fare e se non ce la fa di fermarsi, sono arrivata anche a non tifare per lei durante le gare e a nascondere il mio entusiasmo per non creare in lei delle aspettative, che a detta di esperti non vanno bene. Non so che fare anche perché tra poco si chiude la stagione e a settembre prossimo potremmo trovarci a prendere una decisione seria che riguarda l'agonistica.

Ho letto le lettere degli altri genitori e ho deciso di scrivere.

Grazie per l'attenzione distinti saluti.

A.

 

Cara mamma,

La descrizione minuziosa e l’attenzione ai sintomi di sua figlia sono preziose. Sembra che sua figlia stia somatizzando un disagio o meglio stia trasformando una paura o una preoccupazione in qualcosa che si riversa sul proprio corpo, quello che in gergo viene chiamato somatizzazione.

Quando siamo in presenza di un sintomo psicosomatico il corpo non è malato ma si rende veicolo di ciò che non vogliamo affrontare e continuiamo a tacere.

Sembra utile una citazione dell’autore Alejandro Jodorowsky “il corpo grida quello che la bocca tace” che riassume molto bene quello che ha notato in sua figlia. Nel caso dei bambini i genitori hanno un ruolo importante per capire e far venire fuori ciò che li preoccupa. È probabile che un clima competitivo come quello che ha descritto mal si adatti al carattere di sua figlia che descrive come una bambina tranquilla (bisogna poi vedere cosa intende per tranquilla, forse remissiva? Si adatta alle richieste dell’altro?). Il mio suggerimento è di cogliere e far venire fuori i segnali di disagio di sua figlia facendo attenzione alla sua indole e rispettandola. Probabilmente alcuni genitori sono più attenti ad assecondare i propri desideri proiettandoli sui figli. Sicuramente lei non fa parte del gruppo dei genitori che credono di essere alle olimpiadi. In questo caso, la invito a intuire i segnali che sua figlia manda rispetto ai livelli di competizione.

Un particolare che ha catturato la mia attenzione è la scelta: ha scelto lei il nuoto? E se sì come mai? La invito a fare attenzione a queste domande che possono sembrare semplici ma fanno pensare al ruolo fondamentale che hanno i genitori nella scelta dello sport per i propri figli che è una scelta complessa che deve tener conto delle inclinazioni del bambino, oltre alle esigenze del genitore (esigenze economiche, di tempo, organizzative etc). In questo caso, sembra che sua figlia non viva bene le competizioni. Come mai lei continua ad iscriverla a nuoto? È sicuramente uno sport completo ma ne esistono altri e il mio suggerimento è, dopo aver ascoltato i desideri di sua figlia, aiutarla a sperimentarsi anche in altri sport.

Inoltre, lei stessa ha ben individuato che lo sport è prima di tutto divertimento, soprattutto quando si è bambini.

Secondo lei sua figlia si diverte?

Spero di averle dato alcuni spunti di riflessione per lavorare insieme a sua figlia nella direzione di ciò che più si addice a lei. Buona scoperta.. in due!

Un caro saluto

 

Dott.ssa Laura Nemolato


25 marzo 2016


Buongiorno sono il padre di una ragazza di 17 anni che gioca a pallavolo da 5 anni. Dopo aver avuto dei risultati molto buoni ed essere stata sempre titolare ultimamente ha avuto un crollo psicologico direi inspiegabile. La sua autostima è andata a 0. Quando  entra in campo sembra impaurita (in passato era grintosa ). Naturalmente ne abbiamo parlato ed io credo di aver identificato il problema nel suo cattivo rapporto con l'allenatore.  A questa età,  ma forse sempre,  hanno bisogno di avere un supporto e quello dei genitori non sembra bastare.  Io le ho detto di parlarne con il coach ma lei è troppo orgogliosa per farlo.  Avreste dei consigli?  Grazie.

 


Buongiorno a lei, la ringrazio per averci scritto.

Avrei bisogno di ulteriori elementi per avere un quadro della situazione più chiaro. Sicuramente vista l’età di sua figlia, immagino stia affrontando un campionato più impegnativo, oltre ai cambiamenti che starà attraversando nella fase di adolescenza; fattori che possono influenzarla anche nel campo. Sicuramente un ulteriore fattore che incide sull’affrontare la partita in un certo modo è  il clima nella squadra e il rapporto con l’allenatore, oltre agli obiettivi del campionato che potrebbero essere diversi rispetto ai primi campionati del settore giovanile. Sarebbe utile in effetti discuterne con l’allenatore stesso, poiché l’aiuterebbe ad affrontare la situazione e indagare sui fattori che le fanno affrontare una partita con meno grinta o con ansia da prestazione.

La cosa che mi sento di dirle è di parlarne con sua figlia, cercare di spingerla a condividere il suo stato d’animo anche con l’allenatore o con le compagne, se c’è un gruppo coeso che la può aiutare a ritrovare quelle risorse personali che in questo momento, probabilmente, non riconosce in sé stessa. Ad ogni modo continuate a sostenerla rimandandole sempre su un piano positivo le capacità e le risorse che ha, in modo da aiutarla a ritrovare la sua autostima.

Nella speranza di esserle stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



Buongiorno,

sono la mamma di un ragazzo di quasi 16 anni che pratica hockey da diversi anni, con ottimi risultati, convocato anche con la nazionale giovanile.
Anche quest’anno è già stato convocato due volte ed entrambe le volte è tornato molto in crisi, perché non si era trovato bene.
Dice che non gli piace l’ambiente, che invece di cercare di creare spirito di squadra viene creata una competizione esasperata tra i ragazzi.
In
effetti non è il solo a non andare volentieri, parlando con i genitori di altri ragazzi convocati, molti di loro preferirebbero non andare a questi raduni.
In
questi giorni è arrivata l’ennesima convocazione e lui dice di non voler andare.


L’allenatore della sua società gli ha fatto un bel discorso a cuore aperto, dice ndogli che sarebbe un peccato rinunciare, soprattutto perché è un ragazzo con delle ottime capacità, che ci tiene a dare sempre il meglio, si allena con grande
dedizione e massimo impegno (anche a casa lavora per conto suo per migliorare).


Suo padre ed io abbiamo tentato di fargli capire che deve cercare di vivere l’esperienza con maggior leggerezza, prendere quello che c’è di buono, ovvero la possibilità di confrontarsi con i migliori giocatori di mezza Europa suoi pari età

E poi nella vita succede di trovarsi in ambiente dove non tutto è come si vorrebbe, vedi la scuola prima, il lavoro poi, e si deve imparare a gestire anche queste situazioni.

Vorrei un consiglio su come sia meglio gestire la situazione, se provare ad insistere o lasciare che decida da solo.
Grazie
Cordiali saluti

 

 Gentile signora,

la competitività, ossia la tendenza individuale a impegnarsi a fare del proprio meglio per prevalere sugli altri, non necessariamente si sviluppa in ogni atleta in ugual misura. Il maggiore o minore sviluppo può dipendere da diversi fattori come la personalità dell'atleta, la disciplina sportiva, gli insegnamenti dell'allenatore e della società.

Probabilmente suo figlio non si rispecchia nel sentimento di competitività presente invece in molti altri ragazzi che, come lui, sono stati convocati nella nazionale; il suo senso di appartenenza alla squadra, la sua voglia di creare gruppo con i compagni ed il suo impegnarsi costantemente sono gli inganaggi che lo fanno essere un buono sportivo e forse, per questo, non sente come propria la competitività e non riesce a trovarsi a suo agio in quell'ambiente.

 

Ciò che Lei e suo marito potreste fare è di continuare, senza insistere troppo, a spiegare al ragazzo la grande opportunità che ha nel confrontarsi con altri sportivi in competizioni internazionali e nel poter dimostrare a se stesso, a voi e a tutte le persone le sue capacità e il frutto dell'impegno che ha messo in questo sport. Inoltre, come Lei stessa ha scritto, fargli notare che la competizione è un fenomeno presente in ogni contesto sociale e che questa non sarà, pertanto, l'unica volta che si troverà ad affrontare questo tipo di situazioni.

 

Sperando di esserLe stata di aiuto, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



Buongiorno, ho un figlio di 13 anni che ha provato vari sport e che si è dedicato alla break dance per 4 anni. Purtroppo in provincia le scuole sono poche anche se alcune di buon livello, lui vorrebbe imparare molto ma tutti i gruppi e gli insegnanti tendono a mandare avanti il gruppo anche se in realtà la break dance è individuale. Per un breve periodo si è allenato con istruttore molto bravo che lo ha fatto avanzare di livello e preparato a fare gare ma prima di poterle fare ha lasciato l'insegnamento per motivi personali e mio figlio ha deciso di mollare e fare calcio per sentirsi parte di un gruppo che a scuola parla solo di partite.

A me è dispiaciuto ma ho sempre detto a mio figlio che lo sport deve essere per lui una gioia e quindi l'ho lasciato scegliere ma a distanza i due mesi si è già pentito del calcio perché non vuole fare le docce con i compagni di squadra e non vuole giocare sotto la pioggia e vorrebbe tornare a fare break dance ma non le gare. Io, vista l'indecisione, gli ho posto dei limiti, deve aspettare settembre per cambiare così avrà tempo di riflettere e se farà break dance dovrà fare le gare (tre all'anno) che gli vengono proposte. Vorrei sapere se mi sto comportando correttamente o se può esserci altro che non capisco. Vi ringrazio anticipatamente

 

Buongiorno a lei, grazie di aver condiviso la sua storia capisco che non sia facile decidere quale sia la cosa giusta da fare in questa situazione. Una cosa che mi sembra piuttosto evidente è che suo figlio ami e voglia proseguire con la break-dance poiché ha tentato di andare a giocare a calcio ma non si è trovato bene nonostante sia magari lo sport prevalente del suo gruppo classe. Questa esperienza, però, può essere stata per lui importante e positiva poiché ha capito cosa gli piace davvero.

Probabilmente, dato che le scuole della vostra zona prevedono gare di gruppo, dovrà scendere a questo compromesso se vuole continuare ad allenarsi nel ballo ma è importante che capisca che tutti gli insegnamenti, anche quelli di gruppo, possono arricchirlo anche a livello individuale purchè lui faccia un po’ di lavoro da solo per assimilare le cose apprese. È molto frequente che nella danza vengano organizzati anche lezioni e stage finesettimanali, potrebbe informarsi se esiste qualcosa sulla break-dance nella sua zona, potrebbe essere qualcosa in più. 

Mi auguro di esserle stata di aiuto e buona giornata.

Dott.ssa Marica Vignozzi



16 marzo 2016

Buona sera 
Mi chiamo Andrea ho 29 anni vi scrivo in quanto vorrei avere un parere esterno dato che nn riesco a darmi una spiegazione.
È circa 4 anni che pratico sport il primo anno e mezzo ho fatto arti marziali miste un sport da combattimento dopo circa 6 mesi ho provato il mondo agonistico. Ciò comportava a seguire le categorie di peso che a lungo andare avere delle restrizioni alimentari nn mi calzava tanto a pennello. 
Grazie a questo sport ho smesso di fumare.
A lungo andare nella pratica di questo la routine sportiva mi stava Stretta di conseguenza dopo circa 1 anno e 1/2 dovuto da un infortunio e dalla voglia di fumare ho mollato ( come se uno scacciasse l'altro ) Dopo circa 4 mesi di riposo ho iniziato un nuovo sport il crossfit.

Dove anche in questo ho nuovamente smesso di fumare per rendere l'attività sportiva meno faticosa a livello respiratorio.
Questo è durato circa un altro anno è mezzo. nel mentre  ho perso il lavoro, dato che mi era stata data la possibilità di poter fare della mia passione il lavoro fin quando nn trovavo un lavoro serio. 

ho allenato circa due mesi  dopo di che ho trovato finalmente un lavoro a turni dove sono stato costretto a mollare lo sport un po’ x il lavoro e un po’ dovuto ad alcuni battibecchi con i "titolari allenatori"

Dopo aver trovato un equilibrio con il lavoro nuovo sono ritornato in palestra.
Il ritorno è durato ben poco circa sei mesi e pure qui la routine (lavoro palestra casa e spesa e faccende domestiche) mi ha spinto a mollare e di conseguenza ho ripreso a fumare.
Ho capito che per me lo sport fa bene (come a chiunque credo,) quello che nn capisco come mai se consapevole di questo abbandono.

Grazie per la vostra attenzione 
Buona sera

A.


Caro lettore,

sembra che lei stia vivendo un rapporto conflittuale con l’attività sportiva: da una parte riconosce il beneficio che ha per lei lo sport, aiutandola nel benessere psicofisico e a non fumare, mentre dall’altra riconosce che il sovraccarico di attività e le restrizioni alimentari potrebbero far calare la sua motivazione. È una situazione molto frequente in cui la persona può sperimentare oltre ad un calo della prestazione anche una crescente demotivazione che nel suo caso si manifesta col lasciar perdere l’attività sportiva.

Il mio suggerimento è di mettersi in ascolto di se’ partendo da ciò che desidera

in relazione ai benefici che vuole ottenere ed alla sua forma fisica. In seguito, potrebbe decidere degli obiettivi che la aiutino a strutturare un’attività più adatta ai suoi tempi ed al suo fisico, magari con l’aiuto di un preparatore atletico o di un istruttore.

Infine, la invito a non sottovalutare che un’attività sportiva prevede un impegno fisico e pratico per conciliare il lavoro, le faccende e la vita sociale. Fatta a livello agonistico, poi, richiede un carico maggiore. Ciò che potrebbe fare è valutare se e come in questo momento un’attività atletica può rispondere ai suoi obiettivi.

Un caro saluto

 Dott.ssa Laura Nemolato


14 marzo 2016


Buona sera vorrei sapere cosa posso fare per avere giustizia nei confronti di un allenatore ha nostro avviso in mala fede e ingiusto.

Mio figlio ha 14 anni e giocava fino a ottobre 2015 nella squadra di calcio del paese da circa 8 anni.

La società mi manda a chiamare per dirmi in due secondi che testuali parole: suo figlio da domani non fa parte più della squadra 2001 perché è stato espulso e mandato nella squadra dei 2000, se vuole a dicembre può richiedere il rimborso spese e andarsene dove vuole.

Sentito questo sono rimasto senza parole (una doccia fredda), ho chiesto spiegazioni perché non ho idea del motivo di  questa decisione, e mi viene risposto che per una serie di motivi generici ed episodi vari hanno ritenuto allontanare mio figlio dalla squadra.

Ho chiesto gentilmente di darmi spiegazioni sull'accaduto e il dirigente del settore non mi ha saputo dare alcuna spiegazione era vago senza mai dirmi un episodio concreto, sono andato via senza risposte ho chiesto di scrivermi le motivazioni che la società poteva ritenere valide ma il responsabile non ha voluto in alcun modi rispondermi.

Ho avuto una riunione con il presidente, il mister(l'artefice) e lo staff della società i quali mi hanno fornito queste motivazioni; 

1 accusa- suo figli lunedì è venuto ad allenarsi con un pantaloncino di colore  diverso dalla casacca in dotazione.

Risposta mia, il ragazzo mi dice i due pantaloncini erano in lavatrice e  che c'erano anche altri due ragazzi con pantaloncini diversi dalla casacca in dotazione.

2 accusa  mossa direttamente dal mister che dice testuali parole; suo figlio si è permesso di dire davanti a un suo compagno " vai avanti tu che sei il più forte in modo ironico".

Il presidente ha detto che; sono stati sbagliati i modi e i tempi ammettendo lo sbaglio ma fatto sta che mio figlio non gioca più con i suoi compagni del 2000 il mister gli ha tolto pure il saluto e il ragazzo per questa cosa sta veramente male.

Tutto quello che ho detto allo società è tutto registrato ci sono le prove.

Grazie mille e spero di avere una risposta che faccia giustizia.

 

Gentile genitore,

dalle sue parole mi arriva molto forte la sua rabbia per questa situazione. In genere credo che se una società arriva ad espellere un giocatore, dovrebbero esserci delle motivazioni valide, aspetto che risulta poco chiaro e confusionario nel vostro caso.  Avrei bisogno di ulteriori elementi per capire a fondo ciò che è successo, oltre al fatto che la società dovrebbe comunque essere tenuta a darle delle spiegazioni. Ad ogni modo ciò che mi sento di dirle è di stare vicino a suo figlio, di sostenerlo in questo momento in cui, a prescindere dalle motivazioni dell’accaduto, comunque si trova a vivere un momento di separazione dal suo gruppo e, secondo il suo vissuto, ingiustamente.  Accanirsi contro l’allenatore e la società, comunque non aiuterebbe suo figlio a stare meglio, più tranquillo, poiché si troverebbe coinvolto in un conflitto. Potrebbe sostenerlo nel cercare un gruppo, una società che lo faccia sentire bene, se quella in cui si trova adesso, invece, non gli permette di vivere serenamente questo sport.

Nella speranza di essere stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra  

 


Buongiorno,
io e mio marito abbiamo aperto una società di Taekwondo ed abbiamo una quarantina di atleti che frequentano i nostri corsi, a partire dai 4 anni in su fino a oltre i 40.
Durante il corso dei bambini, i genitori restano sempre seduti a bordo palestra a guardare l'allenamento e sempre più spesso addirittura intervengono per correggere i figli se non fanno esattamente l'esercizio come gli è stato spiegato, li chiamano, gli parlano, è capitato anche che entrassero dentro la palestra....
Noi in questi casi ovviamente cerchiamo di ricordare ai genitori in questione che ci siamo noi come allenatori e che siamo lì apposta per insegnare ai loro figli, per seguirli, per correggerli e che non è compito loro intervenire durante l'allenamento.
Ultimamente poi ogni volta che mandiamo i bimbi a ere, li trattengono per chiacchiere e li distraggono.
Molto spesso vediamo che i bambini lavorano molto meglio se non hanno nessuno che li osserva, si sentono più liberi, hanno meno paura di essere giudicati, si sentono liberi di poter sbagliare.
Come possiamo far capire ai genitori che la loro presenza (seppur comprensibile... capiamo che un genitore abbia piacere di vedere cosa fa il proprio figlio) in alcuni casi potrebbe avere più un effetto negativo sui propri figli e che anche loro dovrebbero avere il diritto di avere i propri spazi?
Grazie mille per i suggerimenti
Saluti
  S e N

 

Gentili lettori, grazie per averci scritto.

Comprendo la difficoltà nel condurre serenamente il vostro lavoro con i bambini in tali circostanze.

Ritengo giusto che voi continuiate a ricordare  ai genitori di non intervenire durante la lezione e definire per bene le regole da rispettare, affinchè sia gli allenatori che i bambini possano lavorare insieme serenamente.

Potrebbe essere d’aiuto  provare a spiegare ai genitori che la cosa importante è che l’attività venga vissuta da parte dei genitori degli insegnanti  e soprattutto dai bambini come “un qualcosa di bello da fare” , che lo sport possa essere per loro un esperienza positiva, che porti il bambino a viverlo come un qualcosa di bello e divertente.  E’ importante  inoltre che il bambino acquisisca esperienza di movimento, che possa imparare che dall’errore può nascere un nuovo apprendimento e che,  contunui interventi da parte dei genitori, potrebbero causare interferenza e non aiuterebbero a portare avanti questo progetto educativo. Mentre l’atleta adulto lavora in funzione del risultato, questo non dovrebbe  assolutamente avvenire per i bambini, poiché ciò potrebbe portarli  a vivere quello sport con una particolare  ansia, e la stessa ansia potrebbe diventare maggiore del piacere della pratica sportiva e portare ad un rifiuto del bambino del desiderio di praticare quello sport.

Per quanto riguarda il secondo punto ritengo che potrebbe invece essere  controproducente cercare di far capire ai genitore che la loro presenza possa avere un impatto negativo; potrebbe invece essere d’aiuto  comunicare loro quanto una presenza non invasiva e non giudicante (da parte loro), possa nello sport essere utile ai loro bambini, “sottolineando l’importanza della loro presenza, perché  lo sport è anche elemento di condivisione” per viverlo insieme in maniera piecevole e ottenere anche dei buoni risultati.

Sperando di esservi stata d’aiuto

Vi invio Cordiali saluti

Dott.ssa Carmen Mesoraca

 
10 marzo 2016

Buongiorno, sono la mamma di un bimbo di quasi undici anni. Fino ad un paio di anni fa la passione per il calcio di mio figlio era soddisfatta giocando a calcetto come attività di doposcuola, dopodiché Gabriele ha voluto cominciare a giocare in una "vera" squadra, disputando il campionato locale. Dato che mio figlio è riservato, abbastanza timoroso e molto perfezionista avevo messo in conto che questo passaggio avrebbe comportato un po' di scombussolamento, ma nel frattempo immaginavo che la vita di squadra, le regole del gioco e le dinamiche nuove che avrebbe affrontato potessero aiutarlo via via a crescere e a capire se davvero questo sport facesse per lui.

L'anno scorso ha mostrato anche discrete capacità, tanto che è stato chiamato per un provino per una squadra importante e questa cosa era stata un toccasana per la sua autostima... Però fin dall'inizio ha vissuto il calcio con ansia, paura di sbagliare, tensione... Capita non di rado che si metta a piangere in campo quando sbaglia un gol o un'azione, anche e soprattutto durante le partite.... Gli abbiamo parlato più volte, rassicurandolo sul fatto che la cosa importante dovrebbe essere quella di divertirsi e fare qualcosa che gli piace e non c'è nessun problema se si sbagliano anche 1000 goal... Nonostante sia passato del tempo le cose non migliorano, anzi i pianti proseguono, accompagnati da un atteggiamento in campo scocciato e rinunciatario: quando non riesce a fare le cose come vorrebbe e gli avversari sono palesemente più forti smette di correre, non partecipa più alle azioni o chiede di uscire...

A questo punto gli abbiamo parlato con un po' più di decisione, dicendogli chiaramente che secondo noi non può andare avanti così e dovrebbe decidere se vuole veramente continuare, perché non accettiamo più un comportamento simile, anche considerando che non è un bimbo piccolo. Se non se la sente più non c'è problema, ma è importante che si chiarisca le idee. Lui ci dice che vuole continuare, ma io temo che le cose procedano come finora. Penso che mollare sarebbe sbagliato, perché non voglio che si crogioli nelle sue insicurezze senza provare a combatterle, però ammetto che la situazione sta diventando logorante. Vi ringrazio anticipatamente per i vostri consigli.

S.C.

 

Cara S.C., capisco la situazione e la ringrazio di averla condivisa con noi. Da ciò che scrive emerge quanto Gabriele sia un ragazzo sensibile e quanto dentro di lui sia importante fare bene. Quest'ultimo è diventato importante a tal punto che se le cose non vanno come vorrebbe assume un'atteggiamento scocciato e rinunciatario come descrive lei.

Capisco quanto possa essere difficile per voi genitori aiutarlo in questi momenti e concordo con il vostro tentativo di fargli capire che capita di sbagliare e che l'importante è divertirsi. Il problema è che Gabriele quando sbaglia non si diverte e non si perdona, processo che lo ha portato probabilmente a sentirsi incapace di fronte alle difficoltà tanto che, se le percepisce troppo elevate, non ci prova nemmeno ad affrontarle rinunciando a priori.

Credo che sia una buona cosa che lui abbia la volontà di continuare ma dovrà imparare, con il vostro aiuto, a perdonare le proprie debolezze e a prendere la sconfitta non come un fallimento ma come un'occasione per imparare e fare meglio. Solo così acquisterà fiducia nelle proprie capacità e potrà capire che con l'impegno e la costanza si può migliorare e superare le avversità. Mi auguro di esserle stata di aiuto.

 

Un caro saluto,

Dott.ssa Marica Vignozzi


9 marzo 2016


Buonasera, sono capitato sul sito e ho letto tante di quelle domande e risposte che vorrei poter esporre anche io la mia di situazione. Sono un ragazzo di 21 anni e gioco a basket da quando ne avevo 5-6. Mi sono sempre allenato e ho sempre giocato, a volte conseguendo buoni risultati individuali (e ricevendo anche dei complimenti) e altre volte giocando meno bene e non riuscendo ad aiutare la squadra a vincere. Da un po' di tempo a questa parte però, non so come, ho avuto come un calo drastico della mia autostima da quando ho finito il settore giovanile a quando sono passato in prima squadra, a tal punto che sono passato dall'avere certezze e prospettive (non da serie A eh) all'avere praticamente "paura" di andare ad allenarmi.

Forse una delle cause è che non sono riuscito a guadagnarmi la fiducia dell'allenatore, e di conseguenza per ogni minimo errore, anche solo nelle partitelle di allenamento, finivo in panchina. Si, in pratica sono passsato dal giocare sempre al giocare raramente, e ciò mi ha depresso se solo penso che prima andava tutto diversamente. E' poco più di un anno che non gioco e ho una voglia matta di riprendere ad allenarmi e di raggiungere i miei obiettivi (senza perdere d'occhio le altre cose importanti come lo studio..), però non riesco a superare la "paura" di andare ad allenarmi. Come posso fare per superare questo scoglio?

La ringrazio anticipatamente

 

Gentile lettore,

grazie per averci scritto. Questa "paura" che Lei descrive è probabilmente generata, come da Lei stesso ipotizzato, dal non giocare più con continuità; la perdita di prospettive e certezze, che il passaggio in prima squadra le ha provocato, ed il non essersi guadagnato la fiducia dell'allenatore hanno causato in Lei perdita di autostima e di sicurezza che La bloccano e Le permettono più di rendere al massimo e che hanno dato vita alla paura, forse più estesa rispetto al solo allenamento, di non riuscire a tornareai livelli di gioco di una volta.

 Per tornare ad allenarsi con serenità potrebbe provare a cambiare squadra, se possibile; magari cambiando allenatore e dovendo dimostrare da zero il suo valore in campo Le permetteranno di ritrovare il giusto spirito e la giusta sicurezza.

 

Sperando di esserLe stata di aiuto, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico


24 febbraio 2016


Salve a tutti, è una domanda alla quale tengo molto per favore aiutatemi se ne siete in grado.. Io e il mio migliore amico abbiamo cominciato a fare una sport da combattimento 3 anni fa e in così poco tempo abbiamo ottenuto molti titoli.. Anche perché ci allenavamo 6 volte alla settimana per tutto l'anno anche durante l'estate... Adesso però [QUI MI DOVETE AIUTARE :( ] sta passando un periodo dove la sua motivazione di gareggiare e di allenarsi va scemando anzi è quasi scomparsa ed è tentato di lasciare questo sport... Io non voglio che lui lasci questo sport, perché so che può ottenere ancora grandi risultati.. Quindi vi volevo chiedere, come si può affrontare una situazione di questo genere, come posso aiutarlo a motivarsi e affrontare questo periodo no verso questo sport (kickboxing)? Ps. Continua ad affermare che questo sport gli piace ma non ha più quella forte motivazione...

 

Gentile lettore, grazie per averci scritto.

Comprendo dalle sue parole la difficoltà che sta vivendo in questo momento. Probabilmente il suo amico sta attraversando un periodo particolare della sua vita o potrebbe essergli accaduto qualcosa che l’ha  portato  ad orientarsi  in tale direzione. In ogni caso,  per poterlo aiutare,  bisognerebbe rispettare i suoi tempi, questo suo momento, cercando di  appoggiare la sua scelta qualunque essa sia .Se il suo amico si sentirà  libero e non giudicato in base all’eventuale  decisione che prenderà,  potrebbe aprirsi e riuscire a parlare liberamente del suo problema con Lei;

questo potrebbe essergli davvero d’aiuto per riuscire ad esprimere  ciò che prova. Al contrario,  cercare di convincerlo  verso un'unica scelta possibile, potrebbe portarlo a non sentirsi compreso e di conseguenza  ciò potrebbe causare  una possibile chiusura nei suoi confronti.

La motivazione è necessaria per intraprendere qualsiasi cosa nella vita ed ha a che fare con i valori e le aspettative. Per riuscire ad aiutare il Suo amico potrebbe essere utile affrontare con lui la resilienza di contesto e i riferimenti di significato che forse sono cambiati per lui nello sport che praticate. Questi sono alcuni aspetti che potrebbero generare un calo della motivazione nel Suo amico, ma che credo potrebbero essere affrontati da un professionista più che da un amico.

Le chiederei  inoltre, se può, di provare a spostare l’attenzione su se stesso e a tal proposito proporle uno spunto di riflessione: ”Come mai per Lei è così importante che il suo amico continui a praticare Kickboxing? Cosa comporterebbe per Lei un’eventuale abbandono di questo sport da parte del suo amico?”.

Sperando di esserLe stata d’aiuto

Le invio cordiali saluti

 Dott.ssa Carmen Mesoraca.

 

Buongiorno, sono l'istruttore di attività motoria di una prima elementare della mia città. Il mio impiego si svolge solo per un'ora a settimana da ottobre a maggio.

Ormai sono alcuni mesi che conosco la mia classe (24 bambini) e posso dire che sono veramente dei bambini in gamba sia dal punto di vista motorio, sia da quello dell'attenzione e del coinvolgimento. 

L'unico "problema" sono 2 bimbi, che anche se non sono certificati, hanno evidenti problemi di iperattività. Parlando con la maestra titolare, che li vede tutti i giorni, ho scoperto che ci sono anche alcuni problemi in famiglia (uno molto viziato dal fatto di essere figlio unico, l'altro ultimo di tre fratelli in una famiglia "allargata"). I due bimbi cercano molto l'attenzione mia e della maestra durante l'ora di attività (ma sembra anche durante le altre ore della settimana): corrono in modo confusionario all'interno della palestra, scappano dalla palestra (ma anche dalla classe durante le lezioni con la maestra), non seguono le regole, si spogliano e si levano le scarpe tirandole a dosso ai compagni, danno spinte, oppure utilizzano un linguaggio non adatto a bambini di quell'età. In più sono in competizione, quasi perenne... Per esempio non possono accettare che la maestra stia con uno per calmarlo o che l'altro vinca anche una semplice sfida, ecc... 

Con la maestra abbiamo cercato di trovare qualche gioco dove nessuno vince, dove si sta un po' più calmi (anche se attività motoria è movimento!), dove tutti insieme possano collaborare, dove piano piano vengono inserite delle regole da rispettare... Ma non sembra essere efficace e questo grava soprattutto su tutti gli altri bimbi.

Parlando con i genitori, sembra che siano stati programmati degli incontri con psicologi per cercare di migliorare la situazione, ma per adesso non se ne sa niente di più...

Avrei bisogno di un consiglio su come gestire questi bimbi, visto che da solo (anche se coadiuvato dalla maestra, anche lei sola senza una maestra di sostegno!) non riesco a gestire le due "pesti" e gli altri 22 bimbi. 

Spero di essere stato abbastanza chiaro e aspetto una vostra cordiale risposta,

grazie

 Saluti

 

Caro insegnante,

dalle sue parole sembra che lei si senta “solo” nell’affrontare le richieste e le problematiche di una classe di bambini di prima elementare. Mi arriva l’impegno e la volizione che mette nel suo lavoro e l’impressione che ho nel leggere le sue parole è di passione verso il lavoro di insegnante.

Mi viene subito in mente che si tratta di bambini di prima elementare che stanno imparando le regole e che durante l’ora di attività motoria probabilmente tirano fuori le proprie energie accumulate durante le ore di studio.

Capisco la sua difficoltà nel gestire tutte queste dinamiche vedendoli una sola volta a settimana e per un’ora! È duro il compito che le viene chiesto ed apprezzo molto come si attivi per dare il meglio ai suoi alunni.

Vedo che, oltre ad osservare, ha raccolto molte informazioni sulle famiglie dei due bambini più attivi e ciò è sicuramente utile ma le suggerisco di adoperare con misura queste informazioni poiché il rischio è quello di etichettare i bambini catalogandoli e, come lei mi insegna, è davvero troppo in gamba questa classe per avere delle striminzite etichette. Classe! È questa la parola chiave!

Dunque, da un punto di vista concreto è buona l’idea dei giochi di collaborazione e dove si imparano le regole; attraverso questi giochi i bambini imparano a socializzare stando COn l’altro. Ottima l’idea del gioco dove non sempre c’è un vincitore in modo da aiutare i bambini a capire il senso della COmpetizione e della COoperazione. Non a caso le lettere CO sono in maiuscolo a sottolineare il valore del gruppo ed il potere che avrà lavorando su tutta la classe.

La invito ad avere pazienza ed a lavorare interagendo, coma già fa, con le insegnanti e i colleghi psicologi, sono sicura che sarete fonti preziose di informazioni reciproche.

Con l’augurio che possa trovare spunti da queste righe, la saluto cordialmente

 Dott.ssa Laura Nemolato


23 febbraio 2016


Buonasera, sono la mamma di un bambino di sei anni. Da un mese, dopo varie richieste, ha iniziato a giocare a minibasket. Le prime lezioni molto entusiasto e contento poi man mano l’entusiasmo è andato scemare ora vedo che va per forza perchè ormai iscritto. e vive una situazione di disagio (ha fatto anche 3 lezioni di prova poi io e suo papà gli abbiamo detto che una volta iscritto sarebbe dovuto andare fino alla fine).

Il problema non è che lo sport non gli piaccia anzi, ma ha iniziato a metà anno quando gli altri bambini ormai lo facevano già da 4 mesi e fa fatica inserirsi nella squadra e nel gruppo.

E’ molto sensibile e purtroppo insicuro quindi soffre molto perchè non gli passano mai la palla, perchè  in qualche maniera lo escludono. (dinamiche normali a quella età credo).

Ora non so cosa fare perchè vorrei tanto che facesse sport ma divertendosi in primis e non per forza ma dall’altro lato vorrei non insegnarli a mollare alla prima difficoltà.

Non vorrei però che questo insistere possa essere negativo per la sua passione per questo sport, per la sua autostima e lo faccia perdere ancora sicurezza.

Vedo anche che spesso i bambini a questa età cercando subito il successo..fanno fatica ancora a capire che bisogna allenarsi e imparare e le dinamiche di squadra ma non so quale sia la formula migliore per questo.

Vi ringrazio per un eventuale consiglio che potete darmi.

cordiali saluti

 

 

 Gentile signora,

 

sicuramente all’età di suo figlio l’aspetto ludico, di divertimento deve essere fondamentale e in questo incide il gruppo, come viene vissuto dal bambino. Mi chiedo se ne ha parlato apertamente con suo figlio, come spiega lui il fatto che non voglia più andarci, in modo da chiarire anche le sue idee rispetto a come vive l’esclusione di cui lei parla.

Sarebbe utile, se non l’ha già fatto, parlare con l’allenatore, il quale dovrebbe facilitare e accompagnare l’inserimento di un bambino in un gruppo già formato, potrebbe aiutare il bambino in questo senso. Sarebbe interessante e utile avere altri elementi rispetto a quanto dice sulla tendenza già da quell’età nel cercare il successo, poiché a 6 anni non è detto che si abbia ben chiaro cosa significhi. Vorrei suggerirle, però, che insistere troppo in genere fa ottenere l’esatto opposto di ciò che si vuole.

Le consiglio, invece, di provare a dare tempo a suo figlio per vedere se riesce ad inserirsi, se davvero è quello lo spot che lo fa star bene e che lo diverte; altrimenti potrebbe provarne anche altri per poi ritentare magari col basket o iniziare una nuova attività dall’inizio nella prossima stagione.

Nella speranza di esserle stata utile, le porgo cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra



Scusatemi ma ho dimenticato di fare una premessa, Luca gioca come attaccante ed in campionato scorso era il bomber della sua squadra. Ha praticato altri sport, come l'atletica, il nuoto ed è cintura verde di judo che tuttora pratica e non vuole lasciare.. In ogni sport che ha praticato si è sempre evidenziato, ed ho sempre ricevuto elogi dai suoi allenatori, come se avesse una predisposizione naturale per lo sport (non so se è possibile) perdonatemi ma ho paura di apparire presuntuosa, a me non importa che sport sceglie, l'importante è che sia felice. Vi ringrazio immensamente per l'aiuto.

 Mi chiamo Monica, mio figlio Luca ha 8 anni, da un anno e mezzo gioca a calcio nella squadra del paesino dove viviamo, come molti altri bambini. Lui è molto bravo e si evidenzia sempre, e, non fa che ripetermi che sogna di diventare un calciatore. Conosco la vita e so che non sempre i sogni si realizzano e quindi gli dico che ci sono tanti mestieri e che potrebbe cambiare idea, ma lui insiste, ed io lo lascio nel suo mondo dei sogni.

Da qualche tempo però non è più felice, è passato alla squadra dei pulcini dove ci sono bimbi più grandi di lui di 1 o 2 anni. 2 bimbi in particolare, siccome Luca è carismatico e bravo, lo insultano, lo umiliano dicendogli che non vale nulla, neppure quando la squadra vince per un suo gol, e lo picchiano, così senza motivazione. Luca ora non vorrebbe più andare a calcio. Gli ho spiegato che le persone negative ci sono sempre ed ovunque e che bisogna lottare per i propri sogni, ma lui non ne è convinto. Ho paura, che la mia poca convinzione precedente, per paura di illusioni, lo abbia portato ad essere arrendevole. Cosa posso fare per vedere di nuovo quel suo meraviglioso sorriso a fine partita o allenamento??? era sempre così felice, sia che vincessero oppure no, a lui bastava giocare. Devo accontentarlo e portarlo via dal calcio??

 

Buonasera Monica, mi dispiace per la situazione che si è creata intorno a Luca e capisco la sua volontà di fare qualcosa affinchè suo figlio sia di nuovo felice. Inanzitutto, vorrei porre l'attenzione sul fatto che suo figlio vuole abbandonare il calcio da quando si trova in difficoltà nella nuova squadra dove è insultato, umiliato e picchiato. Questa non è una situazione facile da affrontare per un bambino della sua età ed ha certamente bisogno del suo sostegno affinchè non vada a inquinare quella passione così forte che nutre per lo sport e per il calcio. Se la situazione persiste, però, sarà necessario fare qualcosa di più di un semplice sostegno poichè suo figlio ha diritto di giocare serenamente come tutti gli altri bambini. Pertanto, se la situazione persiste le consiglio di parlarne con la società affinchè possiate affrontare insieme la situazione e non permettere che suo figlio abbandoni.

Per quanto riguarda il suo timore di avergli trasmesso insicurezza credo che il suo intento fosse quello di trasmettergli una visione realista delle cose che è giusto da una parte quanto è giusto dall'altra sostenerlo nei suoi sogni. Ambedue le cose sono importanti per accompagnarlo nella sua crescita e in questa sfida per lui così difficile avrà bisogno di tutta la sua presenza e sicurezza. Mi auguro davvero di esserle stata d'aiuto.

 

Un caro saluto,

Dott.ssa Marica Vignozzi

 



22 febbraio 2016


Buongiorno,

sono la mamma di un ragazzo di 14 anni ed e' il quinto anno che pratica il basket.  Dall'inizio della stagione in corso ,ha manifestato la volonta' di lasciare perche' a suo dire non ha piu‘  stimoli per continuare e diceva di non divertirsi piu' .Sono riuscita a convincerlo di provare a continuare  perche' lui non voleva fare altri sport ma aveva voglia solo di uscire con gli amici ...

Ora la questione si e' ripresentata, ieri ha parlato insieme a me con il suo allenatore ed ha chiesto di  lasciare sempre per il fatto che e' diventato troppo impegnativo , pensa di non farcela e sopratutto dice che non ha piu' voglia (non intende fare nemmeno ora altri sport).Abbiamo (noi genitori e l'allenatore )  cercato di fargli comprendere che e' importante impegnarsi nella vista e non arrendersi alle prime  difficolta' e che capiamo che abbia voglia di stare insieme ai suoi amici ma al tempo stesso e' molto   importante portare avanti un'attivita' fisica che tra l'altro lo ha sempre gratificato (e' nel quintetto base) e che lo gratifichera' anche nel futuro visto le sue potenzialita'.Gli abbiamo lasciato del tempo per decidere ma secondo me ha deciso gia' di non riprendere l'attivita' sportiva di nessun genere.

Cosa posso fare?

Grazie  Buona giornata



Gentile signora,

suo figlio sta attraversando un periodo della sua vita molto particolare, quello dell'adolescenza, fase critica e fondamentale nel percorso di vita di un ragazzo. L'adolescenza è una fase di vita caratterizzata da profondi cambiamenti, sia dal punto di vista  fisico che emozionale e comportamentale, ed è contraddistinta per la tendenza all'indipendenza e a trascorrere molto tempo con i coetanei.

In questa breve e semplicistica definizione di "adolescenza" si potrebbero scorgere le cause che potrebbero aver spinto suo figlio a decidere di abbandonare lo sport. Forzare affinché questo non accada potrebbe far sviluppare e crescere sentimenti negativi da parte del ragazzo che, oltre a palesarsi nel basket e/o in altri sport, potrebbero riflettersi in altri aspetti della vita.

Pertanto potrebbe lasciare a suo figlio l'autonomia necessaria facendo sentire libero di fare la scelta che in questo momento lui ritiene più giusta; magari, con il tempo, sarà lui stesso a tornare sui suoi passi, l'importante è che sia lui a prendere le decisioni.

Sperando di esserLe stata di aiuto, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

16 febbraio 2016


Buonasera,

il mio terzo figlio ha compiuto 5 anni a fine dicembre, da settembre (scorso) l'ho iscritto al corso di ginnastica artistica assecondando il suo desiderio che era evidente già dai primi mesi di vita.

Gli insegnanti si sono immediatamente accorti della sua dote e premono perché io lo iscriva nel corso di preagonismo.

Premetto che io sono molto contenta e orgogliosa di lui, e sono disposta a seguirlo ed assecondarlo in questo suo percorso; premetto anche che lui è contentissimo, non vede l'ora di andare a ginnastica, in casa è sempre a testa all'ingiù e si cimenta continuamente in acrobazie; tuttavia sono pensierosa perché il corso di preagonismo prevede un allenamento di totale 9 ore settimanali e, considerando che mio figlio ha appena compiuto 5 anni non vorrei prendere una decisione che possa comportare delle complicanze nel suo sviluppo fisico, o un affaticamento eccessivo.

I suoi allenatori premono di continuo affinché io lo iscriva in preagonismo, ritengono che lui sia prontissimo per questo ... inizialmente io ero molto entusiasta della proposta, ora sono invece piena di dubbi perché ho pareri discordanti sull'opportunità di sottoporlo a tanto sforzo fisico a questa età.
Grazie mille per il consiglio che mi vorrà dare.

 

Gentile genitore,

la scelta di uno sport per i propri figli spesso è il frutto di un compromesso tra le esigenze fisiologiche del bambino, le sue inclinazioni e le esigenze dei genitori anche in termini di impegno e possibilità.

È sicuramente comprensibile il suo dubbio riguardo all’ impegno che tale sport prevede considerando che per i bambini in età prescolare è consigliabile partecipare ad attività divertenti che lascino spazio alla scoperta, con poche regole e istruzioni semplici.

La ginnastica artistica è uno sport che favorisce l’elasticità muscolare ed è per questo che gli esperti ne consigliano l’inizio in età precoce. Qualora dovesse scegliere per il preagonismo, il mio suggerimento è di assecondare le inclinazioni di suo figlio monitorandone l’andamento con un’attenzione particolare al sovraccarico.

Un caro saluto

Dott.ssa Laura Nemolato


15 febbraio 2016

Buongiorno,

abbiamo due figli, un maschio di 10 anni e una femmina di 9. Entrambi hanno iniziato a sciare all’età di 3 anni ed oggi sono rispettivamente al terzo ed al secondo anno di attività agonistica che, in quanto tale, prevede allenamenti più continuativi (estate/autunno) e una serie di gare per il periodo inverno/primavera.

La bambina ha dimostrato fin da subito un carattere molto forte e risoluto, tanto da essere riconosciuta come leader. Il maschietto, al contrario, ha una grande sensibilità  ed è ben voluto da tutti.

Delineato un po’ il quadro generale, vorrei porvi una problematica riguardante il maschietto che si rivela prima di una gara di sci.

Una forte ansia lo assale e non gli fa esprimere al meglio il gesto atletico che, al contrario, in allenamento, gli riesce alla perfezione. Un’ansia da prestazione lo attanaglia al punto non di farlo indurre all’errore (che, per carità, ci sta in un azione che dura al massimo 50 secondi), ma ad una sciata piena di errori che lo fanno arrivare al traguardo “indenne”, ma inevitabilmente nelle retrovie, che equivale a dire “Arrivare sono arrivato e non sono caduto”.

L’ansia non si palesa quando si alza al mattino, o durante il tragitto casa-pista. Non ha attacchi di panico o conati di vomito, che mi dicono essere tipici di uno stato ansiogeno, anzi è allegro e apparentemente spensierato. Scherza forse in maniera infantile, dice l’allenatore, per dissimulare questo stato d’ansia. Riesce a dissimulare il suo vero stato d’animo fino a pochi istanti prima del via, quando all’improvviso sbianca e inizia a tremare.

E’ chiaro che al traguardo è lui il primo ad essere dispiaciuto. E noi per lui, per i sacrifici e la fatica che fa per competere in uno sport con orari e allenamenti molto duri e con ragazzi autoctoni che hanno la possibilità di allenarsi ancora di più, creando già di per sé un gap prestazionale. Ci chiede sempre di andare a vederlo durante gli allenamenti, di fargli i video; richiede una presenza costante che non gli  facciamo mai, ripeto mai, mancare.

Premettendo che in qualità di genitori siamo molto dispiaciuti (e non potrebbe essere altrimenti), in questi frangenti, dissimuliamo il più possibile la delusione e non facciamo mai mancare l’affetto.

Nel contempo dobbiamo gestire la sorella, che magari ha appena gareggiato e ha ottenuto un podio. Quindi dobbiamo riconoscerle il giusto merito, anche se questo ci viene sempre meno spontaneo, per via della fragilità emotiva del maschio, che soffre del presunto “paragone”.

Vederlo stare male ci fa stare male, perché se fosse un ragazzo svogliato e che non si impegna, ce ne faremmo una ragione, ma essendo tra i migliori, se non il migliore, del suo gruppo ci dispiace che la sua fatica non venga ripagata e, nel contempo, che soffra la presenza di sua sorella, cosa peraltro che succede anche nella quotidianità.

Da parte nostra cerchiamo di motivarlo senza caricarlo di pressione, spiegandogli che per noi va bene tutto, che la gara la deve fare per sé stesso e non per noi genitori e che noi gli vorremo sempre bene. Lo stimoliamo dandogli le chiavi di casa, facendolo tornare da solo al pomeriggio senza essere tra i genitori che aspettano i bambini (agli allenamenti si, ma poi….via!). Nell’ultimo caso abbiamo pensato di responsabilizzarlo come fratello maggiore “affidandogli” sua sorella nel tragitto casa-piste, ma ho l’impressione che non sia stata una buona idea (a dire il vero lei si dimostra più autonoma di lui).

Possiamo avere qualche consiglio da mettere in pratica nel quotidiano? Perché credo, anche se non ne sono sicuro, che l’ansia da prestazione che ha subito prima di una gara, sia qualcosa che ha una derivazione più profonda e che parte dal vissuto quotidiano.

 

Vi ringrazio per la Vostra attenzione e Vi porgo i più cordiali saluti.

 

M. S.

 

 Gentilissimi genitori,

vi ringrazio per averci scritto. Mi è arrivata molto la vostra difficoltà nel dover far fronte a questa situazione che vi vede divisi nel dover supportare da un lato vostro figlio maschio senza dargli altri carichi e, dall’altro, sostenere vostra figlia nei suoi successi. Avrei bisogno di ulteriori elementi per poter avere un quadro chiaro della situazione, anche rispetto ai suoi vissuti, al rapporto con la sorella, in modo da poter delineare questa ansia da prestazione che avete riportato. Sarebbe utile e interessante sapere lui cosa ne pensa, se ne avete parlato apertamente con lui, qual è il suo vissuto rispetto anche allo sport che pratica, in modo da indagare anche rispetto alla sua consapevolezza.

A 10 anni è molto importante anche l’aspetto ludico dello sport, elemento sul quale si dovrebbe far leva in modo da evitare di affidare ai bambini e ragazzi carichi troppo eccessivi per la loro età. Nonostante i vostri sforzi nel non fargli pesare questo confronto, probabilmente è comunque un aspetto rilevante nel vissuto attuale di vostro figlio e, in generale, il confronto è un elemento sempre presente nella vita con l’altro,a maggior ragione se si tratta di sua sorella.

L’ansia prima di una gara è spesso inevitabile, a volte è proprio l’ansia funzionale che ci permette una buono riuscita nella prestazione. L’altra faccia della medaglia è quella che invece blocca, l’ansia disfunzionale, che impedisce il gesto atletico. Mi sembra di capire che in vostro figlio ci sia un vissuto di vergogna rispetto a queste sue emozioni e sensazioni poiché tende a difendersi e nascondersi dietro la sdrammatizzazione. Il primo passo verso lui potrebbe essere di cercare di alleviare quel peso di cui sembra si sia caricato, fatto magari di aspettative o false aspettative, anche semplicemente parlandone con lui. Il dialogo permette al bambino di entrare in contatto con l’emozione, di riconoscerla; potrebbe aiutarlo a capire che non c’è nulla di cui vergognarsi se c’è la paura di sbagliare o in generale di sentire quell’emozione.

Continuate ad ogni modo a stargli vicino cercando di spostare l’importanza, il peso della gara, dal successo, quindi dal risultato, al compito, quindi su come si è sentito, se si  divertito. Potrei anche suggerirvi di rivolgervi ad un collega per iniziare con vostro figlio magari un percorso di consapevolezza e autostima o di Training Autogeno, molto utile  anche per l’ansia.

Mi auguro di esservi stata utile.

Un caro saluto,

Dott.sa Laura Camastra 


11 febbraio 2016


Buonasera, sono un ragazzo di 18 anni che gioco a calcio da 4/5 anni e sono un tipo molto ansioso e pessimista ed ho poca autostima e ogni partita o allenamento quando tocco il pallone sto sempre pieno d'ansia e tanta di quella paura di sbagliare e che i miei amici mi dicono che non so giocare e non riesco a fare niente, peró quando gioco con i miei amici gioco più rilassato senza paura di sbagliare e gioco benissimo e mi docono anche che sono forte, cioè sono proprio l'opposto di quello che dimostro con la mia squadra, con i miei amici riesco a divertirmi giocando a calcio e invece con la squadra no.

È una cosa che non capisco nemmeno io ed il mio livello di autostima ogni allenamento si abbassa sempre di più e sto male perchè io non sono quello che vede la mia squadra, io il calcio lo prendo sul serio forse per questo? Non so... Spero che voi mi potete aiutare, vi sarei molto grado. Grazie mille e cordiali saluti :)

 

 

Gentile lettore,

Lei è perfettamente a conoscenza di ciò che la blocca e non le fa dare il massimo quando è in squadra ed è su questa consapevolezza che dovrebbe lavorare, autonomamente o con un aiuto esterno.

La bassa autostima e gli alti livelli d'ansia fanno si che si senta sempre in dovere di dimostrare agli altri di essere all'altezza di far parte della squadra ma, proprio a causa di questa pressione che Lei esercita su se stesso, il Suo rendimento ne risente procurandoLe continua frustrazione.

Al contrario, quando si sente tranquillo e sicuro di sè riesce a giocare rilassato e, di conseguenza, bene.

 

Potrebbe provare a vivere le partite con la squadra come partite tra amici, in cui gioca per divertirsi in maniera rilassata e senza la paura di fare qualcosa di sbagliato; vedrà che in questo modo anche la Sua autostima ne gioverebbe. Se, invece, i livelli di ansia sono troppo elevati da non riuscire a controllarli, sia durante le partite che in altri ambiti della vita in cui si trova a confrontarsi con altre persone, Le potrei suggerire di rivolgersi ad un collega con il quale iniziare un percorso sulla consapevolezza delle proprie capacità e sull'autostima.

 

Sperando di esserLe stata di aiuto, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



10 febbraio 2016


Salve, siamo i genitori un'adolescente di 14 anni. E' da quando ha 8 anni che gioca a pallavolo. Dopo 4 anni che si allenava nella stessa società (e che veniva convocata ma non entrava mai in campo se non quando la partita era sicuramente persa e all'ultimo - persino nelle amichevoli) la bimba mi ha chiesto di cambiare squadra e noi l'abbiamo accontentata in quanto ci eravamo accorti che era sicuramente successo qualcosa (ancora oggi, a distanza di due anni, non sappiamo né cosa né con chi) e l'abbiamo portata in un'altra società.

Prima di iscriverla abbiamo chiesto (ovviamente ad insaputa della bimba) esplicitamente che fosse messa in una squadra dove avrebbe potuto giocare in quanto non aveva fatto esperienza in campo; ci (allenatore e dirigenti) hanno dato tutte le garanzie del caso ma durante tutto l'anno passato è sempre stata convocata ma non è mai entrata in campo; quest'anno dopo che non è stata convocata nella prima partita di campionato, ns. figlia ci ha chiesto di provare altri sport.

La vedo titubante sulla scelta e mi sembra molto restia a lasciare la pallavolo: io penso che sia perché dopo tanti anni abbia paura a rimettersi in discussione in qualche altro sport e che possa pensare che sia una delusione per noi e credo che, visto gli scarsi risultati (non ha mai giocato in partite di campionato né nelle amichevoli) debba cambiare sport perché a livello di stima personale è una continua mortificazione e sicuramente non sarà lo sport adatto a lei (il livello professionale dell'allenatore è molto basso ma anche la ragazza viene spesso corretta sulle posizioni e lei continua a farle in maniera sbagliata), mio marito pensa che debba continuare in quanto non ci mette abbastanza impegno ed è per questo che non raggiunge i livelli minimi.

Cosa dobbiamo fare? Lasciare scegliere lei che non ha assolutamente le idee chiare, imporle di smettere di giocare a pallavolo o imporle di continuare? Grazie per la Vs. Risposta.

 

Carissimi genitori, comprendo la difficoltà nella vostra decisione. Dalla vostra descrizione sembra che vostra figlia abbia vissuto lo sport, e in particolare la pallavolo, in modo negativo sin da piccola attraversando numerose delusioni dovute al fatto di non essere mai scelta, delusioni che sono culmintate probabilmente nel desiderio di cambiare società.

Probabilmente per lei il desiderio di cambiare rappresentavala volontà di porre fine a una certa situazione ma qualcosa non ha funzionato poichè la situazione passata si è ripetuta. Mi domando, il problema è solo la tipologia di sport? O in tutti questi anni di piccoli “fallimenti” ha perso la fiducia in sè stessa e non si sente in grado di migliorarare?

Mi sento di dirvi che la decisione di restare o lasciare deve essere esclusivamente sua ma avrà bisogno di tutto il vostro sostegno per cambiare, per recuperare la fiducia in sè stessa ed essere in grado di migliorare dai propri errori. La vostra richiesta nei confronti della società di metterla in una squadra dove potesse giocare è stato un buon tentativo ma credo che in questo caso non sia qualcosa di esterno a dover cambiare ma qualcosa dentro di lei affinchè non si trascini dietro, anche in altri sport, la stessa situazione. Vostra figlia deve poter credere nelle proprie capacità e crescere positivamente nello sport, qualunque sceglierà. Mi auguro davvero di esservi stata di aiuto.

 Un caro saluto,

Dott.ssa Marica Vignozzi


01 febbraio 2016

Buonasera,il sottoscritto, che Vi scrive, è un padre di un giovane giocatore di calcio, quattordicenne. Il ragazzo, in questo ultimo periodo, non aveva più la volontà di giocare a calcio e voleva abbandonare la disciplina sportiva. Come genitore, ho cercato di capire la motivazione di questa sua sofferenza ed ho provato a trovare delle soluzioni al sul disagio interiore: anziché proporgli di lasciare l' ambiente calcistico, ho pensato di indirizzario ad una nuova squadra del circondario dove vi sono parecchi amici di svago. La proposta è stata accettata con entusiasmo dal ragazzo, che non vedeva il momento, colto dalla smania, di affrontare questa nuova avventura sportiva. Ora viene il bello!

Dal momento che ho chiesto alla vecchia società lo svincolo del tesseramento, la dirigenza ha fatto ostruzionismo per il passaggio alla nuova società ed ha deciso di fargli pagare una punizione per questo atteggiamento che considerano oltraggioso. Il presidente sostiene che il ragazzo ha firmato un contratto e per questo deve assumersi delle responsabilità, altrimenti, se decide di andarsene, deve pagare una punizione per lo scotto subito. Non voglio entrare nei meriti della giustizia sportiva, ma, così facendo, la dirigenza, costringe, con delle ripicche, a far accettare, controvoglia, il giovane a rimanere in un ambiente ostile e renderlo ancora più intrattabile, portandolo all' esasperazione. 

Chiedo un Vostro consiglio in merito.

GL.

Gentile Luca,

Lei sta facendo ciò che un padre dovrebbe fare, sta aiutando suo figlio in un momento per lui  delicato e sta cercando di non fargli perdere la voglia di giocare.  Purtroppo non conosco le norme che regolano i rapporti tra giocatore e società, pertanto non so  come esserLe di aiuto riguardo la gestione di questa faccenda; inoltre nella lettera Lei non spiega quale sarebbe la punizione che il ragazzo dovrebbe pagare per poter abbandonare la società.

La invito, pertanto, a ricontattarci per spiegare più approfonditamente le motivazioni alla soffernza di suo figlio, i rapporti che il giovane ha con l'attuale società e l'eventuale punizione che dovrebbe affrontare.

Cordiali saluti,

Dott.ssa Stefania Santonico


Buongiorno,

mio figlio di sei anni e mezzo pratica minibasket 3 volte alla settimana da quando ne aveva 4 con risultati eccezionali. Quest'anno ha aggiunto il calcio una volta a settimana per un'ora e mezzo. Lui reagisce bene ed è felice. E' alto 1.35 e pesa 26 kg.Io ho il dubbio che 4 allenamenti a settimana di due sport così diversi fra loro nuocciano alla testa e al corpo. Cosa ne pensate?

Gentile genitore,

rispetto ai dati di proporzione peso/altezza, può fare riferimento al pediatra che segue suo figlio in modo che le possa dare informazioni più specifiche.

In riferimento all’ aspetto psicologico, potrebbe essere faticoso per un bambino di 6 anni allenarsi per 4 volte alla settimana. Può darsi che sia un momento iniziale e che suo figlio si orienterà più avanti verso uno degli sport.

Il mio suggerimento è quello di assecondare i ritmi del bambino in modo da accompagnarlo ed allo stesso tempo alternare dei pomeriggi durante i quali il bambino possa semplicemente dedicarsi ad attività non strutturate ma semplicemente giocare.  

Un caro saluto

 Dott.ssa Laura Nemolato


27 gennaio 2016 


Buongiorno sono Luca ed ho una figlia di 7 anni che da tre pratica scherma. Da qualche mese quando scende in pedana è molto più “frenata” come se bloccata a differenza del passato. Mi sono confrontato con il suo maestro il quale mi ha riferito che è portata per la disciplina, studia l’avversario, ha passione e tecnica, ma manca di determinazione a volte.

Io ho fatto sport per 25 anni ca. e so perfettamente che non bisogna mettere pressioni ai bambini: si vince e si perde ma soprattutto ci si diverte. Ma allo stesso vorrei aiutarla ad acquisire sicurezza e determinazione per non buttare via il lavoro fatto precedentemente.

 

Salve Luca, capisco la sua volontà di sostenere sua figlia e sono d'accordo con lei sul fatto che alla sua età è importante che le piaccia lo sport che fa e che si diverta. Questo non toglie che debba farlo con serenità e se ultimamente l'ha vista meno determinata ha fatto bene a chiedersi il perchè. Provi a ricordarsi da quando esattamente la vede così: può esserci stato qualche fattore scatenante o può esserci qualcosa che la preoccupa? Sicuramente ciò che sta succedendo nasce da qualcosa e parlare direttamente con lei può aiutarla a capire meglio cosa la frena così da sostenerla al meglio.

Spero di esserle stata d'aiuto, un caro saluto.

 

Dott.ssa Marica Vignozzi


Buonasera, sono il genitore di una ragazzina di 10 anni. Dall'età di 6 anni pratica nuoto, 4 anni fa è stata inserita su richiesta del centro nuoto, in un programma di gare amatoriali. Da due anni è passata alla squadra agonistica.

 

Ho appena avuto un colloquio con l'allenatrice, su sua richiesta. Sostiene sia meglio farla abbandonare la squadra prima dell'inizio della prossima stagione, poiché non ottiene grandi risultati, fatica molto, e dimostra un po' di grinta solo in gara e non in allenamento. Questa mancanza di impegno non la fa migliorare, non l'aiuta a eliminare i difetti che ha nella nuotata impedendole di migliorarla.

 

La situazione non è semplice, ho già affrontato in passato l'argomento con mia figlia. Si dispera perché vuole rimanere nella squadra.

 A questo punto però devo farla decidere per il cambiamento.

 Le propongo di passare ad un altra squadra di nuoto agonistico? C'è il rischio che non raggiunga alcun risultato e che venga buttata fuori anche da questa.

 

Le propongo di fare nuoto a livello dilettantistico e di praticare un altro sport, o di suonare il pianoforte che le piace?

 Oppure meglio dirottarla verso un altro sport offrendole la possibilità di provare prima di decidere quale intraprendere?

 Ringrazio anticipatamente.

 

 Buonasera a lei,

la ringrazio per averci scritto. Immagino che non sia una situazione facile dover prendere una decisione quando è la stessa società sportiva che la suggerisce, o impone in un certo senso. Sarebbe utile sapere se l’allenatrice stessa ha provato a parlarne con la bambina, per creare un dialogo rispetto al suo vissuto. A livello agonistico capisco che debba mantenersi un certo standard,un livello appunto e questo richiede impegno dall’atleta. Il fatto che sua figlia si impegni comunque durante la gara e non in allenamento, mi fa venire in mente che probabilmente ci sia una spinta motivazionale di sua figlia nella prestazione, ma una minore consapevolezza dell’importanza dell’allenamento invece.

Avrei bisogno di ulteriori elementi per poter avere un quadro più chiaro; ad esempio se la scelta dello sport sia stata spontanea, se oltre l’aspetto agonistico della gara, ci si sofferma anche sul valore ludico (aspetto importante a quell’età), oltre che sul profilo caratteriale della bambina, in modo da comprendere come potrebbe reagire rispetto al lasciare la sua squadra. Sarebbe utile capire se il risultato che la bambina non riesce a raggiungere (a detta della società), sia strettamente correlato al suo impegno o se ci siano anche dei limiti nelle proprie caratteristiche di atleta.

Essendo ancora piccola avrebbe modo di appassionarsi a qualche altro sport, però è sempre la bambina a dover decidere, a sapere cosa è meglio per lei, altrimenti diventerebbe una forzatura. Potrebbe proporle di continuare il nuoto anche a livello non agonistico, se  davvero lo sport che la fa stare bene e offrirle la possibilità di investire il suo tempo in un’attività (sportiva o non), in base ai suoi interessi.

 

Nella speranza di esserle stata utile, le porgo cordiali saluti.

 Dott.ssa Laura Camastra



Salve sono una mamma di una bambina di 10 anni, siamo della Rep.di San Marino RSM e pratica Danza dall'età di 4 anni, a parte un episodio di qualche anno fa dove voleva smettere x fare altro (rirmica) xche si annoiava.. poi parlando con la maestra trovò la soluzione spostandola nel corso più avanti e ha ripreso entusiasmo fino a l'anno scorso è sempre andata volentieri anzi ha voluto frequentare anche altri corsi Musicol e moderno. Ma da quest'anno ha iniziato a dire di volere lasciare. Ho provato a capire il motivo, un po' i giorni sono stati messi di fila merc. Giov. e venerdì e ho capito che a lei questo pesa, in più ha una o due volte lezione con una maestra che a lei non piace molto (piu severa forse ).

Lei mi dice che si annoia che fa le stesse cose. Ho riparlato o con l'insegnante e lei dice che può capitare che la devo sostenere e che è importante fare questo. Non capisco xo. Non so come reagire, insistere non mi va xò mi dispiace molto che lasci. Ballare gli piace !! Forse è finita la motivazione? Quindi deve cambiare strada? Opp. ha bisogno di essere appoggiata e quindi un po' forzata? E così dall'inizio dell'anno accademico va con Poco entusiasmo e dice che è stanca... Come la posso aiutare? Ringrazio anticipatamente per il consiglio...

 

Salve signora, comprendo la sua situazione di indecisione. Probabilmente dietro la noia di sua figlia si nasconde altro ed è importante capire cosa sia. Come mi ha scritto, la prima volta che ha smesso era per lo stesso motivo ma poi ha ricominciato e si è rimotivata semplicemente cambiando corso. Quindi, sta succedendo qualcosa che in qualche modo le fa perdere la voglia: potrebbe essere il carico eccessivo dovuto ai giorni consecutivi oppure la maestra che non le va troppo a genio, in ogni caso qualcosa c'è. Oppure, semplicemente, in questo momento ha bisogno di provare altro dato che fa danza da diversi anni e il cambiare potrebbe essere un buon modo per capire se effettivamente la danza è ciò che vuole fare o se deve cambiare attività.

Cerchi di parlarle e seguire ciò che sua figlia vorrebbe fare in questo momento in modo che piano piano col suo sostegno possa capire se continuare ciò che fa o cambiare. Nonostante sicuramente le dispiaccia che lasci la danza, praticarla senza motivazione non sarebbe giusto e il prendere un'altra strada non significa necessariamente abbandonare la vecchia per sempre.

 

Spero di esserle stata d'aiuto, un caro saluto.

Dott.ssa Marica Vignozzi


26 gennaio 2016


Buonasera mi chiamo Alessandra ed ho un bambino di 4 anni. A settembre io ed il papà abbiamo pensato di iscriverlo a rugby certi che sarebbe stata una bella esperienza per lui inoltre abbiamo valutato vari fattori: Andrea va all'asilo solo fino alle 13, è figlio unico, un pò avverso al rispetto delle piccole regole, non ama molto la didattica ma piuttosto ama correre all'aria aperta, ed è anche un pochino in sovrappeso... quindi lo sport, e specialmente il rugby, avrebbe potuto essere una scelta corretta.

Durante le prime 2/3 lezioni si è divertito ed ha partecipato, le successive lezioni sono state una disfatta, non ascoltava l'allenatore, non faceva esercizi, si metteva da una parte a cogliere fiori o a giocare con gli insetti... oppure scorazzava senza meta o peggio voleva uscire dal campo. Io insistevo a farlo rientrare... ma ora non so più se è l'atteggiamento giusto il mio. So che forse dovrei assecondare le sue esigenze e rispettare i suoi tempi... o forse c'è altro che dovrei fare??? Grazie e buona serata

 

 

Buonasera Alessandra, capisco che la situazione non sia semplice perchè da un lato c'è il desiderio di trovare un'attività in cui Andrea possa sia divertirsi che apprendere delle regole dall'altro c'è la consapevolezza di dover comunque rispettare i suoi tempi. È possibile, infatti, che suo figlio, essendo ancora piccolo, non sia pronto per essere inserito in un ambiente più strutturato e che abbia ancora bisogno di dedicarsi solo ad attività di divertimento.

È vero anche che, come dice, è un bambino che ha delle difficoltà in generale nel seguire le regole e, quindi, lo sport potrebbe senz'altro aiutarlo. Le consiglierei di proseguire step-by-step, cercare di fargli fare un'attività anche solo una volta a settimana, magari provando cose diverse nel tempo per vedere cosa gli piace di più. Cerchi di accettare il fatto che possa riaccadere che si perda in altre attività o che si annoi: piano piano, crescendo e stando con altri coetanei si integrerà e capirà il significato dello stare all'interno di un gruppo e del praticare un'attività sportiva.

Mi auguro di esserle stata di aiuto e le porgo i miei più cari saluti.

Dott.ssa Marica Vignozzi

 

 

Salve a tutti, è una domanda alla quale tengo molto per favore aiutatemi se ne siete in grado.. Io e il mio migliore amico abbiamo cominciato a fare una sport da combattimento 3 anni fa e in così poco tempo abbiamo ottenuto molti titoli.. Anche perché ci allenavamo 6 volte alla settimana per tutto l'anno anche durante l'estate... Adesso però [QUI MI DOVETE AIUTARE :( ] sta passando un periodo dove la sua motivazione di gareggiare e di allenarsi va scemando anzi è quasi scomparsa ed è tentato di lasciare questo sport... Io non voglio che lui lasci questo sport, perché so che può ottenere ancora grandi risultati..

Quindi vi volevo chiedere, come si può affrontare una situazione di questo genere, come posso aiutarlo a motivarsi e affrontare questo periodo no verso questo sport (kickboxing)? Ps. Continua ad affermare che questo sport gli piace ma non ha più quella forte motivazione...

 

Gentile lettore,

dalle sue parole emerge un duro lavoro e tante energie dedicate allo sport che ha scelto insieme al suo amico. Cercare di influire su scelte che non siano proprie potrebbe essere un terreno rischioso per se’, in cui potrebbe fare i conti con propri sentimenti di svalutazione e fallimento.

In questo caso il mio primo suggerimento è di focalizzarsi su di se’. Si può chiedere coma mai per lei è così importante che il suo amico non “molli” lo sport e se lui decidesse di non investire più nel kickboxing questa scelta avrebbe delle conseguenze per lei? In che modo?

Il mio secondo suggerimento è legato alla relazione che ha col suo amico. Se sta attraversando un momento no, come ha ben individuato lei, lasci che si senta libero di parlarne ed eventualmente di chiedere aiuto a lei, qualora ne avesse bisogno. In caso contrario il suo intervento potrebbe anche non essere richiesto o magari il suo amico si sta orientando verso un altro sport che trova più gratificante. Questo potrebbe rinforzare un’amicizia alla quale sembra tenere molto.

Un caro saluto

Dott.ssa Laura Nemolato

 

 

 Buongiorno,
Mi figlio ha 12 anni ed è il terzo anno che gioca a calcio nel ruolo di portiere. Già lo scorso anno ma soprattutto all inizio della stagione Settembre 2015 ha chiesto all allenatore di giocare fuori porta, ma come nella stagione precedente ha ricevuto sempre risposta negativa dicendogli che gli serve che stia in porta e che lui ha iniziato come portiere e wuindi deve fare quel ruolo.

Io sinceramente non capisco, non perché lui sia un talento fuori porta o in porta,  ma perché secondo me a questa età è giusto far sperimentare ai ragazzi nuovi ruoli se lo desiderano. E poi gioca in una polisportiva oratoriale e non una scuola calcio. Lei Dottore cosa mi consiglia di fare? Intervengo io o il bambino nuovamente?
La ringrazio in anticipo per la sua cortese risposta.

Saluti


Gentile Signora,

concordo nel fatto che i ragazzi debbano sperimentare più ruoli, forse è necessario nel suo caso rivolgersi ad un'Associazione Sportiva vera e propria, una Scuola Calcio curata da educatori professionali. Le suggerisco di portare a termine la stagione presso l'oratorio in tutta serenità, iniziando a guardarvi intorno per iniziare un nuovo percorso sportivo altrove.

Cordialmente la saluto.




14 gennaio 2016


Salve sono una mamma di una bambina di 10 anni pratica Danza dall ' età di 4 anni e mezzo a parte un episodio di qualche anno fa dove voleva smettere x fare altro ( rirmica ) xche si annoiava.. poi parlando con la maestra trovò  la soluzione  spostandola nel corso più avanti  ha ripreso entusiasmo  fino a l anno scorso e sempre andata volentieri anzi ha voluto frequentare anche Altri corsi Misicol e moderno .ma da quest’anno ha iniziatO a dire di volere lasciare. Ho provato a capire il motivo un Po i giorni sono stati messi di filamerc.giov.e venerdì e ho capito che a lei questo pesa, in più ha una  o due volte lezione con  una maestra che a lei non piace molto.(piu severa forse )  lei mi dice che si annoia che fa le stesse cose. Ho riparlato o con l insegnante e lei dice che può capitare che la devo sostenere e che è importante fare questo. Non capisco xo Non so come reagire ,insistere non Mi va xò mi  dispiace molto che lasci .   ballare gli piace !!

Forse e finita la motivazione ? Quindi deve cambiare strada ? opp.ha bisogno di essere appoggiata e quindi un Po forzata?

E così dall'inizio dell'anno accademico va con Poco entusiasmo e dice che è stanca...

Come la posso aiutare?

Ringrazio anticipatamente per il consiglio. ..

 

Salve signora,

 ringrazio lei per averi scritto. Mi sembra ci capire dalle sue parole che non è la prima volta che sua figlia esprime il desiderio di lasciare questo sport; sarebbe utile avere altre informazioni su coma sia stata gestita già questa situazione precedente (ad esempio se ha provato un altro sport, se invece è stata solo una cosa passeggera). Sarebbe importante parlare chiaramente con la bambina, chiederle come si sente quando balla, capire cosa la spinge ora a lasciare. Può capitare di perdere la motivazione per svariati motivi, ma forzarla potrebbe farla allontanare anche di più dalla danza, potrebbe invece proporle di provare un altro genere di ballo o, perché no, magari anche un altro sport, sarà poi la bambina a scegliere dove si sente meglio. In ogni caso la sostenga, senza forzarla.

 

Con l'augurio di esserle stata utile le porgo un caro saluto

 

Dott.ssa Laura Camastra

 

 

 Buonasera,

sono una mamma di un bambino 7 anni che dall'età di 4 anni e mezzo pratica nuoto. Visto che mio figlio presentava delle buone capacità, l'istruttore che segue I bambini del settore propaganda mi ha chiesto di fargli fare l'allenamento per la pre­agonistica. Così ho chiesto a mio figlio di fare una prova, se gli fosse piaciuto avrebbe continuato. Lui ha fatto un allenamento, si è divertito e mi ha detto di volerlo fare. Si è allenato 3 Volte alla settimana per un mese e poi c'è stata la prima gara.

 

Alla gara è arrivato sesto (su 8)della sua batteria e ci è rimasto male. Noi gli abbiamo spiegato che era la prima volta per lui che erano in tanti e solo in pochi vincono che la cosa piū importante è divertirsi.

 

Poi è iniziato il secondo mese di allenamento e un'altra garetta. La sera prima della gara mi ha detto che era preoccupato, e se lo squalificavano? E se fosse arrivato ultimo? La stessa cosa la mattina dopo. Io ho cercato di tranquillizarlo che era principalmente una manifestazione dove ci si diverte, non è importante arrivare primo o ultimo, che sono piccoli e stanno solo imparando. Anche l'allenatore gli dice che non importa a che posto arrivano l'importante è che nuotano bene­stanno solo imparando.

A questa seconda gara è arrivato ultimo, ha fatto una buona partenza aveva cominciato bene ma poi ad un certo punto ha respirato un po'd'acqua e quindi si è fermato, ha rallentato. Ha però finito la sua gara. L'allenatore gli ha detto che è stato bravo perché nonostante "l'incidente" ha continuato la sua gara e l'ha portata a termine.

 

Dopo un paio di giorni ha avuto mal di pancia e non è andato a Nuoto. Anche da scuola mi hanno chiamato perché lamentava mal di pancia, ma in realtà quando tornava a casa stava bene. Sembrava triste un pó spento rispetto alla sua solita allegria.La maestra mi ha chiesto di indagare se era successo qualcosa. Una sera si è messo a piangere perché voleva il papà. Io e mio marito ci siamo preoccupati l'ho portato dal pediatra per capire se avesse qualcosa, ma nulla di organico, il pediatra che lo conosce da neonato mi ha detto che era solo un po'di stanchezza. Mio figlio gli ha parlato del nuoto che era arrivato ultimo invece avrebbe voluto vincere...

Durante le vacanze di Natale nonostante ci fossero gli allenamenti l'ho lasciato riposare e giocare e il mal di pancia dopo qualche giorno è passato . Ieri è stato il primo giorno dopo quasi 20 giorni di assenza e non voleva tornare a nuoto, diceva che era preoccupato perché non sa fare bene la virata.

Mio marito lo ha convinto ad andare e lo ha portato. Quando è tornato era come se niente fosse accaduto. L'istruttore ha anche detto a tutti loro, prima della lezione che devono prima di tutto divertirsi che sono piccoli e stanno solo imparando.

 

Stasera, visto che domani c'è di nuovo allenamento, mi ha detto mamma non voglio andare, non so fare la virata, l'istruttore mi sgrida.

 

Io guardo sempre gli allenamenti e l'istruttore ovviamente li riprende quando non fanno bene una cosa, ma è un bonaccione e a fine allenamento li fa sempre giocare.

Io non so se è un bene che lui rinunci. È come se non sapesse gestire la sconfitta e ci rimane male. Si dispiace anche se non fa bene una cosa e l'istruttore lo riprende. Stasera gli ho chiesto perché è sempre andato con piacere al nuoto e adesso non vuole più andare. Ha detto che non gli piacciono le gare perché arriva ultimo.

 

Mi sento inadeguata, non so come fargli capire che anche gli altri bimbi del suo gruppo non arrivano primi che anche gli altri sbagliano. Che è sbagliato rinunciare solo perché uno non sa fare una cosa.

Che è lì per imparare. Il pediatra mi ha detto che forse farlo rinunciare potrebbe essere peggio. Non so che fare, d'altra parte non voglio neanche che lo viva come uno stress. Stasera si è addormentato dicendo domani non vado a nuoto...

 Datemi un consiglio come posso fare per tranquillizzarlo che prima di tutto è un gioco!

 Grazie

 

Gentilissima signora,

 

Lei sta facendo ciò che ogni genitore dovrebbe fare, insegnare a suo figlio ad accettare le sconfitte e che lo sport è, innanzitutto, divertimento.

Da quanto mi racconta, il bambino vive la sconfitta con molta delusione ed ansia, come un attacco alla propria autostima; l'arrivare ultimo lo fa sentire non all'altezza e gli fa provare sentimenti di vergogna che lo portano a non voler più allenarsi.

L'ansia di non saper fare la virata, di essere ripreso, di gareggiare ed arrivare ultimo, di non riuscire in qualcosa vengono, probabilmente, somatizzate da suo figlio nei mal di pancia, modalità attraverso la quale egli manifesta le sue paure e il forte disagio nell'affrontare queste emozioni, per lui, negative.

Sarebbe oppurtuno, però, comprendere meglio una cosa: suo figlio ha avuto/ha difficoltà ad accettare le sconfitte anche in altri campi o solamente nel nuoto? Nel caso in cui le difficoltà fossero circoscritte alle gare sarebbe necessario indagare, ulteriormente e attraverso il dialogo, il motivo per cui il bambino investe così tanto nella vittoria, che cosa rappresenta per lui la gara, quali sono i suoi pensieri riguardo la sconfitta, se prova vergogna nell'ammettere una sconfitta, se ha paura di deludere qualcuno etc.; se, invece, sono presenti anche in altri contesti (scuola e/o gioco) potrebbero essere caratteristiche proprie della personalità di suo figlio sulle quali si potrebbe intervenire, in caso, con un lavoro sull'accettazione e sull'autostima affinchè arrivi a non vivere più come un fallimento la sconfitta o il suo non essere all'altezza.

Lei e suo marito potreste, inoltre, parlare e raccontare al bambino alcune vostre sconfitte, sia sportive che in altri campi, in modo che, attraverso la vostra esperienza diretta, egli possa comprenderne il lato positivo, possa capire come grazie ad esse si cresca e si migliori; o, ancora, attraverso il gioco fargli vivere più volte la sconfitta o mostrargli come voi la vivete oppure far vincere chi perde affinchè capisca che il vincitore non è colui che arriva prima bensì chiunque porti a termine ciò che aveva iniziato.

Sperando di esserLe stata di aiuto, Le invio cordiali saluti.

 

Dott.ssa Stefania Santonico



04 gennaio 2016

Buona sera mia figlia l'anno scorso ha voluto fare la danza propedeutica ed ha iniziato anche settembre e ottobre poi ha voluto smettere dicendomi che era troppo stanca e che voleva fare nuoto x imparare x quando andiamo al mare..ha iniziato il mese e ora mi dice che è sempre stanca. Partiamo quando siamo lì pianti e la porto via.. cosa devo fare.. nn so che pesci prendere..grazie 


Gentile genitore, gli sport a cui si è accostata sua figlia consentono entrambi di acquisire una conoscenza graduale del proprio corpo; col nuoto veniamo immersi nell'acqua che accoglie il nostro corpo e ci permette di prenderne conoscenza. La danza, anche negli step propedeutici quindi preparatori, è un'attività completa che fa acquisire il controllo del proprio corpo ed inoltre insegna il senso del ritmo. Si tratta di due sport completi, dunque impegnativi. 

Probabilmente la sensazione che riferisce sua figlia legata alla stanchezza deriva proprio dalla completezza degli sport.

Il mio suggerimento è di guidare sua figlia verso il sentire cosa può essere più vicino alle sue capacità invitandola inoltre a considerare che ogni attività sportiva prevede anche un quantitativo di fatica insieme all'utilità, come lei stessa ha ben individuato per il nuoto. 

Chissà che possa scoprire le proprie capacità rispetto ad uno degli sport suddetti oppure individuarne un terzo. 

Con l'augurio di esserle stata utile le porgo un caro saluto


Dott.ssa Laura Nemolato



Siamo i genitori di una ragazzina di dodici anni che dall'età di 7 gioca a pallavolo. Adora giocare a pallavolo. Siamo molto perplessi in quanto l'allenatore se le ragazze perdono perde le staffe e volano insulti sia individuali che al gruppo. Insulti che non si limitano alla partita ma che si perpetuano anche negli allenamenti e partite successive. L'ultima partita per es. ha urlato alle ragazze che sono dei conigli di m.. e che lui si rompe il c.. ad allenarle, che non valgono niente non sono nessuno mentre almeno lui è arrivato a ottenere dei successi.... Tenga presente che la squadra di per sé ha ottenuto buoni risultati. 

A una ragazzina durante la partita ha urlato che già non sa giocare almeno rimanga concentrata (è fra le migliori), mia figlia tolta al terzo sbaglio è stata chiamata a rientrare e poi fatta tornare in panchina perché secondo lui "aveva la faccia" (?!) lo ha urlato più volte davanti a 60 persone. Mia figlia ci ha poi riferito che il saluto con cui la accoglie è " anche oggi la faccia da depressa!".  Si allenano 5 giorni su 7. Spesso anche 6 giorni su 7. E stanno affrontando due campionati.

Se saltano un allenamento automaticamente niente partita. Ragazzine che macinano km al giorno sia per andare ad allenamento sia per le partite x poi rimanere in panchina ed entrare all'ultimi tre punti se stanno vincendo... Il sacrificio lo facciamo volentieri x la passione che anima nostra figlia ma ci stiamo seriamente chiedendo a livello educativo e per la sua persona quali effetti può avere una situazione del genere. 
Lei nonostante tutto vuole andare ..ma è visibile che la tensione è superiore alle sue forze.

Grazie anticipatamente per l'attenzione.

 

 

Carissimi genitori, capisco la preoccupazione e la difficoltà nei confronti di questa situazione. Purtroppo, a volte, un’allenatore, per spronare la propria squadra, utilizza questo tipo di atteggiamento anziché stimolare e incoraggiare positivamente le proprie atlete. Probabilmente ritiene che sia l’unico modo per tirare fuori il massimo da loro e in qualche modo è rinforzato a continuare a comportarsi così perché i risultati ci sono, ignorando o deridendo l’umore delle stesse. La completa assenza di sostegno emotivo è una cosa dura da sostenere per delle ragazze di 12 anni e può darsi che vostra figlia si sia adattata a questa situazione per l’amore verso lo sport e perché crede nella squadra e nelle compagne. Il rischio è che a un certo punto si stancherà di fare tutti questi sacrifici per ricevere degli insulti, lei come anche le altre compagne, e continuare a stare in una situazione scomoda potrebbe minare anche la grande passione che ha.

Il mio consiglio è, da una parte, quello di parlare con la società e far presente la situazione,  dall’altra, quello di parlare con vostra figlia per capire cosa la spinge a restare e cercare di tirare fuori la tensione che tutto

questo le provoca affinchè possa affrontarlo al meglio.

Spero di esservi stata di aiuto, un caloroso saluto.

 Dott.ssa Marica Vignozzi 



gentile dottore,vorrei chiederle un parere.ho un figlio di dieci anni che da cinque gioca a calcio.questo ultimo anno e' stato sostituito in squadra da un nuovo iscritto ,il cui padre amico della dirigenza della squadra,ha preteso che diventasse titolare fisso al posto di mio figlio.nonostante l'eta' ,mio figlio ha subito notato di essere stato sostituito,io da genitore ho provato ad invogliare mio figlio a dare il meglio di se stesso per riconquistare la fiducia del mister. nonostante l'impegno nulla e' cambiato.

allora mi sono rivolto alla dirigenza che mi ha invitato ad avere fiducia in loro ,dicendomi che nessun torto e nessun danno potevano arrecare a mio figlio. dopo sette partite di campionato ,mio figlio comincia a dirmi che non e' giusto essere sostituito da un nuovo arrivato e manifesta la volonta' di abbondonare il calcio....ho fatto presente il tutto alla dirigenza della squadra e mi e' stata prospettata "velatamente" la possibilita' di abbandonare la societa'....ndr.....il mio quesito per lei dottore e' il seguente: questa situazione ,puo' danneggiare psicologicamente mio figlio? cosa posso fare io al riguardo,continuo a stimolare mio figlio o mi batto vs la societa per far valere il principio che a dieci anni si e' ancora bambini e non professionisti...la prego mi aiuti ad uscire da questa situazione che sta diventando grave anche con i rapporti famigliari...la ringrazio in anticipo per qualsiasi aiuto vorra' fornirmi.

faccio presente che io non ho mai parlato al mister di questa situazione e nemmeno sono sceso nel campo di gioco (anche se a volte avrei voluto portare via mio figlio)per non arrecare danno ulteriore al mio piccolo.


 

Gentile signore,

come Lei stesso dice, "a 10 anni si è ancora bambini e non professionisti" pertanto, suo figlio dovrebbe poter fare sport e giocare a calcio enfatizzandone più che altro l'aspetto ludico e gruppale senza entrare a stretto contatto con queste dinamiche poco chiare e, soprattutto, poco meritrocratiche che potrebbero non essere da lui facilmente comprese. Di conseguenza, non comprendendole potrebbe ritenere se stesso responsabile delle sostituzioni e, pertanto, provare sentimenti di frustrazione e sconforto tali da portarlo a dire di voler abbandonare lo sport.

 

Lei sta facendo ciò che un padre dovrebbe fare, sta incoraggiando suo figlio a non mollare ma, visto che non è la bravura di suo figlio ad essere messa in discussione, forse per aiutarlo ancora di più potrebbe decidere di fargli cambiare società trovandone una in cui suo figlio potrà stingere nuovi rapporti, potrà divertirsi, potrà migliorare ulteriormente, potrà giocare e "combattere" per ottenere un posto nella squadra titolare alla pari con gli altri bambini.

 

Sperando di esserLe stata di aiuto, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



16 dicembre 2015

Buonasera sono una ragazza di 32 anni... Gioco a basket da 25 anni!!
Sono sempre stata una delle migliori ...Infatti nei ultimi anni sono andata a fare
all star game!!!Nel corso della mia carriera sono stata ferma per due gravidanze quindi la voglia di ritornare sul campo era tanta!!!
Adesso gioco in B ma non riesco a capire cosa mi stia succedendo!!!
Nn riesco più a giocare con la grinta e la determinazione di un tempo (anche solo dell'anno scorso)!!
Il nostro allenatore non incita  le ragazze e si focalizza sempre sulle stesse!!!
Magari è un mio problema boh....
Grazie

 

Buongiorno, grazie per averci scritto.

Da ciò che leggo, rispetto ad una minore grinta e determinazione che sente, mi viene sembra di capire sia associata ad una diminuzione nella motivazione, una spinta minore che lei sente nel tornare in gioco. Avrei bisogno di ulteriori elementi per capire le dinamiche che vive adesso nel suo gruppo squadra ad esempio, anche se mi sembra che lei attribuisca questo cambiamento nell’atteggiamento dell’allenatore. Mi sento di dirle che, ad ogni modo, la crescita personale, le esperienze di vita, possono cambiare il proprio modo personale di vivere lo sport, il gruppo squadra, fattore che incide anche nella motivazione allo sport stesso, riadattando in tal senso gli obiettivi personali.

Mi verrebbe da chiederle: cosa rappresenta adesso lo sport per lei?Quanto incide nella sua motivazione il risultato della performance o ad esempio avere un ruolo cruciale nella squadra stessa? Quanto è importante il riconoscimento e il clima che percepisce nel contesto squadra? Mi chiedo, inoltre,se ha cercato un confronto con le sue compagne ma, soprattutto in questo caso, col suo allenatore. Avere dubbi e non comunicarli, crea ulteriori incomprensioni, mentre il confronto è alla base della comunicazione, fondamentale in ogni relazione e in ogni contesto e potrebbe aiutarla a chiarirsi. Nella speranza di esserle stata utile, le porgo i miei cordiali saluti.

Dott.ssa Laura Camastra


Buongiorno, sono la mamma di un bambino di quasi 10 anni che pratica karate da circa 4 anni. Non è bravissimo, ma ama questa disciplina e la fa volentieri anche se i risultati spesso sono non molto soddisfacenti. E a mio avviso nonostante tutto se lui è sereno lo sono anch'io, ma ultimamente si sente trascurato dai suoi maestri che a detta sua preferiscono seguire i bravi lasciando lui a qualche altro abbandonati a loro stessi.

Proprio oggi mi ha confidato che gli piacerebbe vincere almeno una gara, che non vuole sentirsi sempre un perdente. Non sapevo cosa dire ho deviato l'argomento su altro e non ne abbiamo più parlato. In quel momento non mi sentivo pronta ma vorrei riprendere la discussione ed essere in grado di rassicurarlo. Cosa mi consiglia? A suo avviso devo parlarne con i suoi maestri, e magari chiedere più attenzione? Mi dispiace che lui ci rimanga male e vorrei aiutarlo. Grazie infinite.

 

Buongiorno cara signora, è indubbiamente una situazione non facile poichè da quello racconta emerge quanto il karate piaccia a suo figlio e quanto stia incontrando, allo stesso tempo, delle difficoltà nell'ottendere i risultati che vorrebbe in questa disciplina. Sono d'accordo con lei sul fatto che se a suo figlio piace fare karate, anche se non ha gli stessi risultati degli altri, è bene che lo faccia. E trovo che la volontà di suo figlio nel voler migliorare sia una cosa positiva perchè denota che c'è passione in ciò che fa. Questa può essere la leva che gli può permettere di migliorare ciò in cui non riesce nonostante la delusione nel vedere che gli insegnanti non lo considerano come dovrebbero. E per quanto riguarda il parlare con essi, può essere utile non tanto per richiedere più attenzioni quanto per capire cosa potrebbe fare per correggersi.

Quando riprenderà la discussione potrebbe aiutarlo stimolandolo nel continuare a fare una cosa che gli piace e continuare a farla per sè stesso. Spero davvero di averla aiutata.

 Un caloroso saluto,

Dott.ssa Marica Vignozzi


14 dicembre 2015

Buongiorno, sono la mamma di una ragazza di 16 anni, la quale sta attraversando un difficile periodo di stress emotivo.
Mia
figlia, sin da piccola, è sempre stata forzata dal padre (grande sportivo) a fare sport.
Ha
iniziato con la piscina all'età di 3 anni (andava sempre malvolentieri).
Poi a 4 anni ha aggiunto anche lo sci (ad ogni weekend la portava a sciare) fino all'età scolare (dopo, dato che al sabato andava a scuola, non è stato più possibile).

Poi all'età di 7 anni, la bambina ci ha chiesto di fare basket al posto della piscina perché nuotare, lo riteneva uno sport noioso. Il padre, ritenendo il nuoto di importanza fondamentale, non ha voluto che lo abbandonasse, quindi le ha detto di fare entrambe. Ha intrapreso il basket insieme al nuoto (grandi pianti tutte le volte che la portavo in piscina) fino ai 10 anni.
Dai 10 ai 12,
con la scusa dei compiti che erano aumentati, è riuscita a convincere il padre, a farle fare solo uno sport: il basket.
In
terza media a 13 anni, dopo 5 anni di basket, ha voluto lasciare anche quest'ultimo      perché diceva che non le piaceva l'allenatore nuovo ecc. e con un'amica è andata a fare ginnastica di tonificazione.
Il
padre, ritenendo non sufficiente questa ginnastica, ha provato con il golf ( sport che a lei non le è mai piaciuto!), ma per far contento il padre, ha preso una decina di lezioni da un maestro.

Ora la ragazza ha 16 anni, studentessa liceale, ha sempre avuto ottimi risultati scolastici, continua a fare quasi quotidianamente la sua ginnastica di tonificazione, ma il padre non è soddisfatto.
Mia
figlia dice che non riesce a fare di più.
Il
padre la sta obbligando a prendere delle lezioni di pianoforte (che a lei non piace)...
Io mi chiedo ma è giusto insistere così?

A me sembra che mio marito più insiste e meno ottiene...
La
ragazza dice che si sente obbligata a fare sempre qualcosa che non vuole fare... ha spesso crisi di pianto e io che le sono vicina, soffro con lei...
Cosa
posso fare?
Da
una mamma in crisi.

 

 

Gentile signora,

nella vita di una persona lo sport è molto importante; esso svolge, infatti, un ruolo fondamentale nell'equilibrio corpo-mente di una persona ma, affinchè ciò avvenga, è necessaria la scelta autonoma dello sport da intraprendere poichè, solo in questo modo, si riesce ad evidenziarne l'aspetto ludico, ad affrontarlo con costanza e, soprattutto, con serenità.

 

Da quanto Lei mi ha scritto, fin da piccola sua figlia non ha mai avuto la possibilità di scelta poichè suo marito lo ha sempre fatto per lei, e la ragazza per non deludere il genitore ha portato avanti sport verso i quali non aveva e non ha sviluppato una passione ma, al contrario, solo noia e rigetto probabilmente proprio perchè iniziati contro la sua volontà; non a caso gli unici sport che ha praticato e continua a praticare piacevolmente e costantemente sono quelli che lei ha scelto di fare ossia la ginnastica di tonificazione e il basket (che si ha interrotto ma sempre volontariamente).

 

Per provare ad aiutare sua figlia potrebbe suggerirle di parlare con il padre per fargli comprendere quanto per lei sia fonte di preoccupazione e malessere il sentirsi obbligata a fare uno sport contro il suo volere; se sua figlia dovesse non sentirsela poichè, anche solo esprimendo il proprio pensiero ha paura di andare contro il padre e provocare in lui una delusione (aspetto, questo, da approfondire con un collega esperto nelle relazioni familiari nel caso fosse effettivamente presente), potrebbe parlare Lei con suo marito cercando di fargli capire che la ragazza ha bisogno di fare scelte autonome rispetto ciò che vuole o non vuole fare e che lui come genitore potrebbe limitarsi a darle semplicemente dei suggerimenti.

 

Sperando di esserLe stata di aiuto, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico


Buongiorno,

sono un responsabile di una squadra a livello amatoriale, come tale ho persone che giocano che vanno dai 18 anni ai 45…la squadra esiste da anni ormai, è sempre stato un gruppo unito, quest’anno, si sono uniti a noi 3 nuovi elementi a ricambio di 2 “vecchie glorie”, cambio allenatore e… gruppo distrutto!!

Nello spogliatoio regna il silenzio e durante gli allenamenti solo insulti, lamentele e occhi storti verso i propri compagni e mister…cosa peggiore a queste, e mai successa in 8 anni, venerdì una ragazza, 20 anni, ha deciso di abbandonarci perché dice di non ritenersi all’altezza del gruppo e si sente triste ad entrare in palestra. Io da responsabile della squadra e dell’attività mi trovo in una difficoltà enorme e non so proprio più che fare! Come posso arginare questi atteggiamenti? Come devo comportarmi con l’atleta che non vuole più venire??

Ringrazio per l’attenzione e in anticipo per la risposta

Davide 

 


Gentile Davide,

sembra che nella squadra aleggi un malcontento non ben identificato successivo alla modifica ed all’inserimento del “nuovo” (i 3 elementi e l’allenatore). In casi come questo, le delicate dinamiche del gruppo possono subire alterazioni degli equilibri e per questo può essere utile che l’allenatore o lei come responsabile siate aperti ed attenti. Le “vecchie glorie” e l’allenatore sostituiti lasciano uno spazio vacante in cui la squadra potrebbe sentire il bisogno di trovare nuovo assetto.

Con l’inserimento del “nuovo” la squadra sta modificando i propri equilibri con una modalità aggressiva (insulti, lamentele, occhi storti) e probabilmente competitiva. Il segnale di ciò potrebbe essere proprio la giovane atleta che non si sente all’altezza di nuovi equilibri o di uno stile di gruppo che si è modificato. Potrebbe essere utile osservare se vi è più competizione rispetto a prima oppure se la squadra viene spinta oltre il livello amatoriale.

Con dinamiche di questo tipo, il mio suggerimento è invitare gli atleti e l’allenatore alla comunicazione diretta del proprio sentire nel rispetto di se’ e dell’altro esplicitando gli obiettivi del gruppo.

Un caro saluto

Dott.ssa Laura Nemolato


09 dicembre 2015


Buongiorno, sono il papà di un bambino di 8 anni che frequenta da 3 anni la scuola calcio. Fino allo scorso anno andava tutto bene, quest'anno invece mio figlio ha dimostrato di non partecipare più volentieri. Quest'anno per la prima volta partecipano ad un campionato con bambini di pari età e continuano a perdere partite su partite, da 15 a 30 gol a partita e segandone uno o due a partita. Per gli allenatori è tutto normalissimo in quanto vogliono far divertire i bambini senza pretendere nulla, solo che mio figlio ci rimane molto male ogni volta maturando sconforto e perdendo la voglia di giocare che aveva.

Inoltre mio figlio ha poca autostima con difficoltà a relazionare con i coetanei, e in base alla psicoterapeuta, lo sport lo aiuta molto ad integrare con altri bambini e situazioni. Ho già chiesto a lui se volesse cambiare squadra per provare a fargli ritrovare nuovi stimoli e lui al momento ne è molto contento ed ha già provato con i nuovi compagni trovandosi a suo agio.

La vecchia società invece mi dice che è un male perchè il bambino si deve adeguare alla sconfitta, divertendosi. Allora io mi chiedo è giusto spronare un bambino a provare a cercare qualcosa di meglio oppure lasciarlo alla frustrazione momentanea della sconfitta rischiando di ridurre la stima di se e lasciandosi andare alla consapevolezza di perdere sempre?

Non so più cosa sia giusto per lui 

Vi ringrazio e vi porgo i miei migliori saluti

 


Buongiorno a lei, capisco la sua incertezza nello scegliere quale sia la cosa giusta da fare poichè la situazione non è facile. A mio parere, la cosa più importante, al di la delle opinioni contrastanti, è che suo figlio possa praticare sport nel luogo dove si trova meglio e con persone con cui si trova a proprio agio. E da quanto dice, questo cambiamento di squadra si è rivelato un miglioramento per lui.

Sono d'accordo con il parere della vecchia società sul fatto che all'età di suo figlio le cose più importanti siano l'essere integrato con i propri compagni, divertirsi e sviluppare un concetto di vittoria-perdita sano. Con questo intendo che è assolutamente importante che suo figlio impari a vivere le sconfitte in modo positivo, come stimolo e non come fallimento; dall'altra parte mi sembra di capire che per suo figlio sia importante anche fare bene, non solo giocare e divertirsi, quindi forse la metodologia della vecchia squadra non era sufficientemente in linea con le sue aspettative.

Il mio consiglio è di vedere come va con questa nuova squadra e nel caso cui, anche qui, si ripresentasse il disagio nell'affrontare una sconfitta, allora, potrebbe parlarci per capire cosa significa perdere per lui e al fine che possa sviluppare una buona stima si sè che non dipenda esclusivamente dal vincere o perdere.

 

Spero di esserle stata d'aiuto e le auguro una buona giornata.

Dott.ssa Marica Vignozzi



01 dicembre 2015


Buonasera,

sono il fratello maggiore (24) di un ragazzo di 15 anni che gioca a basket ormai da 7. Non è mai stato un titolare a causa di qualche "kiletto" di troppo e dell'altezza, ma non si è mai scoraggiato e in questi anni ha sempre dato il 100%. E' sempre andato agli allenamenti, ha sempre seguito i consigli degli allenatori, si è specializzato nei tiri dalla distanza e nei passaggi (ha una buona visione di gioco). Ha sempre avuto una volontà di ferro, che di solito veniva ripagata anche solo con qualche sprazzo di partita tutte le settimane (e a lui bastava... Si rende conto benissimo che non può essere un "titolarissimo"!).

Quest'anno però è arrivato un nuovo allenatore che schiera in campo sempre i soliti 7/8 ragazzi, convocando gli altri per "scaldare la panchina". Tra i 2/3 scalda-panchina c'è anche mio fratello ovviamente.

Capisco che per vincere le partite bisogna che giochino i più forti e che la panchina serve lunga perchè potrebbe capitare di averne bisogno, ma il mio fratello, alla terza partita fuori casa, dove si deve sorbire l'ora/ora e mezzo di viaggio (più il ritorno) e un'altra ora e mezzo di panchina senza mai scendere in campo (l'ultima partita ha giocato gli ultimi 4 secondi di una partita ormai irrecuperabile da 3/4 minuti), inizia a dare di matto!

Inizialmente ho provato a convincerlo che se continuava ad impegnarsi in allenameto gli sforzi sarebbero stati ripagati, che nel giovanile non si è più come nel minibasket che devono giocare per forza tutti, ma vedo che non sta cambiando niente...

Come posso aiutarlo? Non riesco a vederlo rientrare in casa ogni volta con le lacrime agli occhi e con la voglia sempre più forte di smettere di giocare allo sport più bello del mondo.

Sperando in un consiglio, la ringrazio e la saluto.


Gentile Signore,

a volte lo sport espone a queste situazioni, alle quali bisogna cercare di dare un giusto significato, importante per stessi. Nonostante il costante impegno, a volte è difficile diventare un "titolare", altre volte purtroppo non lo si diventa mai. Non condivido le scelte così nette dell'allenatore, perchè si tratta di settore giovanile, e secondo me si dovrebbe ragionare diversamente. Sarebbe molto importante trasmettere ai ragazzi che non esistono titolari senza riserve, che l'uno è indispensabile per l'altro.

Sarebbe opportuno intervenire per capire come la mente può ancora allenare le risorse positive per far scattare la molla motivazionale del ragazzo che non gioca e sta gettando la spugna, impedendo a tale atleta di entrare nella sua zona di confort dove l’accettazione di una situazione che non lo gratifica gli impedisce di crescere e di reagire.

Ma tutto questo è assoluta competenza dell'allenatore, non del fratello maggiore. Pertanto, le suggerisco di spingere il ragazzo a parlare con il proprio allenatore, esponendogli i propri dubbi e le proprie difficoltà, prima di prendere in considerazione altre ipotesi.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto.

Dott. Massimo Amabili - www.massimoamabili.it


23 novembre 2015

Buongiorno mio figlio ha dieci anni e ha già provato parecchi sport: calcio basket rugby nuoto ora tennis. Il cambiamento continuo indica però che di fatto non riesce ad ottenere risultati secondo le aspettative. Lui inizia sempre con entusiasmo ma dopo un po la mancanza di risultati penso lo demotivi. Non ha ancora l'età in cui l'interesse può essere rivolto totalmente ad altro (studio, altre passioni)....anche se gia li avrebbe (soprattutto nel mondo di internet). Per cui non so come aiutarlo ovvero se insistere perché si impegni di più, se cercare ancora altri sport (hip hop..pallavolo?), se chiedergli di fare sport con la motivazione minima della salute (penso insufficiente alla sua età), se lasciare che si orienti su altri interessi con il rischio che siano troppo sedentari. Grazie se mi rispondete.


Buongiorno, grazie per averci scritto.

Leggendo la sua domanda mi verrebbe da chiederle se ha mai provato a parlare con suo figlio del motivo per cui cambia sempre sport, quali sarebbero le aspettative che non riesce a mantenere? E soprattutto di chi?

Avrei bisogno di ulteriori informazioni riguardo suo figlio per poterle dare un parere più mirato, ma in ogni caso le consiglierei di parlare apertamente con lui, dei suoi interessi; cercare di capire cosa gli piace fare (ad esempio se sia più indicato per lui uno sport individuale o uno sport di squadra che potrebbe aiutarlo a trovare una motivazione maggiore nel gruppo). A quell'età è facile non avere le idee chiare e se lui vuole sperimentare degli sport che non conosce, perchè no?! Spesso il motivo per il quale non si va avanti nel praticare un'attività sportiva è collegato al non avere una reale, personale motivazione per farlo. E’ importante riuscire a capire i suoi riferimenti di significato (cosa rappresenta per lui lo sport: svago, passione oppure vuole diventare un campione in quella disciplina e quindi una possibile realizzazione personale?). Rispetto alla sua resilienza emotiva, perché si demotiva così nel non avere risultati che si aspetta? Fa parte del suo carattere oppure ha alle spalle esperienze che non gli suggeriscono la possibilità di ottenere risultati stringendo i denti o aspettando? Lei e il padre cosa ne pensate? E’ importante capire quale siano le condizioni specifiche del bambino, le sue peculiarità e poi quelle del contesto per riuscire a costruire una risposta ad hoc. Se l’obiettivo è quello della salute, forse si possono trovare altre strade (es. il ballo, uno stile alimentare corretto…).

Il mio consiglio è di stargli vicino, invogliarlo trovando la motivazione di suo figlio, senza forzarlo.

Sperando di esserle stata utile, la saluto cordialmente.

 

Dott.ssa Laura Camastra


Salve, son la mamma di Federico 13 anni, due anni fa dopo aver praticato nuoto e basket per vari anni nostro figlio ha deciso di giocare a calcio e di intraprendere il ruolo del portiere...son stati due anni intensi e carichi di emozioni e talvolta qualche sconforto, superato egregiamente con la complicità del suo forte carattere e di un grande allenatore che ha saputo dosare bastone e carota. Cambiando categoria ha cambiato allenatore e anche le porte ovviamente son cambiate e qui il primo problema...la sua altezza, all'inizio non ha manifestato disagio ma pian piano ha tirato fuori le sue paure; oggi alla seconda partita di campionato è arrivato il crollo, una partita tutta in panchina e pianto finale con successiva comunicazione che lui non avrebbe più giocato.

Premetto che anche io sono inquieta con l'allenatore perché  da profana credo che colui che li segue debba anche motivare e spiegare determinate scelte, supportando il ragazzo... anche perché è palese che non lo facciano giocare per la sua inferiorità fisica. Sto sbagliando ? Come devo comportarmi ? Grazie in anticipo


Gentilissima signora,

è comprensibile la sua preoccupazione di fronte alla delusione che riguarda suo figlio. Sarebbe interessante sapere con quali motivazioni l’allenatore ha stabilito che Federico non potrà più giocare. Ciò a maggior ragione poiché da quello che lei scrive, suo figlio sembra avere una “inferiorità fisica” non ben identificata. Si tratta di una disabilità o forse solo di inadeguatezza al ruolo di portiere?

Nel primo caso la soluzione potrebbe essere quella di lasciare che Federico giochi in una squadra che lo accolga nelle sue difficoltà mentre nel secondo caso è auspicabile che possa anche cambiare ruolo stabilendolo in accordo con l’allenatore stesso che conosce il ragazzo in campo e sa quali sono le sue potenzialità. Questo potrebbe essere un momento di apprendimento per suo figlio che potrà sentirsi supportato dall’allenatore anche nella scelta di un ruolo diverso da quello di portiere.

Rispetto a lei, sembra che stia supportando suo figlio come una buona allenatrice. Il mio suggerimento è di continuare ad accompagnarlo nelle sue scelte.

Un caro saluto

Dott.ssa Laura Nemolato


20 novembre 2015

Buongiorno, le scrivo per chiederle un consiglio riguardante il come procedere alla preparazione mentale per affrontare al meglio una competizione.è per me un momento di crisi dal punto di vista sportivo, in quanto non riesco ad avere una coerenza nelle prestazioni delle competizioni a cui prendo parte. questa per me è veramente una cosa frustrante, in quanto, oltre alla delusione personale ,che è sempre molta, provoco un analogo sentimento nelle persone che mi circondano, in primo luogo nei miei genitori e poi in tutti coloro che tutti i giorni lavorano con me.

mia madre dice che la mia grinta e voglia di affrontare la gara non è più la stessa di un tempo e forse ha ragione. mi piacerebbe ritrovare questa mia competitività per tornare ad affrontare la gara in modo sereno e con la voglia di vincere.

la ringrazio in anticipo per il suo consiglio.


Buongiorno a te, capisco quanto posa essere frustrante questo momento.

Inanzitutto sarebbe opportuno chiedersi: cos'è cambiato dalla situazione precedente nella quale avevi la giusta serenità e grinta per affrontare le competizioni alla situazione attuale nella quale tutto questo sembra non esserci più? Quale può essere l'evento che ha fatto la differenza? Partire dalla causa potrebbe essere un buon modo per ripartire.

Per quanto riguarda la voglia di vincere mi viene da pensare che ci sia un calo della motivazione, magari acuito anche dall'incoerenza nell'affrontare le competizioni che racconti. Potrebbe aiutarti a superare questo stallo scrivere quali siano i tuoi obiettivi futuri e concentrarti su un obiettivo alla volta rifocalizzando l'attenzione non tanto sulla situazione attuale quanto sulla singola gara. Inoltre, fare questo, da un lato può aiutarti ad aver tali obiettivi più chiari, dall'altro a capire realmente se essi corrispondano effettivamente a quelli delle persone che ti stanno intorno.


Mi auguro di esserti stata di aiuto e a presto.

Dott.ssa Marica Vignozzi


Buona sera, sono il padre di ragazzo di 15 anni che da anni gioca a calcio, gli ultimi tre in una squadra professionisticaFino la scorsa stagione ha sempre giocato tutte le partiterisultando spesso uno dei migliori della sua squadra. Quest'anno con un nuovo allenatore i problemi. E' stato relegato in panchina e non sempre impiegato. Fin da piccolo è sempre stato un ragazzo competitivo e grintoso. Ora sembra subire la cosa. Non sembra reagire, appare demotivato quasi indifferente al fatto di non essere tenuto in considerazione. Il mister non gli parla, si limita a fare il suo mestiere di allenatore. Quando impiegato fa il suo, ma da l'impressione di non mettercela tutta. Che consigli può darmi per affrontare questa situazione. Nel ringraziarla per la gentile risposta porgo distinti saluti.

 

 Buonasera a Lei,

da quanto mi racconta il malessere di suo figlio, che egli esprime con agiti depressivi (non reagire, essere demotivato e indifferente) in ambito sportivo, potrebbe essere dovuto alla frustrazione causata dal non sentirsi considerato e dalla sensazione di non riuscire più ad esprimersi e ad arrivare all'allenatore attraverso il gioco. Sentimenti, questi, che potrebbero essere alimentati anche dalla competitività e dalla grinta che il ragazzo, solo consciamente, sembra aver perso.

 

Potrebbe provare a parlare con suo figlio di queste emozioni negative che accompagnano il suo vissuto sportivo cercando di fargli ritrovare la grinta, la voglia di dimostrare il suo talento ogni volta che entra in campo e di fargli comprendere come il non dare il massimo e l'apparire demotivato non facciano cambiare idea all'allenatore ma come, al contrario, siano nocive solo per lui stesso. Potrebbe, inoltre, dire al ragazzo di provare a parlare con l'allenatore per chiedergli spiegazioni e chiarimenti circa questo suo comportamento.

 

Sperando di esserle stata di aiuto, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico


12 novembre 2015

Salve. Ho un problema con mia figlia di 5anni.  Lo sport. Lei è una bimba timida e a volte permalosa.  Piange per qualsiasi cosa. Ha provato due giorni a fare ginnastica artistica.  Lo portata e mentre la cambiavo ha iniziato a piangere perché non voleva andare. Io ho insistito e alla fine è entrata e le è piaciuto. Il secondo giorno, prima di partire ha riiniziato a piangere che non voleva andare, che non gli piaceva. Alla fine ho ceduto io e l'ho lasciata a casa. Questo si è ripetuto per un altro sport. Ora non so cosa fare. Mi piacerebbe che facesse qualcosa. Lei parte convinta ma quanto arriviamo li si blocca e inizia a piangere.  Che suggerimenti mi da? Mon so più che "santo chiamare". Grazie Alessia. 

 

Salve Alessia,

sua figlia è molto piccola, lo sport va avvicinato gradualmente e senza forzature. Le suggerisco di aspettare, e di far provare in futuro a sua figlia anche degli sport di gruppo. Solitamente quando sono piccoli vogliono giocare e divertirsi con altri bimbi, attraverso attività fisiche che puntano soprattutto alla parte ludica. Non la forzi, ne rispetti il tempo di sviluppo psicofisico.

Cari saluti

 

Dott. Massimo Amabili

 

Buonasera Dottore,

Sono la mamma di un bambino di 5 anni compiuti e vorrei capire come poterlo avvicinarlo allo sport senza "traumi".
Mi spiego meglio:
Mio figlio ha un carattere molto introverso soprattutto di fronte alle novità ed oltre a questo e' un bambino molto timido.
Ho provato ad avvicinarlo a sport come calcio il quale ha frequentato lo scorso anno per 7 lezioni ma poi non è voluto più andarci.
Quest'anno abbiamo riproposto lo stesso sport ma è andata peggio dell'anno precedente.
Così, parlandone con lui, abbiamo optato per il tennis.
Inizialmente e' stato molto entusiasta ma una volta arrivati al primo giorno di prova non è voluto entrare e nemmeno rimanere a guardare gli altri bimbi.
Ho provato a mandarlo anche in altri corsi dove partecipavano anche dei compagni di classe ma niente.
A scuola invece non ha problemi di socializzazione anzi è molto integrato e per quanto riguarda la lezione di motoria la aspetta sempre con molto fermento e non vede l'ora di farla.
Il bambino non parla molto e quindi è molto difficile per me affrontare l'argomento (anche perché spesso si infuria se viene toccato questo tasto) e capire quale sia il problema.

Quindi Dottore, spero mi possa dare qualche indicazione preziosa per poterlo avvicinare allo sport con gioia e non il contrario.


Un saluto

 

Cara signora,

temo che sia andata troppo di fretta con suo figlio: se attualmente ha 5 anni, e lo scorso anno ha iniziato a fare calcio, probabilmente non abbiamo rispettato le sue caratteristiche temperamentali (è introverso, e timido di fronte alle novità). Quando sono così i piccoli, è assolutamente normale che i bambini possano riverlarsi poco costanti, si stanchino presto e vogliano provare a fare altri sport sempre con tanto entusiasmo. Vi suggerisco di aspettare, di continuare a mantenere un dialogo sereno sull’argomento, e di permettere al bimbo di scegliere lui quando sia il momento di iniziare. Solitamente intorno ai 6-7 anni sono più sicuri della loro scelta, e le richieste di cambiamento diventano meno frequenti.

Vi suggerisco quindi di avere pazienza e di rispettare le tempistiche dello sviluppo psicofisico del bambino.

 Cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili

 

Egregio Dottore,
Buongiorno,

Ho conosciuto per caso la Sua rubrica e vorrei "approfittare" per chiederLe un consiglio...

Ho un bambino di quasi 7 anni, che abbiamo iscritto a calcio a Settembre, premetto che in casa gioca sempre e ha sempre il pallone tra i piedi, se ha in mano il telecomando mette subito sui canali di sport e guarda soprattutto proprio il calcio. Quando gioca, si vede che si diverte, è sorridente e anche se sudato fradicio, non smetterebe mai di giocarci.... Abbiamo così deciso, d'accordo con Lui, di iscriverlo e spendere anche dei bei soldini per questo, non senza sacrificio (escludendo scarpe e la prima "dotazione" che non è stata subito fornita dalla Società e che quindi abbiamo chiaramente acquistato noi prima, abbiamo speso circa € 300.00 per borsone della Società, pantaloncini, tuta, etc...), faccio questa precisazione perchè l'anno scorso, sempre d'accordo con Lui, l'avevamo iscritto a Karate (€ 180.00 di iscrizione) , dopo le primissime lezioni (2 o 3) però, già mi diceva che un pò si stufava, l'ho invitato a portare pazienza, in quanto le prime lezioni era normale che dovesse imparare "le basi"che, come è noto,  sono un pò noiose perchè ripentono sempre le stesse mosse....

Il papà lo portava, poi arrivavo anche io dopo il lavoro a guardarlo in palestra, per poco però, perchè poi anche io avevo una lezione da seguire, ci trovavamo comunque sereni e tranquilli un'oretta circa dopo, tutti insieme a casa x  cena. Dopo qualche lezione, 4 o 5, di Karate, F. ha iniziato a piangere dicendo di non volerci più andare, la prima volta è entrato in palestra, nemmeno il tempo di scaldarsi, è uscito piangendo... Il papà lo ha così riportato a casa.... La volta successiva, a me aveva detto ci sarebbe andato senza piangere, invece, scoppiò a piangere ancora da casa dei nonni... Il papà lo ha portato a casa, la terza volta, F. ha deciso di dire all'istruttore che non sarebbe più andato.... E da lì era ricominciata la Sua "solita" vita: scuola, casa dei nonni o della nonna, arrivo del papà per le 17.00, arrivo della mamma per le 19.00...... 

Detto ciò.... quest anno, con il calcio, sta ricominciando la stessa storia..... Dopo i primi 6/8 allenamenti e un bell'entusiasmo per questa nuova avventura e dopo aver saltato l'ultimo allenamento perchè era molto intasato, ieri sera, in macchina col papà, mentre si recavano al campo, è scoppiato a piangere, con passione, quei pianti che quando gli "partono" si fatica a fermarlo.... e c'è poco che gli si possa dire quando fa così.... E dire che è un bambino che non piange mai, anche da piccolo, non è un capriccioso che per qualsiasi cosa sbatte i piedi e piagnucola, anzi..... E' un bambino fin troppo responsabile e controllato per la Sua età.... a volte preferirei che si lasciasse andare di più, ma so che è fatto così e di solito più che incitarlo senza forzarlo non facciamo..... Ora.... non ho idea di come comportarmi, ieri lo ha preso da parte anche il mister negli spogliatoi, ma non è ruscito a convincerlo ad entrare in campo...

Avrei voluto esserci io là con lui per vedere se avrei potuto fare qualcosa, ero al lavoro, ma non credo che avrei potuto fare meglio di quello che già hanno fatto papà e allenatore.... Se devo essere sincera, mi sono fatta un'idea, chiaramente dopo aver affrontato con lui l'argomento, di cosa gli succede.... credo sia una questione di "iniziare", non so se riuscirò a spiegare cosa intendo... E' un pò come quando ci si sveglia dopo un riposino e si rimane intorpiditi,  a volte succede che  non si ha più voglia di fare nulla, tra l'altro è una cosa che "colpisce" spesso anche me: meno faccio e meno ho voglia di fare... Ecco, credo che dopo la scuola, una volta a casa riesce a rilassarsi, quindi, dopo, non ha più la voglia di "faticare" e reagisce in questo modo alla stanchezza... Dico questo perchè gli allenamenti li abbiamo visti ed escludo che ci siano problemi con i compagni e/o il mister, non si cambiano nemmeno nello spogliatoio (tanto per dire che neanche rimangono da soli i bambini tra loro), il calcio sappiamo (e si vede) che gli piace, quindi presumo che la Sua sia una questione di "abitudini" che in qualche modo vengono "rotte"...

certo è che, a parte il chiaro disappunto per quanto speso forse anche quest anno inutilmente, dispiace per l'occasione che Lui ha, di sfogarsi e farsi del bene con del moto, in quelle ore di allenamento...Anche perchè (e qui chiudo) ieri sera, mentre mi facevo la doccia, Lui era di là che giocava col pallone e correva avanti indietro per fare gol, con tanto di telecronaca autogestita.............!!!! Avrei bisogno di capire cosa possiamo fare per aiutarlo.... non so proprio come comportarmi, spero possiate darmi un consiglio. Grazie. Una mamma preoccupata....

 

Cara signora,

avrei bisogno di ulteriori informazioni per comprendere meglio il disagio di F., circoscriverlo accuratamente e poi fornirle delle soluzioni. In generale, in ogni caso, F. è ancora piccolo, a quell’età spesso i bambini non sono costanti nel seguire un’attività, ma hanno bisogno di fare esperienza e di esprimere loro la richiesta di sport. Altre volte interrompono per brevi periodi oppure decidono di cambiare sport, e tutto rientra nella norma, quindi non si preoccupi eccessivamente. Di pari passo con il loro sviluppo psicofisico, solitamente poi i bambini diventano più regolari, soprattutto se si divertono e si trovano in situazioni didattiche adeguate con educatori competenti. Qualora la situazione non dovesse stabilizzarsi nell’arco di qualche anno, le suggerisco di rivolgersi ad uno Psicologo esperto di età evolutiva, per un accertamento approfondito e mirato alla risoluzione di queste difficoltà.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili

  

Salve,

avrei una domanda da porvi:

Io sono un'istruttrice di fitness e danza, nel mio percorso di formazione ho imparato quali esercizi e che allenamento fare a seconda delle fasce d'età e di altre caratteristiche, però mi manca una componente a mio parere fondamentale, perchè nel mio percorso nessuno mi ha insegnato ad approcciarmi con i piccoli, con ragazzi e adulti nessun problema, ma avendo fatto qualche lezione con i piccoli dai 3 ai 10 anni trovo moltissime difficoltà, da una parte penso che sia dovuto al fatto che non hanno deciso loro di fare uno sport e che sono stati costretti dai genitori, ma dall'altro lato io non ho idea di come coinvolgerli, di fargli piacere l'attività, di come catturare la loro attenzione e di come farmi ascoltare e fargli fare gli esercizi del caso!

Grazie per la vostra attenzione e spero che arrivi presto un consiglio!

 

Salve a lei,

in effetti l’approccio ai più piccoli è un elemento delicatissimo dello sport, che richiede un’ opportuna formazione proprio per non ritrovarsi in situazioni complesse da gestire come educatore. Il suggerimento che posso darle è di affiancarsi ad un educatore più esperto, che possa completarla nel suo percorso di formazione. Troverà anche molta letteratura riguardo a questi argomenti, ma nel suo caso probabilmente sarebbe più utile fare esperienza diretta di affiancamento.

Cari saluti

 Dott. Massimo Amabili

 

Gentile dottore,
sono un ragazzo di 30 anni e faccio l'allenatore di calcio di una squadra juniores (ragazzi di 17-20 anni). Ieri durante una partita un ragazzo ha reagito ad un fallo subito, fino al punto che ho dovuto sostituirlo e "piantonarlo in panchina" fino al termine della partita per evitare una orribile rissa. Il ragazzo in questione (molto bravo a livello calcistico, ma anche come persona) lo alleno da circa 7 mesi e quando arrivai i dirigenti mi dissero che aveva comportamenti particolari dovuti alla situazione familiare (i genitori separati e distanti fra loro con una condizione economica difficoltosa). Da quando ci sono io il ragazzo ha mostrato grossi miglioramenti tenendo un comportamento sempre abbastanza corretto non sfociando mai in situazioni di questo genere. Probabilmente ha trovato in me una figura particolare....
Oggi però mi ha chiamato, sembrava piangendo, dicendomi che vuole smettere di giocare perché si sente un peso per la squadra, visto il suo nervosismo. E per evitare che ci rimetta io (difendo sempre i miei giocatori) ha deciso di lasciare.

Ho provato in tutti i modi a convincerlo a rimanere dicendogli che su di lui ci credo ed altre cose del genere, ma non sono riuscito...
Adesso le chiedo gentilmente come posso comportarmi in questa situazione per cercare di convincere il ragazzo di rimanere in squadra a giocare.
La ringrazio anticipatamente per la sua disponibilità e, con l'occasione, la saluto

 

Caro educatore,

credo che lei abbia già fatto abbastanza per questo ragazzo. Molto frequentemente capitano delle situazioni complesse all’interno delle squadre, e lo sport può aiutare molto tutti. Ma si ricordi che lei ha un ruolo preciso, non deve pensare di poterne superare i confini senza trovarsi in difficoltà che potrebbero essere ancora maggiori. Capisco che le dispiace quanto stia accadendo, ma adesso tocca al ragazzo compiere le sue scelte. Mantenga aperta la sua disponibilità ad accettarlo, e ad aiutarlo a cambiare i suoi atteggiamenti sportivi disfunzionali, ma cerchi di rimanere all’interno del suo ruolo. Non si può convincere nessuno a cambiare, se non è lui stesso veramente intenzionato a farlo.

Sperando di esserle stato di riflessione, cordialmente la saluto.

 Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it


9 novembre 2015

Salve,

avrei una domanda da porvi:

Io sono un'istruttrice di fitness e danza, nel mio percorso di formazione ho imparato quali esercizi e che allenamento fare a seconda delle fasce d'età e di altre caratteristiche, però mi manca una componente a mio parere fondamentale, perchè nel mio percorso nessuno mi ha insegnato ad approcciarmi con i piccoli, con ragazzi e adulti nessun problema, ma avendo fatto qualche lezione con i piccoli dai 3 ai 10 anni trovo moltissime difficoltà, da una parte penso che sia dovuto al fatto che non hanno deciso loro di fare uno sport e che sono stati costretti dai genitori, ma dall'altro lato io non ho idea di come coinvolgerli, di fargli piacere l'attività, di come catturare la loro attenzione e di come farmi ascoltare e fargli fare gli esercizi del caso!

Grazie per la vostra attenzione e spero che arrivi presto un consiglio!

 

Gentile signora,

la fascia di età che Lei riferisce è molto vasta; tra i 3 e i 10 anni, infatti, i bambini presentano modalità differenti di approcciarsi allo sport e di recepire e attenersi alle regole e ai comandi propri degli esercizi.

 

Per quanto riguarda i bambini tra i 3 e i 5 anni, che tendono a prediligere l'aspetto ludico dello sport, potrebbe provare a coinvolgerli attraverso il gioco mettendo in scena, attraverso l'utilizzo degli esercizi di fitness e danza, scene riprese da cartoni o fiabe in cui loro diventano protagonisti; in questo modo, probabilmente, i bambini vivrebbero le ore di sport come ore ludiche e, pertanto, potrebbe risultare per loro più facile mantenere alta la concentrazione e, soprattutto, il piacere di essere lì.

Per i bambini dai 6 ai 10 anni il discorso è differente; essi, frequentando la scuola, dovrebbero essere facilitati nel mantenere l'attenzione e nell'ascoltare l'adulto pertanto, potrebbe provare a svolgere con loro lo stesso tipo di lezioni che fa con i ragazzi più grandi senza mettere in atto particolari espedienti per cercare di coinvolgerli. Vedrà che, provando a non pensare che per i bambini possa una forzatura stare lì e che Lei possa trovare difficoltà ad entrare in sintonia con questa fascia di età, anche Lei potrebbe essere più sciolta e spontanea nell'approccio con loro.

Sperando di esserle stata di aiuto, Le invio cordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico



9 novembre 2015

Egregio Dottore,

ho un figlio di 13 anni che gioca a calcio in una squadra professionistica, in qualità di portiere.

L’anno scorso ha sempre giocato titolare; quest’anno ha cambiato allenatore ed è stato da quest’ultimo relegato in panchina, preferendogli quello che, durante lo scorso campionato, era il suo secondo. La motivazione ufficiale è che mio figlio, a detta dell’allenatore, ha poca grinta, urla poco con i compagni e, conseguentemente, dimostra scarsa sicurezza.

Viene sempre rimproverato in modo molto duro e raramente gratificato quando gioca bene.

Ovviamente, mio figlio sembra in crisi di identità. Si sta impegnando molto a livello psicologico per dimostrare all’allenatore di avere più grinta ma con scarsi risultati.

Quale potrebbe essere la soluzione al problema?

A detta degli addetti ai lavori, tecnicamente, è molto dotato. Vuole migliorare a livello caratteriale, aumentando la grinta. Esiste un metodo?

Grazie per la risposta e cordiali saluti.

M.

 

Gentilissimo Marcello,

da ciò che scrive si potrebbe immaginare questa scena: da una parte suo figlio che gioca in una squadra professionistica e tecnicamente dotato e con la sua indole caratteriale ha ottenuto finora buoni risultati.

Dall’altra parte c’è l’allenatore che, stando a ciò che scrive, desidera un portiere grintoso che urli ai compagni, probabilmente per incitarli.

Sembra che suo figlio si trovi tra due fuochi: seguire la sua indole caratteriale che, tra l’altro, sembra abbia ottenuto riscontri positivi come portiere oppure essere in linea con uno stile più competitivo ed aggressivo desiderato dall’allenatore.

Rispetto alla prima domanda, non è chiaro quale sia per lei il problema. Parla di una “crisi d’identità” in maniera generalizzata: sarebbe interessante capire come si manifesta. Suo figlio le ha espresso qual è la sua difficoltà attuale? Di cosa si tratta? In cosa si sente in difficoltà in relazione al suo allenatore? Queste domande potrebbero essere una buona pista per delineare il problema che sta attraversando suo figlio ed aiutarlo ad affrontarlo.

Rispetto alla grinta, è una qualità spesso legata alla sicurezza di se’ che è associata alla consapevolezza che ci sono fattori sui quali non si può avere il controllo insieme all’assumersi la responsabilità della propria performance.

Da ultimo, questa potrebbe essere un’opportunità di crescita per suo figlio che potrà imparare a relazionarsi col nuovo allenatore in una modalità più adulta ovvero esplicitando la propria posizione rispetto al suo ruolo.

Sperando di esserle stata utile e rimanendo disponibile la saluto cordialmente

Dott.ssa Laura Nemolato

 



4 novembre 2015


Buongiorno,

mio figlio ha 5 anni e ha frequentato l'anno scorso il corso di calcio inizialmente con entusiasmo ma appena hanno cominciato a fare qualche partitella ha rinunciato. Ora vorrei fargli provare il nuoto anche perchè ha molta acquaticità, ma lui non vuole neanche fare la prova senza sapere se gli piacerà.  Premetto che gli piace molto fare movimento ma è un pò restio alle regole e a staccarsi da noi.Faccio bene ad insistere?

 

Buongiorno a Lei,

sarebbe opportuno lasciar scegliere liberamente a suo figlio se e quale sport fare senza imporgli una decisione e/o forzarlo nella scelta; un bambino dovrebbe sempre poter esprimere le sue preferenze poichè, chi meglio di lui, conosce i propri bisogni e le proprie attitudini?

Parlando con suo figlio, potrebbe cercare di scoprire lo sport che più gli piace e se ha voglia di frequentarlo; fare uno sport scelto da lui andrebbe, forse, ad accrescere il suo entusiasmo e la sua volontà di passare del tempo in un ambiente nuovo favorendo così, di pari passo con la crescita psico-fisica del bambino, il processo di separazione dalle figure genitoriali, l'apertura alla socializzazione, l'autonomia e il rispetto delle regole.

 Con l'augurio di esserle stata di aiuto, Le invio ccordiali saluti.

Dott.ssa Stefania Santonico

 

 

Buongiorno Dottore,mio figlio si chiama S ed ha 7 anni. Lo scrissi in una scuola calcio a 5anni in quanto mostrava un interesse particolare verso questo sport già da piccolissimo.Per due anni ha frequentato serenamente,io ho cercato sempre e in maniera graduale di gestirlo con i giusti tempi,data la tenera età,senza mai pretendere nulla da lui (purtroppo il calcio è una disciplina in cui spesso i papà diventano protagonisti al posto dei figli per tanti motivi,ma in negativo).

Pertanto ho cercato sempre di dargli un input basato su un unico interesse che a questa età dev'essere divertimento e svago per i bambini.Per due anni quindi ha frequentato con entusiasmo,quest'anno già da questa estate mi diceva che non voleva più giocare a calcio quando ancora oggi e in tutto il periodo estivo, ha giocato,vuole giocare nei campetti improvvisati sulle strade del paese,ma ad iscriversi a scuola calcio non ne vuole più sapere.


Ho provato a proporgli altri sport e rimane sempre sul vago più sul no....ovviamente non insisto ma ho paura che il bambino possa "incalanarsi" in una vita sedentaria fatta solo di tv e playstation in questi anni fondamentali per la sua crescita.La mia domanda è,cosa ha potuto portare mio figlio a questo spero momentaneo  rifiuto per il pallone o per qualsiasi attività???Grazie anticipatamente.

 

 

Buongiorno a lei, inanzitutto sono molto colpita dalla sua dedizione nel riconoscere la passione di suo figlio verso un sport e nell'accompagnarlo in modo sereno affinchè possa essere per lui motivo di divertimento e non un impegno.

E, da ciò che racconta, probabilmente per suo figlio in questo momento il calcio è solo questo, divertimento e svago. Questo potrebbe essere un motivo per cui preferisce farlo in modo informale piuttosto che all'interno di una scuola-calcio. Ha provato a chiedere direttamente a lui quali sono i motivi che lo hanno spinto a smettere? Che cosa non ha funzionato? Forse in questi due anni anche il carico scolastico è aumentato?

Il fatto che lei continui a spronarlo senza insistere troppo è una cosa molto positiva per fare in modo che possa ritrovare motivazione senza sentirsi pressato, continui a guidarlo come già fa affinchè possa sbloccarsi da questo momento di stallo che potrebbe essere solo parte della sua maturazione e non un incanalarsi verso una vita sedentaria.

Mi auguro di esserle stata di aiuto e le auguro buona giornata.

 

A presto,

Dott.ssa Marica Vignozzi



30 ottobre 2015

Buongiorno dottore sono la mamma di due bambini i 6 e 8 anni.... ho sempre cercato di far praticare sport ai miei figli iniziando da piccoli con il nuoto per poi passare con il più grande a un periodo di calcio e infine sono esattamente 3 stagioni che pratica tennis dove riesce molto bene , e lo scorso anno adirittura ha voluto provare in contemporanea il calcetto quindi una volta alla settimana lo portavo anche lì. ...ovviamente perche i compagni di classe del suo gruppo lo praticano....oggi da un mese di inizio della stagione di tennis ha chiesto se invece puo andare a calcio .....e abbandonare il tennis.La mia domanda ora è come dovrei comportarmi visto che le sue scelte mi sembrano un po dettate da quello che fanno i compagni di classe? Lo devo lasciar provare o devo insistere che continui a giocare a tennis?visto la naturale predisposizione a questo sport? Invece per il piu piccolo tante prove di sport differenti ma nessuno sembra catturare la sua attenzione?! Bah! Aiuto!

Buongiorno signora, capisco la sua preoccupazione rispetto alla scelta dello sport dei suoi figli e che non sia sempre facile capire quale sia la cosa giusta da fare.

Per quanto riguarda il più grande, come ha detto, ha già provato un periodo di calcio, quindi può darsi che non si tratti solo di seguire gli amici ma che provi anche piacere nel praticare quello sport e il variare potrebbe essere l'occasione per capire cosa gli piace davvero dato che è ancora piccolo; da una parte alla sua età è comprensibile che senta il bisogno di socializzare con gli amici di scuola, dall'altra, dato che è portato nel tennis, sarebbe un peccato abbandonarlo, potrebbe provare a proporgli di mantenere comunque un allenamento di tennis a settimana come era stato fatto per il calcetto l'anno prima.

Per quanto riguarda invece il piccolo non demorda, magari gli serve un po' più tempo per capire cosa gli piace davvero, continui a fargli provare vari sport, alla fine troverà anche lui la propria passione. Mi auguro di esserle stata di aiuto e le auguro una buona giornata.

A presto,
dr.ssa Marica Vignozzi



Buongiorno dottore intanto la ringrazio per la risposta alla mia email di qualche settimana fa.
Oggi le scrivo per l'altro mio figlio,
ha 13 anni gioca a calcio dalla fine della seconda elementare, ha praticato nuoto per qualche anno ma poi ha scelto il calcio.
Quest'anno la sua squadra è allenata da un bravissimo allenatore, una persona con esperienza anche a livello di professionisti che li sta gestendo davvero bene.
Dall'inizio del campionato era partito giocando le partite fin dall'inizio poi pian piano ha iniziato a fare della panchina e ad entrare nel secondo tempo, ovviamente esce spesso dal campo deluso ed è per lui motivo di insoddisfazione perchè vorrebbe giocare tutta la partita.
Il mister ha richiesto in questi giorni dei colloqui con noi genitori, cosa che mi ha fatto davvero molto piacere, e in questa nostra chiacchierata mi ha descritto un pò quelli che sono gli atteggiamenti che in questo momento frenano o rallentano la possibilità di crescere come calciatore a mio figlio.
Queste sono le parole del mister:
dal punto di vista educativo nulla da dire, è educato e rispettoso.
dal punto di vista atletico è molto preparato e potrebbe in futuro avere grandi soddisfazioni e ottime soddisfazioni sportive
dal punto di vista agonistico invece non ci siamo, evita il contatto fisico, ha paura di farsi male, ha paura di fare male e quando viene ripreso o sgridato non reagisce ma subisce i rimproveri...il mister vorrebbe una sua reazione...ma per ora purtroppo non c'è stata.
Ecco questo è il quadro generale....la mia domanda è questa, appurato che non vuole provare nessun'altra disciplina sportiva cosa possiamo fare noi genitori insieme al mister per far si che metta grinta e gli passino le paure che ad oggi lo frenano?
P.s. mio marito ha giocato e gioca tutt'ora a calcio e ho come l'impressione che la sua presenza e il suo giudizio sia parte del problema.....

Grazie per l'attenzione



Gentile signora,
da come racconta mi sembra di capire che suo figlio pratichi questo sport da diversi anni, pur con una parentesi nel nuoto, pertanto, mi viene da chiederLe se questi sentimenti di paura fossero già presenti negli anni passati o se si sono manifestati con l'inizio del nuovo anno sportivo. Nel primo caso queste paure, auto ed etero rivolte, potrebbero essere caratteristiche proprie della personalità di suo figlio sulle quali, in caso, si potrebbe intervenire con un lavoro sulla consapevolezza corporea e sull'autostima (espressioni dell'immagine di Sè che Suo figlio si sta costruendo con la crescita )  ; nel secondo caso, invece, sarebbe opportuno cercare di comprendere, attraverso il dialogo, se ci siano stati uno o più eventi che abbiano portato suo figlio, in modo più o meno conscio, a mettere in atto questi comportamenti remissivi i quali, a lungo andare, potrebbero anche sfociare in sentimenti di frustrazione (legati magari a difficoltà evolutive) .

Potrebbe, inoltre, suggerire a suo marito di affrontare e condividere, sia attraverso il dialogo che, soprattutto, attraverso il gioco, le paure di vostro figlio, magari facendo con lui delle partitelle in un parco o raccontandogli aneddoti della sua carriera sportiva che, in qualche modo, siano collegati a quei sentimenti.

Sperando di esserle stata utile, Le invio cordiali saluti.
Dott.ssa Stefania Santonico



Buongiorno dottore sono la mamma di due bambini i 6 e 8 anni.... ho sempre cercato di far praticare sport ai miei figli iniziando da piccoli con il nuoto per poi passare con il più grande a un periodo di calcio e infine sono esattamente 3 stagioni che pratica tennis dove riesce molto bene , e lo scorso anno adirittura ha voluto provare in contemporanea il calcetto quindi una volta alla settimana lo portavo anche lì. ...ovviamente perche i compagni di classe del suo gruppo lo praticano....oggi da un mese di inizio della stagione di tennis ha chiesto se invece puo andare a calcio .....e abbandonare il tennis.
La mia domanda ora è come dovrei comportarmi visto che le sue scelte mi sembrano un po dettate da quello che fanno i compagni di classe? Lo devo lasciar provare o devo insistere che continui a giocare a tennis?


Gentile Signora,
è  sicuramente importante che i genitori stimolino i figli, anche nella pratica sportiva.

Nel suo messaggio parla di due sport molti diversi tra loro: uno sport individuale come il tennis che richiede capacità tattiche e sviluppa competenze psicomotorie, la concentrazione e la coordinazione; il calcetto, sport di squadra che è da sempre molto “gettonato”.

Da ciò che scrive, sembra che suo figlio, dopo diverse prove,  stia scegliendo in linea con i propri desideri, orientandosi verso il calcetto che favorisce lo sviluppo dello spirito di squadra e dello spirito di cooperazione. Probabilmente è proprio questo ciò di cui suo figlio ha bisogno in questo momento. Mi sembra che Lei individui un bisogno implicito molto importante da soddisfare in questo momento evolutivo di Suo figlio:  "stare con  i coetanei" per confrontarsi, differenziarsi, omologarsi... Lo sport è un'occasione importante ed un mezzo di crescita che permette di soddisfare proprio molti di questi bisogni. 

In alcuni casi, il propendere di un genitore verso uno sport per i propri figli, potrebbe essere legato ad una aspettativa o ad un gusto personale dell'adulto. Il mio suggerimento è di ascoltare i bisogni e le aspirazioni di suo figlio, come già sta facendo, e lasciare che si sperimenti anche nel calcetto.

Un caro saluto

dr.ssa Laura Nemolato


16 ottobre 2015

Buongiorno dottore,

sono la mamma di un bimbo di 9 anni che pratica nuoto...l'anno scorso ha frequentato per l'intero anno la categoria preagonistica e da quest'anno ha iniziato il percorso nella categoria agonistica.

Ha un ottimo rapporto con l'acqua, gli piace nuotare ma l'inizio della stagione è stata ed è tutt'ora molto difficile per lui.

Capita che durante gli allenamenti scoppi a piangere e le ragioni sono svariate...non riesce a capire del tutto le serie che l'allenatore gli dice di fare, si sente a disagio perchè i ragazzi che nuotano con lui sono più veloci e per ultimo è molto stanco perchè in effetti la mole di lavoro è molto più faticosa dello scorso anno.

come posso aiutare mio figlio a superare questo periodo?

Ma soprattutto come faccio ad essere certa che sia lo sport giusto per lui?

La ringrazio per l'attenzione


Buongiorno a Lei,

è probabile che la richiesta fatta dagli educatori sia elevata per le risorse di suo figlio, e che le sue siano delle difficoltà di adattamento dovute ai cambiamenti che sta affrontando. Nel suo ruolo di genitore, si limiti a sostenerlo per il suo impegno, il bambino si regolerà da solo in merito alla scelta del suo sport.

E’ importante che si diverta, per poter scegliere il proprio sport è necessario conoscere i vari sport, potreste anche prendere in considerazione di provarne altri, individuali o di gruppo.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili



Buongiorno Dottore,sono la mamma di Andrea, quasi 4 anni.

Mio figlio adora il calcio e il pallone. In casa gioca a calcio, al parco gioca a calcio, esce e prende il pallone....insomma, davvero entusiasta e, a detta di esperti, portato.

Ieri per la prima volta siamo andati alla scuola calcio, è il più piccolo, è vero, ma mi hanno detto che non ci sono problemi se il bambino ha questa voglia di giocare e soprattutto imparare.

L'esordio è stato l'opposto di come me lo aspettavo.

E' entrato in campo e ha iniziato a correre, poi sono arrivati tutti gli altri bambini, gli allenatori con le palle...e lui si è intimidito (mi conceda il termine), è scoppiato a piangere ed è venuto verso di noi.

Io e il papà l'abbiamo consolato, il mister gli ha chiesto se volesse fare un paio di tiri fuori dal campo e lui ha accettato, si è messo a giocare fuori dal campo con il suo papà..ma non ha più voluto rientrare e ci ha chiesto di tornare a casa.

Ovviamente l'abbiamo assecondato e siamo tornati, senza nessun rimprovero, anzi, contenti, ma vorrei capire ora come comportarmi? crede sia normale un simile approccio, al prossimo allenamento lo riporto o aspetto che sia lui a chiederlo? Insomma, non vorrei traumatizzare quella che per lui (almeno fino a ieri) credevo fosse una passione...come ci dobbiamo comportare?

Grazie infinite per l'attenzione e la risposta che vorrà darci.

Buon lavoro.



Gentile Signora,

Andrea è ancora troppo piccolo. Siate pazienti, e aspettate che sia il bambino a chiedere di iniziare a giocare in un gruppo strutturato, e lo farà quando sarà pronto, non quando sono altri a considerarlo tale.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili




Buongiorno dottore, sono la mamma di un ragazzo di 14 anni ,quest 'anno è in prima superiore e novità dell'anno ma non propio non vuol più fare nessun tipo di sport tutto il giorno attaccato al pc con mia grande disapprovazione.Lo sto'spingendo a guardarsi intorno per scegliere un nuovo sport per me andrebbe bene un tutto dato che ne ha già sperimentati pareccchi:3 anni danza classica e i-pop,3 anni

calcio in contemporanea arti marziali (queste ultime gli piacevano molto poi i amici hanno lasciato e così anche lui) , infine l'anno scorso Rogby ma sembrava un pesciolino fuor d'acqua non conoscendo nessuno. E ora assecondare questo ragazzo che un giorno vorrebbe fare nuoto un giorno atletica e poi serie m'ha detto "Non voglio fare più un bel niente"Questa età a me spaventa molto.Grazie per l'attenzione


Gentile Signora,

a volte può succedere che un ragazzo di quell’età sia molto confuso, è sicuramente attivo in lui un processo di costruzione della propria identità, che potrebbe essere sicuramente favorito da una attività sportiva.

Purtroppo però non si può imporre a nessuno di praticare uno sport, sarebbe un tentativo fallimentare che lo porterebbe ad altri abbandoni. Le suggerisco di continuare a parlarne con serenità col ragazzo, valutando anche sport diversi da quelli sopra citati (la danza e l’hip hop non sono considerabili sport secondo il mio parere, ma espressioni di arte) e di attendere con fiducia che la voglia di fare sport torni presto. Ha ragione, chiudersi tutto il giorno col pc non va bene, cerchi di limitarne molto l’utilizzo giornaliero.

Cordiali saluti

 
Dott. Massimo Amabili



Buonasera,

la mia bambina di 5 anni ama pattinare da qualche mese, e ha manifestato l'intenzione di frequentare un corso di pattinaggio artistico su rotelle. Lei però pattina su quelli in linea giocattolo. L'ho portata ad un paio di lezioni di prova, che si svolgono a porte chiuse, ma sono riuscita ad intravvedere un paio di volte cosa stava facendo.

E' una bambina piuttosto timida e quando si trova in situazioni di disagio tende ad isolarsi e "bloccarsi". E questo è quello che le ho visto fare in queste due situazioni. Mi piangeva il cuore perchè tutte le altre bambine invece erano a loro agio, e sapendo quanto ami pattinare non la riconoscevo più!

Sembrava che non avesse mai messo i pattini prima. All'uscita dalla prima prova una maestra mi ha fatto notare che la bambina ha un carattere un po' ...così (che vuol dire non l'ho ben capito). Nonostante queste esperienze che io ho trovato deludenti, la bambina vuole proseguire. Ho provato a parlare con un'altra insegnante di questa sua difficoltà e questa mi ha rassicurato dicendo che anzi, frequentare il corso potrebbe aiutarla. Io invece temo che sia un inutile stress, non penso sarà mai in grado di esibirsi negli spettacoli che mi è sembrato di capire siano frequenti in questa società.

Mi piacerebbe molto che la bambina riuscisse a tirare fuori quella che realmente è, perchè ho paura che perda la possibilità di fare quello che le piace a causa del suo essere inibita fuori casa. Anche alla scuola materna rimane timida, anche se ormai conosce l'ambiente e quindi è integrata. Io l'ho iscritta ma immagino già che dopo un paio di volte non vorrà più andare. Ho sbagliato ad iscriverla comunque?


Gentile Signora,

la bambina è ancora molto piccola, avere un temperamento timido e introverso è del tutto naturale e non va visto come un difetto in nessun modo, ma come un tratto distintivo. Le suggerisco fortemente di lasciare più spazio alla bimba, di farle decidere se andare o meno a questo corso, e magari anche di farle provare altri sport, per consentirle un giorno di apprezzarne le differenze e di poter scegliere il proprio sport in assoluta serenità ed autonomia.

Se la bambina è serena e ci vuole andare, la sostenga lodandone l’impegno, e abbandoni immediatamente questa idea catastrofica di un futuro senza spettacoli: sono certo che sua figlia neanche ci pensa attualmente, è solo un pensiero disfunzionale della mamma, sostenuto dagli occhi di un’adulta troppo tesa verso le aspettative di un risultato.  La bimba acquisterà sicurezza, man mano che lei abbandona questa paura che non raggiunga buoni risultati: nello sport, o vinci o impari. Non c’è
nulla di negativo.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it


14 settembre 2015

Buongiorno Dottore,

 sono la mamma di un ragazzo di 17 anni che gioca a basket dall'età di 7 anni. E' molto bravo ha fatto parte sempre di una società dove viviamo, facendo tornei, campionati,trofei delle regioni ed è stato convocato anche dalla nazionale del settore giovanile.Due anni fa si è trasferito per giocare in una società molto lontano da casa, il primo anno con un po' di difficoltà l' ha superato il secondo è stato molto più difficile tra la scuola, la vita nel campus che non era proprio un gran che e anche molte difficoltà con allenamenti e allenatori.Quest'anno aveva deciso di cambiare e di trasferirsi in un altra società e città un po' più vicino casa ma appena arrivati ha avuto un tale rifiuto da voler abbandonare ciò che per lui era tutto considerando che lui senza del basket non viveva.

Sperando che mi possa aiutare a breve, cordiali saluti.




Gentile signora,

la sua richiesta di aiuto dovrebbe essere più specifica, qual è la sua richiesta? Le suggerisco di approfondire le ragioni dell’abbandono con suo figlio, potrebbe poi ricontattarmi.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it




Buongiorno,

sono la mamma di un bambino di 6 anni che ha frequentato la scuola calcio per il primo anno l anno scorso.

Al bambino piace molto giocare a calcio ed è sempre andato agli allenamenti molto volentieri. Hanno formato un bel gruppo di bambini, e lui si diverte quando giocano la partitella dopo l’allenamento. Il bambino però non vuole giocare le partite della domenica. Mi spiego meglio: ha giocato durante la prima partita ed ha pure segnato un goal, sembrava andasse tutto bene ma poi, alla partita della domenica successiva, ha iniziato a giocare e dopo neanche dieci minuti ha chiesto al mister di uscire perché aveva mal di pancia.

Da allora non è più voluto andare a giocare una partita del torneo. Lo abbiamo assecondato e dopo qualche mese sembrava si fosse convinto a provare nuovamente…una domenica mattina ha iniziato a giocare ma poco dopo è voluto uscire nuovamente. Nel periodo che non andava a giocare le partite della domenica, ha continuato regolarmente gli allenamenti divertendosi come sempre. Non riusciamo a capire quale sia il motivo, abbiamo provato a chiederglielo più volte, sia io sia mio marito, ma non parla molto e le uniche cose che ci ha detto sono che non gli piace la confusione che si crea,  i genitori che urlano e fanno il tifo, che gli da’ fastidio l’arbitro che fischia, che gli altri bambini potrebbero fargli male. E’ un bambino di solito molto socievole e vivace, riesce a fare amicizia con facilità, ma è anche molto sensibile e non sappiamo se questo suo rifiuto sia dovuto all’ansia del risultato, anche se noi gli abbiamo sempre detto che deve solo pensare a divertirsi e giocare, non si può sempre vincere e fare goal.

Preciso inoltre che mio marito gioca a calcio un paio di volte a settimana con gli amici e lui, appena lo vede rientrare, gli chiede se ha vinto. Mio marito più volte gli ha detto che avevano perso ma che si era divertito tanto a giocare. Spesso cerca conferme dal papà su quello che fa e su come si comporta…Anche a casa appena può gioca a pallone e lo segue tanto anche in televisione (conosce i nomi dei giocatori di tutte le squadre!). Un paio di volte ha visto dei ragazzini più grandi di lui di qualche anno giocare al campetto sotto casa ed è voluto andare a giocare con loro e si è divertito tantissimo…Adesso che si avvicina settembre, gli abbiamo detto che tra poco inizierà nuovamente la scuola calcio e lui ha detto che andrà solo agli allenamenti e non giocherà le partite della domenica. Da qualche giorno dice addirittura che non vuole più andarci e che vuole andare a tennis (la sorellina e mio marito giocano a tennis). Non sappiamo cosa fare, so che a lui il calcio piace tantissimo ma è arrivato al punto di rinunciare anche agli allenamenti per paura di dover giocare le partite. 

Le chiediamo un consiglio su cosa fare per cercare di fargli superare questo momento di difficoltà anche perché temo che questo suo comportamento possa in qualche modo ripercuotersi anche a scuola visto che quest’anno inizierà la prima elementare.
Ringraziandola anticipatamente per l'attenzione dedicatami, Le porgo cordiali saluti.



Gentili signori,

in realtà dalla sua descrizione il bambino ha già trovato una soluzione alternativa  che a lui sembra molto più congeniale: provare il tennis. Se fossi in voi, gli lascerei fare questa esperienza, sia per arricchire il suo bagaglio motorio e di conoscenza degli sport, sia per permettergli di valutare se con il tennis l’approccio alle gare è differente. In effetti il bambino potrebbe non avere tutti i torti: purtroppo frequentemente i campi di calcio dei bambini vengono resi ambienti inospitali dai genitori stessi, che esagerano inutilmente e dannosamente i toni nel tentativo controproducente di “stimolare” il proprio figlio a diventare un campione. Spero che vostro figlio non abbia dovuto fare i conti con una situazione simile, ed in ogni caso il bambino ha palesato di voler provare uno sport altrettanto costruttivo e salutare, è talmente piccolo che è più che giusto che provi altre discipline e segua la propria volontà.

Cordialmente vi saluto



Buonasera Dottore,

Le scrivo perchè ho costantemente un dubbio che mi assale... quale è la cosa giusta??

Sono la mamma di una bimba di 9 anni e da c.a. 5 anni mia figlia pratica nuoto regolarmente, ottenendo anche buoni risultati. Già dallo scorso anno iniziava  a manifestare poca volontà nel proseguire, forse i continui cambiamenti: nuove piscine, nuovi istruttori, nuovi compagni, ma soprattutto la richiesta di un maggiore impegno e un lavoro piu duro. Quest'anno il solo pensiero di dover a breve iscriversi ad un corso di nuoto la angoscia, tenta di tranquillizzarmi promettendo di mantenere invece l'impegno della pallavolo, ma trova in me una barriera invalicabile. Ho provato più volte a spiegarle quanto fosse importante non abbandonare proprio ora, ha un quarto livello (raggiungere il settimo sarebbe il traguardo!!), in cuor mio vorrei portasse a termine questo percorso intrapreso insieme  che ha significato per entrambe impegno e sacrificio costante!!

Vorrei solo scegliere la cosa giusta per lei!

Grazie.



Gentile Signora,

in realtà la risposta è insita nella sua domanda: la bambina ha manifestato chiaramente che il suo rapporto con il nuoto potrebbe essere giunto al termine, a vantaggio di un altro sport altrettanto divertente e formativo, la pallavolo. Per quanto possa esserle difficile “digerire” questo cambio di prospettiva, cerchi di distinguere quello che è il desiderio della bambina, da quello che è il desiderio di lei adulta: quello del settimo livello potrebbe essere (a quanto pare) un obiettivo soltanto suo, perchè forzare sua figlia a raggiungere una cosa che sembra non interessarla affatto?

Continui a sostenerla nella sua vita sportiva come ha sempre fatto, e magari ne inizi una anche lei di qualsiasi tipo: così potrà comprendere cosa significa raggiungere uno scopo che non è il proprio, e quanto questo sia difficile e controproducente.

Augurandole le migliori cose, cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it




Buonasera

sono un genitore di un ragazzino di 13 anni che gioca a calcio, in una squadra parrocchiale. Quest'anno per affrontare il nuovo campionato abbiamo organizzato un piccolo ritiro per la squadra di 5 gg per provare a creare un po' più di spirito di squadra tra i ragazzi e soprattutto per motivarli a giocare con grinta, sempre nella correttezza.

Mi piacerebbe sapere come posso impostare parte del tempo che vorremmo dedicare a coltivare questi aspetti.

grazie per i suggerimenti che potrete darci

G

Gentile G,

è una bella iniziativa spontanea, la cosa migliore sarebbe completarla con qualunque attività di gruppo che si possa fare nel luogo del ritiro: lo spirito di gruppo si coltiva attraverso la condivisione, qualsiasi attività stimolante può andare bene (fare escursioni, provare altri sport di gruppo o giochi, ecc.). Per quanto riguarda l’ avere grinta, inteso come non farsi abbattere dalle difficoltà, ma combatterle, questo è un

qualcosa che non si può insegnare, ma si può trasmettere; è una spinta, insita in ognuno di noi, che deve essere scagliata contro quei blocchi mentali che imprigionano i nostri sogni e le nostre speranze. I ragazzi sono molto giovani e naturalmente predisposti a superare difficoltà, per allenare più approfonditamente tali aspetti, è necessario richiedere l’aiuto di uno Psicologo dello Sport esperto.

Cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it



24 luglio 2015

Gentile dottore, mi sono imbattutta casualmente nel suo sito ed ho letto cose interessanti, così ho deciso di scriverle.

Ho una figlia di 12 anni che gioca a livello agonistico ormai da diversi anni a TENNIS, lo sport più duro e stressante che ci sia!!! Ormai è risaputo che la parte mentale è tanto importante in questo sport quanto la parte tecnica e la parte fisica (anzi io direi, per esperienza personale, che l'aspetto mentale è ancora più importante soprattutto a questa età).

Ora mia figlia è davvero brava, è seguita dalla Federazione ed ha bravi allenatori... è inserita in un'ottima scuola e soprattutto ha una passione sfrenata per questo sport.... dov'è dunque il problema? Il problema è propio nella sua mente.....

Per farla breve durante una partita basta un punto andato storto, un game perso, un paio di palle fuori campo e cala la tragedia!! Comincia a piangere, a lamentarsi, ad arrabbiarsi!!!! Perde lucidità, concentrazione, diventa nervosa, non riesce neanche ad ascolatre i consigli del suo coach .... E così inevitabilmente la partita si complica, spesso si butta via, con altre lacrime e sceneggiate.........

Poi alla fine tutto passa, e si ricomincia da capo!!

Ora mi chiedo diverse cose: in primis se sia giusto che dal divertimento che dovrebbe essere a questa età il giocare a tennis (anche a livelli così elevati) si sia passati a vivere la partita con ansia e nervosismo poiché vincere immagino sia per loro la cosa fondamentale!!

Altra cosa, visto che lei non ha nessuna intenzione di mollare un po' (cosa che le avevo proposto) e che è estremamente consapevole del suo comportamento in campo (lei dice che non riesce proprio a controllarsi, ci prova ma non riesce..), chiedo a Lei dottore se magari non esistano delle semplici tecniche di rilassamento, degli escamotage, dei veri e propri esercizi mentali (ovviamenti adatti per la sua età)  che la possano effettivamente aiutare in campo a superare i suoi momenti di pianto e di blackout. Credo che la cosa non possa che migliorare con il tempo, ma ora lei ha davvero bisogno di una mano in questo senso, non solo di allenare il suo braccio con dritto, rovescio e quant'altro (io avevo anche pensato di farle fare un corso di Yoga!!!!). Vorrei vivesse le splendide esperienze che sta facendo in questo momento grazie al tennis molto più serenamente e di conseguenza con maggiori soddisfazioni!

La ringrazio e le invio cordiali saluti.

L.


Gentile Signora L.,

in tutti gli sport la componente mentale è assolutamente importante, ed è strettamente legata al temperamento e alle caratteristiche di personalità degli individui. All’età di 12 anni, secondo il mio parere lo sport dovrebbe avere una prevalenza assolutamente ludica, e i bambini dovrebbe essere educati al divertimento attraverso lo sport, all’impegno, non al risultato. Probabilmente sua figlia sta maturando un cattivo rapporto con le sconfitte, forse le lega troppo al concetto di valore umano (cioè, se perdo non valgo come persona), e questo potrebbe attivarla negativamente rispetto ad errori tecnici o partite perse.

E’ solo un’ipotesi, per capire meglio la radice di tali comportamenti bisognerebbe approfondire direttamente con la bambina. In ogni caso, certamente esistono numerose tecniche di allenamento mentale (comprese quelle di rilassamento) che possono essere apprese, allenate ed utilizzate anche dai più piccoli, ma è necessario rivolgersi ad uno Psicologo dello sport esperto, che sappia guidare la bambina nel percorso di apprendimento di tali tecniche. Lo Yoga aiuta molto nella gestione degli stati ansiosi, potrebbe essere una buona idea se l’obiettivo è quello. Sicuramente con l’aiuto di un esperto, la situazione cambierebbe in breve tempo!

Cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it




Gentile dot. Amabili,

sono un allenatore che a settembre inizierà la propria attività con una squadra di maschietti dai 12 ai 14 anni che non sono abituati a fare la doccia dopo l'attività sportiva (non so se il fatto che la persona che li seguiva prima di me fosse una donna e non un uomo possa aver inciso o meno): dati i cambiamenti del corpo dovuti all'età, la questione igienica e tutte le questioni relative alla vergogna che si intensificano crescendo, vorrei che questi ragazzi si abituassero a lavarsi al termine dell'attività.

Vorrei dunque un suo consiglio da professionista su come gestire la questione delicata della doccia anche con i genitori, che, come prevedibile, si intrometteranno a riguardo; inoltre, come prevenire e, nel caso, reagire a possibili prese in giro che potrebbero nascere all'interno dello spogliatoio senza, possibilmente, entrare fisicamente per evitare ritorsioni (tipo accuse di pedofilia e simili ... è strano come pensiero, ma prevenire è meglio che curare).

Ringraziandola per l'attenzione dedicatami, Le porgo distinti saluti


Gentile allenatore,

potrebbe concordare con la sua società di fare una riunione con i genitori e i ragazzi, cercando in maniera amichevole (e magari con l’aiuto di un medico) di spiegare l’importanza di tale aspetto (la doccia) sottolineandone gli aspetti igienici di base (spiegando ad esempio che sudando si espellono sostanze nocive, che vanno lavate via dalla pelle, ecc.). Generalmente, a seconda dell’età, fornendo una specie di educazione alla doccia, i ragazzi presto la utilizzano senza troppi problemi, autoregolandosi;

ovviamente negli spogliatoi possono entrare esclusivamente gli atleti, le sconsiglio fortemente di entrare anche a lei, ma di risolvere eventuali conflitti (non è detto che accadano, basta fissare delle regole chiare di rispetto per tutti, ed eventuali punizioni per i trasgressori che arrivano fino all’allontamento dalla palestra) al di fuori di quello spazio. Per quanto riguarda la vergogna, è assolutamente normale provarla soprattutto in adolescenza, nessuno va forzato a fare cose che non vuole fare, secondo il mio parere. Vedrà che col passare del tempo, si moltiplicheranno gli utenti delle docce, in maniera naturale.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it


  22 giugno 2015

Buongiorno, mio figlio ha 10 anni e frequenta da quattro anni la scuola calcio. I primi due anni ha frequentato presso una società importante e l'ultimo anno ha sentito la pressione per la vincita delle gare e l'esclusione da una finale perchè non all'altezza per vincere. Lo scorso anno ha voluto fare il portiere (in un'altra società molto meno esasperata per il risultato), ma abbiamo trovato genitori che influenzavano il mister addirittura nel ruolo che doveva avere il proprio figlio; comunque essendo questa squadra senza portiere hanno costretto un pò il mio a fare questo ruolo, colta un suo piccolo spiraglio di volontà.

I primi mesi sono andati bene, si impegnava,non eccelleva, ma via via ha cambiato idea e voleva giocare in mezzo al campo perchè i compagni lo deridevano e lo insultavano per gli insuccessi. Un altro compagno, non molto preparato e predisposto per giocare in mezzo al campo, ha espresso la volontà di fare il portiere, i genitori hanno espresso talmente tanta gioia che lo hanno sempre incoraggiato,facendolo sentire importante. Non è un commento dettato dall'invidia, sia chiaro, è la realtà a cui non ho dato molto peso. La società era scomoda da raggiungere, non dava serenità a mio figlio e abbiamo cambiato. Arrivati in questa nuova società, abbiamo trovato un gruppo di 10 bambini, dei quali la maggior parte insieme da qualche anno, il mister si è rivelato subito poco intelligente perchè, nonostante sapeva che mio figlio era poco preparato, scoordinato, si divertiva a non trattarlo alla stessa maniera degli altri, tanto che anche nello spogliatoio permetteva ad un compagno di deriderlo e addirittura alzargli le mani. Questo atteggiamento, nonostante la mia osservazione, è stato raccontato da mio figlio che ben sapeva cose stesse accadendo.

Ho avvisato la società e con l'aiuto della psicologa sportiva, alla prima occasione l'anno mandato via. Lo hanno sostituito con uno che aveva già un gruppo di agonistica. E' molto severo, imparziale nell’allenamento e competente ma anche lui, in occasione della partitella della domenica tende a non far giocare mio figlio ed altri meno preparati, neanche per il tempo che prevede il regolamento della federazione. E’ stato detto al direttore sportivo e ci hanno comunicato che il prossimo anno (primo di esordienti) tenderanno a fare una squadra forte, quindi se si formerà un secondo gruppo bene, altrimenti, i bambini meno preparati dovranno cambiare società. Tutto ciò non mi fa stare male, la cosa che mi delude è che i genitori, esasperati di vincere, hanno messo condizioni alla società sui loro figli e stanno addirittura suggerendo ai propri figli di non passare la palla ai bambini meno preparati perché tanto la perdono.

Ma a settembre, quando sono andata a iscrivere mio figlio NON hanno chiesto se era preparato o meno, hanno chiesto euro 650 di quota e ora dicono che  si sta lavorando in prospettiva del prossimo anno? Sono convinta che l’atteggiamento del mister non sia di insegnamento ai bambini meno preparati, tanto che non sono tranquilli e sono umiliati. C’è un posto anche per i bambini meno preparati per coltivare la loro passione? Ho interpellato la psicologa della società e molto imparziale non è stata: ha confermato la strategia vincente della società, la svogliatezza di mio figlio nell'allenamento, ma non ha sottolineato che i bambini non sono motivati da mister e da compagni bravi! Grazie, mamma marilena

 

Gentile Marilena,

da come me lo racconta mi sembra di capire che, tralasciando le varie dinamiche e zozzure che è possibile incontrare negli ambienti sportivi di ogni livello, il punto da focalizzare sia più interno al bambino: per quale motivo sente così tanto la pressione della vincita (è soltanto esterna?)? Per quale motivo viene descritto come svogliato? Il fatto che sia poco preparato/scoordinato quanto incide sulla percezione del bambino di poter essere efficace in questo sport? E soprattutto, considerando i numerosi cambi di società e situazioni rocambolesche che ha dovuto vivere, siamo sicuri che non valga la pena provare uno sport alternativo tra quelli straordinari che esistono al di fuori del calcio (che schiaccia e appiattisce molte realtà purtroppo in Italia)? E’ opportuno considerare che non tutti i bambini sono portati per la stessa disciplina, il fatto di non provare alcuna alternativa non permette al bimbo di scoprirsi sereno all’interno di qualche altro sport, magari di gruppo come il calcio (per esempio, la pallavolo?il basket?). Da genitore, continuerei a supportarlo come ha fatto lei, cercando però di fargli conoscere e provare più cose, abbandonando l’idea che la parola sport equivalga solamente al calcio, che è un’anomalia tutta italiana. Facendo questo, potrebbe realmente muoversi verso la serenità del piccolo, che potrà comprendere che esistono molti altri giochi per potersi divertire più di quanto possa immaginare.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it


  9 giugno 2015

buongiorno, vado direttamente al punto:

mio figlio di 6 anni ha iniziato a giocare calcio 5 mesi fa e li piace tantissimo.

al inizio lo vedevo molto motivato,correva e andava su tutti palloni.

adesso, hanno fatto dei tornei e in ogni partita ( non solo una) lo vedo che non corre piu, non ha la grinta che aveva, gli avversari li passano di fianco e non mette la gamba, ecc,ecc.

le ho chiesto se vuole smettere e mi dice di no perche li piace tantissimo( anche se lo vedi da fuori sembrerebbe di no). le ho parlato, le ho insegnato e niente!!

sinceramente non so cosa fare....

gradirei un consiglio perche la situazione non e molto gradevole.

grazie anticipate.

un papa disperato.



Gentile papà,il punto è proprio questo: perché si dispera se suo figlio e' sereno e pratica il suo sport in maniera adeguata alla sua età, cioè si diverte molto? A volte i genitori pretendono che i figli siano dei campioni sempre orientati al risultato, senza comprendere che questo è soltanto un desiderio personale di un adulto. Le suggerisco di rilassarsi e di godere della serenità che suo figlio trova nello sport, chissà che non sia proprio questo un giorno a portarlo verso ottime performance...

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto


Dott. Massimo Amabili - www.massimoamabili.it


5 giugno 2015

Buonasera,

ho un figlio di undici anni che gioca a calcio in nota scuola calcio è un po robusto ma non grasso, il suo mister ogni qualvolta, perde qualche partita, lo chiamo figorifero e tante altre belle paroli che mio figlio percepisce e talvolta non vuole recarsi a scuola calcio perchè il suo mister lo insulta.

Come mi devo comportare, faccio denuncia per maltrattamenti di minori???

 

Buonasera a lei,

se le cose stanno così cambi società, faccia scegliere al bambino dove vuole andare e quale sport vuole praticare. Gli atteggiamenti descritti da parte dell’educatore, oltre ad essere nocivi, non sono accettabili.

Cari saluti

 

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it


12 maggio 2015

Buongiorno dott. Amabili,

scriviamo dalla città di Bergamo

vorrei sottoporle il caso di mio figlio, dodici anni,  ottima predisposizione a tutti gli  sport, ottimo spirito di sacrificio volontà grinta. A 5 anni ha praticato per circa sei mesi calcio esperienza risultata negativa per le caratteristiche dell’allenatore (duro freddo e urlatore) quindi ha praticato nuoto (un’ora alla settimana) con  atletica due volta alla settimana; in terza elementare ha deciso di lasciare l’atletica e di praticare basket invitato dai suoi compagni di classe che già lo praticavano dalla prima elementare ; nuoto ha sempre continuato a farlo arrivando ad un ottimo livello (a lui piace molto nuotare) gli è stato proposto l’agonismo ma parlando con noi e pensandolo come unico sport ha preferito rifiutare.

Con basket ha raggiunto buoni livelli pur non essendo molto alto per la sua età, infatti, gioca in due squadre . Lui è sempre molto presente agli allenamenti ascolta e si prepara seriamente.

Domenica assistendo ad una sua partita ho avuto il sentore che, nonostante tutto, non sia stimato nella squadra e sinceramente non lo vedo felicissimo di praticare basket. Quindi mio marito gli ha proposto di provare a fare 6 o 7 lezioni di  calcio visto che sono cambiati gli allenatori sostituiti da educatori e considerato che con l’inizio della prima media nel tempo libero si trova spesso con i nuovi compagni di scuola a giocare a calcio e pochissimo a basket. A questa proposta lui è sembrato spaesato e probabilmente essendo abbastanza inquadrato non aveva mai valutato questa possibilità, la sua maggior preoccupazione è stata quella di pensare alla delusione del suo attuale allenatore e di cosa potevano pensare i suoi compagni di squadra. Il suo dilemma è stato : ma se mi piace fare sia calcio che basket cosa faccio??

Ora secondo lei abbiamo sbagliato a proporre un altro sport a 12 anni, come aiutarlo a gestire la decisione da prendere e come sollevarlo da tutte queste suoi pensieri…

Ringrazio anticipatamente per la risposta

Saluti

M.B.

 

Gentile Signora,

dobbiamo considerare che il bambino ha 12 anni, e da come lo descrive, nella sua squadra di basket si trova in serenità. E’ ancora molto presto per capire se questo potrà essere il suo sport, è giusto che arrivino dei dubbi riguardo la scelta. Ma sarebbe preferibile che i dubbi arrivassero direttamente dal ragazzo, e non dai suoi adulti di riferimento, che seppur conoscendolo meglio di chiunque altro, possono fare soltanto osservazioni personali e ipotesi sul vissuto emotivo del bambino. Trovo giusto che a questa età si provino diversi sport, trovo meno giusto preoccuparsi di cose (come la stima della squadra, la reazione dell’allenatore e dei compagni) che non riguardano direttamente il bambino, ma i suoi genitori. Ben vengano le prove di altri sport, che sia il ragazzo a scegliere cosa vuole praticare in base ai propri bisogni legati alla sua età e al suo sviluppo psicofisico; da genitori, cerchiamo di non trasmettere i nostri desideri e le nostre impressioni personali a nostro figlio.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto.

 

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it

 



27 aprile 2015

Buonasera,
Le scrivo da Roma.
Sono mamma di una bambina di quasi 8 anni che pratica da circa due anni nuoto sincronizzato a livello
pre agonistico. La bimba quest'anno è stata scelta dall'allenatrice per eseguire il pezzo di assolo. Ieri durante una competizione la bimba,  al termine della gara, è letteralmente scoppiata in un pianto diaperata, poiché al termine dell'esibizione,  entrambe le allenatrici le hanno detto che aveva sbagliato tutto.  Io non sono una coach, ma l'esibizione non mi è sembrata così disastrosa anche perché la bimba ha comunque ottenuto un terzo posto. La cosa mi ha notevolmente infastidita e tra l'altro ha generato anche un confronto/scontro con mio marito il quale sostiene che certe cose "aiutino" a crescere e che molti allenatori per stimolare e tirar fuori il meglio dai propri atleti agiscano in questo modo. Tra l'altro mio marito sostiene che, in quanto genitori,  noi no  possiamo dire all'allenatrice come deve comportarsi.
Io ritengo che lo sport, soprattutto in età infantile, non debba diventare un problema e che i bambini vadano aiutati ad affrontare le sfide serenamente e soprattutto sia una "palestra" dove poter imparare anche a perdere.
il mio problema quindi è duplice,  da una lato mio marito che mi osteggia, dall'altro l'allenatrice.
Può aiutarmi?
Grazie e buona serata


Gentile Signora,

per avere un'idea più precisa della situazione avrei dovuto verificare in quale maniera il risultato negativo della prova sia stato comunicato alla bambina, per comprendere eventuali criticità comunicative. La bambina è piccola, quindi in effetti il lato da privilegiare dovrebbe essere sempre quello ludico. Nello sport però le sconfitte sono all'ordine del giorno, disperarsi di fronte alla comunicazione di un esito negativo (pur ipotizzando una totale mancanza di empatia e "tatto" da parte delle sue educatrici) è un comportamento che va tenuto d'occhio, perchè potrebbe nascondere una tendenza al perfezionismo da parte della piccola (che è pericoloso e va modulato attraverso noi adulti). Le suggerirei di mantenere un vivo e sereno dialogo con la bimba, per capire se le piace praticare questo sport, trasmettendole sempre che l'importante è l'impegno in questa attività, non il risultato che ottiene. Suo marito ha una parte di ragione, quando le suggerisce di non sostituirsi all'allenatrice in alcun modo, sarebbe molto deleterio; a lui suggerirei però la lettura di "Open" di Andre Agassi, sul lato oscuro del perfezionismo imposto dall'alto. Infine, alla educatrici suggerirei di chiedere consulenza ad uno Psicologo dello Sport esperto, per migliorare le loro capacità comunicative con le piccole atlete, in ogni momento della loro attività, compresa la gara.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili - www.massimoamabili.it  





15 aprile 2015

buongiorno

sono un ragazzo di 32 anni senza padre con grandi rimorsi per le occasioni perdute per colpa dei miei genitori nel calcio

 a 8 anni sono venuti 5 volte osservatori dell’ atalanta a visionarmi ma per colpa di un genitore che non mi voleva con suo figlio mi ha fatto perdere l’occasione

 io allora mi sono rimboccato le maniche e grazie  alle motivazioni del presidente di calcio della mia nuova squadra di calcio ho raggiunto livelli superiori ad un ragazzino di 12 anni

 l’ altra parte della medaglia è che questo presidente avendo capito il mio potenziale ogni osservatore che veniva lo mandava via.

 siamo andati in Austria per un torneo in una scuola calcio e 8 persone del complesso mi hanno messo sotto osservazione e alla fine mi hanno chiesto il numero di telefono ma niente da fare.

 il Palazzolo calcio ha chiamato a casa ma mia madre mi ha detto che non poteva portarmi

 tutto perchè per mia madre il calcio era solo un hobby e io avrei dovuto studiare

 quindi io ho reagito perdendo stima nei confronti di mia madre e è da parecchi anni chè litighiamo per le varie opportunità che mi ha fatto perdere,addirittura ad arrivare ad scontri veramente accesi e

 lasciandomi andare con persone “falsi amici”

 quindi le chiedo cosa posso fare per cucire queste ferite che per un ragazzo come mè che avrebbe potuto far veramente delle belle cose nel calcio.

 ogni giorno e notte continuo a pensare come sarebbe andata se......

 

Gentile signore,

considerando la difficoltà emotiva che mi descrive accennando alla storia della sua vita, le suggerirei di rivolgersi ad uno Psicologo Psicoterapeuta esperto, che possa aiutarla a ritrovarsi con serenità nel suo presente, superando gli eventi di vita negativi del passato per ricominciare a costruire un futuro più adeguato ad un uomo ancora così giovane.

Sperando di esserle stato utile, le porgo cordiali saluti

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it



10 aprile 2015

Egregio Dottore mio Figlio ha 9 anni e gioca a calcio da sette mesi con passione  ,  tanto è  vero  che neanche il freddo e la pioggia lo fermano, in questo periodo il mister si lamenta sempre della squadra che non migliora che non ascoltano, che non seguono i suoi insegnamenti, che non fanno squadra , litigano tra di loro.

La squadra e’ formata da 19 bambini tutti belli vispi, e mio figlio a suo dire e’ quello che segue di meno e che cerca di imitare i suoi idoli …

Per il fatto che il mister si lamenta ho punito mio figlio, ma il bambino mi dice continuamente  che il mister se la prende sempre con lui….

Cosa mi consiglia di fare cambiare scuola, e parlare con il mister

 Grazie e saluti


Gentile D.,

il bambino è piccolo e sta facendo le prime esperienze (seppur burrascose) delle dinamiche di un gruppo sportivo. Le suggerirei di continuare a parlare con suo figlio di quello che accade in campo, cercando di spiegargli che il suo educatore lo richiama  per determinati comportamenti (che deve essere aiutato a cambiare), e non perché ce l’ha con lui come persona. Cambiare squadra prima della fine della stagione significherebbe giustificare in qualche modo quelle condotte, mandando il messaggio implicito al bambino che la colpa di quello che accade è sempre di qualcun altro (esterna), e mai interna: niente di più diseducativo. Alla fine della stagione si consulti con l’educatore per valutare insieme il grado di maturazione del bambino e l’eventuale spostamento in altro gruppo, che non è detto che sia necessario tra qualche mese.

Cordiali saluti

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it



Buonasera sono la madre di un ragazzo di 17 anni della provincia di Bergamo; ha un problema che vorrei risolvere con il vostro consiglio.

E' un giocatore di basket e ama moltissimo il suo sport ; egli si rendo conto di avere due comportanti diversi

in allenamento e durante la partita.

In allenamento rende al massimo, in partita si nasconde.

Gli ho suggerito di scrivere su un foglio che sue sensazione che ho trascritto qui sotto 

  per esservi utile per individuare il suo problema.

 

PRIMA DELLA PARTITA in auto:

- musica-motivazione-sicurezza>speranza

PRE PARTITA:

-tranquillo-concentrazione

DECISIONE TITOLARI

non voglio entrare subito ma dopo

DURANTE LA PARTITA

- poca voglia di entrare

- quando l'allenatore chiama e cerca qualcuno con il suo sguardo non so se guardo oppure no, di solito

  inizio a parlare con qualcuno vicino a me

  non so se ho voglia di entrare oppure no

IN CAMPO

- concentrazione su schemi e ciò che è giusto

- non voglio rischiare

- mi impegno in difesa, cerco di eseguire lo schema di attacco tirando solo per  "necessità"

- ( non esco dalla schema )

 IN PANCHINA

- se andata male non ho voglia di entrare

- PAURA DI COMMETTERE ERRORI E PEGGIORARE IL RISULTATO 

- <<Sicuramente quello in campo sta facendo meglio di quanto farei io>>

IN CAMPO DI NUOVO

- Concentrazione massima SOLO sulla DIFESA, ma voglia di segnare

- non voglio sbagliare risultato>buona/ottima difesa>niente di Concreto in attacco, tranne assist

- l'avversario non deve segnare però ho paura di sbagliare in attacco>insicurezza

IN PANCHINA DI NUOVO

-incitamento perchè credo nei miei compagni, MA NON IN ME

 

In attesa di una vostra risposta ringrazio

 

V.L.

 

Gentile Signora V.,

dalla sua descrizione sembrerebbe evidente nel ragazzo un timore degli errori, che mantiene viva l’insicurezza del ragazzo, inficiandone la prestazione. In tal senso, la differenza tra i due atteggiamenti (di allenamento e di partita) è spiegata: sbagliare durante l’allenamento lo spaventa sicuramente meno, perché non c’è in ballo il risultato e tutte le dinamiche di valore ad esso collegate. Se consideriamo che la sicurezza, più ancora che dalle qualità possedute, dipende dal sentirsi all’altezza delle richieste, dal non ritenersi costretti a dare conferme impossibili o a rispondere a un modello di perfezione, ecco che possiamo rassicurare e incoraggiare usando sempre valutazioni veritiere, chiedendo a ognuno solo ciò che è possibile e apprezzandolo per quello che riesce a dare. Vi sono tanti motivi che alimentano il timore degli errori, come ad esempio quando:

·         Si valuta solo il risultato e non le intenzioni e gli sforzi;

·         Si gioca “solo per vincere” invece di giocarcela tutta senza paura;

·         Si considera la sconfitta come una colpa;

·         Si carica la partita di troppa attesa, presentandola come la gara della vita, prospettando l’avversario come troppo forte per stimolare più impegno, proponendo una preparazione diversa a seconda di chi si deve incontrare, un ritiro più lungo, una predica più vibrante, ecc.

Un po’ di ansia prima di una partita è fisiologica e utile (veda l’articolo in rubrica “L’ansia nello sport”, pubblicato a gennaio 2013  http://www.apbpspsicologidibase.it/psicologia-dello-sport), ma quando sta per diventare eccessiva, si fa precedere da insicurezza, paura di non farcela o di incorrere in un giudizio negativo. Allora è il caso di fare sapere al ragazzo che se fa tutto cio’ che gli è possibile non perde la nostra stima, anzi la aumenta in misura del suo impegno e al di là del risultato; che vincere è facile se ci si libera dall’ansia in eccesso; e che, comunque, si vince o si perde solo una partita.

Detto questo, vi sono anche ragazzi troppo ansiosi per temperamento o per problemi personali, ed in questi casi è preferibile rivolgersi ad uno Psicologo esperto che possa aiutarli a risolvere il loro disagio.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it


 

Salve, sono un genitore di un ragazzo di 14 anni. Pratica calcio da quando aveva 5 anni ed adesso sta avendo un piccola problema. All' inizio dell' anno giocava con i ragazzi della sua stessa età ma da Marzo gioca con i ragazzi più grandi poiché è ritenuto troppo forte per i ragazzi della sua età. Il primo giorno era emozionato poiché il suo sogno è fare il calciatore e giocare con i ragazzi più grandi era per lui una grande cosa. Ma una domenica sono andato a vedere una sua partita e mi sono accorto di questa mancanza di autostima perché non andava mai convinto sulla palla quando ce l' avevano gli avversari. Vorrei aiutarlo ma non so come.

Cordiali saluti


 Gentile genitore,

il passaggio di un ragazzo di 14 anni ad un gruppo di ragazzi di età superiore è sempre un evento delicato che ha bisogno di una preparazione adeguata. Avrei bisogno di molte più informazioni per comprendere meglio la natura della difficoltà di suo figlio, perché descritta così è parimenti probabile che si tratti di un momento transitorio di adattamento alla nuova situazione. Da parte sua, può continuare a supportarlo e a mantenere vivo un dialogo sereno che consenta ad entrambi di elaborare questo cambiamento.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it



31 marzo 2015

Buongiorno, sono la mamma di una bimba d 10 anni lei gioca a pallavolo dall'anno scorso. Le piace o almeno credevo, quest'anno ha iniziato in un'altro posto con allenatori più  seri, sta in squadra mista e la cosa che mi lascia stranita è che i bambini non li conosceva e ancora ora non lega, quando sbaglia piange e sembra proprio che non s diverta, un giorno mi disse che non le piaceva perché  c'erano i maschi. Ora, non so se sia successo qualcosa perché  lei non parla molto, ho visto che l'allenatrice è a volte troppo severa, urla, e a volte burla i bambini, veramente  non so che fare visto che mia figlia spesso la sgrido perché  piange e l'avviso anche che poi i compagni la prenderanno in giro, ma è più  forte di lei. Non so se farla continuare… grazie del suo tempo.

 

Gentile Signora,

è molto frequente nella pallavolo che fino a circa 12 anni i gruppi siano misti, per poi venire separati creando gruppi di categoria under13. Nel suo caso, cercherei di approfondire i motivi del disagio, mantenendo un dialogo sereno con la piccola; parlerei anche con gli educatori, esponendo loro il disagio della bambina, per cercare di capire insieme che cosa le accade (ha paura? È ansia? Oppure è solo un capriccio?). Detto questo, le suggerisco di lasciare scegliere sempre alla bambina quale sport praticare, magari provando qualche altra disciplina sportiva che possa essere più congeniale al temperamento di sua figlia.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto.

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it



24 marzo 2015

Salve ho una bambina di 9 anni che gioca a basket da 3  , le piace molto va volentieri e si applica con serietà. L unico problema che non vuole giocare le partite durante il campionato le prende il panico e stati d ansia ...non so come aiutarla o comportarmi. ..il primo anno di basket ha giocato tranquillamente questi ultimi 2 anni non c è  verso ci ha anche provato ma durante una partita è stata tanta l ansia o emozione che si è sentita male...la prego mi dia qualche consiglio.

 

Gentile signora,

per poterle rispondere in maniera più precisa dovrei capire che cosa è successo nell’episodio in cui si è “sentita male”. In maniera grossolana, posso risponderle che sono numerosi i bambini (ma anche gli adulti) che di fronte ad uno stimolo attivante uno stato ansioso, interpretano tale stato come fortemente pericoloso, generando involontariamente una sorta di “paura dell’ansia” che li rende vulnerabili al ripresentarsi della situazione temuta (ad esempio, la partita). Sulla mia rubrica ho trattato in un articolo del rapporto tra sport e ansia nel dettaglio, sostanzialmente sottolineando che l’ansia è un’emozione assolutamente normale, anzi necessaria allo sport; nel suo caso bisogna capire come mai si genera in maniera così esagerata e cercare di cambiare questo funzionamento attraverso l’aiuto di uno psicologo dello sport esperto, che generalmente in poco tempo aiuterà la bambina a superare questa difficoltà.

Cari saluti

 Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it

Sono la mamma di una ragazza di quindici anni che pratica danza sportiva e ginnastica ritmica da quando ne aveva quattro. Mia figlia è una persona determinata, costante negli allenamenti, perfezionista e molto esigente con se stessa. Ha ottenuto discreti risultati anche a livello nazionale con la danza sportiva e comunque è abbastanza nota nel suo ambiente. Nè io nè suo padre abbiamo spinto sulla parte agonistica dello sport, benchè non abbiamo mancato di supportata e di spronarla nei momenti di stanca, legati prevalentemente alla carenza di opportunitá nella nostra regione per crescere, ma anche slla sua volontá di non cambiare allenatori.


Questa lunga premessa per fornirle spero qualche elemento utile per il problema che le sottopongo: domani avrà una gara regionale  in cui fare più discipline. Poiché in una di queste,ballo di coppia, non di sente preparata e sostiene che fará una pessima figura perchè non ricorderá il programma, questa sera ha cominciato a piangere disperatamente (lei sostiene di l'ansia). La crisi era nell'aria e ho tentato di affrontarla da inizio settimana,ma invano. Per wuel che ne so potrebbe anche essere vero che in questa disciplina non sia particolarmente preparata. L'episodio del pianto disperato ed ingestibile, accompagnato da malessere  fisico (dolore sllo stomaco) si è già ripetuto almeno altre due volte, anche se poi ha sempre gareggiato. Ho bisogno di un consiglio da lei su come affrontare questi momenti, su come aiutarla a gestire questa ansia,ma soprattutto su come aiutarla a maturare.

La ringrazio infinitamente 

Antonella

 

Gentile Antonella,

considerando l’argomento che mi sottopone le suggerisco caldamente di affiancare a sua figlia uno psicologo dello sport, che possa occuparsi di allenare ogni singola componente mentale delle prestazioni che la ragazza dovrà affrontare. Purtroppo il perfezionismo non è sempre un amico degli atleti di ogni disciplina, vanno apprese le giuste strategie di gestione dell’ansia, e soprattutto l’atleta non deve arrivare ad intaccare la persona. Suggerisco a tutti voi la lettura del libro “Open” di Andre Agassi, che pur trattando di tennis, mostra con le parole crude di un indiscusso talento, quanto siano importanti gli aspetti di cui le sto scrivendo. Mi contatti in privato qualora non riuscisse a trovare un professionista nella sua zona.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it



Buongiorno, complimenti per il sito avrei una domanda da porle, ho un figlio di 10 anni che fa il portiere in una squadra oratoriana, a seguito di una splendida partita da parte sua un osservatore di una importante squadra di calcio è andato dal mister e ha chiesto il suo nome e cognome, è il caso di dirglielo o rischio di dargli una delusione nel caso non venga contattato?, nel caso venga contattato come dovrei comportarmi? non vorrei che un eventuale provino da fare generasse in lui ansie e insicurezze essendo anche molto emotivo.

La ringrazio anticipatamente

M.M.

 

Gentile Signor M.,

le suggerisco di parlare in serenità con suo figlio di tutto quanto, anche della probabilità di un provino (non di una certezza); gli dica anche che si è sentito felice alla notizia (immagino sia così) ma allo stesso tempo un po’ preoccupato per lui. E’ solo mantenendo un vivo dialogo che il vostro rapporto si rafforzerà molto, e questo avviene anche dialogando serenamente delle cose che possano in qualche modo generare ansia o delusione, rendendo la parte emotiva del ragazzo non un punto debole ma un punto di forza.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente le porgo i miei saluti.

 

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it

 


Buongiorno,
sono un papá di un bambino di 5 anni.
Pratica calcio. Io lo seguo negli allenamenti e talvolta do una mano, come altri papá, nello spogliatoio,
Nel suo gruppo sono tutti della stessa etá, tra questi c'é il bambino che frequenta con lui la stessa classe della materna e del quale è molto amico. Ma talvolta questo suo amico non c'é e lui non é che si relaziona molto con gli altri compagni. A mio figlio piace il calcio ed è sempre contento di andare agli allenamenti, ma quando é in mezzo agli altri bambini, non lo vedo partecipativo come gli altri con urla, non é esuberante, ecc.
Ultimamente sono successi alcuni episodi nei quali ha pianto.
1) al pranzo sociale ho dovuto lasciarlo solo, come han fatto tutti gli altri genitori con i loro figli, sono tornato a prenderlo dopo 2 ore e lo trovato che piangeva perché voleva me
2) recentemente durante un allenamento il pallone gli é finito sul corpo e ha fatto autogol, poi si é messo a piangere in campo
3) oggi era alla sua prima partita fuori casa, non ha pensato ad altro in questi giorni, era contento. Mia moglie lo ha accompagnato, quando é stato chiamato dal mister per andare nello spogliatoio di é messo a piangere.
Poi ha smesso ed é entrato nello spogliatoio. Passano 10 minuti, il mister esce a chiamare mia moglie perché mio figlio ha ricominciato a piangere.
Le chiedo un analisi e dei consigli su come poterlo aiutare, grazie.
Cordiali saluti
Carlo


Gentile Carlo,

è assolutamente normale che i bambini mostrino un temperamento diverso dagli altri, esistono bambini più estroversi e sociali, ed esistono bambini più introversi e timidi, tutti con loro caratteristiche uniche e risorse diverse. Da come lo descrive però, sembra che il piccolo stia presentando una sorta di ansia da separazione, una situazione frequentissima tra i bambini di quell’età, che tuttavia non va sottovalutata. Tale fenomeno generalmente si presenta con l’inizio della scuola, quando il bambino sperimenta le prime separazioni dalle figure di accudimento. Le suggerisco di leggere l’approfondimento su questo argomento che ho scritto nel mio blog a questo indirizzo (http://www.massimoamabili.it/2015/03/il-disturbo-dansia-da-separazione-nel-bambino/), troverà dei suggerimenti validi anche per il suo caso. Se la situazione persiste nonostante gli accorgimenti suggeriti, provi a rivolgersi ad uno psicologo cognitivo comportamentale che si occupa di età evolutiva; in poco tempo vi aiuterà a risolvere la situazione, adottando gli accorgimenti specifici del caso.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto.

Dott. Massimo Amabili – www.massimoamabili.it




03 febbraio 2015

Buongiorno,

 

sono la mamma di un bambino di 8 anni che pratica calcio dall’età di 5 anni. Premetto che lo ha scelto lui e gli piace molto, solo che a mio avviso e anche dell’allenatore sembra quasi che lo faccia in maniera svogliata. Praticamente non corre, non insegue la palla come tutti i suoi compagni, è sempre fuori dal gioco e non fa altro che dire “passa, passa” invece di andare a prendersi la palla…..all’inizio avevo pensato a problemi fisici perché davvero sembra faccia fatica a correre. Non vince mai un contrasto (in realtà non arriva nemmeno al contrasto forse per paura) , devo ammettere che è davvero irritante guardarlo perché sembra davvero che non abbia voglia.

Poi a sentirlo parlare invece lui è felicissimo di giocare e si crede bravissimo, ha sì un bel tiro potente,  ma per il resto zero…..a me sembra un po’ inconcludente, lui vorrebbe provare tutti gli sport (ha fatto bmx anche abbastanza bene, ha provato basket), ma il calcio resta la sua grande passione.

Esclusi i problemi fisici ora mi viene da pensare che il suo sia un atteggiamento mentale, ottenere il massimo (che in realtà è il minimo)  con il minimo sforzo; è così anche a scuola, da per scontato di sapere già tutto e gli pesa impegnarsi, ma per sua fortuna in questo caso riesce a cavarsela perché è molto sveglio.

Mi chiedo se ci sia un modo (sempre se la mia chiave di lettura è corretta) per spronarlo ad impegnarsi di più ed uscire dal campo sudato


Gentile Signora,

considerando quello che mi ha scritto nella opportuna integrazione, lei si è mossa bene parlando con suo figlio e approfondendo meglio la natura della situazione. Non credo proprio si tratti specificatamente di un “blocco”, mi sembra chiaro che il bambino stia maturando una propria preferenza, cioè non gli piace il contatto caratteristico di alcuni sport (come il calcio) ma preferisce altre discipline dove questo non avviene (come la bmx) o avviene in maniera diversa (il basket). Visto e considerato che il bambino non si diverte più, sarebbe il caso di aiutarlo ad affinare la sua preferenza piuttosto che criticarlo o sospettarlo di avere un atteggiamento mentale sbagliato: lo sport a 8 anni deve essere un momento di impegno libero e gioioso, provi a sintonizzarsi maggiormente su questi aspetti e non si lasci attrarre dalla voglia di competizione per il risultato. L’impegno migliora la prestazione,e migliorando la prestazione ci si avvicina ai risultati. Ma ad un’ottima prestazione non corrisponde sempre un risultato: il bambino è piccolo, gli dia tempo e spazio per crescere nella dimensione sportiva, lasciandogli anche la libertà di scegliere di cambiare sport.   

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto.

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it



03 febbraio 2015

Buona sera,

siamo genitori di un ragazzo di 17 anni, praticante sport di squadra dall'età di 10 anni.

Ha intrapreso con sempre maggior impegno l'attività sportiva tanto che nella stagione 2012-13, spinto dal presidente della società sportiva vicino casa, per la quale giocava, si trasferì presso una società distante da casa qualche centinaio di Km.

Ha trascorso l'anno sportivo e scolastico serenamente, supportato anche dal fatto che noi genitori eravamo sempre presenti quasi tutti i fine settimana, avendo una camera, confinante con la sua in foresteria, gentilmente offerta dalla società.

Per la stagione 13-14, fu chiamato presso una società molto più importante ma molto più lontana, ha resistito 2 mesi, anche perché le condizioni della foresteria erano a dir poco da denuncia.

Dopo un travaglio durato due mesi, in cui si ritrovò senza scuola e senza sport a casa, riuscimmo, date le sue qualità sportive a farlo tornare nella località precedente ma in altra società.

Ritrovava così il sorriso e la serenità nonché lo sport tanto amato.
Anche per questa stagione, riuscivamo ad essere ben presenti nella sua vita, anche se la nuova società non ci concedeva quella ospitalità necessaria a non distruggere il ns. esiguo budget familiare.

Per la stagione 2014-15 la società ha trasferito lui ed altri ragazzi, dai 16 ai 18 anni in altra struttura, in una località molto isolata, tanto che uscire a piedi ti porta nel nulla.

Dopo due mesi di questa nuova foresteria ns. figlio, ma anche gli altri, mostrano evidenti segni di insofferenza: sono diventati tristi, aggressivi tra loro e con noi.

Abbiamo capito che l'isolamento ed il divieto, di fatto della società, di uscire, almeno il sabato li sta distruggendo, ed anche i risultati in campo ne risentono.

Tuttavia, nonostante i ns. solleciti ai ragazzi a parlare con la rappresentanza societaria del problema, essi mostrano paura, di essere cacciati via, di essere additati, anche perché noi genitori dei ragazzi non ci conosciamo reciprocamente tutti e parlare con "chi comanda" è difficile senza perdere le staffe....

Un genitore ci ha provato ed hanno litigato di brutto.

Questa tecnica di ridurre al silenzio i ragazzi, perché di fatto anche nell'esperienza più distante il presidente alle ns. rimostranze diceva che doveva essere il ragazzo a segnalargliele, tenendo presente che ci era vietato salire in foresteria (sante foto con i telefonini...) ben sapendo che non l'avrebbe mai fatto, ci sembra a dir poco una violenza.

Ora la domanda è, possibile che a livello del CO.NI, anche se poi loro sono lì dentro più forti di noi miseri genitori, non ci sia nessuna norma e nessuno che tuteli queste situazioni, perché, complice la paura di ritrovarci di nuovo come nel 2013 senza scuola né sport, con il ragazzo cacciato via, anche noi genitori non sappiamo come affrontare la dirigenza della squadra da soli, visto che coordinarsi con gli altri genitori, per discutere anche di altre tematiche che non vanno, alimentari, abitative o delle "libere uscite" ci viene difficile da fare, con l'idea che poi c'è sempre qualcuno che così gli va pure bene.....

Abbiamo la sensazione che le società sportive vedano con favore, ma secondo noi con grave errore, produrre delle "macchine sportive" che sacrificano la loro migliore età per un solo scopo, che spesso poi non porta a nulla: insuccesso sportivo e totale asocialità, e nessuno si accorge del problema a livello istituzionale dei gravi danni che queste fanno.

Infine, noi genitori siamo assaliti dagli scrupoli nell'aver sbagliato nel concedere a ns. figlio la possibilità di vivere lontano da casa per lo sport, iniziamo a sentire di essere stati troppo "avanti" nel dare libertà a lui di decidere a 16 anni, anche dopo aver soppesato con lui i pro ed i contro della scelta. Forse dovevamo dire no e basta, ma non immaginavamo come ragionano queste società sportive ed adesso non sappiamo che fare.

Personalmente, nella ns. esperienza di vita siamo "dei leoni" nel difendere interessi di terzi, ma con ns. figlio ci sentiamo come il chirurgo che non opera mai i propri figli, ma contestualmente ci sentiamo vigliacchi nel non farlo. Vediamo nel frattempo, il ragazzo passare i suoi migliori anni, senza amici, senza una ragazza: scuola-allenamento-nanna-panni da lavare-letto da fare-studio.

Dobbiamo affrontare il problema costi quel che costi?

Lasciar correre in attesa di una conclusione dei due anni sportivi e del diploma? (Considerando, tra l'altro, che vicino casa non c'è la stessa tipologia di scuola)?

 

La saluto cordialmente

 

Gentili Signori,

mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensa vostro figlio di questa situazione: è un aspetto molto importante, lo stesso che ha giustamente condizionato la vostra scelta di genitori quando lui era sedicenne. Esistono delle società che non lavorano bene col settore giovanile, una specie di “campionifici” senza scrupoli, non so dirvi se siete incappati in una di queste. Ma sicuramente, puntare al professionismo è una strada impervia e densa di sacrifici, che non può essere percorsa senza la volontà del ragazzo. Infatti, la scelta sul da farsi non può essere vostra, sarà lui a doverla fare: vostro dovere è mantenere vivo un dialogo comprensivo dei bisogni del ragazzo, metterlo a conoscenza di ogni potenziale rischio o difficoltà presenti in quella situazione grazie alla vostra esperienza da adulti, e rispettare la volontà di vostro figlio sostenendolo nei momenti difficili come avete sempre fatto. Non siete colpevoli di nulla, purtroppo certe volte le cose si complicano, e si può solamente gestirle al meglio senza alcun inutile rimorso. Vostro figlio è un individuo unico, arriverà anche per lui il tempo degli amici, della fidanzata e di tutto il resto, non appena lo vorrà.

 

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it

 

Buonasera Dottore,
sono un
papa' che ha un bimbo di 5 anni  . All'eta' di 3 anni e mezzo per caso siamo andati a vedere degli allenamenti di una squadra dei piccolini e l'allenatore  lo ha fatto entrare e da li si e' inserito a piccoli passi.
Io come
papa' non lo forzo .Gli ho fatto scoprire uno sport e tuttora si allena  ed e' contento.
Cerco sempre di elogiarlo di gratificarlo di farlo sentire importante e gli dico sempre che l'allenatore che ha e' molto bravo. 
Voglio cercare di rendere sempre il tutto positivo.
Io sono un ex calciatore e so quello che gli allenatori vogliono   conosco bene la tecnica e cerco sempre di migliorarlo facendo acquisire una tecnica maggiore  .
Sono un padre che molto difficilmente rimprovera il proprio figlio non uso mai le mani cerco sempre di farlo arrivare con il ragionamento e ascolto sempre un suo pensiero una sua scelta 
che secondo me e'
senzata anche a 5 anni e in questo modo lo sara' anche in futuro credo.
Dottore vorrei un consiglio da lei per migliorami in modo tale da non ostacolarlo ma anzi aiutarlo .
Grazie
mille

Gianluca

 

Gentile Gianluca,

nulla di quello che mi ha scritto mi lascia intendere che lei abbia difficoltà o aspetti evidenti sui quali migliorarsi. Posso confermarle che quella del dialogo, del rispetto per le scelte e le preferenze del bambino, e della condivisione attiva della sua pratica sportiva, sia la strada migliore da intraprendere con suo figlio: la segua con la stessa positività che ha finora espresso, da bravo padre quale lei sicuramente è. Vedrà che nei momenti di difficoltà saprà fare la scelta opportuna, e saprà indirizzare suo figlio per il meglio.

Cari saluti

 

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it

 


Buongiorno Dottore, sono la mamma di un bambino che ha appena compiuto 7 anni. A scuola come nello sport è stato inserito in un gruppo di bambini un po' più grandicelli di lui perché è nato nel mese di gennaio 2008. Attualmente segue un corso di calcio con bambini del 2007. In un primo tempo si è trovato bene perché giocavano all'aperto in un grande campo di calcio ma con l'arrivo della stagione invernale, gli allenatori hanno dovuto spostarli in una piccola palestra. Mentre all'aperto mio figlio si divertiva abbastanza, credo sentisse soprattutto la parte ludica del gioco e "faceva un po' come gli pareva", la situazione è cambiata decisamente dal momento in cui al chiuso sente la pressione e la fatica dell'allenamento. Fatto sta che attualmente ogni volta che deve andare a calcio diventa una tragedia, piange e dice che gli allenatori ce l'hanno con lui perché ogni tanto lo riprendono chiamandolo per nome (mio figlio è abbastanza sensibile e permaloso di natura). La settimana scorsa ho provato a incoraggiarlo dicendogli quanto è bravo e riferendogli quanto gli allenatori mi hanno detto, che è un bambino molto portato e capace (purtroppo gli manca la voglia). Ho dovuto portarlo con la forza facendo finta che andavamo soltanto ad accompagnare il fratello (suo fratello maggiore del 2006 gioca nella stessa squadra) Sono rimasta con lui in panchina perché si rifiutava di giocare e ho spiegato la situazione all'allenatore che è stato molto comprensivo e ha provato a farlo giocare con dolcezza. Poco dopo me ne sono andata per evitare di intromettermi e sperando che giocasse. Al mio arrivo ho saputo che ha giocato poco ma meglio di niente. Questa settimana di nuovo la tragedia, dice che non vuole assolutamente andare a calcio.

 

Mi chiedevo se è bene che insista e in ché modo oppure se è meglio che lasci perdere e provi un'altro sport dove mio figlio possa sentirsi più adagio.

 

La ringrazio di cuore per la solerte risposta e colgo l'occasione per salutarla cordialmente,
Silvia

 

Gentile Silvia,

costringe un ragazzo a fare uno sport può essere deleterio, al punto di spingerlo ad abbandonare la pratica sportiva. Parli chiaro col bambino, gli spieghi che per quest’anno si è impegnato in quella squadra e dovrà cercare di portare a termine tale impegno; gli spieghi anche che alla fine della stagione sportiva potrà anche provare qualche altro sport che gli piaccia o dove possa trovarsi meglio, che la situazione palestra cambierà con l’arrivo del bel tempo e si tornerà al campo grande, che quindi potrebbe anche pazientare un po’. Gli spieghi anche che il fatto che un bambino venga richiamato per nome è del tutto normale, e che questo significa semplicemente che in quel preciso momento andava richiamato per quello che stava facendo, non perché ce l’hanno con lui. Lei ha ragione quando sostiene che il bambino è probabilmente troppo piccolo rispetto agli altri, accade frequentemente con i nati di gennaio: ha bisogno di altro tempo per incrementare le proprie capacità cognitive e relazionali, se riuscisse a superare questo periodo senza subire forzature, potrebbe normalizzarsi e riprendere l’attività senza sofferenze. Insomma, insista spiegando e incrementando la sua comprensione: un momento di difficoltà potrebbe essere un momento di crescita e cambiamento positivi.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it



15 gennaio 2015

Buonasera Dottore,
stasera per caso sono venuta a conoscenza del suo sito,  che trovo veramente molto interessante.  Mi piace molto la franchezza e la gentilezza con cui risponde ai genitori in difficoltà, come me.  Ho tre figli,  V di 10 anni e G.ia e S.ne di 8.
Il motivo che mi spinge a scriverle a appunto Valerio.  Sin dall'età di 5 anni, per un'ostinazione assoluta di mio marito,  V nuota (controvoglia). Mio marito ritiene che saper nuotare sia indispensabile, io, che non ho mai amato l'acqua,  non riesco a comprendere e condividere più di tanto questa sua idea fissa, ho provato tante volte a parlare con lui sull'opportunità di continuare a perseverare con il nuoto nonostante la manifesta riluttanza del bambino, ma è stato irremovibile.  Inoltre provo un gran dispiacere per mio figlio che ha dovuto "subire" il nuoto solo per accontentare il padre che è il suo idolo. Sarà che per me lo sport sin da piccola è stato un momento gioioso, e continuo ancora a chiedermi se non ho fatto male ad impormi di più con mio marito. 

Agli inizi,  ho dovuto portare Valerio a nuoto anche in lacrime: ha sempre dimostrato una certa riluttanza.  Poi col passare del tempo si è rassegnato.  Devo dirle che nei primi 4 anni, il momento del brevetto è stato un incubo per Valerio e per noi, poiché il bambino lo ha sempre vissuto con manifesta ed eccessiva ansia,  comunicata con pianti,  singhiozzi,  scenate.  Anche in questa circostanza noi lo abbiamo sempre portato lo stesso,  fino a che,  alla fine del quarto anno avendo capito che sarebbe stata veramente dura continuare in quella maniera,  ho promesso a mio figlio che non gli avrei più fatto fare brevetti. Lui ha fatto il quinto anno tranquillo e con molta meno riluttanza degli anni precedenti. 

Quest'anno,  il sesto,  mio marito lo ha convinto a provare la pallanuoto: agli allenamenti tutto ok,  conosce tanti bambini, mi sembra che vada sereno,  il dramma sono le partite.  Ha fatto la prima partita amichevole,  non manifestando un'eccessiva euforia,  poi basta. Non ne vuole più sapere.  Qualche domenica fa,  non siamo riusciti neanche a fargli mettere le scarpe per uscire di casa: ha pianto,  ha urlato,  si è letteralmente disperato. Lui dice che vuole fare gli allenamenti ma la partita assolutamente no.  La mia preoccupazione di madre sta nel fatto che lui pensi che gli ostacoli nella vita si possono aggirare. Temo molto il fatto che mio figlio con questo carattere,  potrà trovare molte difficoltà nell'affrontare le problematiche della vita quotidiana. Ho paura che si perderà troppe cose,  se alla prima difficoltà si darà coraggiosamente alla fuga. 

Cosa dobbiamo fare per aiutare mio figlio? Io sarei molto tentata di rivolgermi ad uno psicologo perché a questo punto mi rendo conto che né io né mio marito siamo stati capaci di trovare la chiave per rassenerarlo. Il problema,  chiaramente per me non è il campionato di pallanuoto,  ma la qualità della vita di mio figlio.
Grazie per la sua attenzione,  cordialità,  F.I


Buonasera Signora F.I.,

la ringrazio per l’apprezzamento mostrato. La sua preoccupazione di genitore mi pare comprensibile e condivisibile, forzare il bambino a fare un’attività che detesta, in realtà potrebbe avere generato in lui delle paure eccessive, e capire dove questo aspetto possa andare a parare è argomento complesso, delicato e degno di attenzione (vi suggerirei la lettura del libro “Open” di Andre Agassi, edito da Einaudi, che pur trattando di uno sport diverso dal nuoto, richiama molto la vostra situazione). Ammesso che finora sia stato commesso qualche errore nella gestione della vita sportiva del bambino, siete in tempo per cominciare a cambiare: intanto, attraverso un dialogo sereno, potreste iniziare a parlare anche di altri sport, e proporre al bambino di fare qualche prova, meglio in questo caso se si tratta di sport di gruppo.

E’ probabile che attraverso questa semplice manovra, il bambino ritrovi in fretta la gioia dello sport, incidendo positivamente sulla qualità di vita di V. Non si tratta di aggirare un ostacolo, si tratta di esprimere una preferenza che è stata messa a tacere troppo precocemente. Qualora la situazione non dovesse mutare, le suggerisco di chiedere supporto ad uno psicologo, esperto di età evolutiva.

Sperando di esserle stato utile, le porgo cordiali saluti

Dott. Massimo Amabili





13 gennaio 2015

Buongiorno Dottore, sono "mamma acquisita di una bimba di sette anni. La bambina è rimasta orfana di mamma all'età di quattro anni. Ha sempre fatto il corso di nuoto con il papà fino a due anni fa, l'anno scorso costretta dai nonni materni ha fatto il corso di nuoto da sola e tranne una piccola incertezza iniziale si divertiva e voleva andare. Prima aveva fatto un paio di lezioni di pattinaggio con la cugina che poi non ha più voluto andare, e quindi anche lei non ne ha più voluto sapere. A settembre alla ripresa della scuola con suo padre le abbiamo chiesto che sport voleva fare e lei decisa ha risposto di voler fare equitazione ( molto amante di cavalli e animali, anch'io vado a cavallo e ho un cavallo mio), il padre le diceva che non era uno sport e che comunque forse l'avremmo portata in primavera con la bella stagione ma fino ad allora doveva fare un altro corso.

Tragedia familiare, i pianti che la bambina si faceva ogni volta che si parlava di sport, abbiamo provato a portarla ad un allenamento di pallavolo ma dopo la corsa di riscaldamento piangendo si è rifugiata tra le mie braccia dicendo eh aveva il cuore che andava troppo veloce e non ne ha voluto sapere di fare un'altra prova. Adesso dopo vari ragionamenti fatto con lei abbiamo raggiunto un compromesso, oggi avrà la prima prova di pattinaggio sul ghiaccio ( scelto da lei) in cambio del corso di equitazione in primavera.

Vuole a tutti i costi che sia io a portarla, però sono combattuta su come mi devo comportare nel caso che dopo la prima mezz'ora in cui fanno ginnastica propedeutica senza pattini lei voglia andarsene o che dopo questa lezione ritorni a dire che non vuole fare sport. La bambina in questi mesi, parlando, mi diceva spesso che non voleva fare nessuno sport, voleva stare a casa, soprattutto non voleva fare nessun corso senza riuscire a spiegare il motivo del perché i corsi non le piacessero. E' una bimba molto timida che lega difficilmente con gli altri bambini, non si lascia andare e cerca sempre la mia presenza anche quando è con gli altri bambini, vuole che anch'io giochi con loro o che faccia i corsi con lei, ma non sempre è possibile e poi mi chiedo quanto sia giusto per la sua crescita, per la sua indipendenza e la sicurezza in se. Spero mi possa dare dei consigli utili grazie.
Cordiali saluti.


Gentile Signora,

in linea generale mi è possibile suggerirle che i bambini di questa età (7 anni) scelgono delle attività che li divertono, e che molto spesso corrispondono alle attività praticate dai loro care givers (i genitori) oppure da fratelli più grandi o amici di scuola. E’ evidente quanto il loro bisogno di divertimento e di condivisione coi pari sia importante in questo momento della loro evoluzione. Sua figlia aveva chiaramente espresso la sua predilezione per uno sport, l’equitazione: di fatto, contraddicendola in maniera errata, credo si sia generata un po’ di confusione nella piccola. Urge precisare che l’equitazione offre benefici per il corpo (addominali, dorsali, muscoli lombo-sacrali, gambe e glutei, bicipiti, tricipiti, muscoli del collo, sistema cardiocircolatorio), così come per la psiche (senso di sicurezza e rilassamento): è un vero e proprio sport, tra i più antichi al mondo.

Precisato questo, è del tutto naturale che una bambina di questa età possa necessitare di un po’ di tempo per entrare a far parte di un nuovo gruppo sportivo di amici, introdurla con la sua presenza per poi uscire progressivamente dalla scena (man mano che la bambina prenda confidenza con gli altri) la aiuterà senza creare danno alcuno. Come mamma, potrebbe anche incrementare le occasioni di frequentazione con gli altri bambini, magari invitando qualcuno del gruppo a fare una merenda insieme a casa, condividendo qualche ora di gioco. In tutto questo, lasci sempre che sia la bambina a fare il primo passo, e insieme a suo papà cercate di rispettarne le scelte sportive senza mai forzarla troppo in una direzione, mantenendo vivo il dialogo come sta già facendo.  

Sperando di esserle stato utile, le porgo cordiali saluti

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it

 

 

Buongiorno Dottore,
sono la mamma di due bambine di 7 e 10 anni. La piccola dopo aver provato in anni successivi per qualche mese la pratica della ginnastica artistica e ritmica (per le quali è portata), sta provando la pallavolo e si diverte. La grande ha praticato il calcio per due anni interi pur essendo l'unica femminuccia. Ha sempre vissuto le partite con molto agonisno ma anvhe ansia nonostante le continue sollecitazioni a prendere lo sport come un gioco in cui divertirsi. Quest'anno, dopo aver cominciato di nuovo la pratica del calcio, ha deciso di interromperlo lamentando mancanza di piacere ad  andare ad allenarsi giá all'idea di poter capitare in una squadra piuttosto che in un'altra. Ha deciso di praticare la pallavolo anche lei. Va agli allenanenti con piacere.

Domenica ha partecipato al suo primo torneo provinciale che si è rivelato impegnativo per lei nei tempi ma soprattutto perchè neofita di questo sport e delle sue regole. Ho di nuovo ribadito l'idea dello sport come divertimento. Le chiedo sempre: "ti sei divertita? Lascia stare il risultato". Nonostante ciò  sta cominciando a dire che domenica prossima non vorrebbe andare ad un nuovo appuntamento che forse peró sará meno gravoso. Devo lasciare che se la veda con l'allenatore (persona mite e sensibile) assecondando un suo rifiuto a partecipare o devo fare in modo che affronti questi timori? E' una bambina che vuole riuscire bene nelle cose che fa e probabilmente se ciò le riesce a scuola non può riuscirle sempre nello sport, dove il confronto con gli altri e la loro bravura è inevitabile. Le diciamo tutti che è brava, genitori, allenatori (calcio e pallavolo), genitori di altri bambini, ma continua a vivere l'agonismo con troppa preoccupazione del risultato. Cosa ne pensa?
Grazie

 

Gentile Signora,

non mi è molto chiaro il motivo per il quale sua figlia non voglia partecipare alle gare: si sente inadeguata? Teme le sconfitte?Ha paura di un giudizio negativo degli altri? Vi è qualche difficoltà ad integrarsi nel gruppo? Teme un confronto con la sorella? Dovrebbe innanzitutto comprendere meglio questo aspetto, segnalando al suo educatore tale difficoltà. In ogni caso, spieghi a sua figlia che ha deciso di fare parte di un gruppo sportivo che condivide tutte le attività (comprese le gare), e che all’interno di uno sport di gruppo la cosa più importante è l’impegno che si mette nella pratica dell’attività, che necessita di molto tempo, costanza e presenza per essere appresa, e che essere assente durante le gare significa senza dubbio rallentare l’apprendimento tecnico di questo sport.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili

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buon giorno dottore,

ho un bambino che frequenta la scuola calcio da 4 anni sempre con gli stessi compagni, quest'anno però purtroppo ci sono state delle incomprensioni tra me e il primo istruttore , riguardo convocazioni dove il bambino non poteva esserci e dove chiedevo di convoncarlo su altri orari visto che c'era la possibilità di inserirlo su altre partite , e qualche giorno fà ho attaccato verbalmente l'allenatore, ora il responsabile della scuola calcio mi comunica che per il mio comportamento è meglio che trovi un altra società dove il bambino possa fare calcio perchè non sono bene accetto la domanda è ,

il bambino potrebbe avere dei traumi a livello piscologico?


Gentile Signore,

dovrei conoscere l’età di suo figlio e in che modalità tutti questi fatti siano stati visti dagli occhi del bambino e spiegati a lui, per farmi un’idea più precisa. In ogni caso, il trauma è una rottura di continuità nella vita delle persone, ha numerosi aspetti e sfaccettature, ma va indagato con molta accuratezza e nelle sedi opportune, con professionisti esperti. A prescindere dall’ipotetica presenza di un trauma, il bambino potrebbe avere appreso e interiorizzato un comportamento molto sbagliato, le suggerirei di spiegargli questo errore, e magari di scusarsi con il suo ex educatore e la sua società prima di riprendere il percorso altrove.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili

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Buongiorno Dottore,

 sono la mamma di un ragazzo che tra pochi giorni compirà 15 anni. Mio figlio ha praticato il basket da quando aveva 5 anni e non ha mai nemmeno chiesto di provare un’altra disciplina. Fino ai 13 anni circa è stato molto partecipe sia degli allenamenti che delle partite: era un accanito difensore, anche la sua fisicità non gli consentiva grossi exploits. Ha sempre giocato con molta grinta.

Nel momento in cui i compagni di squadra, anagraficamente più grandi di lui (che è appunto di fine dicembre) hanno cominciato a crescere fisicamente, lui si è progressivamente chiuso su se stesso, dimostrandosi certe volte assente durante il gioco. La situazione è stata peggiorata dal fatto che il suo disagio non sia stato colto dall’allenatore dell’anno scorso, che, per carattere, era un “sergente maggiore”..e che ha consentito anche aspre critiche da parte dei ragazzi che si ritenevano più bravi nei confronti di altri compagni di squadra (tra cui, vista la situazione, mio figlio). La logica delle società sportive ha fatto il resto: bisogna vincere.  Risultato: lunghe trasferte passate poi in panchina a guardare gli altri.

Quest’anno ha ricominciato gli allenamenti, regolarmente, ma ha chiesto al nuovo allenatore di  non essere convocato alle partite.

Io e mio marito gli abbiamo proposto di valutare l’idea di cambiare sport, o squadra, ma lui vuole continuare così. Le chiedo cortesemente quindi un parere: dobbiamo rispettare questa sua decisione? Può andare bene che a 15 anni un ragazzo decida di fare sport come lo potrebbe fare un adulto, cioè fine a se stesso?

Aggiungo che mio figlio è stato da sempre abbastanza introverso, studioso, caparbio, molto sensibile.. ora che è al secondo anno di liceo mette tutta la sua grinta nel superarsi nel rendimento scolastico, è sereno con i nuovi compagni di classe (alle medie e in squadra non ha stretto amicizie particolari) e, a suo dire, “piuttosto che fare un pomeriggio in macchina per poi non giocare, sto a casa e magari vado al cinema con i miei amici”. 

La ringrazio anticipatamente per i suggerimenti che potrà darmi e la saluto cordialmente,

 

Gentile Signora,

fortunatamente non tutte le società utilizzano questa impostazione nella gestione del settore giovanile, che come ha fatto dolorosamente esperienza suo figlio, non consente a tutti di avere uno spazio o una possibilità seppur minima di giocare qualche minuto. In realtà, la decisione presa da suo figlio è un abbandono parziale, una rinuncia a priori di fronte ad un muro che ha valutato invalicabile. Se il ragazzo appare sereno e comunque coltiva amicizie al di fuori della palestra, è molto probabile che decida di cambiare squadra in futuro, o di cambiare sport, oppure purtroppo di smettere con il basket. Continuate a valutare sempre l’ipotesi di cambiamento, ricordando al ragazzo che quella in cui si trova ora è soltanto una delle tante squadre, con uno dei tanti educatori,  di uno soltanto degli sport esistenti, che deve soltanto attivarsi e provare altrove. In ogni caso, rispettandone le scelte e mantenendo vivo il dialogo con il ragazzo, e il vostro supporto.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it


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