Domande/Risposte 2014

23 dicembre 2014

Buongiorno dottore,
vorrei un suo parere sulla situazione di mio figlio di 7 anni e mezzo che frequenta da circa 6 mesi un corso di ginnastica artistica a livello di preagonismo. Dovrebbe frequentare 3 volte a settimana per due ore di allenamento ciscuna. Riesco a farlo andare solo due volte perchè poi mi dice che è stanco. L'allenatore non mi ha mai detto nulla su questo. Il punto è che lui pur piacendogli quaesto sport e pur essendo portato, ha bisogno di essere sempre invogliato ad andare inoltre è intimorito dall'allenatore che è molto severo e gli dice che se non raggiungerà determinati risultati entro fine anno lo farà tornare con i piccoli. Ad esempio gli dice che deve fare la spaccata laterale che è molto difficile. Inoltre dice che i bambini (un gruppo ndi cinque tutti dell'età di mio figlio) devono fare allenamenti molto faticosi ed esercizi talvolta dolorosi per ottenere poi dei risultati. Sta a loro capire che è necessario fare dei sacrifici ora se vogliono diventare dei ginnasti domani. Da gennaio dovranno fare 4-5 allenamenti a settimana !!
Io non so se dei bambini di sette anni possono capire un discorso così. Io cerco sempre di motivarlo ma temo che prima o poi molli, e comunque devo sempre insistere per farlo andare , perchè poi vedo che quando esce dalla palestra è contento!
Grazie .

Buongiorno a lei,

il fatto che suo figlio un giorno decida di cambiare sport è un fatto assolutamente normale che va semplicemente accettato con naturalezza: in questo momento della sua vita la ginnastica artistica soddisfa qualche bisogno (per esempio, stare in compagnia degli altri bambini) e suo figlio ne appare gratificato nonostante le richieste imposte dai suoi educatori (effettivamente, la vita del ginnasta richiede molto impegno e sacrificio quando ci si muove nel tempo verso livelli agonistici elevati). Potrebbe accadere che il bimbo decida di aumentare il suo impegno e seguire le orme del suo maestro, oppure semplicemente che decida di iniziare uno sport più adatto alle sue esigenze; continui ad assisterlo nel suo impegno, lasciandogli ogni libertà di scelta senza preoccuparsene troppo, magari facendogli provare anche altre discipline, per fargli conoscere meglio il mondo dello sport e facilitarlo nelle sue scelte future.

Cari saluti

 Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it


Buonasera
Sono mamma di una bambina che fra poco compirà 9 anni. Da quando ha 4 anni è andata in piscina e da 3anni e mezzo è nella squadra agonistica di nuoto. Ha sempre amato il nuoto e ci è sempre andata volentieri. Fino allo scorso anno 2 volte la settimana quest'anno 4 volte. Ha ricominciato l'anno agonistico con la solita tranquillità di impegno si ma anche di divertimento per qualcosa che ama e che scriveva fino a un mese fa anche nei temi in classe. Io e il padre non l'abbiamo mai costretta ad andare a nuoto una volta.
Nell'ultimo mese la bambina ha cominciato a dare segni di paura che qualcosa nell'acqua la potesse prendere.
Ha cominciato a sviluppare la paura di rimanere ultima e che la cosa potesse minacciarla. Da allora si è convinta che il nuoto l'annoia e che vuole fare pallavolo. Io sicuramente la porterò a vedere un allenamento di pallavolo perché possa decidere per il suo meglio. Mi chiedo se devo assecondare queste sue paure o se invece dovrei costringerla, per così dire, a insistere nello sport nel quale è portata e per il quale si è tanto sacrificata. Se mai dovesse ripensarci sarà sempre in tempo per rientrare in squadra o avrà perso un'occasione?


Gentile signora,

accade frequentemente che i bambini, durante il loro sviluppo psicofisico, maturino l’interesse per una nuova disciplina sportiva. E’ fondamentale in questi casi permettere loro di provare (fisicamente) qualche alternativa: molto spesso vedo proprio il passaggio da uno sport individuale (come il nuoto) ad uno sport di gruppo (come la pallavolo). Questo perché con la crescita, i ragazzi sentono forte il bisogno di condivisione con il gruppo dei pari, ed è un fenomento assolutamente normale. Secondo la mia opinione ed esperienza, è sempre meglio lasciare questa scelta ai bambini, mantenendo vivo un dialogo mirato ad aiutarli a fare chiarezza, senza spaventarsi di un probabile cambiamento, né rammaricarsi di presunte occasioni perse: la cosa più importante è che la bambina sia serena in quello che fa, che si diverta impegnandosi in uno sport. Presto troverà la sua strada, e godrà dei benefici che il nuoto le avrà donato per sempre.

Cordiali saluti

Dott. Massimo Amabili

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Buongiorno dottore, 

sono la mamma di un bimbo di 8 anni essenzialmente bravo, educato e studioso.

Il bambino frequenta il quarto anno di tennis e da quest'anno è stato inserito in un gruppo di preagonismo effettuando allenamenti 3 volte la settimana dalle 18 alle 20.30, in quanto è stato scelto

con altri pochi bimbi per svolgere un allenamento più tecnico,  in quanto mostra delle qualità tecniche interessanti. Sino all'anno scorso il bambino non mostrava alcun segno di disagio, quando c'erano dei tornei. Ma da qualche mese abbiamo notato delle differenze,  secondo noi il tutto è iniziato quando a settembre c'è stato un torneo, di cui né noi né il bambino eravamo a conoscenza. In quanto ci avevano parlato di una festa del tennis, pertanto il bambino non era stato per niente preparato sia dal punto di vista atletico e tecnico e sia dal punto di vista psicologico.  Quindi partecipò a sforzo e su nostra insistenza,  in quanto non ci sembrava corretto non partecipare.  Io penso che le difficoltà si affrontino sempre. Da allora, capita a volte, anche durante gli allenamenti che quando perde anche un solo punto si chiude in se stesso,  inizia a piangere, non accetta di aver potuto perdere il punto e, a volte smette di giocare, altre volte gioca senza concentrazione a tal punto da non riuscire a vincere anche con bambini molto meno bravi di lui, a volte invece quando si rende conto che sta perdendo cerca di recuperare.  In alcuni momenti decisivi della partita quando ormai il set sembrerebbe nelle sue mani, perde e sembra come se avesse paura di vincere. Quest'ultimo pensiero è di mio marito, anche lui tennista sfegatato,   io, sinceramente,  non credo. Inoltre quando il mese scorso c'è stato il torneo, nonostante lui desiderasse farlo e sembrava convinto (infatti la mattina ci siamo alzati presto per prepararci), dopo aver effettuato l'iscrizione, nel momento in cui doveva entrare in campo ha deciso di non fare più niente ed è stato irremovibile.  Ha iniziato a piangere e mi diceva che c'erano le persone che lo guardavano. Neanche la maestra è riuscita a fargli cambiare idea. Noi allora dopo un po' siamo andati via e gli abbiamo detto che gli impegni si portano a termine. Ad oggi abbiamo bisogno di un consiglio su cosa fare e come comportarci, le sottolineo il fatto che al bambino il tennis piace tantissimo e ogni giorno impugna la racchetta. Grazie

Gentile signora,

dovrei conoscere meglio alcuni dettagli per poterle dare informazioni più precise, pertanto cercherò di darle degli spunti di riflessione su base ipotetica. Leggendo la sua mail, ho avuto l’impressione di un bambino investito di un’aspettativa eccessiva per la sua età, che pur avendo qualità tecniche è prima di tutto un bambino, con le sue fragilità e i suoi bisogni. E’ probabile che il suo ambiente sportivo (i maestri, la società, ecc.) unito ai suoi genitori abbiano inconsapevolmente (la scelta dei pochi bambini eletti è una comunicazione delicata anche per chi viene scelto, non soltanto per chi viene escluso) caricato troppo il bimbo di responsabilità, alimentando in lui un timore degli errori ed un senso di inadeguatezza molto insidiosi, che stanno influenzando molto il suo rendimento ed il suo rapporto con lo sport. Considerando questo, le suggerirei di richiedere l’intervento di uno psicologo dello sport esperto (veda l’articolo che ho scritto in rubrica per il mese di dicembre, diffidate delle imitazioni), per cercare di approfondire i timori del piccolo, affrontarli  e riportare il bimbo a vivere con serenità l’attività che ama. Come genitori, sostenetelo fortemente per l’impegno che riesce a dare, abbandonando prima possibile la strada del risultato. Suggerisco a lei e a suo marito la lettura del libro “Open” del famoso tennista Andre Agassi, edito da Einaudi: un bellissimo testo per ogni sportivo, che svela duramente i pericoli del campionismo e tante altre sfaccettature.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili

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Buongiorno,

sono la mamma di un ragazzo di 17 anni che a 7 anni, sotto consiglio medico , alla morte del padre,  ha cominciato a giocare a calcio. Si è sempre divertito molto,  ma crescendo il divertimento passa in secondo piano e questi ragazzi sono pressati dalle società per i risultati. Tra l’altro lui è sempre stato molto bravo (a detta di esperti e non mia) per cui ha fatto molti provini anche per squadre di serie A e ha giocato in diverse rappresentative. . Quest’anno finito con gli allievi regionali della sua società, doveva essere acquistato e sottolineo acquistato, da una squadra di serie B. Per disaccordi economici tra le 2 società, l’affare non è andato in porto e lui è stato acquistato da una società  che fa Eccellenza per la prima squadra, mentre in realtà gioca negli juniores della stessa società.

Per farla breve, il ragazzo non salta un allenamento, prende il tutto molto sul serio ma alle partite è come bloccato. Lui stesso mi ha confessato che si rende conto di giocare male, si sente come fuori dal gioco, ma non sa come cambiare la situazione. Io credo che tecnicamente non si possa regredire, e che sia tutta una questione di testa, ma non so come aiutarlo. C’è da dire che il ragazzo è molto sensibile e non è molto sicuro si sé.

La ringrazio fin d’ora per l’aiuto che vorrà darmi.      

 

Gentile Signora,

la situazione che descrive è comune a tutti i ragazzi che si trovano a vivere in quel pericoloso limbo che precede la vita professionistica. Sono situazioni molto stressanti e ricche di pericoli, difficili da gestire per chiunque. Considerando questo, e supponendo il valore tecnico del ragazzo, sarebbe necessario nel suo caso rivolgersi ad uno Psicologo dello Sport esperto (veda il mio articolo di Dicembre su questa rubrica per avere dei chiarimenti in proposito) che possa aiutare il ragazzo a comprendere meglio quali siano i processi che interferiscono con la sua prestazione, dandogli strumenti utili per tornare ad esprimersi al meglio, superando il proprio disagio. Non sappiamo se questo sarà sufficiente ad aprirgli la tortuosa strada del professionismo, ma di sicuro lo renderà più forte, più sicuro, per tutte le numerose sfide che la vita gli riserverà ancora.

Sperando di esserle stato utile, le porgo cordiali saluti.

Dott. Massimo Amabili

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10 dicembre 2014

Buongiorno Dottore

sono allenatore di una squadra di calcio della categoria GIOVANISSIMI, ragazzi di 13 e 14 anni.

Ultimamente (da circa un mese a questa parte) ho notato che la squadra affronta il secondo tempo di gara in modo totalmente diverso, arrendevole. Mi spiego meglio.... La partita dei giovanissimi consiste in 2 tempi da 35 minuti ciascuno, l'arbitro è AIA.

Molte volte il primo tempo di una partita termina magari 1 a 0 per gli altri o in pareggio...... 

Nello spogliatoio nell'intervallo si riprendono due cose e si spronano i ragazzi per la ripresa.

Ci si aspetta una reazione tosta soprattutto perché la partita può essere tranquillamente vinta da noi, invece il secondo tempo viene affrontato in un modo totalmente diverso, al negativo, concettualmente sembra un'altra squadra a giocare..... Vengono compiuti errori mai visti e ovviamente l'epilogo è una sconfitta che neanche ci meritiamo con scarto di 3 / 4 gol.

Inizialmente (la prima volta) non ho dato peso alla cosa, trattandosi di ragazzini di quell'età può accadere, ma da la cosa sta diventando "periodica" (ogni settimana) ed effettivamente comincio a preoccuparmi.

 

In precedenza registravo un comportamento arrendevole quando subivamo una rete, poi il problema si è risolto..... Adesso si ripresenta con l'aggiunta di quanto Le ho esposto.

Ci tengo a precisarLe che come allenatore mi attengo a tutte le linee guida della FIGC e della "Carta dei Diritti dei bambini e dei ragazzi" (quindi niente scenate e altro in caso di sconfitta).

 

Le chiedo un consiglio, un parere: cosa devo fare?!

Resto in attesa di un Suo riscontro se lo ritiene opportuno anche in privato.

RingraziandoLa del tempo che mi dedicherà.


Gentile Educatore,

la situazione che descrive è in verità molto frequente, ha notato un cambiamento di rendimento che probabilmente coincide con un calo di concentrazione. Presupponendo che fosse questo il focus del problema che lei riscontra (dovrei essere sul campo ad osservarlo direttamente per averne un’idea più precisa), le suggerirei che tale aspetto (la concentrazione) va allenata, perché si rievoca in un attimo e si mantiene costante durante la gara. Tale condizione presente nella mente può essere infatti richiamata in tutti i particolari fisici, neurovegetativi, cognitivi, emotivi e motivazionali che la caratterizzano; una volta richiamata in mente, continua i suoi effetti nel tempo, perché le condizioni positive si alimentano autonomamente. Per rendere stabile la concentrazione ci sono tecniche e percorsi specifici che chiamano in causa i ricordi, l’immaginazione, la visualizzazione e altro, ma un allenatore può farlo anche solo analizzando (o meglio, facendo analizzare agli atleti stessi) i momenti positivi di ogni gara. Se ne parla tutti insieme, in modo che ciascuno di essi colga e richiami alla mente le condizioni positive proprie e degli altri, codificandole così in una condizione cognitivo esperienziale sempre evocabile. All’allenatore è vietato suggerirle, perché proporrebbe le proprie, non utilizzando rappresentazioni vissute dagli atleti e quindi, teoriche ed astratte, impossibili da tramutarsi in sensazioni utili.

Sperando di esserle stato utile, le porgo cari saluti.

Dott.Massimo Amabili

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Buon giorno,sono la mamma di due bambini uno di 5 anni e mezzo e uno di 4.


Sono iscritti tutti e due ad un corso di nuoto e stanno iniziando ad imparare un
po di "tecnica"

é il primo anno che frequentano, ma essendo portati, l'insegnante li ha messi nello stesso corso, dove ci sono dei bambini più grandi già "avanti" nei movimenti.

In particolare il piccolo, è il più piccolo del corso, per questo non riesce a stare al passo con gli altri pur essendo un pesciolino a volte segue altre fa un po' come vuole. 

Nell'ultima lezione non ha fatto nulla di quello che il maestro gli proponeva, ha trascorso la lezione a fare di testa sua, divertendosi ad andare sotto l'acqua ed ha giocare, dando fastidio anche agli altri che se lo trovavano sempre nel mezzo alla corsia. 

Per questi motivi il maestro ha deciso di toglierlo da quel corso e di mandarlo con quelli della sua età, ma lui non ci vuole andare perchè vuole stare con i grandi.

Sinceramente non so come comportarmi.

La ringrazio per la risposta.


Gentile signora,

è probabile che il piccolo abbia bisogno di tempo, che ora sia, in giusta proporzione rispetto alla sua età anagrafica, più orientato al gioco e al divertimento. Visto che è un bambino, non possiamo pretendere che lavori o che sia già funzionale, mi sembra opportuna la scelta del maestro di inserirlo in un gruppo di coetanei. Probabilmente è un bimbo creativo, che ha bisogno di sbizzarrirsi e di trovare spazio per liberare la fantasia senza l’obbligo di rendere, che arriverà più tardi e diventerà un tratto del carattere, solo da disciplinare e da far diventare produttivo. Ci penserà quindi da solo, strada facendo e sotto una guida discreta, a diventare anche pratico e funzionale. Dopo qualche giorno di resistenza, vedrà che socializzerà con il nuovo gruppo e vorrà continuare a partecipare.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili

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salve dottore,sono il papà di un bambino di 8 anni che da questo anno ha deciso di frequentare  una scuola calcio,fino a qua nessun problema,il problema è iniziato a insorgere quando il suo miglior amichetto ha deciso di seguirlo.Nel momento in cui abbiamo iniziato sono iniziati a sorgere i primi problemi,premetto che mio figlio non ha nessuna difficoltà a stare in mezzo agli altri,ma difetta di volontà,mentre il suo amichetto corre e si danna.il problema nasce nel momento in cui il papà del sudetto amico ha iniziato a mia insaputa a lodare il figlio davanti a mio figlio,e il suo bambino si conporta di conseguenza,risultando ,amico nei momenti in cui sono da soli,ma comportandosi da perfetto estraneo quando sono in squadra insieme,e tutto questo  al mio bambino dà molto fastidio,e non posso nasconderlo anche a me,premettendo che per me lo sport a questa età vuol dire solo stare insieme e divertirsi,ho cercato di inculcarlo anche a lui,ma adesso sono davanti a un bivio,perchè lui per queste cose si sente in difficoltà,e crede di essere inferiori agli altri.come posso fare per aiutarlo a superare queste manie di protagonisco che anche io odio a tutti i livelli?
cordiali saluti Giuseppe


Caro Giuseppe,

dalla sua descrizione non mi risultano chiari degli elementi: cosa c’è di strano nel fatto che quel signore lodi suo figlio davanti al suo? Crede che lo faccia per sminuire suo figlio? Oppure cos’altro la infastidisce? Qual è il bivio a cui accenna? In ogni caso, quando si tratta di bambini, è difficile che tra loro ci sia l’imbarazzo di essere meno bravi, mentre vi può essere la mancanza di piacere se proponiamo uno sport sbagliato. L’imbarazzo è più degli adulti e dei genitori, che patiscono la supremazia degli altri e proiettano le conseguenze nel futuro: al momento si sentono sconfitti e umiliati, e per il futuro hanno paura di non avere un campione. Qualora suo figlio invece manifestasse apertamente questa timidezza, con la convinzione di non essere all’altezza di quanto gli chieda o si aspetti l’ambiente, bisognerebbe prendere in considerazione la situazione con molta attenzione e delicatezza. Intanto andrebbe verificato che non sia il gruppo a tenerlo fuori, alimentando i suoi vissuti di inferiorità. Poi bisognerebbe comprendere cosa c’è dietro questa paura di essere inferiori, operazione spesso complessa: tali difficoltà vengono da lontano e interessano tutta la persona, per cui la soluzione non è mai a portata di mano. Lo sport allena l’autonomia, la libertà, la responsabilizzazione, permette di esercitare tutta la creatività e l’iniziativa, sviluppa la socializzazione  e abitua a cooperare, allena il coraggio e insegna a pensare, valutare, proporre, ma non è strumento terapeutico. Da genitore, lei può continuare a premiarlo per l’impegno che mette nello sport che fa, fargli comprendere che questo è l’aspetto più importante. Ma se il senso di inferiorità persiste, è sconsigliabile affrontare apertamente  e direttamente il bambino, per evitare di ferirlo e procurare altro disagio, mentre sarebbe invece auspicabile richiedere l’aiuto di uno psicologo esperto, meglio se ad indirizzo cognitivo comportamentale.

Sperando di esserle stato utile, le porgo cordiali saluti.

Dott. Massimo Amabili

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20 novembre 2014

Buon giorno sono Leonardo il padre di una bambina di 10 anni che gioca ha pallavolo nell'under 12. Da questo anno fanno 1 partita ogni Domenica anche se  lei non viene sempre convocataLa pallavolo gli piace tantissimo,h a integrato molto con le compagne ed ha una grande costanza (non ha mai mancato un allenamento 3 a settimana) l'unica cosa che gli manca e la grinta agonistica che si mette in partita avvolte sembra quasi assente come posso motivarla come posso tirargli fuori un po di grinta grazie.



Gentile Leonardo,

è molto probabile, da come la descrive, che sua figlia riceva dal suo sport già tutto quello di cui ha bisogno per la sua età e per il suo temperamento: si diverte e si trova molto bene con la sua squadra, impegnandosi in una attività complessa che le piace.

Il bisogno di di grinta agonistica secondo me appartiene a lei (al papà), che ovviamente vive lo sport con gli occhi e i bisogni di un adulto: la lasci sviluppare in assoluta serenità il suo mondo sportivo, si limiti ad accompagnarla e a sostenerla sempre per il suo impegno, senza avanzare richieste eccessive e non coordinate con lo sviluppo psicologico della bambina. Vedrà che questo comportamento di partecipazione vigile (ma non intrusiva o richiedente) permetterà a sua figlia di vivere il suo sport in assolutà felicità per molto tempo.

Cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili

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Buongiorno
Sono un papà di un ragazzo di 12 anni che frequenta una squadra di basket, fino allo scorso anno era molto motivato e spesso era il trascinatore della squadra,
Quest anno cambiando allenatore si é ritrovato a giocare poco e si sente dire dall allenatore che deve credere più in se stesso questa cosa si ripete da qualche partita e mi sembra che mio figlio la veda come negativa e non come sprono a fare meglio tanto che ieri mi ha confidato che forse gioca poco perché è scarso (mi sembra un giudizio eccessivo )
Ora io non vorrei creare una turbativa solo per alcune partite di basket ma vorrei trovare il modo di motivarlo e ritrovare quella fiducia che aveva che mi sembra si stia perdendo.
A lui piace giocare e stare con i suoi compagni ma mi sembra che adesso abbia paura di sbagliare e questo lo porta poi a giocare non sereno .
Grazie



Gentile signore,

durante lo sviluppo psicologico e fisico del bambino, i bisogni correlati all’attività sportiva che ha scelto possono mutare o attraversare momenti di “deflessione” motivazionale. Quando cominciano a misurare il proprio valore prestazionale, nei bambini a volte subentra il timore dell’errore, che paradossalmente quando è eccessivo li porta a produrre basse prestazioni, spesso impacciate. E’ come entrare in un circolo ricorsivo, dove la paura di sbagliare produce sempre più errori o prestazioni impacciate, che mantengono elevata la paura di sbagliare.

Rinforzi sempre il suo bambino sull’impegno che mette nella sua attività, lodandolo e apprezzandolo, gli spieghi che non esistono atleti perfetti, che tutti quelli che hanno raggiunto grandi risultati hanno anche commesso tantissimi errori, e che non si può piacere sempre a tutti o essere sempre scelti a rappresentare i colori di una squadra. Sia paziente e sereno, o rischierà di colludere con le paure del bambino, confermandogli l’idea che qualcosa di grave sta accadendo.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili

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Buongiorno, mia figlia di tre anni e mezzo non e' mai stata una bimba particolarmente portata per l attività fisica...credo non sia la sua indole.  Mai niente di spericolato ...anzi, sempre molto attenta a non cadere e a non farsi male. Dato che sono fortemente convinta che lo sport sia importante per lo sviluppo psico-fisico , abbiamo provato a farle fare nuoto e danza classica . Non ne era contenta e non l abbiamo minimamente forzata.  Attualmente pero' e' iscritta ad una scuola di pattinaggio artistico con grande entusiasmo. Dice di divertirsi e sembra esserne contenta. Purtroppo pero' la sua paura di cadere le impedisce di fare gli esercizi....non ci prova neanche. Le ho spiegato che se cade non succede niente, ci si rialza e si continua! Le ho anche detto che non m interessa il risultato ma che almeno ci provi.
Anche gli insegnanti si sono accorti della sua paura.
Come genitore sono un po' in confusione riguardo l atteggiamento da adottare, aspetto un suo parere.
La ringrazio anticipatamente, cordiali saluti.



Gentile signora,

se ho ben compreso, la bambina ha quasi quattro anni; se così fosse, le suggerisco di lasciare la bimba assolutamente libera di scegliere se vuole fare qualcosa e che cosa vuole fare, rispettando i suoi tempi e i suoi bisogni. Le sta mostrando una normalissima paura, quella di preservarsi dalle cadute a terra, è meglio non insistere e aspettare che sia la bambina stessa a chiedere di ricominciare. Secondo i pediatri, il nuoto è adeguato dai 3 anni di età in su, la danza e il pattinaggio dopo i 6 anni compiuti. Intorno ai 4 anni, sempre secondo parere pediatrico, vengono considerate adeguate anche le arti marziali e la ginnastica artistica.

Sperando di esserle stato utile, cordialmente la saluto.

 Dott. Massimo Amabili

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 13 novembre 2014


Buongiorno 

sono la mamma di un bimbo di 2 anni e 7 mesi. 
Quando aveva sei mesi il bimbo ha iniziato un corso in piscina, entrando in acqua con il suo papà, perchè io sono terrorizzata dall'acqua, ed il corso è andato benone, il bimbo era tranquillissimo. 
Purtroppo non abbiamo potuto proseguire il corso perchè sia io che il suo papà abbiamo avuto dei problemi di salute. 
Ora che stiamo tutti bene, abbiamo ripreso a portarlo al corso che fino al compimento dei suoi 3 anni si svolge ancora con un genitore in acqua, ed è entrato il suo papà. 
E' stata una vera tragedia il bimbo ha passato tutto il tempo a piangere , urlando che voleva la mamma e non si è mai staccato dal suo papà. 
Abbiamo riprovato per una seconda lezione ed è stato lo stesso identico scenario, con l'aggravante che la sera aveva 39 di febbre vuoi per lo stress dell'ora di pianto vuoi perchè stando in acqua ma sempre in braccio al padre alla fine lui era fuori dall'acqua e congelato",  alla terza volta ha iniziato a piangere a casa appena gli abbiamo detto dove saremmo andati, e allora ci abbiamo rinunciato. 
La domanda è: dobbiamo insistere e portarlo al corso anche se piange, dobbiamo mandarlo al corso da solo con il padre in modo che non mi veda in piscina o aspettiamo semplicemente che cresca e chieda lui di andare in piscina con gli amici? 
Vi ringrazio del tempo che mi vorrete dedicare. 
Cordiali saluti

 

Gentile signora,

grossolanamente, i bambini nascono programmati dalla natura per legarsi a degli adulti con lo scopo di ricevere protezione e accudimento: è tramite questo primitivo e straordinario rapporto che apprendono a stare nel mondo, a modulare i propri bisogni e lentamente a crearsi come individui autonomi. E’ probabile che in questo momento il bambino viva la piscina (o l’acqua?) come potenzialmente pericolosa/sgradevole (in fondo quella situazione non piace neanche alla sua mamma…) e quindi faccia tutto quello che è nelle sue possibilità per comunicarvi che non vuole entrarci (il pianto disperato).

Secondo il mio parere non è il caso di forzare il bimbo, sarebbe meglio aspettare che sia lui ad esprimere e scegliere il suo sport: un corso per bambini così piccoli (per quanti benefici possa portare) soddisfa maggiormente un desiderio degli adulti, rispetto a quello dei bambini. In questo caso, mi sembra di capire che la piscina stia diventando un po’ una nemica, forse bisognerebbe dare un po’ di tempo al bimbo senza insistere troppo. Così magari presto potrebbe chiedervi di tornarci insieme.

Cordiali saluti

 




20 ottobre 2014

Buongiorno.

sono il papà di un bambino di 8 anni che gioca a basket, durante gli allenamenti l'istruttore spesso li divide in 2 squadre, e sempre per formare le squadre sceglie prime i bambini più bravi e per ultimi quelli meno, mio figlio di solito e tra i primi e mi da fastidio che lui stesso a volte sminuisce gli ultimi,mi domandavo se fosse corretto agire cosi per incentivare gli ultimi oppure si crea un inferiorità,

sicuro di una sua gentile valutazione anticipatamente ringrazio.

Cordiali Saluti.

S. C.


Gentile Signor S.C.,

è difficile capire quali siano le intenzioni e gli scopi di questo istruttore, che utilizza questa strategia, avrei bisogno di altri dettagli. Tuttavia quello che è importante è che lei ha notato un comportamento di suo figlio che risulta disfunzionale e inutile per l’apprendimento del suo sport: ne parli apertamente con lui facendogli capire che quello che conta nello sport è l’impegno che ciascuno riesce a mettere nella sua attività, non soltanto la quantità dei risultati; che essere scelti perché considerati più bravi di altri, è soltanto un punto di partenza, non un arrivo; e soprattutto che sminuire un compagno non gli servirà a diventare più bravo nel basket, servirà soltanto a far sentire più triste quel compagno di squadra. Un giorno suo figlio potrebbe diventare un esempio per gli altri, proprio cambiando questo atteggiamento.

Cordialmente la saluto

Dott. Massimo Amabili

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17 ottobre 2014

Buongiorno, sono la mamma di un bambino di 11 anni che pratica calcio da quando aveva 8 anni. Ha sempre avuto ansia nel dover affrontare le partite di campionato, alcune volte siamo arrivati alla partita e poi non ha voluto giocare (il suo ruolo è portiere); l'anno scorso si è rifiutato di partecipare alle partite e ha voluto fare solo allenamento.

Gli abbiamo detto che non è obbligato a fare calcio se non gli piace, ma è libero di scegliere lo sport che vuole. Per me e mio marito  è importante che pratichi uno sport per cercare di relazionarsi con gli altri ed impari ad affrontare le situazioni nuove, infatti è un bambino che in generale ha molta paura ad affrontare le situazioni nuove. Quindi, visto che anche quest'anno ha voluto cominciare calcio, ha fatto una partita di campionato , ma adesso si rifiuta di continuare...chiedo se è giusto obbligarlo a scegliere uno sport, o dobbiamo lasciarlo stare? Grazie mille  


Buongiorno signora,

nel suo caso sarebbe forse opportuno identificare con maggiore precisione e con l’aiuto di uno psicologo esperto, quali sono i timori del bambino, e capire se è una situazione circoscritta allo sport. Certi timori potrebbero espandersi e attecchire su altri aspetti importanti della vita del bambino collegati forse all’eventualità di commettere errori, come la scuola per esempio. In altri casi potrebbe trattarsi di un timore a esporsi di fronte ad un pubblico o in situazioni in cui non è si è sicuri di piacere. Le ipotesi sottostanti a tale comportamento di evitamento del bambino possono essere numerose, in ogni caso vanno prese in considerazione in quanto vulnerabilità che possono essere potenziate e superate con l’aiuto di un esperto. Credo che abbiate fatto bene a lasciare al bambino lo spazio decisionale, ma se continua a rifiutare di praticare qualsiasi sport, vi suggerirei di consultare uno psicologo esperto, meglio se ad indirizzo cognitivo comportamentale.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili

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09 ottobre 2014


Buongiorno,

sono la mamma di un ragazzino di 11 anni di bassa statura (10° percentile massimo) che ha un dismorfismo schelettrico che si traduce in

una scoliosi dorsale con controcurva dorso-lombare. È un bambino che da sempre ama muoversi, correre e giocare all'aperto. È

competitivo ma - a mio avviso - è anche immerso in una realtà tutta sua fatta di vittorie, goal e di protagonismo.


Nei primi due anni di scuola elementare ha praticato volley a scuola, ma riemergeva costante il sogno del calcio. Così in 3°ha chiesto di

provare il calcio e contemporaneamente è entrato in una società di volley (pensavamo che il suo desiderio fosse soprattutto di

indossare una divisa e appartenere ad una squadra). Dopo un paio di settimane ha inaspettatamente scelto il volley. Successivamente

un fisiatra ci ha detto che forse il volley è più compatibile con la patologia di mio figlio, perché quantomeno non c'è il pericolo di

scontri.


Quest'estate è ritornato imperioso il desiderio di praticare calcio. Mi dice che a volley non arriva neppure alla rete, che il suo ruolo non

potrà che essere quello del libero che non fa nulla se non ricevere (neanche la battuta - nella quale sarebbe forte), aggiunge che a volley

lo schema è sempre quello: finta, alzata e schiacciata e che il libero a volte non tocca mai la palla. Insomma sembra demotivato. Io gli

ho detto che quest'anno ha nuovi maestri e ha l'occasione di fare il salto di qualità visto che è nell'U13, ma lui vuole provare il calcio.


Sto cercando di trovare chi gli può offrire una prova, anche se i corsi sia di volley sia di calcio sono già iniziati da tempo. Io preferirei la

volley perché mi sembrano più "tranquilli" e l'ambiente è bello, ma vorrei anche accontentarlo, malgrado il calcio sia piuttosto

impegnativo per i week-end della famiglia (ha altri fratelli). Di fondo, temo per lui una grande delusione e non so cosa fare. Credo che

lui stia inseguendo un sogno, poco ancorato alla realtà. Anche a calcio non tutti fanno goal e ci sono i difensori. Non credo che l'ultimo

arrivato avrà una vita facile ad inserirsi

 

Cordiali saluti



Gentile Signora,

nel suo caso considerando l’età del bambino cercherei senza dubbio di lasciare al piccolo questa decisione: se la sua passione si muove

verso il calcio, deve poter accedere a questa esperienza in tutta serenità, e capire da solo se questo è lo sport che intende praticare. Per

quanto riguarda la pallavolo, il ruolo del libero è fondamentale e riveste caratteristiche molto peculiari e spettacolari, credo che la

svalutazione fatta su tale aspetto in realtà mascheri semplicemente la grande voglia del bambino di provare il calcio: è anche per

questo che se fossi in lei non avrei grossi dubbi e lo farei provare. Forse lo praticherà a lungo, ma non è escluso che torni sui suoi passi

dopo averlo provato. Tutto questo ovviamente, sempre nel caso in cui il fisiatra non abbia espresso parere contrario per via della

condizione fisica del bambino: in tal caso il parere medico è vincolante e va rispettato.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it



09 ottobre 2014


Buongiorno,

da due anni mio figlio pratica nuoto agonistico.

Ci sono squadre che fanno molta selezione, ci sono poi squadre che invece contanto più sulla quantità che sulla qualità, e mio figlio è in una di queste.

Non è portatissimo per e sicuramente non diventerà mai un campione, ma nessuno glielo ha mai richiesto.

L'allenatore è spesso in difficoltà, dovendo allenare circa 40 bambini divisi su due sole corsie e, alla fine, come è normale che sia (più o meno normale), sta parecchio dietro a quei pochi ragazzi che possono portare risultati e che non fanno solo numero.

Così capita che mio figlio e altri bambini, pur commettendo diversi errori, non vengano mai corretti.


Ho sempre cercato di far capire a mio figlio che più che i risultati conta l'impegno, che quando è sicuro di aver dato il massimo deve essere fiero di se stesso, ma molte volte non è facile incoraggiarlo quando è in lacrime dopo qualche gara...

Eppure è proprio il suo impegno che molte volte, la maggiorparte delle volte è pari a zero.

Se provo a proporgli di lasciare l'agonismo e di fare una vita più tranquilla piange come un disperato, però allo stesso non si allena come potrebbe e dovrebbe.


Credo che sia giusto chiedergli di arrivare al massimo di ciò che può raggiungere, pur sapendo che quel massimo non è certo l'ottimale per quello sport e che sarà comunque fra gli ultimi di ogni gara, ma quel suo massimo vorrei che lo raggiungesse.

Per se stesso  prima di tutto.

Eppure finisce che dopo due allenamenti fatti bene (nel limite delle sue capacità) ritorna ad allenarsi male, a giocare in acqua con gli altri amichetti che come lui stanno dietro, e a non mettere la testa in quello che fa.

Non so fino a che punto devo insistere.


Lo sprono a migliorarsi fin dove può, ma sembra che non gli interessi, tranne poi rimanere male dopo le gare. 

E allora che senso ha continuare a fargli fare agonismo?

Insomma, non so quale sia la giusta misura.

farlo smettere, insistere, o continuare a fargli fare come vuole?



Buongiorno,

mi piacerebbe sapere quanti anni ha il suo bambino, perché questo probabilmente ci suggerirebbe che in questa fase della sua vita si stanno affacciando dei bisogni diversi e di complessità maggiore. E’ infatti molto probabile che l’aspetto relazionale (semplicemente l’essere parte di un gruppo, l’esserci e il giocare insieme ad altri, forse proprio quelli che ahimè stanno dietro) sia prioritario per il piccolo in questa fase della sua vita. Quando accade di vederlo in lacrime dopo una gara, si faccia forza e spieghi al bambino che se vuole cominciare ad ottenere qualche risultato in più dovrà impegnarsi maggiormente durante gli allenamenti e con maggiore attenzione, che la sconfitta è soltanto un punto di partenza. In ogni caso, lei deve cercare di non proiettare i propri desideri di competizione sul proprio figlio, perché ne uscirebbe con le ossa rotte: i bambini hanno occhi diversi dagli adulti, e soprattutto devono cercare il proprio percorso personale, nello sport e nella vita. Comprendo la sua amarezza, ma si ricordi sempre che il regalo più bello che lei può fare a suo figlio è di sostenerlo sempre come già sta cercando di fare, senza cadere nell’inganno di tracciare lei la strada al suo posto. Se piange dopo la gara, potrebbe voler dire che qualcosa in lui lo sta spingendo verso un cambiamento, che presto arriverà: non se ne preoccupi troppo, e lo lasci libero di scegliere il suo sport. Ma, a tal proposito, vista la sua predilezione per le dinamiche di gruppo, ha mai provato, spiegandone le differenze, a proporre uno sport dove queste caratteristiche sono anche determinanti sui risultati? La pallavolo? Il basket? Il calcio? Chissà che non sia una strada che un giorno il piccolo potrebbe intraprendere con maggiore gratificazione…!

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it






30 settembre 2014


Buongiorno mia figlia di 9 anni da tre pratica ginnastica ritmica e nell'ultimo anno a livello agonistico. E' molto portata e ha avuto ottimi risultati nelle gare.. improssivamente in questi giorni non vuole più andare in palestra e sembra turbata.L'insegnante è molto severa ma lo è sempre stata, e informata del fatto ha detto che in palestra non è successo nulla di personale.La  passione di mia figlia mi è sempre sembrata grande (video, disegni) olte all'impegno dimostrato e al non voler mai mancare a qualche allenamento.

Io l'ho sempre sostenuta e ho imparato ad amare questo sport e abbiamo condiviso tanti momenti legati da esso pratici e non.   Ora mi chiedo, come mai questa sua decisione senza un apparente motivo, dove ho sbagliato io? Deve scegliere lei lo so e così sarà ma vorrei che non lasciasse un sogno che sembrava essere la sua vita perchè forse le mie aspettative le sono sembrate più grandi? Sono turbata in questo nel mio ruolo di madre ...
Grazie per la risposta....


Gentile signora,

il ruolo di genitore è assolutamente complesso come le è sicuramente noto, questo lascia spazio a volte anche al commettere errori, in un processo assolutamente naturale di crescita condivisa con i propri figli di ogni età. Le chiedo questo: è sicura che il sogno di cui parla sia di sua figlia? Da come lo descrive, mi sembra di capire che appartenga più alla mamma, che descrive un dispiacere personale, che non riguarda affatto sua figlia.  Infatti, i bambini di quell’età cambiano sport con una certa frequenza (pur non essendo una regola assoluta), vogliono provare nuove esperienze e seguono spesso i bisogni presenti legati alla loro età. Comprendo il suo dispiacere per la decisione presa da sua figlia, ma questo non significa che lei abbia fatto un errore come madre, perché l’ha sempre sostenuta e accompagnata nel suo impegno; forse però lo sta commettendo ora come persona, volendo interpretare con certezza assoluta i desideri, le passioni e le aspettative di una bimba così piccola, confezionandole un sogno artificiale. E’ probabile che si tratti solo di un periodo, oppure che la bambina decida di cambiare completamente sport, o che decida a breve di riprendere la ginnastica ritmica. In ogni caso condivida con serenità le scelte della piccola nel suo percorso di crescita, che significa anche capacità di scegliere in autonomia le proprie preferenze, non quelle degli altri, neppure quelle dei propri genitori.  

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it


18 settembre 2014

Buongiorno,
Sono una ragazza di 21 anni che pratica nuoto agonistico da circa 15 anni. Fino a tre anni fa era tutto ok,riuscivo a sostenere allenamenti pesanti,sacrifici ed ero riuscita pure ad arrivare in nazionale. In seguito ad un brusco dimagrimento pero', la situazione e' decollata e con l'arrivo degli attacchi di panico poi e' peggiorata ulteriormente. Fatto e' che sono ormai tre anni che nn ho piu voglia di fare fatica ,che a qualsiasi scoglio mi arrendo,a volte trovo difficolta proprio a dover andare in piscina..L'anno scorso sono ruscita ad avere qualche risultato di rilievo ma niente a confronto di quello che ero in passato..e adesso che e' il momento di ricomincoare la.stagione mi faccio molte domande se e' il caso di smettere e cambiare vita ma nn riesco proprio a prendere la.decisione di smettere perche' se da una parte vedo questo sport come un sacrificio dall'altro ha sempre fatto parte di me e mi dispiace abbandonarlo..secondo lei e' che dentro di me voglio smettere di nuotare e nn voglio ammetterlo oppure e' altro?
Grazie mille,

Cordiali saluti


Buongiorno,

la situazione che mi descrive (dal dimagrimento in poi) non mi è molto chiara, meriterebbe un approfondimento sugli aspetti più personali della sua vita in altra sede; pertanto mi rimane difficile poterle rispondere senza prima avere un quadro completo del suo disagio. In linea generale, accade che con l’avanzare degli anni cominciano a delinearsi nuovi scopi nella vita di un individuo, che non sempre si affiancano a quelli costruiti in precedenza. In questo momento di difficoltà, le suggerirei di chiedere l’aiuto di uno psicologo professionista, che l’aiuti a comprendere meglio cosa sta accadendo e quale sia per lei la scelta migliore.

Cordiali saluti

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it




11 settembre 2014
Buongiorno,

sono la mamma di una bambina di 9 anni. Mia figlia pratica danza dall’età di 4 anni. Frequenta una scuola professionale 3 volte alla settimana. Ogni inizio anno accademico, in prossimità dell’iscrizione, sono solita chiedere conferma a mia figlia sulla volontà o meno di proseguire il corso di danza per due motivi: il primo motivo è il costo da sostenere che, tra retta mensile, esami e saggio, non è indifferente, il secondo motivo è che mia figlia, da quando pratica danza, sia durante le lezioni che negli spogliatoi non parla né con le compagne, nè con le maestre.  Ho chiesto spiegazioni alle maestre per sapere se ha subito qualche torto da qualcuno, mi hanno detto di no, ho chiesto spiegazioni a mia figlia la quale mi ha risposto che non parla perché ha vergogna. A chiunque mi chiede come mai non parla, ho spiegato che è una bambina “riservata”, ma dentro di me non riesco a capire visto che in altri contesti come la scuola o a casa in famiglia, parla e pure troppo. Ho chiesto anche al pediatra il quale mi ha suggerito di lasciarla stare. Ora che inizia il nuovo anno accademico, ho chiesto a mia figlia cosa volesse fare e lei mi ha risposto che vuole fare nuoto per un mese-prova e poi decidere. Le ho detto di si, anche se con dispiacere, visto che la sua scelta è dettata solo dal fatto che in piscina ci vanno le sue migliori amiche.

Ci tengo a precisare che all’età di 4 anni fu proprio lei a chiedermi di fare danza, (io, al contrario, cercai di dirottarla verso il nuoto, ma con pessimi risultati…), cosi come per gli anni successivi ha sempre deciso lei di voler continuare. Purtroppo la danza, frequentando 3 volte alla settimana, in aggiunta al corso di inglese, le toglie tempo da dedicare alle amiche. Ed è cosi che ora ha scelto di provare a fare nuoto, ma solo perchè in piscina ci vanno le sue due migliori amiche.

Io le ho suggerito di scegliere lo sport che più le può piacere indipendentemente dal fatto che ci sia o meno un’amica, ma purtroppo mia figlia è molto condizionata dalla sua amichette.

Secondo Lei è giusto assecondare mia figlia solo perchè ci vanno le amiche (tra l’altro mi ha detto che se le amiche non vanno più, non ci vuole andare neanche lei…)?

 La ringrazio per l’attenzione e le porgo cordiali saluti.

 Laura



Gentile Laura,

capisco la sua preoccupazione molto comune tra i genitori con bambini di questa età alle prese con la scelta del proprio sport. E’ assolutamente naturale che a 9 anni si facciano dei tentativi di provare nuove attività, e che spesso ci si lasci guidare dall’aspetto prettamente sociale (la presenza di amiche) o semplicemente dal puro divertimento. In questo le suggerisco di parlare apertamente dei pro e dei contro di entrambe le situazioni sportive fornendo il maggior numero di informazioni possibili alla bimba, di spiegarle l’importanza dell’impegno che prenderà e la necessità di rispettarlo, ma di lasciare sua figlia libera di prendere una decisione, di lasciarle seguire i suoi bisogni del momento, che sono naturali. Avete mai preso in considerazione uno sport di gruppo (ad es. la pallavolo, il basket)? Potrebbe aiutare la bambina a potenziare le proprie abilità sociali attraverso un gioco divertente e salutare.

In ogni caso, per quanto riguarda la situazione relativa alla vergogna, qualora dovesse notare il perdurare di tali difficoltà relazionali, le suggerirei di approfondire la situazione con l’aiuto di uno psicologo ad indirizzo cognitivo comportamentale che sia esperto di età evolutiva, per aiutare la piccola a funzionare meglio nelle situazioni in cui mostra le vulnerabilità che mi ha descritto, e renderla più serena e autonoma nel fronteggiarle.

Sperando di esserle stato utile le porgo cordiali saluti.

Dott. Massimo Amabili

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09 settembre 2014

Buon giorno

mio figlio ha sedici anni, ha praticato in seconda media un anno di pallacanestropoi non ne ha voluto più sapere dicendo che non si trovava con l'allenatore e noi

lo abbiamo assecondato.

L'anno scorso ha iniziato calcio e ha frequentato bene.

Adesso a settembre ha cambiato allenatore e alcuni compagni, dopo due volte che ha fatto allenamento ha detto che non vuole più andare.

Mio marito gli ha detto di andare ancora a qualche allenamento ma mio figlio sembra deciso a mollare.

E' giusto insistere o è meglio che decida lui cosa vuole fare?

 

Grazie

Roberta

Trento


Gentile Roberta,

è giusto che sia il ragazzo a scegliere e che sia libero di farlo. In ogni caso cercherei di capire con lui quali siano i motivi dei suoi abbandoni/cambiamenti, e cercherei di lavorare anche su quelli come genitore, per aiutarlo a modulare gli stati negativi che condizionano le sue scelte. E’ vostro diritto chiedere cortesemente informazioni anche agli allenatori/dirigenti, per avere un quadro più completo di quello che accade al ragazzo. Una scelta libera è sempre la migliore in ogni caso, ma sarebbe opportuno fare maggiore chiarezza.

 Cari saluti

 Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it 




08 settembre 2014


Buongiorno,

 sono la mamma di una bambina di 8 anno molto dotata fisicamente che riesce bene in molti sport. In particolare, da un paio di anni, su suo espresso desiderio, pratica ginnastica artistica (da quest'anno a livello agonistico) con risultati molto buoni e da febbraio, per curiosità, ha iniziato anche il tennis. In quest'ultima attività si è fatta subito notare, raggiungendo livelli inaspettati. 

 Già lo scorso anno, i preparatori delle due diverse discipline sportive facevano pressioni sulla bambina (anche se a livello di battuta scherzosa) affinché ne scegliesse uno in modo esclusivo, turbandola non poco: la bambina non ha ceduto alle pressioni, perché ama lo sport e la competizione e ha voluto continuare a farli entrambi. Tale sua decisione, secondo me, l'ha sottoposta ad uno sforzo fisico eccessivo per la sua giovane età: gli allenamenti la impegnavano tutti i giorni dal lunedì al venerdì per 1 ora e mezza e ha lamentato dolori alle articolazioni del polso e della caviglia. 

 Dopo la pausa estiva il problema della scelta si ripropone, tanto più che gli allenamenti quest'anno si si svolgeranno per entrambi gli sport negli stessi giorni e orari.

 La ginnastica artistica è stato il suo primo amore e ha già raggiunto ottimi risultati ma, per le sue caratteristiche fisiche (altezza, velocità e potenza), probabilmente avrebbe più futuro nel tennis... Come posso aiutarla per rendere questa inevitabile scelta il più serena possibile?

 Grazie anticipatamente.

 NM


Gentile NM,

probabilmente state richiedendo alla bambina un impegno eccessivo: provare più sport è assolutamente corretto perché permette ai piccoli di fare esperienze diverse, ma bisogna ricorrere al parere pediatrico qualora risultassero “effetti collaterali” come quelli che mi ha descritto. I dolori alle articolazioni potrebbero indicare proprio che si sta superando tale limite biologico e che bisogna ridurre l’impegno a quello generalmente consentito dai bambini di questa età (tre-quattro ore la settimana secondo i pediatri). Le suggerisco come genitore di affidare sempre la bambina ad educatori esperti e qualificati.

Per quanto riguarda la scelta dello sport, vanno spiegate alla bambina con realismo e semplicità che i due sport si sovrappongono (per gli orari) e che il suo corpo ha bisogno anche di riposo, che è necessario scegliere quello che fra i due la fa stare meglio, la diverte, le piace di più. Le suggerisco di lasciare perdere le prospettive future di riuscita in uno sport piuttosto che nell’altro, potrebbero essere semplicemente le sue proiezioni di genitore che vorrebbe una figlia campionessa. Lasci decidere la sua bambina in assoluta libertà, dandole più informazioni possibili: sarà in grado di valutare e scegliere serenamente, anche se questo comporta una rinuncia inevitabile verso una delle due discipline sportive.

Cordiali saluti

Dott. Massimo Amabili

www.massimoamabili.it






16 luglio 2014

Buongiorno,

sono la mamma di una ragazza di 17 anni che pratica nuoto agonistico dall'età di 7 anni, con risultati medio alto livello, partecipazione a campionati nazionali, convocata in rappresentative. L'allenatore dice però che non si è ancora espressa al massimo potenziale perchè affronta le gare con ansia. Ora sta attraversando un momento di stanchezza dovuto anche all'impegno scolastico dell'ultimo mese di scuola e qualche malessere che le sta lasciando strascichi. Come comportarsi?

Grazie



Buongiorno,

l’eccesso di attivazione e l’ansia pregara sono tematiche tipiche di ogni sportivo e della psicologia dello sport, sua figlia è prima di tutto una ragazza che come tale affronta delle dinamiche naturali legate all’età e inerenti il suo particolare periodo di vita. Il mio parere è quello di rivolgersi ad uno Psicologo dello Sport esperto, che utilizzi un approccio cognitivo comportamentale. Vedrà che in poco tempo la ragazza saprà gestirsi in maniera molto più efficace rispetto a tali stati emotivi.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili





30 giugno 2014

Buona sera,
sono la mamma di Sonia 10 anni che pratica nuoto agonistico da 3 anni, le piace molto e si trova bene con gli allenatori e i compagni. Appena ha iniziato il suo allenatore mi ha detto che è una buona nuotatrice ma tranne rare volte non ha mai ottenuto buoni risultati in gara.

E troppo timorosa mi dicono gli allenatori ma a me sembra che loro non facciano niente per aiutarla. Quest'anno ho la sensazione che non abbia migliorato totalmente e dopo le gare ha sempre pianto. Lei continua a dire  che vuole nuotare ancora e fare gare ma la mia paura e che questo sport diventi controproducente è la rende ancora più insicura e timorosa perché evidentemente non ha un carattere forte e aggressivo necessario per affrontare le gare di nuoto. Vorrei provare a farle cambiare sport magari l'equitazione ma lei tentenna, cosa mi consigliate insistere o lasciare che sia lei a decidere?  Grazie anticipatamente



Gentile Signora,

le suggerire che lei chiedesse maggiori spiegazioni sul pianto che accompagna la fine delle gare di sua figlia: potrebbe essere che la bambina si senta costantemente sotto esame, che tema il giudizio inevitabilmente connesso alla situazioni descritte. Dire “ha paura” oppure “è timorosa” non è sufficiente, bisogna cercare di capire che cosa genera il lei questi stati emotivi. Sicuramente è un dato positivo il fatto che voglia misurarsi ancora e va rinforzato premiando sempre l’IMPEGNO della bambina, e non il risultato o il piazzamento. Se i risultati non arrivano è irrilevante nel momento in cui la bambina è serena, si è sforzata per fare del suo meglio e vuole continuare a provarci.

Lo sport non forma il carattere, ma lo rivela: sua figlia le sta mostrando di essere molto tenace, e di essere in grado di sollevarsi dopo ogni caduta (questo è un segno di forza!). Sarà in grado di fare le scelte più opportune, lei la sostenga sempre e continui a condividere con lei gioie e dolori, a confrontarsi con lei su ogni aspetto riteniate importante, ma la lasci decidere in autonomia e con molta serenità.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili




30 giugno 2014

Ho una figlia di 13 anni, che da otto anni fa danza classica e da un anno modern.

Da 15 gg. mi ha comunicato che non vuole più fare danza!!! cambiare completamente sport, pallavolo.

Preciso che non è mai stata obbligata a frequentare il corso di danza, era sempre entuasiasta e non vedeva l'ora di iniziare la sua lezione ma soprattutto aspettava con ansia la fine dell'anno per lo spettacolo.

Com'è possibile, cambiare completamente idea dopo otto anni, e da un giorno all'altro?

Molte ragazze del suo gruppo lasciano quest'attività, non vorrei che si facesse condizionare, dice sempre che l'insegnante è cattiva e c'è l'ha con lei.

La ragazza è minutina (bassa di altezza rispetto alle ragazze della sua età) pertanto per lo spettacolo viene inserita nel gruppo delle più piccole, tutto ciò gli da fastidio, e non si sente all'altezza di stare con le ragazze della sua età.

 Gli ho detto che ha tutta l'estate per pensarci e a settembre valuteremo .

 Non so come comportarmi, non voglio obbligarla ma allo stesso tempo mi spiace per tutti i sacrifici che ha fatto in questi anni, e vorrei che fosse sicura sulla sua decisione

 In attesa di un suo riscontro in merito porgo cordiali saluti.

 C. R.




Gentile C.R.,

in situazioni analoghe alla sua ricordo sempre che generalmente una ragazza smette se non riesce oppure se non si diverte. Accade abbastanza frequentemente in ogni sport, che i ragazzi decidano di provare altro, oppure semplicemente di sperimentarsi in situazioni diverse e che appaiono loro più adeguate ai loro bisogni evolutivi. E’ importante cercare di capire approfonditamente le ragioni di sua figlia, correggendo quelle che dipendono da noi e dallo sport. E’ probabile che con lei si siano utilizzati approcci solitamente impiegati con gli adulti: pretendiamo che ragioni come noi, che non possa mai sbagliare, che desideri le nostre stesse cose o che faccia come faremmo noi al posto suo.

Pertanto, cerchiamo di capire se:

·         Maestra e famiglia abbiano caricato la ragazza di attese eccessive appartenenti solo a loro, come diventare la stella della danza o dover primeggiare sempre;

·         Se il clima interno al corso di danza sia privo di divertimento, oppure eccessivamente esigente e già orientato al professionismo;

·    Se si siano anticipati i tempi, applicando un insegnamento non ancora comprensibile o pretendendo una professionalizzazione precoce, ottenendo soltanto la stanchezza della ragazza;

·         Se sia stata costretta solo ad imitare e a seguire, mentre fino a questa età, attraverso il gioco, la ragazza ha bisogno di scoprire e seguire la sua creatività e la sua fantasia.

Il suo dispiacere è comprensibile, ma resterà una questione sua se sua figlia le appare e le dice di essere serena nella sua scelta. Non ha lasciato lo sport, sta solo cercando di capire quale sia quello più adatto alle sue esigenze del momento, quello che la fa stare meglio.

Spero di esservi stato utile, cordiali saluti

Dott. Massimo Amabili




12 giugno 2014

Buongiorno,
cosa si può dire ad un genitore che insiste, perché il figlio di 9 anni segua un corso a livello nazionale di tennis tavolo, perché gli allenatori dicono che ha le capacità per diventare campione, ma senza preoccuparsi del fatto che il bambino si deprime (più volte fino al pianto) al solo pensiero di andare in quella palestra, seppure gli piaccia giocare a questo sport?


Grazie e buona giornata
Mamma 78


Buongiorno,

intanto bisognerebbe indagare i motivi legati al pianto del bambino, e comprendere di cosa si tratta con esattezza. Appurato questo la situazione sarebbe più chiara, muovendoci verso l’ascolto del piccolo atleta. In ogni caso è buona cosa ricordarci sempre che prima dello sportivo, viene l’essere umano con i suoi bisogni e i suoi desideri, personali e mutevoli in base alla propria età e predisposizione innata. A quel genitore consiglierei di leggere il bellissimo libro autobiografico “Open. La mia storia” di Andre Agassi, per meglio comprendere questo aspetto dell’essere umano.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili



12 giugno 2014

Buongiorno

Sono la mamma di una ragazza di 14 anni molto dotata fisicamente.

Da 5 anni pratica nuoto agonistico,(2:30 al giorno per sei giorni alla settimana)sua decisione.

Come dice il suo allenatore bravissima in tutti gli stili. In allenamento i tempi cronometrati sono da nazionale,

ma nonostante questo in gara panico da prestazione. Come le dice il suo allenatore a poca autostima. Io soffro in silenzio.

Come aiutarla?

Ringrazio Anticipatamente

Anna


Buongiorno Anna,

nel suo caso le suggerisco di rivolgersi ad uno psicologo dello sport esperto, che affianchi il lavoro dell’allenatore. Esistono numerosi interventi possibili per aiutare sua figlia, come ad esempio il recente  e finissimo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), ma servono psicoterapeuti esperti per poterli applicare con successo. Si rivolga ad un esperto della sua zona, o mi contatti in privato qualora non riuscisse a trovarne, specificandomi maggiori dettagli.

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili


3 giugno 2014

Buongiorno visto che lei se ne intende volevo sapere se il mio pensiero e' giusto io sono un allenatore di calcio di ragazzi di 13/14anni poco tempo fa un ragazzo che alleno durante una partita ha litigato con un ragazzo della squadra avversaria e ha creato anche una lite fuori dal campo tra i suoi genitori e altri poi lui allontanato dal campo ha offeso il presidente nei giorni successivi il presidente la lasciato fuori rosa chiedendo anche hai ragazzi cosa che io non trovo giusta !!poi si è' saputo che il ragazzo era seguito da uno psicologo nonostante una che fa parte della società lo sapeva e non l ha mai detto ,io non trovo giusto far così preferivo tenerlo in panchina sapendo i problemi che ha e che è' anche seguito da psicologo io volevo aiutarlo sia nel gruppo che in campo piano piano il presidente non n'è vuole sapere ed è deluso perché sono contro la sua decisione cosa ne pensa vorrei un aiuto grazie


Gentile Educatore,

fermo restando che per avere un’opinione più chiara della situazione dovrei avere maggiori dettagli sull’accaduto: dalla sua descrizione mi sembra di capire che non sia stato un provvedimento condiviso da lei…(primo problema: perché non c’è questo tipo di condivisione tra gli educatori di una stessa associazione?). Forse avreste dovuto prima discuterne insieme e stabilire una regola che sia d’esempio per i possibili episodi futuri, tenendo in considerazione che si tratta di un ragazzo di 14 anni. Ritengo che il provvedimento preso dal presidente non sia inopportuno, certi comportamenti vanno sempre tenuti alla larga, ma credo anche che al ragazzo vada data la possibilità di potersi scusare, di comprendere il proprio errore e di correggere i propri comportamenti. Vi suggerisco di organizzare degli incontri per tutti gli associati volti a sensibilizzare tutto l’ambiente genitori-educatori-dirigenti-allievi al fair play e allo sport sano: uno psicologo potrebbe essere di aiuto a tutti,per migliorare l’ambiente in cui operate. Provare per credere!

Dott. Massimo Amabili



3 giugno 2014


Salve dottore sono la mamma di un bambino di 12 anni che gioca  a pallavolo in una squadra under 14 assieme ad un paio di coetanei e altri più grandi quasi quattordicenni. Quest'anno a presenziato a 18 partite su 20 e a circa 60 allenamenti . Di queste 18 partite avrà giocato 5 set se è tanto stando sempre buono buonino in panchina anche quando la squadra avrebbe perso comunque lui fosse entrato e questo si è ripetuto per più partite. Tenuto conto che fra i titolari vi sono alcuni elementi che scarseggiano quasi come lui ed il suo progressivo miglioramento l'allenatore pur rendendosi conto che il suo ingresso non avrebbe comunque peggiorato la situazione non l'ha fatto mai giocare neppure quando persino il pubblico glielo faceva notare. Ora giunti alla fine l'allenatore mi suggerisce che è meglio che cambi squadra e che rimanga almeno in questa categoria visto che gli  attuali atleti per limite di età deve portarli ad una cat. superiore e non se la sente di portarlo in quanto non lo farebbe mai giocare.

Che dire, premesso che durante l'anno io come genitore ho rispettato la volontà di questo allenatore e non ho mai accennato a qualsiasi tipo di lamentela, vorrei capire se oltre all'aspetto tecnico sportivo un allenatore debba anche tener conto dell'aspetto psico-pedagocico almeno in categorie di queste età, successivamente capire con il Suo aiuto cosa è meglio fare, se rimanere allenarsi e pazienza non giocare per un altro anno oppure mollare tutto. Premesso che mio figlio e noi non vorremo cambiare squadra sia per il gruppo con il quale lui va d'accordo e per comodità logistiche, mi pare chiaro che seppur espresso come suggerimento , il messaggio dell'allenatore è stato quasi un invito ad andarsene.


Gentile Signora,

dalla sua minuziosa descrizione non compare un elemento che considero molto importante: che cosa pensa suo figlio di tutto questo? Che cosa prova? Quali sono i bisogni o i desideri che il ragazzo ha espresso? Un allenatore è prima di tutto un educatore, in teoria il suo primo obiettivo è insegnare ai ragazzi l’amore per lo sport e l’attività fisica. Nella realtà accade di frequente che ci si dimentichi di taluni aspetti educativi, privilegiando il cammino verso la vittoria o peggio ancora verso il campioniamo, non rendendosi conto di scegliere invece dure sconfitte. La qualità di un allenatore si vede maggiormente proprio attraverso le ultime ruote del carro: allenare i ragazzi più portati è sempre la strada più facile…vanno avanti anche da soli! E’ anche per questo che è mia convinzione che le associazioni inseriscano esperti di psicologia dello sport nei loro organici: molte si stanno attrezzando in questo senso, aprendo scenari ad un futuro migliore.

Tornando al suo caso specifico, lascerei al bambino (ha solo 12 anni) la scelta ultima, e qualora questo non fosse possibile, lo rassicurerei sul fatto che una squadra nuova potrebbe significare nuovi amici, e attraverso un maggiore impegno, potrebbe anche significare giocare sempre di più: lo lodi sempre per l’impegno, mai per soltanto per il risultato.

Cari saluti

 Dott. Massimo Amabili




4 marzo 2014

Salve, 
sono la mamma di una bambina di quasi 6 anni.

 La bambina dopo due anni di giocagym ( intorudzione alla ginnastica artistica ) quest'anno ha voluto andare nella palestra dove si allena la sua miglior amica ( sempre ginnastica artistica ) . Inizialmente non è stata messa con l'amichetta perchè quest'ultima è una bambina molto portata ( ha già parteciapto l'anno scorso a delle gare promozionali con ottimi risultati ) ma soprattuto ha atteggiamenti molto maturi. Mi spiego si impegna al massimo in ogni cosa, a lezione segue l'allenatrice e la ascolta.

Tornando a mia figlia a Gennaio gli allenatori hanno deciso di promuoverla nel corso con l'amica. Ora hanno appena partecipato ad una gara regionale. Solo che  mia figlia a lezione gioca, o meglio vuole andare a lezione ( a detta sua ci andrebbe tutti i giorni ) ma poi lì l'impegno che ci mette è minimo. Anche l'allenatrice mi ha confermato che gioca, per lei è tutto un gioco,  se vuole fa le cose benissimo ma la magigor parte delle volte le fa tanto per fare, e soprattutto ascolta ben poco le correzioni. Meno male che loro hanno tanta pazienza, io arrivo dalla danza classica e un atteggiamento del genere sarebbe improponibile.

Alla garetta infatti è stata la più scarsa ( anche se per me è stata bravissima solo per il fatto che ha portato a termine un impegno ) , nonostante tutto un piazzamento l'ha ottenuto ( anche se neppure l'allenatrice ha capito come mai ). In teoria ora potrebbe partecipare al finale nazionale solo però nell'attrezzo in cui si è qualificata. Devo decidere se aderire o meno e sono dibattuta.

Da un lato trovo assurdo, visto il poco impegno apparente che ci mette, andare a questa finale solo per un attrezzo ( le sue compagne faranno tutto ), perchè forse ancora per lei è presto per queste cose e non vorrei stressarla per niente .( La finale è in un altra regione il che implica almeno 2 giorni di impegno) . Dall'altro canto tutte le bimbe del suo corso andranno, e non vorrei che lei si senta esclusa perchè è l'unica a non partecipare, anche se solo con un esercizio. Inoltre non ho capito se l'allenatrice la vuole preparare o no dato il modo in cui si comporta a lezione. Ho provato a dirglielo di impegnarsi un po' almeno quando tocca a lei, ma non mi va di insistere perchè non vorrei ottenere l'effetto opposto. Cosa dovrei fare? Portarla o no? ( lei ovviamente vorrebbe andare, se non altro per vedere le sue amiche). Grazie 


Salve Signora,

per rispondere al suo quesito partirei proprio dalla volontà della bambina: ci vuole andare, quindi non avrei molti dubbi al riguardo. E’ cosa molto frequente che si interpreti l’attività sportiva di una bambina con gli occhi di un adulto, e questo ci fa leggere la situazione in termini di risultati e di atteggiamento necessario al raggiungimento dei risultati. In questa fase della loro vita, come accade frequentemente, i bambini sono più interessati proprio a giocare e stare in compagnia degli altri, e traggono piacere dalla loro attività rispondendo a questi normali bisogni. E’ pensabile e molto possibile anche che sua figlia un giorno decida di cambiare il proprio atteggiamento in palestra oppure scelga di orientarsi verso uno sport di gruppo che prediliga il contatto con gli altri ed il divertimento: saranno sempre le scelte personali quelle più funzionanti per il bambino. Per quanto riguarda le gare, che ci sia una vittoria o una sconfitta, sono sempre momenti utili come punto di partenza per fare i passi successivi (magari il cambiamento potrebbe iniziare proprio da lì): non le tolga l’occasione di fare esperienza e di crescere.

Cordiali saluti

 

Dott. Massimo Amabili



4 marzo 2014
Buongiorno
Sono la mamma di una bimba di quasi 4anni molto dotata fisicamente.
Quest anno ha iniziato vari sport tutti per gioco (nuoto, pattinaggio su ghiaccio,ginnastica).Come dicevo eccelle in tutti ma soprattutto 
è molto portata a pattinare. Ovviamente le maestre spingono molto perché lei pattini. Ma nonostante quando in pista sia sempre sorridente, e sempre un martirio recarcisi. A lei piacerebbe pattinare solo con noi senza maestri. Io cerco di spiegarle che se fare tante cose e perché qualcuno le ha insegnato. Premetto che la sua maestra di pattinaggio e bravissima e ci sa davvero fare con i cuccioli. Ora io mi chiedo se però a questa eta sia giusto insistere a continuare . Ovviamente per  me lo sport e molto importante comunque mi sembrerebbe sprecato non farla continuare. 
Grazie , S

Buongiorno Sarah,
Le suggerisco di lasciare molto spazio decisionale alla sua bambina, per quello che riguarda la scelta della sua attività sportiva. In gioco vi è il rischio di un futuro burn out (un abbandono) dell'attività di pattinaggio. E' come iniziare a progettare un edificio partendo 
dal primo piano, e non dalle fondamenta: potrebbe venire una bella casa, ma sempre a rischio di crollo totale. Nelle prime fasi della vita, il divertimento e la piacevolezza devono essere al primo posto nella scelta dello sport; il martirio che mi descrive mi fa pensare che si stia insistendo troppo. Sperando di esserle stato utile, le porgo cordiali saluti.

Dott. Massimo Amabili



27 febbraio 2014

Buongiorno.

volevo sapere se c'è qualche controindicazione a fare sport(nel mio caso karate) insieme ai propri figli (il mio ha 7 anni).

dal punto di vista psicologico si sfavorisce "l'indipendenza" del bambino?

grazie


M


Gentile Signore,

fare sport con i propri figli non è controindicato, il bambino andrà progressivamente verso la propria indipendenza e lei non la sfavorirà se lo lascia libero di vivere il “suo” sport come più gli piace e desidera fare. Anzi, la condivisione può essere un momento unico e gioioso, che può rafforzare il rapporto con suo figlio, purchè vi sia il massimo rispetto dei bisogni e delle preferenze del bambino.

Cordiali saluti

Dott. Massimo Amabili 



Inserita il 04 febbraio 2014

Ho una figlia di otto anni che sta intraprendendo il percorso agonistico nella ginnastica artistica.
Un genitore come deve comportarsi per sostenerla e capire se vive con serenità questa nuova esperienza. L'ambiente non e' dei migliori perché molti lasciano a casa lo spirito sportivo, come posso guidarla verso una sana competizione? Lei è molto motivata e non vorrei scoraggiarla  con la mia diffidenza verso ciò che la circonda.

Grazie in anticipo, una mamma


Gentile Signora,

le suggerisco di supportare l’iniziativa di sua figlia, senza preoccuparsi troppo: a 8 anni la scelta è molto probabilmente serena, una bambina di questa età vive e vede solo la propria realtà e non è in grado di mettersi al servizio di obiettivi troppo lontani. La lasci libera nella sua creatività e iniziativa, senza appesantirla di attese, di compiti o di prospettive future: quando avrà circa 11-12 anni la ragazza sarà in grado sempre più di progettare e fare ragionamenti astratti, coordinare le forze con gli altri tenendo conto delle loro esigenze e del loro ruolo, porsi degli obiettivi anche a lunga scadenza  e a conseguirli. Una bambina s’impegna in una disciplina sportiva finchè prova piacere e interesse, mentre smette quando l’impegno diventa obbligo o fatica. Lasci che gli stimoli della bambina verso lo sport che ha scelto si esprimano in libertà, senza troppe pressioni dovute alla sua visione da adulta dell’ambiente esterno, e senza l’obbligo di ottenere per forza dei risultati; anche sua figlia come tutti i bambini è portata per natura al gioco, a misurarsi, a competere per sentirsi più abile degli altri: coltivi questo suo interesse, facendo attenzione a non spingerla o frenarla troppo, limitandosi a liberarle la strada perché possa appagare il suo piacere di farlo.

Cordiali saluti

Dott. Massimo Amabili

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Inserita il 17 gennaio 2014

Buongiorno,

Mio figlio compirà 15 anni ad aprile e pratica scherma (sciabola) dal 2008.

Ha sempre ottenuto ottimi risultati, campione italiano, e, a detta di tutti gli esperti in materia, ha un grande talento, che si aggiunge ad un fisico imponente (190 cm!) L'anno successivo alla vittoria del campionato italiano, ha avuto alti e bassi, sempre però classificandosi al
vertice nelle gare disputate. La stagione attuale lo vede altalenante, ha paura di perdere, soprattutto con i suoi coetanei, e puntualmente perde. Se si trova davanti ad un avversario quasi imbattibile sulla carta, è capace di strapazzarlo, se di fronte ha un avversario assolutamente alla portata, perde lucidità si confonde, perde concentrazione e perde l'assalto.

Mi ha confessato lui stesso le sue paure, lui è assolutamente cosciente di subire un blocco totale, ma non sa come affrontare la cosa, e neanche io so come aiutarlo. La prego di darmi un consiglio.

Grazie mille

Con i migliori saluti

I.F.

Gentile Signora,

è necessario fare una premessa, partendo sempre dallo stato emotivo del ragazzo, dalle sue paure e dalla sua ansia: non sono soltanto negative, sono parte di un naturale agonismo, che non è indifferenza, ma energia che diventa attivazione, impazienza di misurarsi e ogni stato utile alla prestazione. Dovrei raccogliere più elementi per focalizzare meglio la sua situazione, ma appare probabile che il ragazzo viva
nell’insicurezza e nella paura di non farcela, perché ciò lo farebbe incorrere in un giudizio negativo. Da come mi descrive infatti, il giudizio negativo sarebbe ben peggiore quando la sconfitta potrebbe arrivare da un coetaneo alla pari (l’aspettativa di vittoria è alta in questo caso) rispetto a quando l’avversario è molto forte (in questo caso, la sconfitta sarebbe più “giustificabile” agli occhi di tutti, e quindi le potenzialità del
ragazzo emergono facilmente senza nessuna particolare pressione portandolo a realizzare grandi cose).

Suo figlio è probabilmente troppo caricato da interessi superiori (la carriera? Il successo? Ecc.), dobbiamo sempre ricordarci che ha solo 15 anni: considerando i tanti successi già ottenuti, le suggerisco di rivolgersi ad uno psicologo dello sport esperto (meglio ancora se psicoterapeuta cognitivo comportamentale), che possa supportare adeguatamente il ragazzo in questa fase delicata di crescita e di cambiamento (con tecniche e strumenti specifici).

Cari saluti

Dott. Massimo Amabili



Inserita il 24 dicembre 2013

Buon giorno,

 gradirei un cortese parere. Mia figlia, 10 anni, ha smesso proprio in questi giorni gli allenamenti di ginnastica artistica. Premetto che si allenava 4 gg/sett. Per circa 3 h/gg, corso promozionale. Ad una festa mi sono accorta che veniva lasciata in disparte dalle altre atlete sue coetanee, inoltre quando c'è da spostarsi in macchina mai nessuno vuole salire con lei,.. insomma non si trova più bene.

 Inoltre le allenatrici da settembre hanno delle cure particolari per chi ha avuto piazzamenti migliori  nella scorsa stagione, anche se lei è subito dopo. Dice che non le piace più, che la trattano male,.... Ho comunicato che si ritirava e se devo dirla tutta nessuno si è preoccupato di cosa fosse successo.

 Ma lo sport non dovrebbe anche essere educativo? Possibile che le allenatrici non si accorgono dei comportamenti delle atlete, oppure visto che sono quelle più brave lasciano correre?

Adesso mi domando se ho fatto bene ad assencondare la sua scelta. Ma era diventato un incubo, trovava sempre mille scuse pur di non andare in palestra.

 Grazie per la risposta.


Buongiorno a Lei,

 la situazione che mi descrive purtroppo non è affatto infrequente: allenatori e associazioni dimenticano spesso e con grave danno il valore educativo e formativo dello sport per tutti, soprattutto quando si tratta di attività promozionali dedicate a bambine di quella fascia di età. Non potendo entrare approfonditamente nel merito della situazione (dovrei essere lì e raccogliere altri elementi), vorrei comunque suggerirle di spostare completamente l’attenzione sulla bambina: ha lasciato quello sport perché non si divertiva più, ed è stata una scelta legittima e da rispettare. Ma è una bambina, e deve poter scegliere un nuovo sport, più adatto alle sue esigenze: non tutte le associazioni sportive e non tutti gli allenatori abbracciano i valori formativi a discapito di qualche inutile risultato personale o dei propri allievi, ma ce ne sono anche tanti altri, spesso in ombra, che sanno fare il proprio lavoro. Sono sicuro che troverete una situazione adeguata anche voi, faccia provare a sua figlia in tranquillità nuovi sport che le possano piacere, consapevole che

quelle che oggi vi appaiono come “le più brave” o “le preferite”, è molto difficile che riescano domani a diventare professioniste: quelle si contano sulla punta delle dita. Lo sport è divertimento, innanzitutto.

 

Cari saluti

 Dott. Massimo Amabili





Inserita il 17 Luglio 2013

Buongiorno dottore,

                                   seguo la Sua rubrica di psicologia dello sport su Psicologi di Base e mi sembra davvero molto ben fatta e intressantissima.

Vorrei sottoporle un problema che non riesco a focalizzare. Sono la mamma di 2 bambini ormai grandi ( 6 e 8 anni) e il più grande, Marco, vorrebbe seguire le mie orme sportive ed iscriversi ad una squadra di pallavolo. Io sono molto contenta, ma lui purtroppo non è alto ed oggi  i giocatori so essere fisicamente molto prestanti. Sono dibattuta se fargli vivere una facile frustrazione 8 penso infatti che non crescerà molto, visto che io sono alta 1,65m e il padre 1,74m.  lo devo quindi scoraggiare sin dall’inizio oppure assecondare e aspettare che lo sport faccia il suo corso? Mio marito non sa e non si pronuncia dice che la sportiva in famiglia sono io.

Grazie

Maria


Gentile Maria,

le consiglierei intanto di coltivare l’interesse per lo sport, evitando sia di spingerlo o sollecitarlo troppo, sia imbrigliando il suo naturale desiderio di fare e di misurarsi. Penso che il suo dubbio sia più legato ad una sua aspettativa, cioè quella legata al livello che il bambino raggiungerà o non raggiungerà fra 10 anni. La pallavolo professionistica predilige gli atleti alti, ma questo accade a livelli molto elevati (professionistici appunto), e neanche gli atleti con tali caratteristiche di altezza riescono sempre a raggiungere tali livelli. Di contro, la pallavolo per i bambini (il minivolley) è uno sport di squadra straordinario dal punto di vista psicofisico, che, se correttamente svolto, può regalare ai bambini dei valori di vita che non hanno prezzo, pur non arrivando a vivere tale disciplina da professionisti. E’ un’attività completa, che fa lavorare le gambe e la parte superiore del corpo, allungando la colonna vertebrale e fortifica gli addominali. Stimola lo spirito di gruppo e sviluppa precisione ed abilità.

Obbligare un bambino a fare uno sport non dà risultati, e ancora meno ne da il fargliene abbandonare uno che gli piace. Anzi, lo si potrebbe far fallire facilmente quando è il genitore a scegliere quello che più piace a lui, o che il bambino, alla prima delusione, possa credere di avere commesso un errore e incolparne il genitore.  Le suggerisco di parlare con il bambino, discutere con lui dei pro e dei contro delle decisioni da prendere, di sentire i suoi gusti e desideri, di consigliarlo ma non di costringerlo, in modo da non creare resistenze. Il bambino sarà in grado presto di scegliere da solo, generalmente quello in cui riesce e che lo appaga di più. Vietato pretendere performance da campioni.

Cordiali saluti

Dott. Massimo Amabili



Inserita il 2 Maggio 2013

Sono il padre di una ragazzina di 11 anni. Lei pratica il pattinaggio artistico ma delle volte non mi sembra troppo motivata a frequentare gli allenamenti infrasettimanali.

Io la sprono dicendole che è importante lo sport, ma vorrei sapere s eè un pproblea di età oppure posso fare qualcos'altro per sostenere la sua motivazione.

Io vorrei continuasse.

Grazie per i consigli che potrà darmi


Gentile signore,

una ragazzina di 11 anni decide di smettere con lo sport qualora non riesce o  non si diverte. Cerchiamo però di capire quali sono le sue ragioni e di correggere quelle che dipendono da noi e dallo sport. Potrebbe essere accaduto che con lei abbiamo usato gli stessi sistemi che si usano con gli adulti: pretendiamo che ragioni come noi, che non possa mai sbagliare, che desideri le nostre stesse cose o che faccia come faremmo noi al posto suo. E intanto dovremmo verificare se:

  • noi addetti ai lavori o la famiglia abbiamo caricato la ragazzina di aspettative eccessive e solo nostre, come il diventare la campionessa o dover essere sempre la prima;
  •  abbiamo creato un clima privo di gioco e di divertimento, oppure chiesto un impegno e un'applicazione già professionali;
  • abbiamo anticipato i tempi e applicato un insegnamento non ancora comprensibile o preteso una specializzazione precoce, che hanno finito per stancarla;
  • l'abbiamo costretta solo ad imitare e a eseguire, mentre fino a questa età, attraverso il gioco, la ragazza ha bisogno di scoprire e seguire la sua creatività e la sua fantasia.

A volte per recuperare il gusto dei ragazzi basta riportare lo sport ad un gioco, senza escludere il giocare per vincere, che non ha bisogno di essere stimolato o imbrigliato in schemi, perchè la competitività è connaturata con l'individuo in qualsiasi età.

 

Cordiali saluti

 

Dott. Massimo Amabili

 

 

Inserita il 27 Febbraio 2013


Buongiorno,

                  ho auto il vostro contatto da un collega che mi ha parlato di voi.

 

Sono un genitore con una figlia che da grande vorrebbe fare la ginnasta.

 

Io sono d'accordo, penso che lo sport non solo nobiliti l'uomo ma sia anche importante per la salute personale e mentale.

Sono però un po' preoccupata perchè da quando gli allenatori della squadra han detto a mio marito che nostra figlia può avere un grande futuro nello sport, lui si è elettrizzato: lo dice a tutti gli amici, continua a dire a nostra figlia che diventerà qualcuno, non la chiama più per nome ma "campionessa".

 

Le sembra normale? Forse è un periodo ? Succede ad altri genitori ?

 

Cosa può esserci dietro tanta smania di successo di nostra figlia?

 

Pensa possa essere nocivo per nostra figlia ?

 

Grazie per l'aiuto che saprà darmi.

 

Rosanna



Gentile Rosanna,

spesso un genitore crede che il proprio figlio sia un piccolo fenomeno o che basti farglielo credere perché lo diventi, ma nello sport i talenti veri sono rarissimi. E con quei pochi che lo sono è il caso che tutti, noi compresi, ci limitiamo a prendere atto di quello che sanno fare senza pretendere mai nulla che sia al di sopra delle loro possibilità o della loro sicurezza, trattandoli come tutti gli altri. La ragazza trattata come un fenomeno finirà per sentirsi obbligata a dover sempre dimostrare di esserlo, e questo potrebbe bloccare la sua evoluzione e il suo apprendimento, togliendole sicurezza. E’ naturale stravedere per il proprio figlio, ma è necessario avere il senso della misura, conservare obiettività e capacità critica: il rischio del dover appagare un genitore troppo esigente (o i suoi allenatori) è che la ragazza si scoraggi fino a fuggire di fronte alle più comuni difficoltà, e a ciò che richiede contributi creativi. Di più: la ragazza potrebbe arrivare a trasformare la naturale baldanza in mancanza di rispetto, potrebbe tendere a considerarsi diversa, detentrice di una preziosa qualità, il suo talento, potrebbero sopraggiungere irritazione, malumori improvvisi, ricerca dell'isolamento, a scuola potrebbe non seguire, potrebbe iniziare a non fare i compiti per casa "perché li ritiene inutili"; al di là delle normali identificazioni - imitazioni con gli atleti del momento, potrebbe sviluppare una vera "fissazione" per un idolo del suo sport, parlando continuamente di lei e cercando per quanto possibile di somigliarle; un errore, uno sbaglio durante una gara potrebbe non venire più tollerato, come se la ragazza non potesse più permettersi di fallire. A volte tutto parte da un'illusione dello stesso genitore, dei parenti, dell'allenatore o della Società che per la ragazza sogna un avvenire speciale: in questo non c'è nulla di male, ma bisogna rendersi conto se sua figlia sta vivendo tranquillamente e normalmente il ruolo della campionessa in erba o se manifesta sintomi di disagio e insofferenza. Il divertimento deve tornare ad essere il primo obiettivo da raggiungere: l'impegno e le responsabilità cresceranno gradualmente con gli anni, richiedere tutto questo ad una mente e ad un equilibrio emozionale ancora estremamente sensibile quale è quello di una ragazzina e se le sue doti fisiche e tecniche non sono supportate da particolari caratteristiche psicologiche, potrebbe diventare un problema. Vi suggerisco quindi innanzitutto di rendervi consapevoli dei rischi connessi alle continue sollecitazioni.

Cordiali saluti


Dott. Massimo Amabili

 

 





Inserita il 06 Febbraio 2013


Buongiorno,

                    mi hanno detto della vostra interessante rubrica dei colleghi così provo a chiedere un aiuto.

 

Sono un allenatore di una squadra amatoriale femminile di pallavolo ( circa 16 anni).

 

Spesso vengono agli allenamenti coni  cellulari e nel mentre mandano sms e così si distraggono.

 

Ho provato ap rendere il cellulare di una di loro sequestrandoglielo per il tempo dell'allenamento ma c'è stata una mezza rivolta, la ragazzina proprietariadel cellulare mi ha preso a male parole.

 

Come posso fare?

 

Ha dei consigli pratici su come posso far rispettare di più le regole?

 

Grazie

 

Mauro



Gentile Signor Mauro,

le regole sono essenziali, anche se quando si comincia si crede che non ci saranno mai problemi e che non dovremo mai intervenire per riportare ordine: lei è un educatore prima di essere un allenatore, l’utilizzo di cellulare durante gli allenamenti (o di qualsiasi altro comportamento che arrechi distrazione) si pone come una mancanza di rispetto nei suoi confronti, del suo ruolo, e di tutte le altre ragazze impegnate nell’allenamento.

Generalmente, quella del cellulare è una regola di base che i gruppi apprendono molto precocemente, già prima dei dodici anni, dal minivolley. In ogni caso, le suggerisco di riunire la squadra e di stabilire fermamente quali sono le regole di comportamento da rispettare durante la vostra attività, necessarie ed indispensabili per trascorrere qualche ora in tranquillità, senza distrazioni e senza disturbare gli altri; stabilisca dei limiti, entro i quali non si può andare e le eventuali conseguenze, in modo da non dover decidere ogni volta e rischiare di far nascere risentimenti quando deve imporre o negare qualcosa.

Nel suo caso, stabilisca che il cellulare vada spento o silenziato, lasciato negli armadietti o spogliatoi, o addirittura a casa (non ci sono cardiochirurghi che necessitano di reperibilità continua nel suo gruppo under16!!!); se non rispetto questa regola, lei non mi permetterà di allenarmi oppure non mi convocherà alla partita. Sarebbe utile fare una riunione con i genitori e con i suoi dirigenti, esponendo la problematica da lei giustamente rilevata, in modo da condividere con loro gli obiettivi dell’intervento educativo. Il passo successivo potrebbe essere stabilire un regolamento scritto, con tutte le principali norme di comportamento per gli atleti, i dirigenti, i genitori e gli allenatori: all’inizio della stagione sportiva tutti dovrebbero condividerlo e sottoscriverlo, pena l’esclusione dalle attività o le altre conseguenze previste nel regolamento.

E’ uno strumento utilizzato maggiormente nelle strutture professionistiche, ma può essere usato anche da tutti gli sportivi amatoriali, proprio per evitare situazioni spiacevoli ed inaccetabili come la sua. Ponga sempre il rispetto reciproco alla base della sua attività sportiva, perché tutti ne riconosceranno la necessità: “quando ci inchiniamo davanti ad uno specchio, anche la figura nello specchio si inchina davanti a noi, in segno di reverenza.”(Daisaku Ikeda)

Cordiali saluti





Inserita il 14 Dicembre 2012


Salve mi chiamo Marco,
Sono un ragazzo di 25 anni, il problema del cuore arrugginito è una metafora per spiegare il mio stato di mancanza di determinazione attuale.
Ho cominciato a correre che avevo 20 anni, molto seriamente da poco più di 2 in concomitanza con la rottura con la mia prima ragazza seria...cominciai così a vincere alcune competizioni amatoriali su distanze dai 5 ai 15 km. Ho rotto da poco con il mio primo vero amore (credo): da quel momento mi manca la determinazione, noto che anche con allenamenti duri nn riesco a liberare la testa dai pensieri. Il fatto è che a febbraio ho la maratona e desidero qualificarmi per la maratona di boston 2014. Io mi trovo in america da circa 2 mesi per lavoro e proprio nn riesco a prendere il ritmo con gli allenamenti.


Come posso riacquistare la motivazione e a cosa può essere dovuta?
La ringrazio in anticipo
Marco


Caro Marco,

la motivazione è un fattore molto importante nella vita di ciascun atleta, è un "motore interno" che si mette in azione quando il soggetto vuole raggiungere degli obiettivi e determina dei comportamenti che tendono a modificare l’ambiente. Tale fattore può variare sensibilmente da atleta ad atleta, ed è strettamente connesso al nostro modo di essere come persone in rapporto a noi stessi, agli altri e al mondo. Da quanto mi è possibile evincere dagli elementi che mi ha fornito, la fine della sua importante relazione affettiva potrebbe essere un concausa negativa e distraente alla sua pratica sportiva. La fine di un rapporto importante come il suo infatti, può essere considerata come un vero e proprio lutto, che ci porta inevitabilmente degli stati emotivi necessari e normali ma negativi e talvolta difficili da superare, che influiscono su tutte le nostre attività quotidiane.

Credo che sia il suo essere uomo ad essere in difficoltà in questo particolare momento, e di conseguenza il suo essere atleta; passerà del tempo prima che arrivi ad una completa e vera accettazione della sua perdita affettiva, ed in questo il suo sport potrà essergli sicuramente di aiuto, come già tante volte in passato, le avrà già insegnato ad accettare le sconfitte in gara e a guardare oltre. Le suggerisco di darsi degli obiettivi sportivi, a breve-medio e lungo termine, che siano concreti e realisticamente raggiungibili: questo l’aiuterà a ritrovarsi, perchè un atleta che si allena per obiettivi è un atleta più motivato ad allenarsi. Infine, qualora la sua situazione personale le risulti molto difficile da superare, non esiti a rivolgersi ad uno psicologo specialista, che la aiuterà a ritrovare il suo ben-essere, come uomo e atleta.

Spero di esserle stato utile.

Cari saluti

 Dott. Massimo Amabili 

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